
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 25 ottobre 2006

apertura de il Manifesto
«Se continua così a metà del secolo avremo bisogno di un'altra Terra». Il rapporto annuale del Wwf sullo stato del mondo lancia nuovamente il sempre inascoltato allarme: «Consumiamo il doppio di quanto il nostro pianeta può sostenere». Acqua, foreste e terreni fertili in esaurimento. Stati Uniti, nord Europa e Canada sono i principali responsabili del saccheggio ambientale.
Pianeti
Jena su La Stampa
Quando gli hanno comunicato la drammatica notizia che nel 2050 la Terra non basterà più e l'umanità avrà bisogno di un altro pianeta per sopravvivere, Berlusconi non ha fatto una piega: «Il mio lo sto già arredando».
Riforme subito
Ezio Mauro su la Repubblica
Non era dunque un complotto ma semplicemente una cattiva politica l´ombra che si allungava dietro il governo, oscurando una buona partenza e interrompendo la luna di miele postelettorale. È importante che Romano Prodi lo abbia capito, cercando di raddrizzare un´agenda governativa allo sbando dal caso Rovati in poi: salvo che per le cifre di saldo della Finanziaria, che fotografano esattamente il gap del Paese davanti all´Europa, dopo il quinquennio berlusconiano.
Ma le cifre da sole non fanno una politica, e lo sta scoprendo anche il ministro Padoa-Schioppa. Quando Ciampi ricorda che bisogna indicare al Paese una missione, nel momento in cui si chiedono sacrifici, intende dire che lo spazio della politica per fortuna non sta tutto nel rapporto tra deficit e pil. Mentre i parametri di Maastricht in quanto tali sono ciechi e sordi, perché non si pongono il problema del consenso, e vanno resi vivi dall´indicazione di un percorso, di una meta, di una posta in gioco per coinvolgere i cittadini in un´avventura collettiva condivisa. Soprattutto in momenti di emergenza, o di pesante difficoltà.
Se nonostante la necessità oggettiva del risanamento la Finanziaria è diventata nel Paese senso comune negativo, vuol dire che proprio questo è mancato: un significato politico. Si è data l´impressione di un´approssimazione tecnica, corretta più volte in corso d´opera, e di una rigidità ideologica, fotografata dai manifesti di Rifondazione sui ricchi che devono piangere. È per questo che il centrosinistra è andato al potere in Italia? O piuttosto per recuperare un rapporto corretto tra le istituzioni e la politica, dopo gli sfondamenti della destra, risanare i conti e riavviare una crescita che corregga le disuguaglianze più profonde?
Diciamo chiaramente che la cultura di un centrosinistra moderno fatica a stare dentro il perimetro fiscale di questa Finanziaria. Ecco perché è necessario passare subito alla fase-2, quella delle riforme, mettendo mano al sistema previdenziale e alle liberalizzazioni che il Paese ha già dimostrato di appoggiare, stanco com´è di incrostazioni corporative, di rendite di posizione e di arroganze monopoliste. Le riforme, se avviate subito, possono recuperare un significato compiuto anche alla Finanziaria, dentro un disegno più ampio, possono dare un orizzonte alla coalizione e un timone al governo. Altrimenti, la politica si riduce al fisco. Troppo poco, soprattutto per un Partito Democratico che non scoprirà d´incanto un´idea del Paese e una politica riformista il giorno della sua nascita: ma deve costruirle entrambe oggi, senza perdere altro tempo.
Bertinotti, bagarre alla Camera "I vinti di ieri sono vincitori oggi"
La commemorazione del presidente: "Fu una rivoluzione democratica, l´Urss ha una colpa storica". La destra applaude. I Comunisti: "Strumentalizzazioni"
Francesco Bei su la Repubblica
ROMA - Dopo cinquant´anni può capitare che un presidente «comunista» della Camera si alzi in piedi in Aula per celebrare «la rivoluzione nazionale e democratica d´Ungheria». E capita che riceva le lodi dei post-fascisti e la rampogna dei comunisti italiani, che lo invitano a «lasciare alla storia il giudizio» sulla rivolta del '56.
Dopo aver deposto una corona di fiori sulla tomba di Imre Nagy a Budapest, ieri mattina a Montecitorio Fausto Bertinotti ha celebrato i morti d´Ungheria rivolgendosi in modo solenne ai deputati: «In quest´aula - ha esordito - ci dividono analisi e giudizi politici sul '900, ma tutto questo non deve impedirci di condividere la verità storica di quegli avvenimenti». Una verità che Bertinotti condensa facendo propria la definizione di Nagy di «una rivoluzione nazionale e democratica». «La repressione da parte dell´Unione Sovietica - scandisce il presidente della Camera - si è macchiata di una grave e indelebile colpa storica: ha distrutto la speranza di una riforma democratica, ha calpestato i diritti di un popolo e i diritti della persona». Bertinotti ne trae «una lezione che vale per l´oggi e per il domani: il potere non può essere difeso, per nessuna ragione, senza e contro il consenso popolare». Il discorso del presidente si conclude con un omaggio agli insorti: «I vinti di ieri sono i vincitori di oggi». Gli ex missini si spellano le mani. La Russa dichiara che «le parole di Bertinotti sono oggi esattamente le mie». Giorgia Meloni considera addirittura «storiche» le parole del presidente della Camera. Forza e Italia e Lega non condividono tuttavia l´entusiasmo di An. Stefania Craxi si rivolge indignata a Bertinotti: «Il suo sarebbe stato un gesto politicamente significativo se avesse detto che avevano ragione Craxi e Nenni!». Un altro forzista, Sergio Pizzolante, urla «l´avete ammazzato voi Nagy» e viene ripreso dallo stesso La Russa: «Troppo tardi questa indignazione, troppo tardi». Anche il leghista Bricolo non va per il sottile: «L´unica cosa che possiamo dire a Rifondazione, ai comunisti italiani e ai Ds è vergognatevi, vergognatevi della vostra storia». Lo scontro prosegue condito da «vergognati tu!, «nazista», «nazista sarai tu!», «foibe, foibe». Ma è quando prende la parola il comunista italiano Pino Sgobio che l´atmosfera si fa più tesa. «Nessuna lezione di democrazia può venire da chi affonda le sue radici nel fascismo - dice il capogruppo del Pdci - il ricordo dei fatti d´Ungheria non può essere strumentalizzato dagli eredi degli assassini di Gramsci e Matteotti». Sgobio se la prende, pur senza citarlo, con Bertinotti, lamenta la «strumentalizzazione politica» dell´anniversario e relativizza la repressione sovietica: «I fatti d´Ungheria vanno collocati in quegli anni di guerra fredda, dove purtroppo si uccideva a Suez, in Grecia, in Corea, in Vietnam, drammi dove il socialismo e il comunismo c´entrano poco». E´ la Margherita allora a difendere Bertinotti: «Sorprende - osserva Renzo Lusetti - l´ostinazione dei comunisti italiani nel non voler capire che veramente la storia ha dato ragione ai vinti di allora».
L'eredità
Tommaso Di Francesco su il Manifesto
Parafrasando l'editoriale «Praga è sola» della rivista il manifesto del 1969 che costò all'intero gruppo che l'aveva promossa la radiazione dal Pci, oggi possiamo dire che l'Est non suscita più vera emozione.
Così nel disastro di una Ungheria che dopo 50 anni si ritrova divisa tra cerimonie ufficiali senza popolo e neofascisti in piazza, senza più lo spirito unitario di quella decisiva rivolta, facilmente leggiamo il riproporsi di quella tragedia in farsa. Ma non vediamo che questa parodia ormai ci precipita addosso. Così il movimento Jobbik, con la solidarietà della nostrana Forza nuova, sventola a Budapest bandiere con il buco in mezzo come se esistessero ancora simboli ufficiali del comunismo, e l'estrema destra italiana presidia l'ambasciata ungherese evocando «i carri armati dell'Urss». Mentre un fragile potere, quello del governo Gyurcsany costretto alla menzogna per sopravvivere, celebra lontano dalla gente che o chiede le sue dimissioni, o reclama il vecchio regime o, peggio, sceglie di non sapere preferendo il vuoto di un consumismo per altro impossibile.
L'Est non fa notizia. Che importa se il nuovo potere è mutuato dal vecchio, riciclato con le privatizzazioni nei nuovi padroni delle aziende di stato. Se l'autoritarismo forte del nazionalismo alla Putin o della religione, come in Polonia, ha preso il posto di una ideologia - in senso marxiano: falsa coscienza - autoritaria e gerarchica. Che importa se a Praga ieri nelle elezioni comunali ha votato solo il 30%. Non sono nate società civili ma piccole patrie xenofobe e «cristiane», e tante mafie, pronte alle guerre etniche intestine come alle avventure dell'Occidente imperiale. Nel vuoto c'è l'omologazione delle coscienze. Che si estende e ci pervade come un abisso.
E invece dovremmo riconoscere che questo abisso ci riguarda. Di più. Che noi, che ancora pensiamo possibile e necessaria una società di liberi ed eguali, ne siamo responsabili. Il silenzio di Togliatti alla lettera del comunista Imre Nagy - che pure chiedeva soccorso per non sbagliare - corrispose sciaguratamente al suo consenso epistolare alla repressione del Patto di Varsavia. I carri armati che reprimevano i consigli degli operai e degli studenti ungheresi altro non erano che l'anticipazione sanguinosa dei tank che avrebbero cancellato la Primavera di Praga tredici anni dopo. Ha poco senso sottolineare l'inevitabilità degli accadimenti perché il mondo «era diviso in due blocchi» come anche, giustamente, il contesto storico dei massacri occidentali in Grecia, Medioriente (crisi di Suez) e Asia. L'accettazione di questa categoria fu devastante non solo a est ma anche in Occidente. Non ne trassero certo vantaggio i comunisti greci abbandonati da Stalin, né i popoli del Terzo mondo costretti a rimandare e a corrompere i processi di liberazione dal colonialismo. Non ne trasse vantaggio la classe operaia occidentale sempre più inscritta nella logica regressiva, produttiva e nazionale, dei vari capitalismi europei. Mentre proprio sulla rivolta di Budapest si era levata alta la voce della Cgil: «Il progresso sociale e la costruzione di una società nella quale il lavoro umano sia liberato dallo sfruttamento capitalistico, sono possibili soltanto con il consenso e con la partecipazione attiva della classe operaia e delle masse popolari, garanzia della più ampia affermazione dei diritti di libertà...».
Dobbiamo sentire il peso di questa responsabilità. E' colpa nostra. Perché più rinunciamo a chiamarci in causa per la tabula rasa che c'è a Est, più rinunciamo qui e ora a proporre i contenuti di un cambiamento profondo della politica, della sua rappresentanza, del modo di vivere, produrre e amare per tutta l'umanità ma a partire da noi. Contribuendo così solo alla profondità dell'abisso di società ora appese ad un pericoloso limbo senza memoria.
I salmi di Pansa finiscono in Pera
Bruno Gravagnuolo su l'Unità
Tormentone Pansa. Continua il tormentone Pansa sui media, e si impennano gli indici di ascolto anche grazie a quella decina di imbecilli che sono andati a Reggio Emilia a fare una chiassata a maggior gloria dell'autore. Ottimi davvero questi «antifascisti», alcuni dei quali dal cranio rasato. Che hanno urlazzato slogan esaltando gli omicidi del «triangolo rosso». Per poi andarsene in pullmino Mercedes, dopo aver fatto il bel lavoro. Così il Pansa Fracassa e suoi fan possono dire: «Visto che la Grande Bugia colpisce ancora? Visto cos'è l'antifascismo e quali mostri genera?». Miglior ufficio stampa non gli potevan regalare gli imbecilli. Oscurando il fatto che son stati proprio i vecchi partigiani a Reggio - quelli che «rognano» - a difendere il diritto di Pansa a dire le sue cose. E coprendo la materia vera del contendere. Ad esempio che la Grande Bugia è quella di Pansa. Quando descrive l'antifascismo come un'ideologia ottusa, vendicativa, egemone, settaria, criptostalinista, doppia, censoria e da sempre refrattaria ad ammettere alcune elementari verità: minorità armata dei resistenti, «zona grigia», ruolo determinante degli Alleati nella Liberazione etc, etc. E però tutto questo armamentario di accuse è stato nient'altro che il vecchio giochino polemico dell'Italia moderata e qualunquista. Lungo l'intero dopoguerra! Giochino che Pansa riesuma per narcisistica libido vittimista, autoconvintosi di dover giocare un ruolo salvifico e riparatorio pro veritate. Finché in Pansa tutti i salmi finiscono in Pera. E cioè: basta con l'antifascismo come cultura civica e patriottismo della Costituzione. Quello di cui parlava Ciampi per intendersi. Bravo, ben scavato vecchio Pansa! Ti sei reso conto dove sei finito?
Le scuse a Montanari. Ovviamente resta il tema degli omicidi partigiani dopo il 1945. E Pansa lo pone, con chiavi storiche sbagliate e in modo distorsivo. Ma ne scrivemmo a iosa. E resta pure che quando il comunista Otello Montanari lo rilanciò nel 1990, Pansa scrisse che era «un fesso d'oro». Uno che faceva un piacere a Craxi... Già, Montanari aspetta ancora le scuse.
BONSAI
Idee sconsiderate
Sebastiano Messina su la Repubblica
Pare che ai burocrati della Regione Sicilia non sia piaciuto l´articolo di Attilio Bolzoni ("Repubblica" di lunedì) sui loro stipendi d´oro. E si capisce. Era meglio se la cosa restava riservata. Che bisogno c´era, di far sapere in Continente che a Palermo c´è un uomo di rispetto che da solo riceve quanto basterebbe per mantenere cento famiglie? Rotta l´omertà, adesso lo sanno tutti.
E questo non è un bene, per la Regione Sicilia. Perché adesso qualcuno che non si fa i fatti suoi si chiederà come mai questa terra che ha la disoccupazione giovanile più alta d´Italia distribuisca stipendi superiori a quelli degli amministratori del Credit Suisse. Come mai, in quest´isola dove il reddito pro-capite si allontana ogni giorno di più da quello nazionale, la Regione paghi ai suoi fortunati dipendenti uno stipendio annuo di 230 mila euro a testa. Come mai i tre quarti dei 21 miliardi di euro che lo Stato consegna alla Regione Sicilia se ne vadano per pagare questi stipendi così generosi. E a qualche sconsiderato potrebbe persino venire l´dea di fare un esperimento, magari una tantum: prendere quei 21 miliardi e distribuirli equamente a tutti i siciliani, 21 mila euro a famiglia e non se ne parli più. Ma gli direbbero di no. Purtroppo.
Evasioni barbariche
Elio Veltri su l'Unità
Il Consiglio d'Europa dà l'ultimatum all'Italia sui tempi dei processi e concede 6 mesi per adottare le riforme necessarie perché diventino «ragionevoli», decenti e civili, dal momento che un processo, civile o penale che dura 10 anni assicura solo ingiustizia. Il Consiglio era intervenuto altre volte ma i governi italiani hanno fatto orecchi da mercante. Infatti, fino al 2004, poi ho perduto il conto, l'Europa ci accusava di avere disatteso 2424 sentenze Ue, che rappresentano i due terzi delle 3500 che la Corte Europea di Strasburgo ha comminato fino a quella data, e che nel solo anno 2002 sono state 325, delle quali 289 riguardavano la durata dei processi e i danni che la giustizia ha provocato ai cittadini italiani.
Il problema riguarda anche il fisco e i processi tributari. L'unità ha scritto che l'evasione fiscale è di 200 miliardi di euro all'anno. Questa è l'evasione «normale», dei gioiellieri fra i quali, se se ne trova uno che denuncia 40 mila euro gli fanno festa e i telegiornali trasmettono le sue dichiarazioni quasi fosse un eroe nazionale; dei medici, degli avvocati, dei commercialisti, dei negozianti, degli imprenditori ecc. Evasione che dovrebbe essere anche piuttosto facile perseguire se solo lo Stato si impegnasse un po' e che comunque è più del doppio della media europea. Ma ad essa va aggiunta tutta l'evasione dell'economia e della finanza illegale e criminale. L'economia sommersa è valutata dall'Ocse e da numerosi istituti di ricerca tra il 25 e il 30% della ricchezza nazionale e se è sommersa significa che evade tasse e contributi. Nel 2004 l'ex ministro Maroni in una intervista al Corriere della Sera del mese di agosto, la valutava 400 miliardi di euro all'anno. Ad essa va aggiunta l'evasione da esportazione illecita dei capitali. Dei 360 miliardi di euro esportati, circa 100 sono rientrati, anche se non fisicamene, con lo scudo fiscale di Tremonti e hanno pagato il 2,5%, cioè niente. Se avessero pagato come gli altri contribuenti che hanno investito i loro soldi in Italia quanto sarebbe entrato nelle casse dello Stato?
Poi c'è l'evasione di quanti, singoli e società pagano, anzi, non pagano nei paradisi fiscali. A questo proposito, sarebbe così grave e difficile approvare una leggina per sancire il divieto di costituire società quotate in borsa nei paradisi fiscali? La Sark, che è uno scoglio della Manica, di proprietà della Corona inglese, quindi fuori controllo anche per i ministri dell'Ecofin e per i funzionari del Gafi, organismo che si occupa di riciclaggio, con 500 abitanti, ufficialmente contadini, ospita 11 mila società delle quali alcune migliaia banche e le altre, assicurazioni e società finanziarie. A questa montagna di evasione è necessario aggiungere quella del fatturato delle mafie, circa 80 miliardi di euro anno e quella dei patrimoni mafiosi il cui valore è stimato circa 1000 miliardi di euro.
A proposito di questi ultimi, è tanto difficile approvare una legge che preveda l'inversione dell'onere della prova, per favorirne la confisca in tempi brevi, metterli sul mercato come patrimonio dello Stato, con una bella operazione di cartolarizzazione? Finora con le cartolarizzazioni sono stati svenduti i patrimoni dello Stato. Perché non vendere i patrimoni delle mafie? È vero che Machiavelli nel Principe scrive che «Li uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio» e che per i mafiosi il Fiorentino aveva visto giusto, ma non dovremmo provarci lo stesso?
Infine sarebbe opportuno, riprendendo l'intimazione del Consiglio di Europa, occuparsi anche dei tempi del processo tributario. I ricorsi dei contribuenti nell'80% dei casi vengono accolti dopo tre gradi di giudizio e tra quanto aveva accertato la Guardia di Fianza e quanto incassa lo Stato la forbice è enorme. La revisione dei tre gradi di giudizio costituirebbe il primo passo di una risposta positiva all'Europa per affrontare, successivamente, anche impugnazioni e tempi del processo penale e civile. Tutti sappiamo che fare la lotta all'evasione in Italia non è come andare a un «pranzo di gala», ma le Riforme serie, mi ha insegnato Riccardo Lombardi, sono tali se favoriscono i più e colpiscono i privilegi di una minoranza.
"Il mio primo desiderio dopo la F1?
Andrò a nuotare con le balene"
Intervista al campione tedesco dopo l'addio alle corse: 15 anni in pista
la Ferrari, i rivali, ma soprattutto la famiglia e la vita privata
Fredrik AF Petersens su la Repubblica
Questa intervista ha avuto inizio in Austria, nel 1998. Eddie Irvine all'improvviso ebbe dei problemi con i freni durante la corsa e Michael Schumacher lo sorpassò per il terzo posto. Chiesi a Schumi spiegazioni in merito, ma non ricevendo risposta mi allontanai per fare una telefonata. Avvertii poi una mano su una spalla. Mi voltai e Michael mi chiese di non scrivere nulla su quanto era accaduto. Io acconsentii a una condizione: avere la sua prima intervista faccia a faccia quando si sarebbe ritirato dalle corse. Lui disse che la cosa gli stava bene. Un paio di anni fa gli ho ricordato la promessa, e l'ho fatto ancora un'altra volta a Monza. Michael ha ammesso di essersene dimenticato, ha detto che talvolta tende a dimenticare le cose. Ma ha rispettato la parola data e in Brasile ci siamo seduti a fare due chiacchiere.
Michael l'ho osservata nel paddock di Interlagos, nel giro di un secondo è stato circondato da telecamere e fotografi: si ha l'impressione di capire per quale ragione ha deciso di ritirarsi. A me sembra che le dia davvero sui nervi.
"Non sono sicuro che sia così. Forse è un po' esagerato. Fa parte del lavoro. D'altra parte ho trovato abbastanza divertente vedere come la gente cammina sui piedi altrui e sgomita pur di scattare una fotografia".
A Monza ha detto che una delle ragioni per le quali si ritira è che non è sicuro che potrà sempre avere l'eccezionale quantità di energia che serve per correre al top. Nei 15 anni trascorsi in F1 non hai mai avuto un incidente grave, se si esclude quello di Silverstone nel 1999, quando si ruppe una gamba. La paura ha avuto un ruolo nella decisione? Come avvenne a James Hunt nel GP di Monaco nel 1979, quando fermò la macchina dicendo di avere paura...
"No, non sono né più né meno impaurito di quanto fossi all'inizio della mia carriera. Chiaramente, c'è sempre un momento in cui si avverte un po' di paura. Ma quando ci si siede in macchina non ci si pensa".
Ora avrà molto tempo libero. Nessun calendario deciderà il suo tempo durante la giornata. Qual è il primo lusso, chiamiamolo così, che intende concedersi?
"Fare tutto quello che non ho mai avuto occasione di fare in precedenza. Sarà un lusso disporre del mio tempo".
Ha un sogno particolare?
"Sì, ho sempre voluto immergermi e nuotare accanto alle balene. Finora non ne ho mai avuto il tempo per una ragione molto semplice: mi trovavo sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato. Le balene erano sempre altrove. A seconda di che stagione è, loro sono sempre in un posto ben preciso. Adesso avrò tutto il tempo di viaggiare per andare dove si trovano loro".
Lei fa molta beneficenza ed è impegnato nel sociale, ma non vuol mai parlare di questo. Si tratta di qualcosa a cui vuoi dedicare maggior tempo, cercando di non essere inseguito dalla stampa?
"Non direi inseguito: al contrario, per questi progetti occorre proprio collaborare con i media e sarei lieto se si interessassero a questo. Si otterrebbe maggiore copertura per i differenti progetti. Finora ho sempre avuto poco tempo libero e come può capire volevo trascorrerlo quanto più possibile con la mia famiglia. Ora avrò più tempo a disposizione per dedicarmi ai vari progetti".
Non è ancora andato in pensione e già c'è chi comincia a scommettere che all'inizio del prossimo anno sarà lei a collaudare la nuova Ferrari. Scommetterebbe contro questa possibilità?
"In questo momento sì".
E le congetture secondo le quali correrebbe nella Dtm in Germania?
"Perché dovrei farlo? Per ora, comunque, posso rispondere a questa domanda soltanto così. Niki Lauda è tornato a correre in Formula 1. Mika Häkkinen guida nella Dtm, ma tutto ciò accaduto dopo un po' di tempo. Non posso dire con sicurezza che cosa farò tra due o tre anni".
Il suo team manager alla Ferrari, Jean Todt, in passato era stato un copilota di rally e questo lo ha aiutato a diventare un ottimo team manager di successo. Potrebbe essere un esempio da seguire?
"Non ho mai avuto alcun modello, né la necessità di averlo".
Ripensando alla sua vita, quali pensa siano stati i momenti migliori e i peggiori?
"La nascita dei miei figli. Il giorno in cui Corinna ed io siamo diventati una coppia, il primo titolo di campione del mondo con la Benetton nel 1994 e con la Ferrari nel 2000. I momenti peggiori sono stati la morte di mia madre e lo tsunami".
Che cosa pensa della mia teoria secondo la quale in pista è uno dei più grandi egoisti, ma quando scende dall'automobile è un'ottima persona?
"Sono d'accordo. Perché mai dovrei regalare qualcosa a qualcuno quando siamo in pista?"
Questo però significa essere oggetto di forti critiche. Per esempio a Monaco, l'anno scorso, quando ha superato Barrichello e ha cercato di fare la stessa cosa con suo fratello all'ultimo giro. O quando ha fermato la macchina durante i giri di qualificazione a Monaco quest'anno: gli altri piloti non le hanno proprio fatto i complimenti...
"A essere onesti: se gli altri piloti mi criticano allora significa che ho fatto le cose nel modo giusto".
Ha vissuto un po' di tutto nel corso della tua vita. Non è sorpreso per il modo col quale in Germania è stata accolto il suo annuncio di ritirarsi dalle corse? È diventata una questione di Stato. La notizia al telegiornale è stata data in apertura, prima di importanti notizie di politica.
"Non lo sapevo. Quella sera sono rientrato a casa abbastanza tardi e non ho seguito i telegiornali. E neppure il giorno dopo. Leggere quello che la stampa scrive su di me non proprio è una delle cose alle quali dedico molto tempo della mia giornata".
Tutta la vita della F1 è stata concentrata su di lei. In Germania alcuni suoi fan dicono che la F1 è morta. Nel Gp del Brasile le Bmw avevano tutte lo stesso messaggio sull'alettone posteriore: "Grazie, Michael".
"È chiaro, ci sono persone alle quali dispiace che io me ne vada, ma sono convinto che molto presto troveranno un altro idolo".
E' stato al centro dell'interesse generale per molto tempo. In passato ha detto che l'unico posto nel quale può andare in vacanza sono gli Stati Uniti perché lì nessuno la conosce. Davvero crede di poter tornare ad essere una persona qualunque?
"Non proprio domani, ma prima o poi succederà.
Quando sarò vecchio, brizzolato e grasso..."
Sarà questo il suo desiderio più grande?
"Desiderio? Ho una vita stupenda, sono felice e non mi occorrono altri desideri. Ovviamente sarò felice quando un giorno, in futuro, su di me ci sarà meno attenzione ".
Ha spesso detto che sua moglie Corinna l'ha sempre lasciato libero di decidere il suo futuro di pilota. Come è andata questa volta?
"Come al solito: Corinna non cerca di persuadermi a fare qualcosa. Al contrario: mi mette nelle condizioni di poter prendere la decisione giusta e alla fine la prendiamo sempre insieme. Nessuno di noi due dice all'altro quello che deve fare".
Che cosa farà quando tra sei settimane cominceranno le prove della nuova stagione?
"Penso che i bambini saranno in vacanza e insieme ce ne andremo da qualche parte. Vorrei anche potermi occupare di qualche faccenda personale alla quale non ho potuto dedicarmi prima per mancanza di tempo".
Sua figlia va a cavallo e suo figlio gioca a hockey. Giocherà insieme a lui?
"No, non sarei di grande aiuto. Ma lo andrò a vedere quando gioca".
C'è qualcosa che rimpiange?
"Certo, ma la canzone che preferisco è "My Way" (A modo mio). A proposito: so cantare abbastanza bene. Nelle parole delle canzoni ci sono molte cose vere e forse la musica diventerà parte della mia vita".
Quando è arrivato alla Ferrari, nel 1996, c'erano molti problemi. In sala stampa un giornalista svizzero accettava scommesse sul giro in cui si sarebbe ritirato.
"Scoppiai a ridere quando l'ho saputo. Del resto non era tanto divertente essere il protagonista di quella scommessa".
25 ottobre 2006
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