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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 23 ottobre 2006


"In Iraq siamo stati stupidi"
mea culpa Usa su Al Jazeera
L'uomo della Rice per il Medio Oriente ammette alla tv "arroganza".
Sulla stampa emergono nuovi scandali che toccano da vicino Bush.
Alberto Flores D'Arcais su
la Repubblica

NEW YORK - In Iraq gli Stati Uniti hanno mostrato "arroganza e stupidità". A dirlo non è uno dei critici (sempre più numerosi) della guerra iniziata nel marzo 2003 per abbattere il regime di Saddam Hussein ma uno dei diplomatici americani che meglio conoscono la situazione nel paese del Golfo. Alberto Fernandez - un cubano-americano (è nato all'Avana) di famiglia anticastrista che arrivò negli Stati Uniti quando aveva poco più di un anno - è stato chiamato nel luglio 2005 dal Segretario di Stato Condoleezza Rice a dirigere il Bureau of Near Eastern Affairs del Dipartimento di Stato, l'ufficio che si occupa di tutto il Medio Oriente. Fino a quella data era stato a capo dell'Office of Iraq Affairs e nel passato ha lavorato a lungo in Kuwait, Egitto, Siria, Giordania.

Oltre all'inglese (e allo spagnolo) parla fluentemente l'arabo e due giorni fa ha rilasciato un'intervista alla rete televisiva Al Jazeera: "Noi abbiamo cercato di fare il nostro meglio (in Iraq), ma penso che ci sia molto spazio per critiche perché, senza dubbio, c'è stata arroganza e stupidità da parte degli Stati Uniti". Parole che non potevano che suscitare un vespaio, arrivate nel momento meno opportuno per la Casa Bianca e per il partito repubblicano, che a due settimane dalle elezioni del 7 novembre sono sotto il fuoco dell'offensiva democratica proprio sull'Iraq.

Secondo Al Jazeera - che ha diffuso nella sua versione online in lingua inglese il testo delle dichiarazioni (che Fernandez ha però rilasciato in arabo) - il diplomatico avrebbe anche sostenuto che per fermare le violenze in Iraq l'amministrazione Usa sarebbe disposta a colloqui con tutti i gruppi armati salvo Al Qaeda. Alla tv araba ha replicato il portavoce del Dipartimento di Stato, Sean McCormack, sostenendo che quanto detto da Fernandez "non è stato riportato in modo esatto".

Le ultime due settimane di campagna elettorale si annunciano bollenti. Il Washington Post scopre nuove email compromettenti di Mark Foley, l'ex deputato repubblicano dimessosi per lo "scandalo dei paggetti"; il Los Angeles Times rivela che grazie al programma "No Child Left Behind", lanciato da Bush per aiutare i bambini in difficoltà a scuola, il fratello del presidente (Neil Bush) ha venduto i suoi "portable learning centers" (kit scolastici portatili) a 13 distretti scolastici vendendoli al prezzo di 3800 dollari l'uno grazie ai fondi federali; nei distretti decisivi i due partiti investono gli ultimi soldi di una campagna elettorale costosissima; il Grand Old Party diffonde il suo spot sul terrore (protagonista Osama Bin Laden) e tra i democratici c'è chi mette in guardia contro i facili ottimismi e anche chi inizia a dubitare di una vittoria troppo annunciata.



IL PERSONAGGIO
Il leader abile e brutale che ha conquistato il 70 per cento dei russi
L'Ue spesso nel mirino: non riuscirà a piegarci
Fabrizio Dragosei sul
Corriere della Sera

MOSCA — Vladimir Putin non è tipo da rispondere diplomaticamente a chi lo mette sotto accusa. Anzi, in patria è celebre per le sue uscite dirette, senza fronzoli, a volte brutali. E piace per questo, tanto da poter vantare un «gradimento» inchiodato attorno al settanta per cento da anni. Chi lo conosce è convinto che Putin si sia frenato molto nel rispondere al presidente del Parlamento Europeo che aveva quasi messo la Russia sullo stesso piano dei «peggiori» Paesi produttori ed esportatori di petrolio (Libia? Iran? Nigeria?). Almeno stando a quanto è stato riferito dall'Unità e dal quotidiano spagnolo El País.

Insofferenza per le critiche, soprattutto quelle ricorrenti sul mancato rispetto dei diritti umani in Cecenia, sulla riduzione degli spazi di libertà all'interno del Paese e sull'atteggiamento di «mobbing» nei confronti dei vicini più deboli, quelli che una volta facevano parte dell'Unione Sovietica.
E con gli ex fratelli Putin usa sistemi più crudi. Con la Georgia ce l'ha perché questa ex Repubblica sovietica si sta avvicinando sempre di più all'Occidente, sotto un presidente che ha studiato negli Stati Uniti. Prima ha aumentato drasticamente il prezzo del gas. Poi ha bloccato per presunte ragioni igienico-sanitarie le esportazioni di vino e altri prodotti agricoli.
Adesso sta espellendo (con aerei cargo e non passeggeri) i georgiani trovati a Mosca senza i documenti in regola.

Brusco anche con i suoi. In una riunione con tutto il governo ha così sintetizzato il suo giudizio sul lavoro dei ministri: «Continuiamo ad esaminare progetti su progetti e poi non succede mai un c...». Con l'Europa è lunghissima la lista delle querelle.

La conflittualità è aumentata fortemente da quando l'UE si è allargata adEst, comprendendo Paesi che da decenni hanno un conto da saldare con Mosca. Polonia, Estonia, Lituania e Lettonia hanno unite le loro forze a quelle della Finlandia e della Francia che da sempre sono particolarmente critiche nei confronti della Russia.
Ma il tutto viene vissuto all'interno in chiave nazionalista, come un attacco alla grande madre Russia e non come critiche, magari poco diplomatiche, a comportamenti inaccettabili. E il leader che usa maniere spicce piace, specie se viene dal Kgb. La frase di Putin più famosa in Russia è quella che pronunciò quando era ancora primo ministro. Dopo gli attentati ceceni a Mosca disse che le forze di sicurezza avrebbero inseguito i terroristi ovunque e «li avrebbero eliminati perfino nei cessi».
Il suo essere fuori dalle convenzioni a volte gli crea problemi. Come quando rimase in vacanza durante la crisi del Kursk, il sommergibile che s'inabissò con tutto l'equipaggio, «per non interferire con le operazioni di soccorso». O come in questi giorni, quando sull'omicidio della giornalista Anna Politkovskaya ha avuto un'uscita particolarmente infelice. Si voleva difendere dalle voci che lo indicano quasi come ispiratore dell'attentato. E allora ha spiegato: «È vero che criticava i vertici del potere, ma era assai poco influente sulla vita politica. Era nota solo nei circoli giornalistici, in quelli dei diritti umani e all'estero».


Questa Finanziaria è pasticciata ma non recessiva
Alfredo Recanatesi su
La Stampa

Mancando un progetto politico di legislatura che la maggioranza degli italiani possa condividere e per il quale valga la pena di impegnarsi, la manovra da compiere con la legge finanziaria continua ad essere esposta alle più disparate pressioni. E così continuiamo ad assistere allo spettacolo, nient'affatto edificante, di tasse che appaiono e si spostano, tagli che vengono e vanno, stanziamenti decisi e poi svaniti, esenzioni accordate e poi annullate. Come andrà a finire davvero non si può dire, ma questo non significa che ogni affermazione possa avere diritto di cittadinanza. Una soprattutto va contrastata perché semina zizzania e sfiducia: l'affermazione secondo la quale la manovra complessiva sarebbe recessiva, spegnerebbe sul nascere la ripresa, con tutto quel che ne deriverebbe. Dietro questa affermazione c'è l'assunto, ormai citato come fosse un dogma, che la tassazione è di per sé un ostacolo alla crescita dell'economia; assunto che finisce per essere una argomentazione contro le tasse o addirittura una giustificazione della evasione.

Al di là della fluidità che la manovra ancora presenta (e ci vorranno ancora un paio di mesi prima che solidifichi) la sua fondamentale struttura è definita: 15 miliardi a correzione dei saldi di bilancio e circa 18-20 a copertura di altri impieghi e necessità. Sui 15 miliardi non ci sono sostanziali obiezioni poiché il contenimento del deficit è imposto, tra l'altro, dalle regole europee. La contestazione riguarda il resto.

Quei 18-20 miliardi (conta l'ordine di grandezza perché le cifre esatte si potranno conoscere solo quando la legge uscirà dal Parlamento) sono destinati a finanziare un insieme assai diversificato di interventi sulla gran parte dei quali dovrebbe essere difficile imbastire contestazioni: non si può certo sostenere che abbiano effetti recessivi il finanziamento dei cantieri, gli investimenti nelle ferrovie, la riduzione del cuneo fiscale, i fondi per la ricerca. Al di là dei luoghi comuni sulle amministrazioni pubbliche, dovrebbe essere difficilmente contestabile anche l'accantonamento per il rinnovo del contratto degli statali.

Più che la spesa, la contestazione riguarda la copertura, fatta soprattutto con entrate piuttosto che con tagli di altre spese, e la ripartizione del carico fiscale. L'esperienza ormai di molti anni dovrebbe dimostrare che i tagli alla spesa pubblica in tempi di bassa o nulla crescita economica determinano una stagnazione dei consumi delle fasce di reddito medio basse, ossia quelli nei quali la componente di beni e servizi prodotta all'interno è maggiore. Almeno sotto l'aspetto congiunturale, quindi, una mano più pesante sui tagli avrebbe determinato, questa si, un rischio recessivo.

Nella stessa direzione opera la redistribuzione del carico fiscale. Rimane così individuata una linea di coerenza che punta al sostegno dei redditi medio-bassi che, anche tralasciando le motivazioni di equità sociale, sono quelli per i quali è maggiore la linearità tra l'aumento del potere d'acquisto e la domanda di consumi. Per contro, la decurtazione sui redditi più elevati lascia sostanzialmente invariata la domanda a fronte di una riduzione del risparmio. Ma anche questa riduzione non può avere alcun effetto recessivo dal momento che la ormai pluriennale fiacca degli investimenti non è certo dovuta a carenza nell'offerta di credito, da tassi di interesse elevati o da una borsa restia ad assorbire nuove emissioni di titoli.



L'anomalia massimalista
Finanziaria ed equilibri di maggioranza
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Nella stessa giornata in cui Piero Fassino parlava della necessità di seri correttivi alla Finanziaria e negava che tutto si riducesse a un problema di comunicazione, Romano Prodi, per parte sua, faceva propria, anziché respingerla, la definizione di «classista» (ma nel senso di «giusta», precisava subito) con cui gli oppositori, e anche alcuni della maggioranza, bollano quella stessa Finanziaria. Difficilmente questa dichiarazione del premier sarà in grado di arginare lo scontento che, secondo i sondaggi, si è diffuso nel Paese. In effetti, non sembra proprio che ci siano stati errori di comunicazione. La Finanziaria, criticata da quasi tutti gli economisti che contano, avversata da Confindustria (con le dure parole del suo presidente, Montezemolo) e stigmatizzata dalle società di rating, sembra invece lo specchio fedele dei rapporti di forza interni alla maggioranza. Uno specchio persino troppo fedele. Nel senso che, in genere, non si dà una così meccanica ed esatta corrispondenza fra gli equilibri politici e le scelte di politica pubblica. Ma in questo caso è accaduto.
Per capire la Finanziaria bisogna sempre rammentare che la maggioranza ha un baricentro interno fortemente spostato a sinistra. Fatte le elezioni, lo dissero subito i numeri: a trionfare era stata la sinistra massimalista nelle sue varie anime, mentre la sinistra moderata era rimasta al palo. Se non si parte da qui non si comprende una Finanziaria con più tasse che tagli, in cui le misure per la ridistribuzione — la cosiddetta «equità» — prevalgono nettamente, come dicono anche economisti favorevoli al governo, sulle misure per lo sviluppo.

In periodi di vacche magre, anche i governi di sinistra cercano di puntare più sullo sviluppo che sulla ridistribuzione. Possono permetterselo perché la sinistra estrema conta poco ed essi sono anche in grado di trattare con i sindacati da una posizione di forza.
In Italia le cose vanno diversamente a causa degli equilibri fra moderati e massimalisti. E anche a causa del fatto che un premier senza partito, per durare deve fare ampie concessioni a sinistra estrema e sindacati. A rischiare il collo nel loro rapporto con il Paese (come ha osservato Massimo Franco sul Corriere di ieri), sono le componenti moderate della coalizione. La preoccupazione è palpabile nei discorsi di leader come Fassino o Rutelli, nella loro promessa (o auspicio?) di riforme e liberalizzazioni a breve scadenza.



La Destra della vergogna
Gianfranco Pasquino su
l'Unità

L'armamentario della destra, ovvero quello esibito a Vicenza da Berlusconi, Bossi, Fini, Giovanardi, è il solito. Non lo si può definire classico, ma logoro. Alzare i toni contro i comunisti, delegittimare il governo, criticare il Presidente della Repubblica, fischiare l'inno nazionale, vantare la perdurante durezza del proprio aggeggio personale (che sia una manifestazione di doloroso priapismo?). Le abbiamo già sentite tutte, in momenti diversi. Adesso queste esibizioni muscolari danno un po' di fastidio anche a Pierferdinando Casini, che non partecipa, forse, per stile.
Ma anche per opportunismo, consentendo a Giovanardi di fare la sua bella (pardon, pessima) figura.
La novità è che i sedicenti moderati vanno in piazza, ad «abbaiare», nella valutazione lucida, ma senza incidenza, di Follini, perché non sanno «mordere», ovvero, ancora secondo Casini, vanno a protestare perché, specifico io, non sanno, come vorrebbe lui, proporre.

In una certa misura, è anche legittimo cavalcare lo scontento. Lo sarebbe di più e meglio se quello scontento venisse incanalato in proposte che dimostrino di essere fondate su una visione complessiva di miglioramento del sistema politico ed economico. Invece, le invocazioni di Bossi alle riforme sono una stanca e rituale richiesta priva di contenuti poiché se i contenuti dovessero essere quelli della già bocciata riforma costituzionale, non ci sarebbe proprio nulla da discutere. Impossibile, poi, cominciare qualsiasi discorso in materia con il noto riformatore costituzionale e elettorale Calderoli. Sulle due tematiche centrali del funzionamento e della democraticità di un sistema politico, ovvero la disciplina rigorosa e semplicemente liberale del conflitto di interessi e la regolamentazione dell'imparzialità e del pluralismo del sistema informativo, la destra ha già deciso, con i soliti marginalissimi e ininfluenti distinguo dell'Udc, di fare le barricate, persino andando all'attacco al Presidente Napolitano che si era correttamente limitato a richiamare il nobile e severo Messaggio inviato alle Camere dall'allora Presidente Ciampi.

Se spallata deve esserci, per la destra è importante che avvenga il prima possibile, anche perché farebbe cadere sia la legge sul conflitto di interessi sia quella sul sistema delle comunicazioni. Infine, per Berlusconi personalmente è assolutamente indispensabile che la spallata venga da lui, dall'esaltazione del suo ruolo di leader populista capace di mobilitare e di eccitare la piazza poiché anche la sua leadership è in discussione, e il passare del tempo non la rafforza in nessun modo.
Alla fine quello che si vede e che preoccupa non è tanto la mobilitazione «cammellata» di una piazza di provincia, ma la composizione della destra italiana che rende invidiosi di quasi tutte le destre nelle democrazie europee. Quell'impasto balordo di xenofobia e secessionismo, di brandelli di fascismo e machismo, con un nucleo forte di populismo e poujadismo continuano ad essere un pessimo segnale. Gli anticorpi hanno funzionato nel quinquennio berlusconiano, ma quousque tandem, fino a quando si potrà reggere senza che il centro-sinistra si impegni a fondo non tanto nella costruzione di nuovi partiti quanto nella trasformazione della cultura politica degli italiani? La piazza di Vicenza e le parolacce che vi sono state pronunciate e trucemente recepite inquietano più sulla natura della destra italiana aggressiva e tracotante che sulla sua possibilità di presentarsi come alternativa di governo. Proprio per questo, però, il centro-sinistra farebbe bene a sventare la sfida nelle opere e nei fatti.


Sicilia, il boom degli stipendi d'oro
Burocrate record 1553 euro al giorno. La Regione ha debiti fino al 2022, ma spende come negli "anni felicissimi". Buste paga dai 50mila ai 200mila euro.
Attilio Bolzoni su
la Repubblica

PER agguantare stipendi da favola sono imbattibili. E anche in tempi duri come questi, di manovre finanziarie e di tasse e di tagli, quelli della Regione siciliana fanno sempre bingo. Sono riusciti persino a sfondare il record del mezzo milione di euro, ancora una volta a Palermo si sono mirabilmente superati. In cima alla lista degli uomini d'oro c'è oggi un burocrate che ogni giorno di euro ne intasca 1553. A fine anno ne porterà a casa 567 mila e 300, lordi e comprensivi di tutte le indennità. È un primato assoluto anche nella Sicilia dei suoi califfi.

Ci sono i conti che fanno acqua da tutte le parti, il deficit della Sanità è salito a quasi 1 miliardo e 300 mila, la Regione ha debiti che deve onorare a cambiali sino al 2022 o al 2027, intanto però spende e spande come nei suoi anni "felicissimi". Anzi, di più. Molto di più.

Fino all'ottobre del 2005 la più pagata della burocrazia siciliana era Patrizia Bitetti, quella signora - in pensione dal dicembre scorso - che avrebbe dovuto far quadrare gli sgangherati bilanci di Asl e ospedali. Servizio delegato per un compenso di 480 mila euro. Nel 2006 la Bitetti è stata raggiunta e sorpassata da un fedelissimo del governatore Totò Cuffaro.

Si chiama Felice Crosta l'ultimo favorito dalla sorte, il numero uno dei super stipendiati di quella macchina mangia soldi che è la Regione. E' il direttore generale della neonata Agenzia per le acque e i rifiuti, 120 dipendenti di una struttura voluta e coccolata dal presidente in persona.

Crosta è vicino a Cuffaro da quando lui era assessore all'Agricoltura nel primo governo di centro sinistra a Palazzo d'Orleans: da quel momento i due non si sono mai più separati. Il beneficiario della busta paga al top delle retribuzioni regionali è andato praticamente a sostituire per un incarico - dopo un interregno dello stesso governatore - quell'alto commissario all'"emergenza idrica" nominato dalla Presidenza del Consiglio a cavallo tra il 2000 e il 2001. Era l'ex comandante generale dell'Arma dei carabinieri Roberto Jucci.

Nonostante avesse cominciato a far arrivare più acqua districandosi fra gli interessi e le competenze di 556 enti e consorzi, il generale è stato mandato via dopo quasi un anno. Jucci dormiva in prefettura e aveva accettato la nomina a costo zero.

Solo un rimborso spese. Ci aveva raccontato l'ex comandante, durante i suoi mesi a caccia d'acqua fra le Madonie e le terre arse dell'agrigentino: "Ho una certa età, mangio una volta al giorno e acquisto due vestiti l'anno, quando il governo mi ha chiesto di scendere in Sicilia mi è sembrato corretto non farmi pagare".

Da 0 a 567 mila e 300 euro per il direttore generale che sovrintende alle acque. E fino a 162 milioni di euro per tutti i dirigenti. Un esercito: alla Regione sono 2220. Nei giorni scorsi qualcuno, a Palermo, ha esaminato alcune tabelle e poi ha confrontato i numeri della Regione Lombardia e quelli della Regione Sicilia. La prima paga i suoi dirigenti poco più di 19 milioni di euro, la seconda arriva appunto a 162. Quasi nove volte di più. A Milano c'è in Regione un dirigente ogni 60 dipendenti, a Palermo un dirigente ogni 6 dipendenti e un capoufficio ogni 2. Sono le performance dell'Anonima che spadroneggia alla Regione.



Bolzano prima in ecologia
su
Il Sole 24 Ore

Poche auto, efficiente monitoraggio dell'aria, abusivismo edilizio quasi inesistente, politiche che favoriscono il risparmio energetico: sono alcune delle voci grazie alle quali Bolzano si guadagna il titolo della più "ecosostenibile" fra i 103 capoluoghi di provincia.
A "incoronarla" con la migliore media è il risultato finale del rapporto Ecosistema urbano 2007 realizzato da Legambiente e Il Sole 24 Ore del lunedì, giunto alla 13 edizione e pubblicato oggi in allegato. Bolzano è seguita dalla vincitrice dello scorso anno (Mantova), in una top ten dove appaiono quasi esclusivamente città del Nord, mentre la parte bassa della classifica è occupata da rappresentanti del Sud e del Centro: ultime l'Aquila (penalizzata dalla carenza di informazioni fornite) e Taranto (area che soffre di una pressione ambientale fortissima).
Ma più del voto complessivo, sono i singoli fotogrammi della "pellicola"della ricerca a raccontare lo stato di salute delle città: l'analisi ha infatti preso in considerazione oltre 125mila dati riconducibili a 25 indicatori, raggruppabili in sette grandi tematiche (circolazione, aria, rifiuti, energia, acqua, verde, politiche pubbliche e imprenditoriali). Così si scopre,per esempio,che Massa è prima per il verde pro capite fruibile, mentre Pisa vince per qualità dell'aria. In generale però — evidenzia il rapporto — le politiche messe in atto per migliorare la vivibilità urbana sono ancora insufficienti: smog, traffico e rifiuti restano un male comune

FOCUS AMBIENTE / I testi del rapporto del Sole 24 Ore



La musica nell'anima: l'iPod ha cinque anni
Toni De Marchi su
l'Unità

«Da oggi, ascoltare la musica non sarà più la stessa cosa». Cinque anni fa, oggi, quando Steve Jobs pronunciò queste parole presentando uno strano oggetto chiamato iPod, sembrò il solito marketing hype che il capo di Apple sa usare come pochi altri. Nessuno lo prese davvero sul serio. Anzi, il gruppazzo di esegeti della Mela con gli occhi incollati da giorni sui siti di indiscrezioni, reagì con un certo fastidio alla novità.

Era solo un altro lettore mp3. Un altro, perché Apple non arrivava certo prima su questo mercato, relativamente fresco ma già affollato di prodotti. La musica digitale non era nata il giorno prima, e persino la sua incarnazione più recente, quella resa possibile dal formato mp3, stava ormai avvicinandosi ai dieci anni di vita.

Eppure la musica portatile digitale restava anonima, un´estensione aggiornata del walkman, un po´ più pratica ma, tutto sommato, non molto diversa. Cinque anni fa c´era ancora gente che girava con i lettori di cd portatili e trovava che fosse perfettamente normale. Non parliamo di chi ancora si portava dietro i walkman a nastro.

Anche il walkman, come l´iPod, è associato indissolubilmente a chi lo creò, Sony, e come per l´iPod, l´accoglienza fu al più scettica. Scrive Tom Hornby sul sito Orchard che i critici dell´epoca facevano notare come i lettori di cassette portatili di maggior successo - perché anche il lettore Sony non fu il primo - avevano venduto al massimo 15mila unità. I giapponesi produssero inizialmente 30mila walkman. Li vendettero in un mese e in dieci anni ne misero sul mercato 50 milioni.

Non c´è dubbio che la generazione di Steve Jobs abbia impattato direttamente con quest´oggetto. Una generazione per la quale la musica era molto, moltissimo come riconosce lo stesso Jobs in una recentissima ed inusuale intervista a Newsweek. «Sono stato molto fortunato a crescere in un tempo in cui la musica contava davvero – dice il fondatore della Apple a Steven Levy – Non si trattava di qualcosa che stava in sottofondo, per un´intera generazione è stata qualcosa di davvero importante. Qualcosa che ha cambiato il mondo. Penso che la musica avesse perso un po´ di importanza e l´iPod ha aiutato a riportarla nella vita della gente in maniera davvero significativa».

Eppure, l´iPod non era nulla di straordinariamente nuovo quando apparve. Almeno dal punto di vista strettamente concettuale, era un banale riproduttore di musica digitale. La taiwanese Creative stava sul mercato con un prodotto analogo già molti mesi prima di quel 23 ottobre 2001. E anche le tecnologie dentro il primo iPod non erano in maggior parte farina del sacco di Cupertino.

Ora, senza voler dare l´idea di essere troppo relativista il che potrebbe dispiacere al Papa tedesco e al suo amico Marcello Pera, a essere pignoli neppure Adamo era qualcosa di assolutamente nuovo quando mise il naso fuori dal Paradiso terrestre. Erano quasi tutte tecnologie già note. Ma alle quali mancava, diciamo così, l´anima.

Anche l´iPod ha qualcosa in più, qualcosa che nessuno degli altri ha e che spiega perché in cinque anni ne siano stati venduti 80 milioni, di cui 39 nel solo 2006 e che oggi oltre il 70 per cento del mercato dei lettori digitali sia controllato da Apple.

Il di più è quell´impalpabile leggerezza che lo avvolge e che coinvolge chi lo usa. L´essenzialità assoluta delle forme, soprattutto in quella incarnazione recente che è il Nano, corrisponde alla riduzione estrema dei controlli, dei tastini, delle manopole, degli interruttori. Decine negli altri. Uno solo qui, una rotellina che non gira ma reagisce al tocco. Un solo gesto per tutto, nulla da memorizzare. Il primo momento è di sconcerto: uno cerca il play e il fast forward, l´on e l´off.



  23 ottobre 2006