prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di Fr.I. - 27 ottobre 2006


Un doppio allarme
Editoriale del
Corriere della Sera

Nel giro di due giorni un'ombra inquietante si è stesa sulla politica italiana. Prima si è appreso che nel precedente quinquennio una struttura legata al Sismi agiva contro politici (da Violante a Brutti a Visco) e magistrati (pool di Milano e Caselli) con l'intento di «disarticolare» chi era sospettato di attività antigovernative. Poi abbiamo saputo che nella passata legislatura politici (Giorgio Napolitano e Romano Prodi in primis) ma anche non politici venivano ripetutamente spiati per intromettersi illegalmente nei loro dati tributari.
Una doppia ombra inquietante, appunto. E un sapore di ricatto, di intimidazione, di slealtà istituzionale che non dovrebbero avere cittadinanza in una libera democrazia come la nostra. Invece, dall'opposizione di oggi (e maggioranza di ieri, quando questi fatti incresciosi hanno avuto luogo) arrivano prevalentemente, con poche e lodevoli eccezioni, reazioni infastidite, e un'irresponsabile rincorsa alla minimizzazione, se non addirittura all'irrisione di chi giustamente registra con allarme queste plateali degenerazioni della vita politica italiana.
Doppio allarme. E doppio, clamoroso errore di chi non capisce quanto ammorbi l'aria l'impressione che le cattive sorprese non siano finite qui. Con la sgradevole sensazione di aver vissuto in una democrazia spiata.


Questione Democratica
Ezio Mauro su
la Repubblica

Non avevamo dunque torto, un mese fa, a parlare di "attacco alla democrazia" davanti al disvelamento di un´operazione massiccia di spionaggio di cittadini inconsapevoli, all´ombra di Telecom e dei servizi segreti. Non avevamo torto, ma non sapevamo tutto.
Dopo le illegalità del Sismi, che secondo i magistrati assoldava giornalisti-spie contro la legge e spiava senza nessuna autorizzazione i reporter di Repubblica, dopo la schedatura di massa operata dai servizi di sicurezza di un´azienda privata, ecco l´anello mancante: la politica. Romano Prodi, oggi presidente del Consiglio, è stato spiato insieme con la moglie per due anni – quand´era leader dell´opposizione – in tutti i suoi dati fiscali con una lunga serie di accessi abusivi alle banche dati del ministero dell´Economia. Con Prodi, sono state controllate altre venti "posizioni", tra cui quelle di Silvio Berlusconi, di Piero Fassino, di Massimo D´Alema e addirittura di Giorgio Napolitano, prima di diventare Capo dello Stato.
La politica finisce dunque direttamente sotto scacco dei poteri oscuri che da qualche anno sono tornati a pesare prepotentemente sulla vita pubblica italiana, come ai tempi della P2, tra dossier, intercettazioni, disinformazioni che tendono una rete invisibile di ricatti e di abusi sotto la fragile superficie istituzionale che regge il Paese: con l´inevitabile contorno italiano di calciatori e veline, che sostituiscono i Noschese e i Costanzo dell´epoca di Licio Gelli.
Al centro di tutto, motore invisibile, naturalmente si muovono i servizi, o ciò che oggi sono diventati. E nel mirino, altrettanto naturalmente, c´è la sinistra e la magistratura. È di due giorni fa la scoperta di un dossier del Sismi che si proponeva apertamente di "disarticolare con azioni traumatiche" un gruppo di "nemici" di Berlusconi, con i nomi di Violante, Brutti, Salvi e Bruti Liberati, parlamentari dell´Unione e magistrati.
Bisogna accertare le responsabilità di questi abusi illegali, com´è ovvio, e capire intanto chi ne ha tratto un lucro politico. Ma bisogna prima ancora ridare autonomia alla politica, liberarla dal gioco di paure e di ricatti che svuota le istituzioni e falsa il gioco democratico, alle spalle dei cittadini. A cominciare da un´operazione di pulizia nei servizi, che chiuda quest´epoca inquinata e apra una fase nuova. Subito. Si pone una questione democratica, che come tale interpella tutti, maggioranza e opposizione: e naturalmente il Quirinale, dove per fortuna abita un galantuomo.


La Strategia dei Veleni
Vincenzo Vasile su
l'Unità

Sismi e Cia. E poi l'Affare Telecom. E i dossier su magistrati e politici di sinistra. E ora gli agenti del fisco tramutati in 007 contro il leader dell'opposizione. Accadono, o meglio vengono alla luce un po' troppe cose, tutte assieme. Che ci riportano indietro di qualche decennio. Quando certi «corpi separati» dello Stato venivano beccati un giorno sì e uno sì con le mani nel sacco di innumerevoli inquinamenti mediatici e giudiziari, depistaggi, tentati golpe, e persino omicidi e stragi.
Ricordate? De Lorenzo, il Sifar, il Sid, gli Affari Riservati, le bobine di Tom Ponzi, il detective italiano? Con una differenza. Anche se spesso ci scappavano morti ammazzati, a nobilitare in qualche modo quel coacervo di misteri, quella «guerra civile a bassa intensità», come la chiama il presidente emerito Francesco Cossiga, c'era la grande divisione del mondo in due blocchi. Stavolta la lacerazione che gli spioni del Terzo Millennio italiano hanno cercato di compiere con una serie di atti illegali e criminogeni appare in chiave tutta interna, privata. Assai meno «nobile».
Si tratta di una specie di chirurgia devastante per il nostro tessuto democratico. Di un'«operazione traumatica», per usare l'immaginifico lessico del Sismi, che ha dato proprio questo titolo a un fantasioso dossier sulla presunta «struttura ostile» (a Berlusconi) cui avrebbero dato vita uomini della sinistra politica e giudiziaria. E di un volgare, ma sistematico dossieraggio sui conti familiari e sui passaggi patrimoniali, dell'allora capo dell'opposizione e attuale presidente del Consiglio e dei suoi congiunti, passati al setaccio centoventotto volte, e chissà quanti altri furono i fascicoli dedicati ad altri venti «eccellenti» (anch'essi invisi a Berlusconi?). Il quale Prodi riceveva, intanto, attenzioni analoghe da parte di un ufficio Sismi specializzato in veleni, quando era presidente della Commissione europea: e una velina affidata a un giornalista embedded gli attribuiva la paternità dell'idea di rapire sul nostro territorio islamici invisi alla Cia, e di sottoporli a tortura.
Tre inchieste, tre scandali in cui tutto si tiene. Funzionari «deviati» dei servizi non possono avere operato, infatti, senza che lo sapessero i capi di servizi, da ritenere pertanto essi stessi altrettanto gravemente deviati. E quei capi a qualcuno riferivano in sede politica, a chi? Si sa che i servizi rispondono alla Presidenza del Consiglio; i funzionari del fisco al ministero dell'Economia. È banale ricordare che all'epoca, fino a ieri, in quei posti di comando si trovavano Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Quando stava per uscire, dopo tanti anni caldi, dal Viminale un altro presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, a domanda (sui servizi) rispose con una battuta che non viene troppo citata: «I servizi soffrono soprattutto di un problema, cioè dei bassi servizi che una certa politica chiede loro».

La centrale Sismi da cui si dipartono tante di queste vicende si avvaleva, infatti, delle tecnologie del più grande gruppo di telecomunicazioni. Oltre che delegare, come nel passato, ad alcuni eredi di Tom Ponzi il più spiccio lavoro sul campo. E il mare di fango ha investito anche i canali per cui si forma un'opinione pubblica: i mezzi di informazione, i giornali. Appartiene tuttora alla troppo generosa famiglia di chi fa informazione (platonicamente soltanto «sospeso» dall'Ordine professionale di cui fanno parte i più di coloro che scrivono sui giornali) la «fonte Betulla» che veniva usata da questa banda per aggiungere ricatti e avvertimenti all'operazione-trauma. Il «collega» Renato Farina ha detto di essere stato folgorato dalle note-spese di Pio Pompa sulla strada delle Torri gemelle che furono abbattute dal terrorismo di matrice islamica.
Ma che c'entra l'11 settembre se alla vigilia delle ultime elezioni i giornali-megafono pubblicavano, attingendo da quelle fonti maleodoranti, indiscrezioni fasulle sulle «donazioni» della famiglia Prodi? E che c'entra la guerra dell'Occidente per la libertà se nei giorni precedenti alla nomina del giudice Giovanni Salvi al Csm proprio Libero pubblicò un calunnioso dossier che lo presentava come complice delle Br?
E come mai, se sono vere le voci che rimbalzano da Milano, gli 007 fiscali hanno controllato anche i conti dell'attuale capo dello Stato? Prima, o dopo la sua candidatura, prima o dopo la sua elezione? In questa guerra assai poco nobile, che non si può certo ammantare della bandiera della guerra al terrorismo, i giornali, certi giornali, si sono trovati, insomma, in prima linea.



La grande rete del potere occulto
Giuseppe D´Avanzo su
la Repubblica

Se si separa il grano dal loglio, e non ci si fa confondere dal rumore delle chiacchiere, la trama di questo nuovo capitolo dello spionaggio illegale – affare integralmente politico – non ha alcun mistero. E´ sufficiente saper leggere le impronte che i protagonisti "maggiori" dell´affaire hanno lasciato sulle cose. Bisogna chiedersi: quali informazioni abusivamente sottratte all´anagrafe tributaria sono state utilizzate in pubblico? Contro chi? A quale fine? E´ la prima necessaria scrematura. E´ vero, tra le vittime delle intrusioni ci sono anche, a quanto pare, calciatori e soubrette. Ma voi ne avete mai saputo qualcosa? No, perché quelle notizie fiscali non sono state agitate in pubblico contro di loro.

Le tracce elettroniche, prova incontestabile dell´accesso clandestino, raccontano che la muffa aggredisce Prodi in tre ondate. Tra il 21 e il 24 novembre 2005; il 22 gennaio 2006; tra il 30 marzo e l´8 aprile. Non è un lavoro di curiosi. Non è fatica di chi apre il file "eccellente" e getta un occhio su una schermata, magari su due, e passa ad altro. È opera professionale che prende molto tempo, che richiede l´intrusione in più banche dati, che pretende uno screening esaustivo del Prodi contribuente: informazioni sul reddito, atti del registro tributario, partecipazioni societarie, atti di compravendita. Di questo compito non si incarica un impiegato civile, ma - a quanto riferiscono autorevoli fonti - un militare, un sottufficiale della Guardia di Finanza. Che difficilmente si avventura in un´impresa temeraria di questo genere senza aver ricevuto un ordine superiore. Anzi, a sentire altre fonti vicine all´inchiesta, ci sarebbe già qualche «ammissione» su quegli «ordini venuti dall´alto».

Abbiamo potuto vedere ingrassare la «politicizzazione della sicurezza nazionale» quasi mese dopo mese. Era sufficiente seguire le "strategie integrate" di influenti network all´interno della Guardia di Finanza e del Sismi.
Quasi ingranaggi di un unico ordigno. Al servizio segreto trasmigrano ottocento finanzieri e il patrimonio informativo dell´intelligence è alimentato dalle notizie raccolte nel territorio dalle sezioni "I" (Informazione, Intelligence) della Guardia di Finanza ed elaborate al centro dal II Reparto. Dal servizio segreto si trasmettono alla Guardia di Finanza richieste di informazioni, input, "obiettivi".

È quel "gioco grande" che, per cinque anni, ha alimentato l´ambizione di un inedito e nascente potere, sbocciato nel corso della legislatura appena chiusa, con l´integrazione tra lo spionaggio politico-militare del Sismi e l´intelligence economico-finanziaria della Guardia di Finanza. Un potere che, se capace di sopravvivere al cambio di regime, poteva diventare - può ancora diventare - un moloch con cui una politica debole e un capitalismo fragile dovrebbero fare i conti, stringere patti o subirne umori e voglie, come nel silenzio di una politica timorosa o intimidita ha scritto Repubblica, otto mesi fa. Nel silenzio assordante di leader politici di prima e seconda fila che oggi, finalmente desti, chiedono che si faccia qualcosa.

La questione che sembra ancora non trovare il giusto rilievo nell´agenda politica del governo Prodi e della maggioranza che lo sostiene è "che fare", come farlo, quando farlo?

Si dice: la magistratura faccia il suo lavoro. Dimenticando che i tempi della giustizia sono lunghissimi, illuminano fatti penalmente rilevanti e puniscono - quando puniscono - soltanto responsabilità personali.

Si dice: il Parlamento avvii una commissione d´inchiesta che abbia i poteri d´indagine della magistratura. E con quali tempi, ammesso che il lavoro di questa commissione sia più decente di quello di altre commissione del passato, si giungerebbe a un esito utile? Sei mesi? Un anno? Per intanto, il moloch se ne starà quieto ad attendere la sua fine o si difenderà come può e come purtroppo sa? La verità è che nessuno ieri, nel gran chiasso dichiaratorio, ha chiesto che il governo faccia subito la sua parte. Garantisca subito, con gli strumenti a sua disposizione, l´affidabilità, la correttezza e la trasparenza delle burocrazie della sicurezza infettate. Promuova il governo, subito, una commissione d´inchiesta amministrativa che possa restituire dignità a quelle istituzioni dello Stato e serenità a chi, come tutti noi, deve sentirsene protetto.


E il Cavaliere ereditò auto blu e superscorta
Sergio Rizzo Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Non si fidava, il Cavaliere, del suo successore. E così, mentre ancora stava a Palazzo Chigi in attesa di lasciare il posto a Romano Prodi, avrebbe deciso di darsela da solo, la scorta per il futuro: 31 uomini.
Più la massima tutela a Roma, Milano e Porto Rotondo. Più sedici auto, di cui tredici blindate.
Il minimo indispensabile, secondo lui, di questi tempi. Un po' troppo, secondo i nuovi inquilini della Presidenza del consiglio. Che sulla questione, a partire da Enrico Micheli, avrebbero aperto un (discreto) braccio di ferro con l'ex-premier.
Guadagnando finora, pare, solo una riduzione del manipolo: da 31 a 25 persone. Quante ne aveva il "bersaglio Numero Uno" Yasser Arafat, ricorda Massimo Pini, il giorno che andò a visitare Bettino Craxi.

Né val la pena di ricordare che, ai tempi in cui le Br ammazzavano la gente per la strada e i politici erano esposti come mai prima, il presidente del consiglio Giulio Andreotti viaggiava con scorte assai più contenute: «Mia moglie a Natale faceva un regalino a tutti, e certo non erano molti».
E' vero: è cambiato tutto. E la scelta di ridurre drasticamente le spese per proteggere gli ex-capi del governo fatta da Giorgio Napolitano quando stava al Viminale, appare lontana anni luce.
Berlusconi è stato il premier che ha appoggiato fino in fondo Bush, ha schierato l'Italia nelle missioni in Afghanistan e in Iraq, si è battuto in difesa della sua idea di Occidente con una veemenza (si ricordi la polemica sulla "superiorità sull'Islam") che lo ha esposto non solo ai fanatici come quel Roberto Dal Bosco che gli tirò in testa un treppiede ma all'odio di tanti assassini legati ad Al Qaida. Garantirgli la massima tutela è un dovere assoluto. Punto e fine.
Il modo in cui si sarebbe auto-confezionato questa tutela, invece, qualche perplessità la solleva. Il 27 aprile, cioè diciassette giorni dopo il voto e prima che Romano Prodi si insediasse, la presidenza del consiglio stabiliva che i capi del governo "cessati dalle funzioni" avessero diritto a conservare la scorta su il tutto il territorio nazionale nel massimo dispiegamento. Altri dettagli? Zero: il decreto non fu pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» e non sarebbe stato neppure protocollato. Si sa solo che gli uomini di fiducia "trattenuti" erano 31. Quelli che con un altro provvedimento il Cavaliere aveva già trasferito dagli organici dei carabinieri o della polizia a quelli del Cesis. Trasferimento che l'allora presidente del Comitato di controllo sui servizi Enzo Bianco, appoggiato dal diessino Massimo Brutti, aveva bollato come "illegittimo".



La Leggenda delle Tasse
Nicola Cacace su
l'Unità
Alla fine della vicenda Finanziaria dovremo tutti riflettere sul perché alcune critiche dell'opposizione siano state riprese, pari pari, da commentatori «indipendenti» o addirittura da ministri in carica. Si è discusso apertamente di Finanziaria tutta tasse, classista, contro il ceto medio produttivo, naturalmente scritta dalla Cgil e dalla sinistra estrema.
La cosa è due volte grave perché le accuse sono infondate e perché sentire da Mastella, Boselli o Rutelli critiche su «tasse, pressione fiscale, classismo, etc.» simili a quelle di Berlusconi, Tremonti e Brunetta non è bello.
Finanziaria tutte tasse. Balle! La verità è che gli unici cittadini a beneficiare sicuramente dalla Finanziaria sono gli imprenditori che ricevono 6 miliardi di euro da una manovra la cui missione primaria è quella di turare le falle del bilancio pubblico. Altro che attacco al ceto medio produttivo! Quanto al «classismo» per la rimodulazione dell'Irpef, bisognerà che ministri e segretari di governo, senza parlare del nugolo di economisti «indipendenti» che hanno obiettato, si rileggano bene il Programma dell'Unione solennemente sottoscritto all'Eliseo di Roma, laddove prometteva un riequilibrio dei redditi medio-bassi fortemente danneggiati nel quinquennio Berlusconi.
Dispiace che un politico di valore come il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Riccardo Illy, accusi Prodi (Sole 24 ore, 26 ottobre) di essere venuto meno alla promessa di «non aumentare le tasse». Illy dimentica che quella affermazione - fatta per respingere le accuse di Berlusconi il quale sosteneva che Prodi «avrebbe messo le mani nelle tasche degli italiani» - era stata fatta insieme alla promessa di una redistribuzione dei redditi per via fiscale come scritto, appunto, nel Programma dell'Unione.
Parlare di Finanziaria delle tasse è dunque fuori luogo, soprattutto quando a pagare qualche euro in più saranno solo il 5% dei contribuenti (quelli che guadagnano tra i 75mila euro e i 100mila) mentre i vantaggi riguarderanno la gran parte, soprattutto quelli che guadagnano meno di 40mila euro. È ridicolo tacciare di classismo una misura di leggero riequilibrio di una progressività fiscale sancita dalla Costituzione e lesa dal precedente governo.

E, per finire, è ridicola e infondata l'accusa di Panebianco e tanti altri a proposito di una Finanziaria scritta dietro dettatura di Epifani, Giordano o Pecoraro Scanio. Chi conosce Prodi e Padoa Schioppa sa benissimo di che radicali si tratti, in economia e in politica. Il guaio non è che Tremonti o Panebianco abbiano accusato di estremismo la Finanziaria. Ma che l'abbiano fatto responsabili ministri in carica ed autorevoli segretari di partiti di maggioranza.
Io spero che ciò sia successo per «ignoranza», o meglio per scarsa o imperfetta conoscenza di un testo della Finanziaria oggettivamente «in progress» per troppo tempo. Guai se non fosse così.


Camera, Gardini contro Luxuria
"Non puoi usare il bagno delle donne"
La deputata forzista attacca il deputato transgender: "Si tratta di una cosa fisiologica, i questori intervengano".
su
la Repubblica

ROMA - Al momento della sua elezione alla Camera nelle file di Rifondazione Comunista c'era chi aveva ironizzato proprio su questo aspetto: dove andrà a fare la pipì Vladimiro Guadagno, ovvero Wladimir Luxuria il deputato transgender del partito di Bertinotti? "Nel bagno delle donne" disse Luxuria sei mesi fa e la questione svanì. Senza troppi rimpianti. Fino ad oggi, però. Quando Elisabetta Gardini, l'ex volto televisivo, attuale deputata di Forza Italia, ha pensato bene di farne oggetto di una pubblica scenata. Davanti ai bagni della Camera.

Ore 14,15 bagno delle donne. Luxuria entra. Alle sue spalle la Gardini che sbotta: "Ma allora è vero che Guadagno usa il bagno delle donne". Le prime a fare le spese dell'ira della deputata forzista sono le, sbigottite, addette alla pulizia: "Non potete permettere a Guadagno di usare il bagno delle donne".

Nulla da fare. La Gardini insiste: "Qui si tratta di una cosa fisiologica, non è una questione psicologica". A quel punto Luxuria reagisce: "Io mi riconosco nel genere femminile. Lei non può permettersi". La Gardini alza la voce: "Lei non può usare il bagno delle donne. Ora vado dai questori"

Luxuria la guarda andare e osserva: "E' la prima volta che mi capita. Sarebbe imbarazzante per me andare nel bagno degli uomini. Imbarazzante per me e per gli uomini che mi incontrassero".



Evasori ci «rubano» 2mila euro l'anno a testa
Secondo Fisco Oggi, la rivista telematica dell'Agenzia delle entrate.
L'imponibile complessivo che sfugge al fisco è stimabile in 250 miliardi di euro, che darebbero un gettito di 100 miliardi di tasse

sul
Corriere della Sera

ROMA - Gli evasori fiscali sottraggono circa 2 mila euro all'anno a ciascun cittadino italiano: dal pensionato al neonato. L'imponibile complessivo che sfugge al controllo del fisco è stimabile in 250 miliardi di euro all'anno. «In questi giorni di polemiche intorno, pro e contro la Finanziaria», scrive Massimo A. Conte su Fisco Oggi, «la stima dell'ammontare complessivo dell'evasione fiscale fa rimanere a bocca aperta. La cifra che più frequentemente viene tuttora accreditata è 200 miliardi di euro annui.

EVASIONE PARI A SPESA SANITARIA - «La Banca Mondiale pubblicò uno studio secondo il quale l'imponibile sconosciuto al fisco italiano poteva raggiungere i 300 miliardi di euro all'anno», spiega Fisco Oggi. «A ciò occorre aggiungere le pratiche evasive ed elusive di chi conduce una regolare attività, ma non perde occasione per pagare meno tasse di quante dovute. Facciamo una via di mezzo e stabiliamo che si tratta di 250 miliardi», che «potrebbero dare un gettito di circa 100 miliardi ogni anno. Siamo al 6-7% del Pil, quasi l'equivalente della spesa sanitaria nazionale. Ipotizzando, per comodità di calcolo, che noi italiani siamo 50 milioni: ogni anno dalle nostre tasche gli evasori sfilano 2 mila euro a testa».


Linux day 2006 in Italia
È la festa del pinguino
Si celebra domani in oltre 100 città italiane la festa del sistema operativo gratuito e libero. In prima fila: enti, scuole e università
Francesco Caccavella su
la Repubblica

LINUX celebra la sua festa. L'appuntamento, per la sesta volta in Italia, è fissato per il 28 ottobre in oltre 100 città italiane. Un giorno intero per mostrare che cosa è e come può essere utilizzato il sistema operativo open source, gratuito e alternativo a Microsoft Windows. Da Udine ad Agrigento, tutti coloro che hanno voglia di saperne di più sul sistema del pinguino o che vorranno farsene installare una copia sul proprio computer, potranno rivolgersi ai Lug (Linux user group) della propria città e assistere a seminari, installazioni guidate e dibattiti.

La festa non è però dedicata al solo sistema operativo. Vero fine delle manifestazioni è la divulgazione dei principi che regolano lo sviluppo del software libero, il modello di progettazione di applicazioni che offre a tutti la libertà di modificarne parti per adattarlo alla propria volontà. Chi usa software libero sa cosa usa, perché può prendere visione del codice con cui è stato costruito il programma, e spesso non deve pagare nulla, perché libera è la sua distribuzione. Enti statali, scuole, università da tempo ne hanno sperimentato la bontà e adesso ne predicano la divulgazione.

Non a caso sono proprio enti, scuole e università che mettono a disposizione i luoghi dove gli interessati potranno recarsi per partecipare alla festa del pinguino. A Roma il Linux day è patrocinato dall'università "La Sapienza" e dal Comune, a Trento dalla provincia e dal comune, a Foggia e in decine di altre località lo stesso. L'ingresso, in tutti i casi, è libero e aperto a chiunque ed è gradita, come recita un manifesto fra i tanti, la "creatività".



Vodafone sfida Telecom: numero fisso sui telefonini
Alberto Annicchiarico su
Il Sole 24 Ore

Vodafone al contrattacco, con una bomba al napalm sganciata esattamente il giorno dopo il cda dell'arrocco Telecom, che ha imboccato di nuovo con decisione la strada della convergenza. Dopo avere lanciato in maggio Vodafone Casa Zero, opzione che consente di chiamare numeri fissi con il cellulare da casa al costo di rete fissa e che in sei mesi ha conquistato poco meno di 400 mila clienti, la filiale italiana del colosso britannico della telefonia ha aumentato la potenza di fuoco presentando Vodafone Casa Numero Fisso, un servizio che nei progetti del top management dovrebbe rappresentare «la spallata» decisiva al dominio Telecom.

In sintesi: prenotandosi da subito, già ai primi dell'anno si potrà dire addio all'ex monopolista portando il numero di casa sul cellulare. In questo modo il telefonino diventerà l'unico telefono personale e si comporterà come un super cordless entro alcuni isolati dalla propria abitazione - l'area corrispondente alla "cella" del servizio mobile, che in campagna è anche più estesa - ricevendo come se fosse in tutto e per tutto (sul piano tariffario e anche per chi chiama) un numero fisso. Non appena fuori dallo spazio di casa il telefono tornerà a comportarsi da vero e proprio cellulare ma porterà con sé anche il numero di casa, ricevendo attraverso trasferimenti di chiamata a pagamento, segreteria telefonica o un sms di avviso gratuito. Altra chicca: la portabilità del fisso sarà condivisibile con un'altro apparecchio mobile, anche se non consentirà una funzione walkie-talkie. Infine, occorrerà avere già o acquistare ex novo una carta Sim Vodafone, ma non un nuovo telefonino. Un'offerta analoga è disponibile anche per la clientela business ed è dedicata a professionisti e micro-aziende.

Le tariffe. Si parte con un'offerta di lancio gratuita e due mesi di canone Telecom rimborsato per chi prenota la portabilità del numero di casa in un negozio Vodafone. A regime il canone sarà di 9,99 euro mensili per 1500 minuti verso i fissi; con in più la banda larga si arriverà a 40 euro al mese (canone flat) o a 1,5 euro all'ora a consumo. Alternative a questa le altre condizioni dei pacchetti Vodafone Casa Internet, che consente di avere anche una connessione Umts da 1,8-3,6 Megabit al secondo (Mbps) da 19,99 euro al mese, e Vodafone Casa Fastweb (dopo la firma della partnership con l'operatore milanese della banda larga), che prevede oltre alla linea di casa anche una linea Adsl fino a 20 Mbps, più utile a chi vuole anche contenuti video da Internet e non solo posta elettronica e navigazione. Il pacchetto Fastweb prevede una tariffa ricaricabile da 9,99 euro al mese e una flat da 49,99.



  27 ottobre 2006