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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 20 ottobre 2006


Stelle a strisce
apertura de
il Manifesto

Dopo avere firmato le leggi anti-terrorismo che autorizzano tribunali speciali e torture finora proibite, Bush - rivela il Washington Post - promuove la nuova politica Usa per lo spazio che, per rafforzare la «sicurezza interna e internazionale», nega l'accesso a chiunque si riveli «ostile agli interessi americani», minaccia l'uso della forza e respinge ogni accordo sulla limitazione di armi spaziali


Le 10 aree più inquinate al mondo
Tre sono in Russia, ma Chernobyl è solo nona. Luoghi in cui l'aspettativa di vita è simile a quella del medioevo in Europa
Emanuela Di Pasqua sul
Corriere della Sera


NEW YORK (Stati Uniti) – Esistono posti nel mondo che assomigliano a gironi danteschi, luoghi dove è normale che il 90 per cento dei bimbi soffra di asma infantile e dove l'aspettativa di vita è uguale grosso modo a quella che esisteva nel medioevo. Nella classifica redatta dall'associazione ambientalista americana Blacksmith Institute tra i primi 10 di questi posti tre figurano in Russia, uno in Cina, uno in Repubblica Dominicana, India, Kyrgyzistan, Perù, Ucraina e Zambia. La triste classifica considera la natura delle sostanze inquinanti presenti sul territorio e soprattutto la rilevazione di metalli pesanti, che hanno conseguenze a lunga scadenza, sia nell'ambiente che nei corpi umani. Ovviamente queste aree dimenticate sono tutte molto povere e spesso sconosciute: posti di cui non si parla, che non possono nemmeno vantare la triste celebrità di Chernobyl, che si è aggiudicata solo il nono posto.
QUALCHE ESEMPIO – Gli esempi sono vari: si va dalla cinese Linfen,
cuore della regione carbonifera dove la gente soffoca per la polvere, ad Haina, nella Repubblica Dominicana, dove tutto è impregnato di piombo a causa di un impianto (ormai smantellato) di riciclaggio di batterie delle automobili. C'è anche una località che si chiama Ranipet, situata in India, che è il regno del cromo esavalente, per via della presenza di concerie di pellame. Questa sostanza, resa famosa dal film dedicato a Erin Brockovich, provoca tumori e malattie di tipo genetico. Inoltre c'è Dzerzinsk, in Russia, sito di un impianto di armi chimiche dell'era sovietica, e Kabwe, in Zambia, un covo di piombo e cadmio. E altre città ancora, martoriate da fonderie di metalli e miniere.



Problemi Veri Accuse False
Nicola Cacace su
l'Unità

Due società di rating delle tre che contano, Standard&Poor e Fitch, hanno abbassato il giudizio di affidabilità finanziaria dell'Italia (il rating, appunto) mentre la terza, la più autorevole Moody's, non si è mossa, confermando un giudizio di due «notch», due tacche, sopra il rating di S&P e di una tacca sopra quello di Fitch.
Che significa questo? Che le prossime obbligazioni emesse dallo Stato per finanziare il debito pubblico costeranno qualcosa più di prima in interessi.
La decisione non è dunque indolore, ma non va drammatizzata. Non sarebbe la prima volta che queste società sbagliano giudizi o li rivedono anche a scadenze brevi. Questo auspichiamo quando la caotica «sceneggiata» di questa Finanziaria avrà termine. Oggi possiamo solo tentare qualche obiezione che speriamo seria.
La prima riguarda la tempistica. La decisione era temuta ma non attesa, proprio perché le scelte del governo, fatte o annunciate, vanno in direzione di quel rigore richiesto dalla gravità della situazione e che non è stato “diluito” in due anni come da molte parti si chiedeva.

Altre due obiezioni vanno fatte sulle motivazioni che, anche se conosciute solo dalle sintesi dei comunicati stampa qualche commento lo consentono. La prima riguarda la situazione peggiorata del debito pubblico, quasi 106% del Pil e l'azzeramento dell'avanzo primario, quello che serve per pagare gli interessi anno per anno; la seconda riguarda la ripetuta accusa alla Finanziaria di non aver reperito risorse attraverso tagli della spesa pubblica. Se l'avanzo è zero come quello lasciato da Tremonti, il pagamento degli interessi non può che essere fatto a spese del debito che quindi aumenta, come è successo negli ultimi anni.
Secondo Fitch (comunicato Reuters): «L'abbassamento del rating riflette il deterioramento delle finanze pubbliche dell'Italia, che ha visto il debito pubblico salire dal 2004 e l'avanzo primario calare bruscamente». Queste malefatte, tuttavia, non sono state consumate da questo governo e risalgono ai tempi di Berlusconi e Tremonti, che oggi hanno invece il coraggio di fingere indignazione e di inveire contro Prodi. Perché caricare questo governo di colpe «assolte» in passato?
Ma veniamo all'accusa base di Fitch secondo cui «i tagli alla spesa pubblica non sono significativi».

I tagli fatti con la scure servono più spesso a tagliare arti sani che infetti. I quali esistono, eccome, negli ospedali, nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni! Gli sprechi tuttavia vanno individuati e colpiti caso per caso, non alla cieca.
Richiedono tempi compatibili con analisi serie ed interventi conseguenti.

I tagli veri non si fanno con la scure che rischia di ottenere effetti contrari alle esigenze di produttività e qualità dei servizi che tutti a parole invocano. E qui do ragione a Padoa-Schioppa e a Prodi. Si dia una occhiata ai processi in corso per ruberie di miliardi di euro in alcune Asl e si scoprirà come, in taluni tentativi attuati in passato per ridurre gli sprechi, non si siano colpiti i ladri, che sanno come difendersi, bensì si sia ridotta la qualità di qualche servizio.
Ma su questo punto un po' di colpa va data anche ai nostri ministri che spesso, anche quando prendono decisioni giuste, come quella di non far tagli con i modi e i tempi di una Finanziaria, non riescono a motivare a fondo le scelte e a farsi capire bene da tutti, amici compresi.


La strada maestra
Massimo Riva su
la Repubblica

Ha un bel dire il presidente del Consiglio che l´allarme suonato dalle agenzie di rating era «ampiamente previsto» dato che, nella sostanza, conferma i preoccupati giudizi espressi fin dal primo giorno dal suo governo sulla pesante eredità ricevuta dai predecessori. Che si trattasse di porre urgente rimedio ai guai contabili provocati dall´allegra gestione Berlusconi-Tremonti, una seppur piccola maggioranza di italiani lo aveva capito anche prima delle varie Fitch o S&P. Tanto che, nelle ultime elezioni politiche, ha scelto di affidare il timone della barca proprio a Romano Prodi e alla coalizione di centro-sinistra. Nell´implicita convinzione o comunque speranza che dagli effimeri lustrini della finanza creativa si passasse finalmente a fare sul serio, con fermezza di propositi e di decisioni.
Né serve granché chiedersi come mai Fitch e Standard & Poor´s si sveglino soltanto oggi a denunciare la pericolosità del debito italiano, mentre le stesse agenzie sono rimaste silenti e immobili nell´ultimo biennio, cioè proprio quando quel debito aumentava di mese in mese nell´irresponsabile indifferenza del governo di centro-destra. Può anche darsi che gli occhiuti esperti internazionali siano rimasti irretiti dalle stregonerie contabili tremontiane. Ma forse è più probabile che avessero date ormai per perse le fortune politiche di Berlusconi e, come quella piccola maggioranza di italiani sopra richiamata, avessero puntato su una vittoria elettorale del centro-sinistra con conseguente svolta risanatrice nella gestione dei conti pubblici.
Scommessa che, al principio della scorsa estate, aveva ricevuto caldo conforto dal decreto Bersani sulle prime liberalizzazioni e, soprattutto, dalle linee di intervento in tema di finanza pubblica, previdenza e sanità annunciate nel Documento di programmazione economica (Dpef). Tanto che la pur sempre incombente minaccia di un declassamento del debito pareva allora scongiurata per l´oggi e anche per l´indomani, come testimoniava sui mercati il differenziale minimo fra titoli italiani e tedeschi. Da quel momento felice, però, è trascorso appena un paio di mesi, che oggi sembrano anni.
Che cosa è accaduto nel frattempo? In primo luogo, c´è stata la presentazione dell´articolato di una legge finanziaria che solo in parte rispettava gli impegni indicati nel Dpef, soprattutto quanto a interventi su spesa pubblica e previdenza. Ma questo è stato ancora il meno perché, comunque, risultava indicato il cammino di rientro sotto il fatidico tetto del 3 cento di deficit a fine 2007, in modo da evitare censure e penalità da parte dell´Unione europea. Al riguardo va notato che perfino Fitch, nel suo sommario giudizio, ha riconosciuto la presenza di uno «sforzo serio» sebbene aleatorio nella manovra governativa. Saremmo, dunque, in presenza di una contraddizione fra motivazioni e dispositivo nella sentenza delle agenzie di rating?
Purtroppo, no. Non è mai accaduto che una Finanziaria uscisse dal Parlamento uguale a come era entrata: non c´è stato governo che non l´abbia in corso d´opera modificata, talora anche in profondità. Ma è altrettanto vero che uno spettacolo di annunci e controannunci, di misure dette e poi contraddette come quello cui si sta assistendo quotidianamente, questo proprio no, non si era mai visto.

Altro che il messaggio forte per il risanamento dell´economia, sollecitato da un padre della patria come Carlo Azeglio Ciampi. Ci si può meravigliare che in una simile situazione le agenzie di rating abbiano preso le distanze lanciando un allarme?
O non sarebbe più corretto essere loro grati di aver suonato una campana che si spera possa mettere fine a questa troppo lunga ora di ricreazione ministeriale?
Palazzo Chigi può anche limitarsi a minimizzare questi richiami e a replicare agli attacchi di un´opposizione dalla faccia di bronzo ricordando che il governo Berlusconi ha nel suo medagliere due declassamenti di rating nel 2003 e 2004. Ma deve essere chiaro che su questa via del teatrino polemico si aggrava il danno per il paese e si va al suicidio del governo. La strada maestra indica che il presidente del Consiglio si decida a fare d´urgenza quello che finora non ha fatto: fermare lo zigzagare dei ministri e coordinarne l´attività come prescrive l´art. 95 della Costituzione e come soprattutto impone il caos politico del momento. Romano Prodi non può continuare a ripararsi dietro deleghe a sottosegretari.

Oltre all´affidabilità del governo è in gioco, prioritariamente, il risanamento e il rilancio del paese. Non c´è prezzo politico che tenga dinanzi a questi obiettivi.


Se il governo vuole durare
La maggioranza e il giudizio dei mercati
Dario Di Vico sul
Corriere della Sera

Per Standard & Poor's, la più prestigiosa delle due agenzie di rating che si sono pronunciate ieri (l'altra è Fitch), l'Italia è meno affidabile del Portogallo ed è nella categoria, la A+, di Malaysia e Botswana. Unica e relativa consolazione: siamo sopra la Grecia. Ai mercati la prima finanziaria del governo Prodi non è piaciuta, l'assenza di interventi strutturali sulla spesa è stata considerata un grave errore e una prova che gli equilibri di potere nella maggioranza si sono spostati a favore delle forze più estranee alle esigenze del risanamento. I severi giudizi delle agenzie ci dicono a chiare lettere che, nonostante il governo conti alcune delle personalità italiane più stimate all'estero, le scelte adottate appaiono in contrasto con le loro biografie. E il dispetto è ancora più grande se si guardano i dati dell'economia reale diffusi ieri: gli ordini (+22,2%) e il fatturato delle imprese (+12%) segnalano addirittura un boom. «Ora o mai più» si era detto all'inizio di settembre e invece si è persa l'occasione di sfruttare la ripresa per impostare una vera politica di risanamento e rilancio della competitività. E pur riconoscendo che gran parte delle osservazioni contenute nella replica del ministro Tommaso Padoa-Schioppa sono sensate, non si può non sottolineare come le agenzie di rating operino in base a procedure codificate e a una griglia di parametri oggettivi.
Mabasta un giovedì nero — che si aggiunge a un mercoledì altrettanto scuro con sondaggi di popolarità estremamente negativi per l'esecutivo — a far dire che il governo è giunto (con grandissimo anticipo) al capolinea? No, il governo Prodi non cadrà né tra un giorno, né tra una settimana, né tra un mese e forse nei panni degli onorevoli Enrico Boselli e Vannino Chiti avremmo fatto a meno di dettare alle agenzie un'excusatio non petita

E' noto come il governo goda di una risicata maggioranza al Senato e alla Camera abbia prevalso per soli 25 mila voti popolari. In queste condizioni l'approvazione di una finanziaria può assomigliare a un Vietnam e un premier che voglia durare cinque anni ha una sola scelta: nascondere nel mazzo l'asso pigliatutto, dimostrarsi inclusivo, allargare il consenso, muoversi cioè sulla falsalinea di quanto ha consigliato il presidente della Repubblica. Finora non è stato così

Non tutto è perduto, ci sono ancora le condizioni per impostare una politica economica lungimirante, per coinvolgere in un disegno di modernizzazione parti politiche che non sono conteggiate nel perimetro della maggioranza. Chi include vince.


E Padoa-Schioppa striglia i ministri
La notizia del declassamento dell´Italia arriva durante la riunione del governo. Lo sfogo a Palazzo Chigi: ve lo avevo detto che serviva il rigore
Claudio Tito su
la Repubblica

ROMA - «Avete visto? Ve l´avevo detto io...». Neanche citava l´oggetto del contendere. Non diceva mai esplicitamente a cosa si stesse riferendo. Non serviva. Quando, sul finire del consiglio dei ministri, Tommaso Padoa-Schioppa ha iniziato a sventolare un bigliettino con l´annuncio di Standard and Poor´s e di Fitch sul declassamento del nostro debito pubblico, tutti hanno capito. «Vi avevo detto che dovevamo essere rigorosi», incalzava il ministro dell´Economia. Nessuno ribatteva. Nella sala che ospita le riunioni di governo al primo piano di Palazzo Chigi il brusio si è improvvisamente fermato. «Ve l´avevo detto io», ripeteva il ministro. E già, perché la decisione delle due agenzie di rating in parte era stata messa nel conto. Ma per il Tesoro è stata la prova che il vessillo della severità contabile era indispensabile. «Ci tengono sotto controllo - ha proseguito il titolare del Tesoro - era evidente. E io vi avevo detto che bisognava fare dei tagli». La breve relazione di Padoa-Schioppa è stata ascoltata nel silenzio generale. Qualche smorfia, qualche volto tirato. Ma nessuno ha osato interromperlo, come nei momenti più gravi. «Io me lo aspettavo, sapevo che c´era questo rischio. Ma abbiamo la possibilità di invertire la situazione. A volte, queste agenzie arrivano in ritardo. Danno brutti voti quando la situazione è in miglioramento e magari buoni voti quando sta peggiorando».
L´unico che riusciva a rompere il ghiaccio interloquendo con il "supertecnico" era Romano Prodi. Scandiva ogni pausa del suo ministro con un «è ovvio» che ne rafforzava l´analisi. Ma nonostante la tranquillità mostrata davanti alla squadra di governo, sia a Palazzo Chigi sia a Via XX Settembre, il taglio del rating è stato accolto con apprensione. In primo luogo per gli effetti che da subito sortirà sui tassi di interessi del debito pubblico. Ma soprattutto per i riflessi politici che a partire da gennaio potrà avere nei rapporti con l´ala radicale della coalizione, Rifondazione in testa. Perché l´invito di Fitch e Standard and Poor´s ad affondare il bisturi nella spesa strutturale, mette a rischio il delicato equilibrio raggiunto con gli alleati su questo terreno. Un pericolo che il premier ha ben presente e che non ha nascosto con i fedelissimi. «Non dobbiamo farci intimidire, era scontato che ci fosse una cosa del genere dopo 5 anni di Berlusconi - ha quasi esortato i suoi -, ma dobbiamo andare avanti per la nostra strada. Sapendo quali sono le compatibilità del Paese e della coalizione».



Tfr, c'è l'accordo: la riforma parte dal 2007
sommari de
l'Unità

Accordo fra Governo, sindacati e imprese per la liquidazione. La riforma partirà dal gennaio 2007 e, nelle aziende con un massimo di 50 dipendenti, il 50% dei soldi non destinati ai fondi non sarà trasferito all´Inps. Sopra i 50 dipendenti i soldi passeranno totalmente all´istituto di previdenza.


Noi, l´Islam e il fantasma di Eurabia
Timothy Garton Ash su
la Repubblica

Ho di recente visitato la famosa cattedrale di Saint Denis, alla periferia di Parigi, dove ho ammirato le magnifiche tombe e monumenti funerari dei re e delle regine di Francia, incluso quello eretto in onore di Carlo Martello, che sconfisse le armate musulmane a Poitiers nel 732. Uscito dalla cattedrale, ho attraversato la piazza Victor Hugo e mi sono addentrato per qualche centinaio di metri nella principale strada commerciale della cittadina, incontrando a ogni passo negozianti di origine araba o africana, e molte donne velate. Mi sono sorpreso a pensare che forse, dopo tutto, i musulmani avevano vinto la battaglia di Poitiers: non con la forza delle armi, ma con l´immigrazione pacifica e la crescita demografica.

Lo stato di profonda alienazione in cui vivono molti musulmani – giovani donne e uomini nati in Europa, appartenenti alla seconda o alla terza generazione di immigrati – è uno dei problemi più scottanti che il continente si trova oggi ad affrontare. Se le cose continuano ad andar male come oggi, questa alienazione, e il modo in cui alimenta ed è alimentata dal risentimento della popolazione in maggioranza cristiana o postcristiana, potrebbe lacerare il tessuto civile delle più antiche democrazie europee. Ha già favorito la crescita di movimenti populisti antimmigrazione, e ha contribuito direttamente agli attacchi terroristici dell´11 settembre (alcuni dei dirottatori, come Mohamed Atta, si spostarono su posizioni radicali durante il loro soggiorno in Europa), agli attentati di Madrid dell´11 marzo 2004, all´assassinio del regista olandese Theo van Gogh il 2 novembre 2004, agli attentati di Londra del 7 luglio 2005, al tentativo di far saltare aerei in volo da Londra agli Stati Uniti il 10 agosto di quest´anno.
Le difficoltà che l´Europa incontra con la sua popolazione musulmana sono state oggetto di semplificazioni isteriche, specialmente negli Stati Uniti, dove prende sempre più piede lo stereotipo di una "Eurabia" senza spina dorsale, antiamericana e antisemita, in procinto di cadere sotto il dominio di arabo-islamici. Come abitante di Eurabia, mi trovo costretto a insistere su alcune elementari distinzioni. Tanto per cominciare, stiamo parlando di Islam, musulmani, islamici, arabi, immigrati, gente dalla pelle scura, o terroristi? Perché si tratta di sette cose molto diverse tra di loro.
Dove io vivo – a Oxford, nell´Eurabia – sono quotidianamente a contatto con inglesi musulmani. Le loro famiglie sono originarie del Pakistan, dell´India o del Bangladesh. Sono cittadini inglesi molto più pacifici, rispettosi delle leggi e solerti di molti inglesi puro sangue di mia conoscenza. Studiosi della comunità islamica francese fanno osservare che la maggioranza dei musulmani che vivono nel paese sono relativamente ben integrati. Molte delle discriminazioni di cui parla Abdelaziz Eljaouhari esistono in gran parte dei paesi europei, e valgono anche agli immigrati non musulmani. Si tratta, per così dire, di una indiscriminata discriminazione contro tutti coloro che hanno la pelle più scura e parlano con accento straniero: puro, vecchio razzismo e xenofobia, piuttosto che quel pregiudizio specifico che oggi chiamiamo Islamofobia.
Certo, le economie europee devono creare più posti di lavoro e fare in modo che la popolazione musulmana vi abbia accesso. Un recente sondaggio della Pew ha stabilito che la disoccupazione costituisce la preoccupazione principale dei musulmani in Inghilterra, Francia, Germania e Spagna. Tuttavia, a ragione della storica incapacità europea di creare posti di lavoro, della feroce competizione della mano d´opera asiatica, e dei riflessi xenofobi in molti paesi europei, non c´è molto da sperare su questo fronte. Le condizioni abitative costituiscono il secondo punto di preoccupazione per la popolazione musulmana. Ma cercare di porvi rimedio con investimenti pubblici sembra difficile dal punto di vista economico, e potrebbe dar fiato alle campagne populiste, ove si riuscisse a far credere che la popolazione locale povera sarebbe discriminata a favore di una minoranza musulmana trattata con tutte le attenzioni.
L´Europa avrebbe dunque dei problemi con la propria popolazione musulmana anche se vi fosse uno stato palestinese indipendente e se gli Stati Uniti, l´Inghilterra e altri paesi europei non avessero invaso l´Iraq. Non vi è tuttavia alcun dubbio che la questione palestinese e la guerra in Iraq hanno alimentato nei musulmani europei il senso di essere perseguitati a livello globale. In un recente sondaggio condotto da Channel 4 in Inghilterra, quasi un terzo dei giovani musulmani nati nel paese hanno risposto affermativamente alla domanda se l´appoggio inglese alla guerra in Iraq non avesse giustificato gli attentati alla metropolitana londinese. Il ritiro dall´Iraq e la creazione di uno stato palestinese veramente indipendente contribuirebbero a eliminare almeno queste due importanti fonti di instabilità e di protesta.

In ultima analisi, la sfida è rivolta alla società europea nel suo insieme, e non solo ai sui governanti. Molte delle discriminazioni messe in atto in Francia, per dirne una, sono il risultato di decisioni prese da singoli datori di lavoro, contro precise direttive politiche del governo e le leggi del paese. Sono gli atteggiamenti e il comportamento di centinaia di milioni di europei in infinite combinazioni di incontri quotidiani che determineranno se i nostri concittadini musulmani cominceranno a sentirsi a casa propria in Europa. Insieme, ovviamente, alle scelte personali di milioni di singoli musulmani e all´esempio che sarà loro dato dai leader spirituali e politici.
I cittadini europei saranno all´altezza della sfida? Temo di no. È ancora possibile? Credo proprio di sì. Ma mancano solo cinque minuti a mezzanotte, e beviamo l´ultimo calice nel salone dell´ultima opportunità.
(Traduzione Pietro Corsi)

Per gentile concessione di "The New York Review of Books-la Rivista dei Libri".
Una versione più lunga di questo articolo comparirà prossimamente sulla "Rivista dei Libri", in vendita nelle migliori librerie e per abbonamento:
"infolarivistadeilibri.it",
"www.larivistadeilibri.it".


Londra, la carica degli inventori
in mostra gli oggetti più strani
In duecento per presentare le loro trovate: dal cerotto per uomini all'ospedale su stesso. Tutte le trovate, inseguendo il business.
Luigi Bignami su
la Repubblica

ROMA - "Ci sono invenzioni nella testa di ciascuno di noi", sostiene Trevor Baylis, l'uomo che ha messo a punto quella che viene chiamata "wind-up radio", una radio che funziona a batteria solare, a molla o con batterie e che sta avendo grande successo nei Paesi poveri, dove ha cambiato il modo di sentirsi uniti al mondo di milioni di persone. "Purtroppo - continua Baylis- pochi si applicano nel trasformarle in qualcosa di concreto".

Ma in questi giorni più di 200 persone che hanno saputo trasformare le proprie idee in qualcosa di concreto, tra cui Baylis stesso, si sono dati appuntamento a Lontra per l'annuale British Invention Show.

Nei vari stand si possono incontrare invenzioni di ogni genere, da un ospedale che racchiuso su se stesso può essere trasportato da un fuoristrada ad un cerotto per uomini che, a dire dell'inventore, è in grado di accendere il desiderio sessuale se mai si fosse spento. Al termine dei tre giorni di incontri la giuria assegnerà un premio (Inventor of the Year) all'invenzione ritenuta più importante. A chi non andrà tale premio rimarrà il piacere di aver mostrato la propria idea al pubblico e di aver scambiato idee con altri inventori.

Ma qual è il segreto per una buona invenzione? "Innanzitutto devi avere una buona idea, ma questa non basta. E' necessario pensare a qualcosa che la gente vuole", spiega Ray Lawes, un veterano tra gli inventori. Quest'anno Lawes si è presentato al British Invention Show con un generatore di energia elettrica a pedali. Con essa è possibile ricaricare un cellulare o una batteria per far funzionare una radio o una televisione. "Con questo sistema si può avere energia ovunque necessita e secondo me può essere ben utilizzata nei Paesi poveri dove è difficile avere energia elettrica a portata di mano", spiega Lawes.

Certo è che a volte le idee sono anche bizzarre, come ad esempio la macchina per tagliare il limone a fettine o le cinture di sicurezza da usare quando si cambiano i pannolini ad un bambino



  20 ottobre 2006