
sulla stampa
a cura di P.C. - 30 ottobre 2006
Se manca la mission
Tito Boeri su La Stampa
Per chiedere sacrifici ai cittadini in una democrazia ci vuole un progetto. Si deve vedere la luce in fondo al tunnel. Lo dicono chiaramente anche i sondaggi d'opinione: una maggioranza di italiani è disposta a fare rinunce, ma chiede, in cambio, un futuro migliore.
Due legislature fa la luce era rappresentata dall'ingresso nell'Euro. Ci avrebbe permesso di ridurre la spesa per pagare gli interessi sul debito pubblico e ci avrebbe reso meno vulnerabili a eventi negativi, quali il terrorismo e la guerra in Iraq. Lo ha fatto. Nella scorsa legislatura si è promessa la luce senza neanche far intravedere il tunnel. Negati i problemi strutturali della nostra economia e dei nostri conti pubblici, si era preconizzato il passaggio "dalla stagnazione a un nuovo miracolo economico". Tanto ottimismo di facciata doveva trasmettere fiducia agli italiani, spingendoli a spendere di più e a investire; così facendo avrebbero fatto ripartire l'economia. Ma l'annuncio non era credibile e gli italiani non hanno abboccato. Così la stagnazione c'è stata davvero, la spesa pubblica è aumentata e il nostro debito pubblico è tornato a salire.
Non è ancora chiaro quale sia il progetto, la mission come qualcuno ama definirla, di questa legislatura. Il governo chiede sacrifici, per alcuni anche non piccoli, ma non è chiaro in nome di che cosa. Il vertice di Villa Pamphili di questo fine settimana doveva servire a svelare questo progetto di legislatura, per quante fasi (una, due o tre), questo possa comportare. Invece l'unico messaggio che sin qui il vertice ci ha affidato è la promessa di una crescita al 3% nel 2006. Al contrario degli annunci fatti cinque anni fa, questa promessa è fondata su qualche dato obiettivo. Allora l'economia stava visibilmente rallentando, mentre oggi la ripresa si consolida, come dimostrano anche i dati sulla produzione industriale rilasciati dall'Istat venerdì scorso. Ma è pur sempre una promessa che raddoppia le stime di crescita rilasciate dal governo solo poche settimane fa.
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Il nostro Paese non si può permettere altri cinque anni di politica economica alla giornata. E un progetto credibile di legislatura richiede modifiche profonde nella composizione della spesa pubblica. Si vuole davvero coniugare il risanamento dei conti pubblici con il rilancio dell'economia e l'equità? Per farlo bisogna dimostrarsi capaci di frenare il galoppo della spesa pensionistica e del pubblico impiego. Non solo perché sono queste le due voci di spesa corrente controllate dal governo che crescono di più, ma anche perché sono quelle dove si annidano maggiormente gli sprechi e dove si attuano molte redistribuzioni all'inverso, togliendo ai poveri per dare ai ricchi. E' illusorio pensare di poter trovare risorse per gli investimenti e l'equità senza intervenire in questi capitoli, peraltro correttamente individuati dal Dpef votato a luglio dal Parlamento. Alessandro Profumo ci ha ricordato in questi giorni sulle colonne del "Corriere della Sera" che l'Italia non spende più di Paesi come Francia e Germania, al netto della spesa per interessi e della spesa previdenziale. In quel "al netto" c'è tutto. Per fare spazio ad altro dobbiamo abbattere (non ridurre di qualche decimale!) il debito pubblico e riformare la previdenza sfruttando al contempo i pensionamenti nel pubblico impiego per ridurre e riqualificare gli organici. Non è una questione di immagine o di strategie di comunicazione. E' una questione di credibilità.
Il Nord e la protesta del sindaco blasfemo
Alberto Statera su la Repubblica
Da Spinoza a Nietzsche, che egli pensa "insieme a Gesù", fino agli "studi di settore" e alla "curva di Laffer", Massimo Cacciari filosofo, politico, economista, volteggia come al solito blasfemo e eretico su tutto e tutti. Ma stavolta l´ha confezionata anche più insidiosa del suo schieramento. Ieri a Mestre da "spirito libero" è sceso in piazza con commercianti, artigiani, esercenti, albergatori soprattutto di destra, in parte l´ex popolo bossiano della partita Iva e in parte elettori che delusi del centrosinistra è dir poco, per contestare la Finanziaria di Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa, che giudica "esiziale".
Una Finanziaria che considera opera di un "vizio culturale" del governo che finirà per consegnare o riconsegnare per l´eternità, Venezia, il Veneto e tutto il Nord alla destra. In prima fila, ad ascoltarlo, Renato Chisso, il più potente assessore della giunta regionale forzista di Giancarlo Galan, Adolfo Urso e Gustavo Selva di An. In fondo alla piazza, assai frequentato, il gazebo di Forza Italia con la caricatura "mortadellosa" del premier.
Da Roma si son fatti vivi, altroché se si son fatti vivi. Dicono che Prodi e Enrico Letta, per non dire di Vincenzo Visco, siano fuori dalla grazia di Dio. Ma lui, dinoccolato nel suo vestito di velluto marrone a costone da intellettuale sessantottino, fa serafico: "Che non perdano tempo a telefonarmi per dirmi quello che devo fare e che devo dire. Io non guardo in faccia a nessuno, dico e faccio esclusivamente ciò che penso e che ritengo utile per la mia comunità". E ciò che pensa è esattamente identico a quel che pensa la singolare piazza che, per la prima volta da tanto tempo, mette insieme tutte le categorie dei lavoratori autonomi, artigianali e commerciali, con le loro organizzazioni, siano di destra o di sinistra.
Sono educati gli artigiani, gli esercenti, i commercianti veneti, altro che i professionisti che qualche giorno fa hanno sfilato al Colosseo. Il grande cartello dietro il palco recita timidamente: "Una manovra pericolosa!". Il massimo dell´hard sui manifesti fai da te è: "Con Prodi e Rutelli tasse sicure e nuovi balzelli".
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Esattamente quel che va spiegando da mesi il politologo "nordestologo" Ilvio Diamanti, quando osserva che la protesta, che negli ultimi anni Novanta minacciava di trasformarsi in rivolta, ha lasciato il posto al pessimismo e alla sfiducia. Cosicché buona parte del Nord del Paese appare un territorio senza partiti, dove il rapporto tra società e politica si regge su leader molto più forti dei partiti. Per l´appunto Cacciari, che non vuol sentirsi dire "quel che deve fare" né da Prodi, né da Rutelli, né dalla Margherita, né da nessun altro. E Illy che a chi gli chiede se si sente di centrosinistra risponde abitualmente: "Mi sento libero, liberale e riformista".
Cacciari, Illy, Chiamparino, Cofferati vanno capiti perché finora il centrosinistra ha fatto poco per superare i pregiudizi di questo pezzo d´Italia nei suoi riguardi. I tavoli del Nord, arditamente affrontati da Letta e Bersani, sembrano rimanere sostanzialmente lettera morta perché vengano smentiti dagli atti di governo. Non c´è il "cum-promittere" della politica, come lo chiama il patriarca di Venezia Angelo Scola, cioè "l´instancabile ricerca della miglior soluzione pratica di ogni problema specifico, sotto lo sguardo avvertito dell´arbitro, cioè del popolo". La ricucitura a queste condizioni rischia di non farsi mai.
"In queste terre concrete non si può assistere - chiosa Bortolussi - a un governo che passa le giornate a smentire e correggere se stesso".
Ma Cacciari "ricuce"? O, come sostiene Renato Brunetta, eurodeputato di Forza Italia e suo eterno avversario, "ci regala la città, non difendendo la Finanziaria?". "Certo - dice Laura Fincato, assessore veneziano alle Politiche per lo sviluppo e deputato dell´Ulivo - non l´ho visto sfilare per la precedente Finanziaria". E anche Felice Casson non risparmia critiche alla performance di ieri a Piazza Ferretto.
Ma qui si rischia di scivolare nelle eterne e immense diatribe veneziane. Il Mose, prima fra tutte: Cacciari chiede un confronto al governo, ma Prodi sembra scegliere di andare avanti come un treno sulle dighe, secondo la linea di Paolo Costa che di Venezia è stato sindaco dopo e prima del filosofo. C´è persino chi dice che, alla faccia delle ricuciture, il grande blasfemo potrebbe riservarci a breve una sorpresa. E che non perdano tempo a telefonargli da Roma.
E' già caccia ai soliti sospetti
Mattia Feltri su La Stampa
ROMA. Il solito sospetto, i soliti sospettati e un paesaggio italiano con zombie, come direbbe Alberto Arbasino. Il solito sospetto arma i tratteggiatori di scenari, impegnati a individuare quello più plausibile alla caduta del governo di Romano Prodi, che appare dunque meno interessante da vivo che da morto. I soliti sospettati ascoltano i sibili e gli spifferi, e infine a loro volta armano gli estensori di interviste, attraverso le quali negano sfiorando la scusa non richiesta. E dal paesaggio italiano ecco lo zombie, Lamberto Dini, leader di un partito chiamato "Rinnovamento italiano", fuso nella "Margherita" e da tempo nell'anonimato.
Come nei polizieschi, per entrare nel novero dei sospettati è necessario avere un precedente. E qui non ne mancano. Clemente Mastella, Franco Marini, come detto Dini, e poi, in seconda fila, Massimo D'Alema, Francesco Cossiga, gli eterni affascinanti uomini delle istituzioni. Chi di loro tradirà il premier e azzeccherà l'incastro giusto per guidare il successivo governo d'emergenza, governo elettorale, di solidarietà, delle grandi intese o come diavolo lo si chiamerà? Tutti si tirano fuori, e il bello è che lo fanno lasciando cadere qua e là un però. Sulla "Stampa" di ieri, Mastella ha parlato come se gli avessero piantato una lampada in faccia: "Io sono uno di quelli che anni fa (nel 1998, funerale del primo esecutivo di Prodi) contribuirono a portare D'Alema. Ma stavolta questo cambio non ci sarà". Poi: "Certo, se la coalizione implode...".
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Di quell'allegra consorteria manca soltanto il presidente del Senato, Franco Marini, decisivo allora e lo sarebbe ancora di più oggi, con la carica istituzionale. Intanto si interessa alla riforma della legge elettorale, e secondo gli studiosi di teoria golpistica è il segnale che già pensa alle condizioni con cui tornare al voto. Sulla "Repubblica" di ieri ha chiarito: "Vedo con sorpresa che si continuano a ripetere giaculatorie su possibili crisi di governo. Ogni giorno qualcuno tira fuori il mio nome come capo di un governo che dovrebbe portare alle elezioni (...) L'insistenza inutile di queste voci mi impone di dire che gli scenari che vengono dipinti mi sembrano francamente fantasiosi". Peccato che uno che drizza le orecchie al solo sentir parlare di grandi intese, e cioè il leghista Calderoni, gli ribatte subito che "però al Senato ne parlano tutti di questo e la voce circolante arriva a sostenere che in questo caso la presidenza del Senato verrebbe data ad un esponente del "Polo, e non della casa delle Liberta, con un mandato a termine per il marzo-aprile del 2008, prima data utile, dopo il referendum elettorale, per poter tornare al voto". E insomma magari Marini e gli altri si irritano pure, ma la storia è la storia. E infatti chi fu l'ultimo a presiedere un governo deputato a trasportare il Paese verso nuove elezioni? Il laterale Dini, ora tanto tanto addolorato all'ipotesi che si metta in dubbio "la mia lealtà". Ma il punto è proprio questo: a pensare a Dini è Silvio Berlusconi, che sulla lealtà di Dini - riemerso con qualche perplessità sulla Fiananziaria - ha un'opinione precisa.
Il paesaggio italiano, con zombie o senza, offre parecchio materiale, e infatti sul risentimento dei papabili si passa sopra senza sensi di colpa. E si arriva a immaginare un incarico a Mario Draghi per il semplice motivo che la Banca d'Italia è sempre stata una risorsa in tempi difficili, o perché quando tira una brutta aria gira e rigira si pensa a qualcuno con l'alto profilo, come il commissario europeo Mario Monti nella scorsa legislatura. O si immagina persino un mitico rilancio di Giulio Andreotti, che superate le inchieste palermitane sta tornando alla dimensione che l'Italia gli diede attraverso le canzonette di Francesco Baccini: "Chi ha mangiato la torta? Andreotti...".
Il premier: avanti tranquilli
Monica Guerzoni sul Corriere della Sera
ROMA Era metà agosto quando Fausto Bertinotti rilasciava a Bruno Vespa considerazioni di sorprendente attualità. La grande coalizione? "Sarebbe una sconfitta terribile per il nostro popolo... Sarebbe un momento drammatico della mia vicenda personale, uno scenario al quale non voglio pensare". Giudizio politico carico di una forte valenza umana, tanto che, quasi sommessamente, Bertinotti interrogava il giornalista: "Non si potrebbe cambiare il presidente della Camera? Una situazione del genere sommerebbe la sconfitta, la resa, il compromesso inaccettabile. Non voglio usare toni troppo gravi, ma le sinistre dovrebbero ripensare tutto".
IL DIBATTITO Per qualche ora le anticipazioni del libro L'Italia spezzata hanno animato il dibattito domenicale, provocando sussulti nell'Unione e a Palazzo Chigi, anche se Romano Prodi stuzzicato dai giornalisti a Bologna ostenta assoluta noncuranza: "Andiamo avanti, siamo tranquilli e sereni...". Finché, fiutando il rischio di una discussione "artificiale e fuorviante", Bertinotti precisa in una nota che non vede ragione perché il quadro politico debba essere modificato, che non gli sembra "prevedibile pensare che sarà modificato" e soprattutto che non ha mai pensato di lasciare lo scranno più alto della Camera: "Non c'è alcun rapporto tra gli assetti istituzionali e il quadro di governo. Qualsiasi eventuale prospettiva di grossa coalizione o, peggio, di governo tecnico, sarebbe di grave nocumento per il Paese".
Nel vertice di sabato tutti i leader e lo stesso premier hanno proclamato unità e concordia e stoppato energicamente governissimi o intese con l'opposizione, lasciando trapelare la preoccupazione con cui Palazzo Chigi ascolta i proclami di Berlusconi e osserva le mosse degli alleati. Stufo di "chiacchiere" e "boatos", il presidente del Senato Franco Marini giura di non essere "disponibile per alcun governo elettorale" e si sottrae al gioco di chi lo vorrebbe pronto a sostituire Prodi. D'altronde, la sua posizione Marini l'aveva spiegata settimane fa proprio a Bruno Vespa: "La maggioranza deve sforzarsi di rasserenare il clima, deve mediare tra le posizioni degli uni e degli altri e dialogare su questioni centrali per il bene dell'Italia", come la politica internazionale o la precarietà.
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Se il governo va sotto in un voto di fiducia e cade Prodi, l'unica soluzione sono le urne. L'Italia non è più disponibile a transumanze". Larghe intese "sciagura e odioso tradimento", promette lealtà il Pdci. Larghe intese "specchietto per le allodole", zittisce le voci l'Italia dei Valori. Sospettato di inciuci, anche Lamberto Dini smentisce i sussurri di un'intesa con Berlusconi. "La lealtà di Dini è fuori discussione", certifica il vicecapogruppo dei senatori ulivisti Luigi Zanda. Il numero due dello Sdi Roberto Villetti è pronto a giurare che la Cdl "non avrà compagni di merende" e Clemente Mastella, che pure non fa mistero delle sue preferenze per un centro rafforzato, non vede "grandi alleanze" all'orizzonte. "Abbiamo vinto, anche se di poco...".
Berlusconi chiama alla piazza
Gianluca Luzi su la Repubblica
ROMA - La data è stabilita e "con ogni probabilità" sabato 2 dicembre il "popolo" del centrodestra - in testa Berlusconi e Fini - scenderà in piazza a Roma contro il governo Prodi e contro la Finanziaria che proprio in quei giorni affronterà la prova durissima del Senato. Il "tutti in piazza" è partito da Arconate in provincia di Milano, con carri allegorici raffiguranti Berlusconi avvolto nel Tricolore e invocato con la scritta "Silvio ritorna" e l´Italia di Prodi rappresentata da un letto di ospedale con la flebo.
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Nel comizio lombardo Berlusconi non si è fatto troppe illusioni sulla possibilità che la Finanziaria del centrosinistra non passi l´esame del Parlamento, perché "la voglia di restare al potere è forte e quindi può darsi che prevalga". Nonostante il fatto che, secondo Berlusconi, "la manovra scontenta un po´ tutti: molti della sinistra non la condividono perché non ha messo al centro lo sviluppo e non ha tagliato gli sprechi". Il criterio del centrosinistra "è quello di togliere a quelli che ritengono ricchi", ma "non hanno fatto nulla di politica sociale", attacca Berlusconi che rovescia sul centrosinistra l´accusa di aver lasciato nel 2001 i conti in disordine: "La politica sociale l´abbiamo fatta noi nei limiti consentiti dai conti dello Stato e da un buco di 38 mila miliardi di lire che loro ci hanno consegnato, mentre noi abbiamo consegnato conti in ordine e 28 mila miliardi di vecchie lire in più in entrate dell´erario". Come sempre quando parte all´attacco contro i "signori della sinistra", il Cavaliere rievoca la sua "discesa in campo". E anche ora dice di temere un futuro "illiberale, magari autoritario". Perché "i signori della sinistra pensano che noi non abbiamo diritti, pensano che sia lo Stato a concederli ai cittadini e ritengono che possa decidere di limitarli, come ad esempio per la privacy".
Larghe intese, l'Unione fa muro
Silvio Buzzanca su la Repubblica
ROMA - Silvio Berlusconi e il centrodestra le "larghe intese" se le possono scordare. Sono un sogno da mettere nel cassetto. Il messaggio del centrosinistra alle sirene del centrodestra non può essere più chiaro. "La grande coalizione può scattare, com´è accaduto in Germania, quando nessuno dei due partito ha vinto - spiega per esempio Clemente Mastella - . Qui in Italia una coalizione rispetto all´altra ha vinto, di poco, ma ha vinto. Quindi non vedo in vista grande alleanze". Mastella, fra l´altro, difende anche Lamberto Dini dall´accusa di essere pronto a passare con la Cdl in cambio di Palazzo Chigi. "E´ una persona per bene, oggetto di attacchi ingiustificati" dice il leader dell´Udeur. In favore dell´ex premier e ministro degli Esteri si schiera anche Luigi Zanda, vice capogruppo dell´Ulivo al Senato: "Ho letto troppi gossip sul senatore Dini la cui lealtà, nei confronti del governo Prodi, è fuori discussione".
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A sinistra lo stop più significativo è comunque quello che arriva da Fausto Bertinotti. Il presidente della Camera pensa infatti che "qualsiasi eventuale prospettiva di grossa coalizione o, peggio, di governo tecnico, sia di grave nocumento per il paese". Un giudizio contenuto in una precisazione alla divulgazione di un passo del prossimo libro di Bruno Vespa, in cui l´ex leader di Rifondazione evoca la possibilità di lasciare la presidenza della Camera in caso di "larghe intese". "Una situazione del genere sommerebbe la sconfitta, la resa, il compromesso inaccettabile. Non voglio usare toni troppo gravi, ma le sinistre dovrebbero ripensare tutto". Ma, si affretta a spiegare Bertinotti, "tali prospettive vanno combattute, da parte di chi non le condivide, sul terreno squisitamente politico, senza che possano essere coinvolti i livelli istituzionali. Le responsabilità istituzionali - aggiunge - sono e devono restare autonome dal quadro politico di governo. Quadro politico di governo che, per altro, non mi sembra prevedibile che sarà modificato".
La scuola senza qualità
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera
Poiché le vicende della scuola suscitano sempre scarso interesse, pochi hanno lamentato che la contestata Finanziaria del governo Prodi preveda l'assunzione in tre anni di centocinquantamila precari. Negando così due esigenze: ridurre la spesa pubblica e assumere insegnanti bravi anziché "collocare" precari. A onor di verità, qualche commentatore aveva colto per tempo l'esistenza del problema. È giusto ricordare, ad esempio, che quest'estate un importante sostenitore del governo, Eugenio Scalfari ( La Repubblica, 25 agosto), considerato il numero abnorme di docenti (rispetto agli altri Paesi europei), sollevava l'esigenza di "parametrare il numero degli insegnanti nelle scuole medie sulla consistenza degli alunni".
Sul Corriere del 27 ottobre Gianna Fregonara ha riportato i dati Ocse sullo stato dell'istruzione nei diversi Paesi e il giudizio impietoso che dall'Ocse arriva sulla qualità della scuola in Italia. In un altro Paese ciò sarebbe materia di scandalo, l'opinione pubblica fremerebbe e la classe politica cercherebbe un rimedio. Ma siamo in Italia: qui il governo vero della scuola, da almeno un trentennio, è delegato a un'alleanza di ferro fra burocrazia ministeriale e sindacati. Con risultati pessimi e nel disinteresse generale.
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A parte la scorrettezza di affidare alla Finanziaria la riforma della scuola lasciando all'oscuro il Paese, è la sostanza che deve preoccupare. Viene abbandonata ogni ipotesi di professionalizzazione degli insegnanti e di innalzamento della qualità dell'insegnamento e della preparazione degli alunni. Addirittura (c'è anche questa perla), si arriva di fatto a ingiungere agli insegnanti del biennio di ridurre del dieci per cento il numero dei bocciati al fine di contenere i costi.
La scuola resta, anche con questo governo, ciò che è da un trentennio: una mastodontica e inefficiente struttura al servizio più della corporazione che vi lavora (ma con grande frustrazione degli insegnanti bravi che pure ci sono) che degli utenti. Una struttura nella quale, con i fallimentari risultati che l'Ocse documenta, non si deve muover foglia che il sindacato non voglia.
Se si vuole un'ulteriore prova della sconfitta, culturale e politica, dei riformisti dell'Ulivo, è sufficiente leggere gli articoli della Finanziaria dedicati alla scuola, alla sua occulta riforma.
Oltre Bin Laden
Arrigo Levi su La Stampa
La crisi coreana, e prima quella iraniana, hanno il pregio di avere riportato la questione nucleare, troppo a lungo rimossa o dimenticata, al centro dell'attenzione mondiale. E' apparso con nuova chiarezza il potenziale ultimo, per l'appunto la dimensione nucleare, del terrorismo fondamentalista islamico, che lo rende diverso da ogni movimento terrorista della storia. Così come ha acquistato una nuova portata quello che finora poteva apparirci come un conflitto locale, quello arabo-israeliano. Oggi, in Israele, per la prima volta dopo la vittoriosa guerra del 1948, si teme per la sopravvivenza dello Stato ebraico (cito la sofferta opinione che ho ascoltato recentemente da uno dei grandi scrittori che hanno espresso, in opere letterarie di fama mondiale, tutto il genio dei nuovi israeliani).
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Sam Huntington passa per essere stato il profeta della guerra dell'islamismo fondamentalista all'Occidente; ma in realtà, quando egli propose "lo scontro delle civiltà" come sfida dominante al "nuovo ordine mondiale", elencava tutta una serie di possibili scontri fra diverse civiltà e nazioni, coinvolgendo in essi tutte le principali culture, anche quelle che oggi convivono più pacificamente. Le incognite sono tante.
Le dichiarate ambizioni nucleari della Nord Corea, e dell'Iran, hanno già allargato l'orizzonte dei potenziali conflitti dal Medio Oriente agli estremi confini asiatici. E non possiamo dimenticare che l'Occidente non ha seminato nel mondo soltanto la democrazia, ma anche la mala pianta del nazionalismo e i germi del totalitarismo (che Talmon definiva "democrazia totalitaria"). La Cina d'oggi e forse anche altri Paesi che reclamano per sé la definizione di democrazie sono ancora soltanto a metà strada fra totalitarismo puro, democrazia totalitaria e democrazia liberale. E il nazionalismo contagia sempre nuove etnie che aspirano, bellicosamente, a farsi Stati.
Quanto alle democrazie liberali, esse sono in preda a nevrotici accessi di sfiducia: trovano ascolto, nel mondo occidentale, profeti di sventura che scambiano la libertà di pensiero, gloria della nostra civiltà, per un pericoloso e pavido "relativismo". E tuttavia, è ancora l'Occidente, democratico e liberale, e in Occidente l'Europa, e in Europa l'Italia, che debbono e possono impegnarsi a fondo per primi, e più di tutti gli altri, per portare avanti la costruzione di quel sistema di istituzioni internazionali che sono l'impalcatura incompiuta entro la quale potrà crescere e sopravvivere, anche nell'era nucleare in cui viviamo e vivremo per sempre, un mondo di pace. Chi altro, se non noi, che abbiamo saputo sconfiggere, contro ogni ragionevole previsione, i nostri dèmoni? E se non ora, quando?
Ma è difficile avere la certezza che sapremo agire di concerto; che sapremo mettere a punto la giusta combinazione fra diplomazia, politica e strategia, e che sentiremo al giusto livello l'urgenza di un'impresa cui è affidata la stessa sopravvivenza delle nostre libertà e della nostra civiltà, la sconfitta delle minacce nazionaliste e fondamentaliste, la pace fra le nazioni.
Il fatto è che ci si unisce quando c'è un nemico alle porte. Oltre Bin Laden, i potenziali nemici sono molti, ma poco prevedibili. Tuttavia non occorre essere profeti o veggenti per intravedere le molte possibili pagine oscure del nostro futuro.
30 ottobre 2006