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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 26 ottobre 2006


Il tramonto del disinformatore
Giuseppe D´Avanzo su
la Repubblica

Buone notizie. Diranno che il governo salva ancora Nicolò Pollari. Diranno che l´opposizione del segreto di Stato sul "caso Abu Omar" proteggerà ancora il Capo delle spie dal processo di Milano lasciandolo al suo posto. Lo diranno, certo, ma la realtà è un´altra. Con ogni probabilità, ieri è stata l´ultima giornata inquinata dalla disinformazione con cui il direttore dell´intelligence politico-militare, e il suo trasversale network politico-mediatico, ha avvelenato la vita pubblica italiana da cinque anni a questa parte.
Presto - secondo alcuni, prima di Natale; secondo altri, addirittura in novembre - Nicolò Pollari sarà sostituito al vertice del Sismi. Il governo ha deciso di accelerare i tempi vincolando la sua sostituzione a un disegno di legge che, come già previsto dal programma dell´Ulivo, dovrebbe radicalmente riformare, dopo 29 anni, l´organizzazione, le competenze e la "missione" dei nostri servizi segreti. Esplicitamente il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per i servizi, Enrico Micheli, lo ha annunciato alla commissione di controllo parlamentare (Copaco) più o meno con queste parole: «Sono un uomo di azienda e so che le organizzazioni complesse devono rinnovarsi perché il rinnovamento giova all´efficienza». Prodi, i due vicepresidenti D´Alema e Rutelli, i ministri dell´Interno e della Difesa, Amato e Parisi, hanno deciso di rompere ogni indugio. Di spezzare lo scudo oscuro, misterioso, indefinibile, che ancora proteggeva il Capo delle spie amatissimo dall´establishment politico. Ogni cosa consigliava la rimozione di Nicolò Pollari. Nel migliore dei casi, per incapacità. Nel corso del tempo, degli sprovveduti truffatori gli hanno cucinato sotto gli occhi le false rivelazioni che accusavano, per Telekom Serbjia, Prodi, Fassino e Dini e non si è accorto di nulla. Tre pitocchi - e qualcuno del Sismi - gli hanno confezionato a due passi dai suoi uffici i documenti falsi che svelavano, dopo l´11 settembre, il riarmo nucleare di Saddam e nulla ha subodorato. Due dozzine di agenti della Cia se ne andavano per Milano sequestrando un egiziano protetto dall´asilo politico e nulla ha intuito, saputo, capito. Per lo meno un incapace, si è detto. Sicuramente Nicolò Pollari è parso essere anche infedele quando si è scoperto l´Ufficio di Manipolazione e Disinformazione di via Nazionale. Suo "ritiro" segreto, personale e privatissimo. In quelle stanze raccoglieva i dossier sensibili e illegali. Su politici, magistrati, giornalisti, uomini di governo. Metteva a punto misteriosi «programmi di neutralizzazione» di associazioni legittime (come l´Associazione nazionale magistrati) «ostili» al governo Berlusconi allora in carica. Combinava dossier fasulli contro Romano Prodi, pubblicati poi da giornalisti a libro paga del servizio (la legge vieta all´intelligence di ingaggiarli). A petto di queste pagine nere – nemmeno da Pollari pubblicamente contestate – il governo e il premier prendevano incomprensibilmente tempo. Formalmente, per proteggere l´operatività e la credibilità interna e internazionale di un delicato apparato destinato al salvaguardare la sicurezza nazionale. Argomento di passo corto, di corto respiro.
La catena di comando del Sismi oggi è o paralizzata o del tutto screditata. Questo non vuol dire che, come ha detto anche ieri al Copaco Micheli, il Sismi non abbia - soprattutto in Nord-Africa e in Medio Oriente - una "rete" che gli addetti giudicano «efficiente». Ma non sono gli uomini sul campo quelli che contano. Conta Roma. Palazzo Barracchini. Forte Braschi. E qui, come ha ammesso il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con un prudente eufemismo, «i problemi organizzativi sono molto seri». In realtà, la scena svelata dalle indagini della procura di Milano è disastrosa.



Spiati Romano Prodi e la moglie
Alle Finanze 128 indagati
Dossier Sismi sui nemici di Berlusconi
Sommari de
l'Unità

Il presidente del Consiglio Romano Prodi e sua moglie, Flavia Franzoni sono stati oggetto di accessi abusivi per controllare la loro posizione tributaria 128 volte. Della vicenda si sta occupando la Procura di Milano, che tre settimane fa ha ricevuto una denuncia del ministero dell'Economia. Intanto si apprende che il Sismi aveva raccolto numerosi dossier su avversari di Berlusconi.


Tutte le bugie di Tremonti
Stefano Fascina su
l'Unità

In questi giorni di dibattiti sulla legge finanziaria, l'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, è onnipresente sui media per darci lezioni di finanza pubblica, di risanamento finanziario, di liberalizzazioni, insomma di buon governo. A sentirlo parlare e a leggere le sue risposte sembra che il governo di cui era pilastro ha lasciato in eredità al centrosinistra un bilancio pubblico sostanzialmente in ordine, un ventaglio di ottime riforme strutturali, prosperità. Che chutzpah direbbero gli americani, prendendo in prestito dallo yiddish il vocabolo adatto a descrivere tanta sfrontatezza.
La realtà è ben diversa. Di seguito, si contrappongono ad alcune fantasiose ricostruzioni dell'ex ministro (tratte dal suo «Incontro Digitale» con i lettori del Corriere della Sera) i fatti.

1. Tremonti: «I conti vanno meglio di quanto detto in campagna elettorale». Falso. I conti pubblici italiani vanno come previsto in campagna elettorale. In assenza di interventi, il disavanzo nel 2007 sarebbe stato pari al 4,3 percento del Pil, il saldo primario sarebbe stato quasi nullo ed il debito pubblico sarebbe cresciuto per il terzo anno consecutivo, portandosi a ridosso del 108 percento del Pil. In sintesi, senza la «manovrina» di inizio luglio e le misure contenute nel disegno di Legge Finanziaria ora in discussione in Parlamento, l'Italia avrebbe clamorosamente mancato gli obbiettivi sottoscritti dal governo Berlusconi nel Programma di Stabilità del dicembre 2005. Il miglior andamento delle entrate, registratosi in modo significativo a partire da maggio dell'anno in corso (guarda caso mese di insediamento del governo Prodi e di radicale svolta nelle politiche antievasione), non ha nulla a che vedere con le misure volute dal ministro Tremonti.

2.Tremonti: «Se uno va a vedere dentro al provvedimento (l'insieme delle misure della Finanziaria in discussione, ndr), nota che quanto è necessario per mettere a posto i conti è 15 miliardi di euro». Falso. 15 miliardi sono necessari a correggere l'andamento tendenziale, ossia a legislazione vigente. Ma, l'andamento tendenziale costruito da Tremonti prevedeva l'assenza di risorse per il funzionamento ordinario di Anas e Ferrovie dello Stato, per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, per i contratti in essere sottoscritti dal ministero della Difesa e da imprese pubbliche. Insomma, oltre 7 miliardi di euro fatti sparire dal deficit per superare la scadenza elettorale. Quindi, a meno di non bloccare le principali reti di trasporto italiane, rinviare oltre il 2009 i rinnovi contrattuali e incorrere in sanzioni penali, la manovra per il 2007 doveva farsi carico di ripristinare dotazioni essenziali per il paese.

3.Tremonti: «Il governo ha cercato di mettere le mani sul Tfr... per i lavoratori ha un solo significato: quei soldi non li rivedranno mai più». Per le imprese, «ciò vuol dire che un'azienda con 49 addetti non assumerà più nessuno in Italia o comprerà una macchina ruba-lavoro». Falso. Per i lavoratori non cambia assolutamente nulla. Non cambiava con la norma contenuta nella versione del Disegno di Legge approvato dal consiglio dei ministri il 29 settembre, non cambia nulla con l'accordo tra governo, sindacati e Confindustria di lunedì scorso: i lavoratori che, scegliendo di non destinare il Tfr ai fondi di previdenza complementare, verseranno la relativa contribuzione all'Inps riceveranno dall'Inps esattamente il trattamento di oggi, sia in termini di importo che in termini di accesso anticipato al maturato da utilizzare per l'acquisto della casa o per le altre spese previste. Per le aziende sopra i 50 addetti, lo 0,6 percento di tutte le aziende italiane, sono state previste misure di compensazione piena: una deduzione fiscale proporzionale all'ammontare di Tfr trasferito all'Inps; l'eliminazione del contributo per la garanzia del Tfr (pari allo 0,2 percento del monte retributivo); l'esonero dal pagamento degli «oneri impropri» (ossia i contributi per maternità, malattia e disoccupazione a carico del datore di lavoro) pari allo 0,19 percento delle retribuzioni lorde. Nota a margine: per il «liberal-liberista» Tremonti, gli investimenti innovativi sono «ruba-lavoro», non la via maestra per accrescere la produttività e la competitività, aumentare la produzione e, quindi, l'occupazione. La demagogia, qui, sconfina nella più scadente propaganda luddista.

4.Tremonti: «Noi abbiamo fatto importanti riforme per il contenimento della spesa pubblica, come la riforma delle pensioni, per esempio, considerata in Europa la migliore insieme a Svezia e Austria». Falso. Dal 2001 al 2005, la spesa pubblica corrente, al netto degli esborsi per pagare gli interessi sul debito pubblico, è aumentata di 2,6 punti percentuali in termini di Pil, tornado ai livelli del 1993, azzerando così i faticosi miglioramenti realizzati dai governi di centrosinistra negli anni '90. Inoltre, la riforma delle pensioni considerata la migliore in Europa non è quella che ha portato al brutale ed iniquo innalzamento dell'età per l'accesso alla pensione di anzianità (il cosiddetto «scalone» del 2008), ma quella fatta nel 1995 dal governo Dini con l'accordo di sindacati e Confindustria: è l'introduzione del metodo contributivo che ci ha posto all'avanguardia in Europa e ci ha consentito di ridimensionare l'impatto sui conti pubblici dell'invecchiamento della popolazione.

5.Tremonti: La via scelta da Visco per combattere l'evasione fiscale è sbagliata, «ci ha portato dal '96 al 2000 ad avere il record dell'evasione in Italia». Falso. Dal 1996 al 2001, le riforme fiscali e l'efficacia dei controlli amministrativi hanno portato ad una significativa riduzione dell'evasione fiscale. Sono i dati ad evidenziarlo: tra il 1998 e il 2001 l'eliminazione di 24 imposte e la riduzione di contributi sociali avrebbe dovuto determinare una caduta di gettito per oltre 4 punti percentuali di Pil. Il gettito è, invece, rimasto costante intorno al 42 percento del Pil. In altri termini, si sono recuperate risorse facendo pagare meno i contribuenti in regola, ma facendo pagare di più quanti evadevano. Esattamente il contrario di quanto avvenuto nella stagione dei condoni voluti dal centrodestra.

6.Tremonti: «Per contrastare l'evasione bisogna migliorare gli studi di settore, instaurare un rapporto di fiducia con il contribuente e soprattutto abbassare le aliquote». Vero. Il governo nel Disegno di Legge Finanziaria appena presentato ha previsto misure per migliorare gli studi di settore e per semplificare i rapporti con i contribuenti. Inoltre, ha preso l'impegno politico a destinare le maggiori risorse recuperate dalla lotta all'evasione a riduzione di aliquote. Tuttavia, una domanda viene naturale: perché il brillante professore nella sua lunga esperienza di governo non ha messo in atto i consigli che ora dispensa con tanta sicumera? Dov'è stato seduto negli ultimi 5 anni, sulla poltrona di Quintino Sella o sui banchi dell'opposizione? Perché non ha dimostrato di credere veramente, non solo a chiacchere, alla favolistica reaganiana che «aliquote più basse hanno portato entrate più alte»?
La risposta è semplice, ma impossibile da dire per il maggior condonatore della storia nazionale: abbassare le aliquote porta maggiori entrate solo se accompagnato da un'efficace contrasto all'evasione.
Si potrebbe andare oltre. È lunga la lista delle falsità ribadite con disinvoltura nella propaganda del centrodestra. Ma forse i pochi esempi citati possono bastare per capire la qualità di una parte, purtroppo rappresentativa, della classe dirigente del paese.


Le mille università dalle facili cattedre
Mario Pirani su
la Repubblica

La proclamazione dello sciopero negli atenei contro la Finanziaria ha qualche giustificazione ma rientra anche in un vecchio copione che ha sempre visto le organizzazioni sindacali svegliarsi quando sono in gioco gli aspetti economici e le garanzie di carriera dei docenti e, per contro, acconciarsi comodamente di fronte alle devastazioni introdotte, sulla scia delle riforme di centrosinistra e di centrodestra, a scapito della qualità degli studi.
Cercherò di spiegarmi con alcuni esempi partendo proprio dalle questioni economiche e, in primo luogo, dagli stipendi che, nel caso dei docenti universitari, sulla scia dei magistrati e degli alti ufficiali delle Forze armate, hanno fin qui goduto, a differenza di tutte le altre categorie, di una specie di scala mobile automatica, in base alla quale gli emolumenti vengono ogni anno allineati all´aumento dell´inflazione. La Finanziaria di quest´anno prevede, invece, uno stanziamento bastevole solo per un adeguamento ridotto.
E´ senz´altro spiacevole ma bisogna anche rassegnarsi a una condivisione dei sacrifici, imposti dal dissesto del bilancio.

Malcontento ragionevole ma non certo tale da giustificare gli sproloqui sul «killeraggio contro l´università e la ricerca» denunciato dai sindacalisti della categoria. Gli stessi che non hanno mosso un dito di fronte alla dissennata proliferazione degli atenei, passati negli ultimi sette anni da 41 ad 80, e all´altrettanto improvvida, continua, apertura di sedi periferiche.
Si è in tal modo permessa una moltiplicazione perversa, speculare a un abbassamento del livello degli studi, la cosiddetta "liceizzazione", con rispetto parlando dei vecchi ed ottimi licei di gentiliana memoria. Oltre allo spreco e dispersione degli investimenti si è assistito, propiziata dall´insana teoria della scuola come azienda, alla nascita a getto continuo di università private, peraltro quasi sempre riconosciute dal ministero e spesso sovvenzionate dal pubblico erario e dagli enti locali.
Di questo passo si arriverà ad un ateneo o a una sua succursale per ogni provincia, vedi, ad esempio, la Sicilia dove troviamo ormai una sede universitaria, oltre che a Palermo, Catania e Messina, anche a Trapani, Modica, Taormina, Ragusa, Siracusa, Caltagirone e, da ultimo, Enna. O in Calabria, dove, a fronte di due milioni di abitanti, oltre a quella di Arcavacata che doveva essere l´unica, ne sono sorte due a Reggio (una pubblica e una privata per stranieri), una a Catanzaro e recentemente una a Villa San Giovanni, il cui fondatore, nominato rettore per acclamazione, l´ha intitolata al suo omonimo nonno, Francesco Ranieri, dotandola altresì di un albergo per ospitare (naturalmente a pagamento) professori e allievi. Infine si possono leggere recenti annunci pubblicitari della Università della Sibaritide a Rossano (Cosenza), che fa capo telematicamente alla S. Pio V di Roma (da non confondere con quella dei Legionari di Cristo), assieme alle altre succursali di Benevento, Foggia, Napoli, Agropoli, Catania, Brescia, cui si aggiungeranno presto Cosenza e Palmi.

L´elenco delle cattedre cui si può accedere nelle neonate università per meriti politici potrebbe allungarsi ma a destare ammirativo stupore è il sistema di nomine «facili» che evitano il duro e lungo corso accademico, proprio delle vecchie sedi storiche, con il vantaggio, però, che, una volta in cattedra e riconosciuti idonei, i neo professori possono, se trovano i giusti sponsor, essere "chiamati" anche in sedi più prestigiose, al pari di chi si è formato in lunghi anni di studi, ricerche e insegnamento.

Ma il peggio è, comunque, avvenuto durante la passata gestione governativa, quando, nonostante l´impegno bipartisan dei politici locali e degli altri maggiorenti preposti al sostentamento, le università di fresca nascita non sempre sono riuscite di per sé, a raggiungere un numero di iscritti tale da realizzare il profitto atteso.
L´ostacolo è stato, peraltro, superato con una interpretazione davvero geniale della madre di tutte le riforme. quella sulla autonomia didattica, introdotta dal primo centro sinistra, il cui Regolamento (decreto del 3/11/1999), all´art. 5, stabilisce la possibilità per lo studente di acquisire i crediti formativi «con il superamento dell´esame o di altra forma di verifica del profitto». Spiegherò, per chi non ne sia al corrente, che i vecchi esami col voto sono stati da allora profondamente modificati con la introduzione dei "crediti", per cui, assieme al voto, ad ogni esame, a seconda dell´importanza e del tempo di studio presunto, vengono corrisposti da 4 fino a 10 crediti. Un anno di studio implica convenzionalmente 60 crediti. Ne consegue che la laurea triennale comporta 180 crediti e quella biennale di specializzazione 120.
Tutto chiaro, con una postilla (art. 5 comma 7): «Le università possono riconoscere come crediti formativi...conoscenze e abilità professionali certificate.... nonché altre conoscenze e abilità maturate in attività formative... ». Dunque, visto che si possono conseguire crediti anche senza sostenere esami, le università (prima quelle private, poi, per perversa concorrenza, anche quelle pubbliche) non hanno trovato di meglio per gonfiare le iscrizioni, che raggiungere delle convenzioni collettive con ministeri, enti di vario genere, associazioni di categoria, ordini professionali, ecc. Queste convenzioni con una specie di discount pubblicitario – paghi uno e prendi due – garantiscono a migliaia di dipendenti non dotati di titolo accademico, la possibilità di conseguire agevolmente una laurea, accreditando una valanga di crediti, già al momento dell´iscrizione, sulla base della presunta «attività» svolta nella precedente vita lavorativa. Particolare sconforto tra i dipendenti pubblici regolarmente laureati hanno destato le convenzioni con i ministeri, accompagnate da una tale supervalutazione (anche 120!), dei crediti formativi da permettere agli aspiranti di conseguire la laurea dopo pochissimi esami, scelti tra i più facili. In tal modo si è aperta la strada ai dipendenti di fascia B – nerbo dei sindacati del pubblico impiego – di passare alla fascia C, propedeutica alla dirigenza. Una "conquista" pagata inoltre dallo Stato che copre le spese di formazione dei dipendenti in questione, nonché permette loro di "studiare" nell´orario di lavoro.
Per effetto, inoltre, dei "danni collaterali" l´erario, nei bilanci futuri, dovrà erogare stipendi assai più alti per la progressione di carriera, insita nella laurea conseguita, nonché riempire gli organici rimasti vuoti di segretarie, impiegati d´ordine, sottufficiali di Ps e quant´altro. Chi vuol saperne di più cerchi in proposito su internet (http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E1067071,00.html) la straordinaria puntata di Report, "Regalo di laurea", curata dalle bravissime Milena Gabanelli e Giovanna Boursier la cui visione mi ha indotto a questo approfondimento.
Da ultimo, peraltro, qualche felice intoppo alla devastazione delle università italiane è sopravvenuto con l´ascesa a ministro di Fabio Mussi, il quale, dopo aver denunciato «il casino degli atenei», tra i suoi primi atti ha cancellato il riconoscimento pubblico alla "Ranieri" e a cinque atenei telematici, nonché imposto il limite di 60 ai «crediti» regalati all´atto dell´iscrizione "convenzionata". Resta da chiedersi perché non li ha ridotti a proporzioni minime, con accertamenti davvero severi e selettivi sui crediti residuali concessi. Se la sua cautela è stata ispirata dall´opportunità di non dispiacere troppo ai sindacati anche il giudizio positivo sul suo avvìo ministeriale va, quanto meno, dimezzato.


Tanti straordinari e poca paga
La funambolica vita dei collaboratori
Lavorano anche fino a 45 ore a settimana. Nel settore privato il 63% dei lavoratori con contratti atipici rimane al lavoro per più di 38 ore a settimana. Stagisti e tirocinanti più di tutti. Due collaboratori su tre nella stessa azienda da oltre due anni.
Federico Pace su
la Repubblica

La loro è una vita da funamboli. Tutta trascorsa, passo dopo passo, sopra l'esile filo del contratto a tempo che li difende dallo spazio vuoto che s'apre sotto di loro. Una vita “a tempo” pervasa dal timore di non riuscire ad arrivare dall'altra parte del filo. Così gli atipici vivono nelle aziende come se dovessero sempre dimostrare, ogni giorno, quel che valgono. Tanto che negli uffici rimangono sempre più tempo. Volenti o nolenti. Molti di loro possono arrivare a lavorare 45 ore per ciascuna settimana del loro impiego “a tempo”.

Sono questi alcuni dei risultati dell'indagine “Il lavoro para-subordinato a rischio di precarietà in Italia” dell'Ires (Istituto di ricerche economiche e sociali) che ha analizzato le condizioni di lavoro, i percorsi e le prospettive dei lavoratori e delle lavoratrici con contratto di collaborazione. La ricerca è stata presentata oggi a Roma in occasione dell'uscita del 1° Rapporto dell'Osservatorio permanente sul lavoro atipico in Italia ("I parasubordinati nel 2005. Analisi dei dati Inps gestione separata".)
Nel dedalo del contratto di collaborazione ci sono finiti un po' di tutti. I traduttori, gli psicologi e i giornalisti. I geometri, i tecnici informatici e i webmaster. Ma anche, e soprattutto, gli operatori di call center, gli stagisti e i borsisti. Comunque sia, sta il fatto che tutti loro, spesso, hanno davvero poco dei collaboratori autonomi. Piuttosto sembrano avere molte delle caratteristiche dei dipendenti.
Otto su dieci svolgono un lavoro per un solo committente. Soprattutto se hanno un contratto di lavoro a progetto o un co.co.co. nel pubblico. Due su collaboratori su tre lavorano nella stessa azienda da oltre due anni. Questi elementi, dicono gli autori dell'indagine, “alludono a una dipendenza di fatto, almeno di natura economica, confermata dal fatto che, anche dal punto di vista dell'organizzazione del lavoro, pressoché tutti i collaboratori intervistati hanno un rapporto di quasi dipendenza.” L'80% lavora presso la sede del committente, il 77% deve garantire un presenza quotidiana e il 71 per cento deve rispettare un orario di lavoro.
Il tutto senza una paga commisurata agli sforzi e con poche certezze riguardo le prospettive future. Il 31% di questa categoria di lavoratori guadagna meno di 800 euro netti al mese e un altro 26 per cento arriva a guadagnare mensilmente una cifra compresa tra 800 e mille euro.

Ma non solo. Le condizioni economiche e l'incertezza relativa ai percorsi e alle prospettive professionali sembrano avere un diretto impatto sulla possibilità di dare vita a un progetto familiare: il 51,2 per cento di chi ha più di 35 anni non ha figli e accade all'82% di tutti i collaboratori senza distinzioni di età.



Crumiro dorato
Maria Novella Oppo su
l'Unità

HA FATTO BENE Bruno Vespa ad andare in onda nonostante lo sciopero dei giornalisti: mica poteva lasciare scoperto un tema decisivo come quello dell'Isola dei famosi, al quale peraltro vengono dedicate ore e ore di informazione quotidiana da parte di Raidue. D'altra parte, il minimo che possiamo pretendere da lui è che sia affezionato al lavoro, visto che è il giornalista più pagato coi nostri soldi. E, parlando di primati, vale la pena di citare una singolare notizia data dal Tg5, pur nel formato ridotto imposto dallo sciopero. Nonostante il momento complicato per il Paese e la categoria, non è stata tralasciata l'occasione di lisciare il pelo (sintetico) a Berlusconi, rendendo noto che sarebbe il 26° uomo più affascinante del pianeta, almeno secondo la graduatoria votata dagli utenti del sito internet Usa AskMen.com. Tra i punti di merito del padrone di Mediaset ci sarebbe quello di essere l'uomo più ricco d'Italia e di raccontare barzellette. Per giustizia, a questo punto, Bruno Vespa sarà insignito del titolo di crumiro più ricco del mondo.


«Europa e Turchia? Rischi di un trauma»
Intervista al presidente della Commissione dell'Unione Europea
Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera
http://www.corriere.it

BRUXELLES — Le «offese» di Putin a Italia e Spagna? «Prodi e Zapatero erano presenti e non hanno detto nulla. Forse non erano così gravi». Il velo e l'Islam? «Occorre equilibrio. Ma una maestra che si presenta ai bambini con il viso completamente velato non si comporta in modo ragionevole per la nostra società». La Russia, l'Islam, la «questione energia», ma anche la Costituzione europea, i negoziati con la Turchia (che «vanno male»): il presidente della Commissione, il portoghese José Manuel Durão Barroso disegna la mappa in vista di una stagione chiave per il rilancio dell'Unione europea.
Presidente Barroso, in diversi Paesi europei si sta sviluppando un intenso dibattito sul velo indossato dalle donne islamiche. L'ex ministro inglese Straw ha detto che se una signora entrasse nel suo ufficio con il volto completamente velato, le chiederebbe di scoprirsi. Lei non si è mai espresso. Che ne pensa?
«Se posso, vorrei prima fare una premessa. Trovo sbagliato l'atteggiamento di chi considera l'Islam come una specie di "Alien" rispetto alla civiltà europea. È vero, le principali fonti della nostra cultura sono la stagione classica greco-romana, il giudeo-cristianesimo, l'illuminismo. Ma anche il mondo islamico ha avuto un ruolo importante, basti pensare a filosofi come Averroé...».
La sta prendendo alla larga...
«Non voglio sfuggire alla domanda. Desidero solo sottolineare quanto l'Europa sia più complessa di quanto alcuni mostrano di pensare e quindi quanto sia fondamentale il dialogo con l'Islam, specie quello europeo, basato sul rispetto reciproco. Poi è chiaro che ci vuole equilibrio. Io sono contrario a una legge che dica: questo si può indossare, questo no. Ma ci sono cose di buon senso. Faccio un esempio: una maestra che si presenta agli allievi con il viso completamente velato non fa una cosa ragionevole nella nostra società. E in generale, se una persona vuole comunicare non può presentarsi con un velo che copra tutta la faccia, tranne una piccola fessura per gli occhi. È chiaro che è un ostacolo».
Quindi?
«Questa è materia che riguarda i singoli Stati. Da parte mia osservo che occorre promuovere un atteggiamento di buon senso, di ragionevolezza e non lasciare spazio agli estremismi da un lato e dall'altro. Noi, lo ripeto, non possiamo guardare ai musulmani europei come se fossero dei marziani, ma anche chi arriva nei nostri Paesi deve fare qualcosa per integrarsi nella società. Come sempre "in medio stat virtus". Eredità classica romana».
Cambiamo tema. Il Consiglio europeo della settimana scorsa avrebbe dovuto segnare l'avvicinamento tra Russia e Ue sul tema strategico dell'energia. Invece ha dimostrato una volta di più quanto sia difficile trattare con Putin...
«Un momento, non condivido la premessa così dubitativa. Il vertice di Lahti è stato un passaggio importante. Innanzitutto ha chiarito ai Paesi europei che è necessario assumere una posizione comune sull'energia se si vuole ottenere qualcosa dagli interlocutori. Penso che la Russia abbia bisogno di noi, tanto e forse più di quanto noi abbiamo bisogno di loro».
È bastato sollevare il problema dei diritti umani, accennare all'assassinio della giornalista Anna Politkovskaya e Putin si è scatenato. Ha detto che la Spagna è piena di sindaci corrotti, che la parola mafia è nata in Italia. Nessun leader europeo ha replicato. Lei che ne pensa?
«Il presidente Putin si esprime con uno stile non convenzionale. Risponde alle obiezioni in modo molto aperto. Nel corso della cena ha fatto, diciamo così, alcune osservazioni su diversi Paesi europei. Noi possiamo interpretare queste considerazioni come un modo di sottolineare da parte sua: guardate tutti noi abbiamo dei problemi. Se poi quelle notazioni specifiche fossero o meno appropriate lo possono giudicare, meglio di me, il presidente del Consiglio italiano e il primo ministro spagnolo. Venerdì scorso c'erano tutti e due, ma non hanno replicato. Questo, forse, significa che non hanno trovato niente di così grave nel discorso spontaneo di Putin».

A proposito di democrazia, a che punto sono le riforme in Turchia? La Commissione presenterà presto un rapporto sullo stato dei negoziati per l'ingresso di Ankara nella Ue.
«Mi dispiace dirlo, ma le cose vanno male. Siamo in un momento molto critico. Le riforme in Turchia procedono con grande lentezza e, a tutt'oggi, non vedo i progressi che mi sarei aspettato. Speriamo che la presidenza finlandese riesca a evitare uno stop traumatico delle trattative. Ma, sinceramente, sono preoccupato».

Siamo quasi alla fine e ancora non abbiamo parlato di Costituzione europea. Significa che non c'è più niente da dire?
«No. Al contrario. La Commissione proporrà al momento opportuno il suo contributo, una soluzione di sintesi tra le tante idee che stanno girando. Il Trattato costituzionale è necessario se l'Unione europea vuole fronteggiare le cinque sfide mondiali: clima, energia, terrorismo, emigrazione, concorrenza dei Paesi emergenti. Ma c'è anche un aspetto psicologico: lo stop alla Costituzione ha proiettato un'ombra di scetticismo sul progetto europeo, che ora dobbiamo fugare».


Cinesi in coda. Per comprare azioni
Contadini e «colletti bianchi»: milioni di piccoli risparmiatori corrono ad acquistare una porzione della più grande collocazione della Storia
Fabio Cavalera sul Corriere della Sera

PECHINO — Ed ecco il borghese piccolo-piccolo. In coda. Una lunga coda. Con gli sceicchi arabi, con la famiglia reale saudita. Con le banche d'affari europee e americane. Il neoborghese che lavora in azienda, apre il conto, si compera la casa, si compera la macchina, che mette via un po' di soldi e cerca il modo migliore per farli rendere. Non lo aveva detto Deng Xiaoping? «Arricchirsi è giusto».
Eccolo, allora, il piccolo risparmiatore cinese che si lascia alle spalle una vita trascorsa ad accumulare una banconota dietro l'altra come una silenziosa formichina e scommette alla roulette finanziaria. Quella di domani, venerdì, sarà una data da ricordare per il piccolo risparmiatore della Cina. E forse lo sarà anche per chi si occupa di seguire le tracce dello sviluppo e del benessere nel gigante asiatico. Una rivoluzione di costume e di economia.
Va in scena un terremoto di Borsa, un terremoto mondiale, che coinvolge molti soggetti ma il più importante è proprio lui l'uomo qualunque della strada, il colletto bianco, il dirigente, o il professore, o il commerciante, l'anello più debole della lunga catena dell'investimento. La «Industrial & Commercial Bank», l'istituto di credito numero uno in Cina, privatizza una parte del suo capitale e offre al pubblico il venti per cento circa delle azioni che lo rappresentano. Non è la tipologia dell'operazione in sé che richiama tante attenzioni. Le «Ipo» (collocamento di azioni sul mercato nell'acronimo inglese:
Initial Public Offering) non hanno la caratteristica della novità, in Cina. Ma, piuttosto, sono il contenuto, la dimensione e i protagonisti dell'evento a raccontarci lo scombussolamento che sta per avvenire. Il teatro è diviso fra due palcoscenici, Shanghai e Hong Kong, e la rappresentazione avverrà contemporaneamente sulle due piazze. Mai accaduto fino ad oggi.
Lo possiamo descrivere come un banchetto dalle dimensioni pressoché infinite, il ricevimento più ricco della storia. Ad apparecchiare la tavola e a distribuire gli inviti è questa Icbc (l'acronimo della Banca) che ha appena concluso una cura dimagrante ma che mantiene 18 mila sportelli, 360 mila dipendenti e un utile di gestione (fonte Wall Street) di 21,7 miliardi dollari, attività complessive per 890 miliardi di dollari che è la metà del prodotto interno lordo di uno dei qualsiasi Paesi europei più avanzati.

Domani la Industrial & Commercial Bank mette sul mercato al prezzo di 39 centesimi di dollari un pacchetto complessivo di titoli pari a una somma che sarà di 21,9 miliardi di dollari. Ben poco rispetto alla domanda che ne è stata presentata. E qui entrano in gioco gli invitati al banchetto.
Non possono mancare gli investitori strategici e istituzionali ai quali viene riservata un bella fetta del fantastico buffet. Ci sono i tycoon di Hong Kong, i supermiliardari della ex colonia inglese, proprietari di imperi che raggruppano interessi nella finanza, nella edilizia, nella industria e nello spettacolo; ci sono le compagnie di assicurazione cinese (China Life Group e China Life Insurance) e ci sono pure le banche d'affari europee e americane; ci sono, a testimoniare quali siano la curiosità e gli appetiti che la Cina stimola in ogni parte del mondo, gli sceicchi arabi, gli gnomi del petrolio, le compagnie di Stato del Kuwait, del Qatar e la famiglia reale saudita.
E poi sono arrivati loro, in fila indiana, tanti e agguerriti. I piccoli investitori. Quei cinesi di classe media che sono cresciuti con il tarlo del risparmio per garantire ai figli un futuro di studio e una copertura sanitaria al riparo dai rischi. Hanno conti in banca che crescono e sentono il desiderio di cimentarsi nel risiko di Borsa. Sono loro che hanno dato una bella spinta alla offerta pubblica di azioni della Icbc con una domanda che ha superato di 49 volte l'importo che era stato riservato al piccolo risparmiatore di «madrepatria». Tutti insieme grandi e piccoli risparmiatori hanno messo sul tavolo una cifra di 500 miliardi di dollari, che sarebbe come parlare di un quasi un terzo del prodotto interno lordo italiano.



  26 ottobre 2006