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a cura di G.C. - 19 ottobre 2006
Napolitano a Prodi: non arroccatevi
Marzio Breda sul Corriere della Sera
ROMA Vorrebbero presentarlo come un incontro di routine, di quelli che servono al premier per presentare al capo dello Stato l'agenda di governo. Solo che stavolta, a parte uno scambio di idee sulle missioni all'estero in cui entrambi sono stati di recente impegnati, a incombere sull'incontro tra Prodi e Napolitano c'è la Finanziaria.
Materia incandescente, la Finanziaria, anche perché dominata da un ventilato ricorso al voto di fiducia, contro il quale l'opposizione già minaccia le barricate. Il punto sospeso del pranzo di lavoro convocato da Napolitano ieri al Quirinale presenti anche il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa- Schioppa, e il sottosegretario Enrico Letta è esattamente questo. Ed è quindi naturale che il presidente della Repubblica interroghi i commensali sul percorso che Palazzo Chigi intende seguire per condurre in porto la manovra d'autunno. Una partita decisiva per le sorti dell'esecutivo, oltre che per la tenuta economica e persino morale del Paese, sul fronte interno quanto in Europa.
"E' il momento del confronto parlamentare e sociale" ammonisce Napolitano, esprimendo quella che dall'entourage del Professore fanno filtrare come una vaga "attenzione" ma che potrebbe essere meglio definita come vera e propria preoccupazione. Per il Colle, infatti, bisogna sgombrare la voglia della sfida frontale e dell'arroccamento (come succederebbe se si pretendesse di fare blocco e di superare l'ostacolo a colpi di maggioranza) e percorrere invece la strada del dialogo. Come per la concertazione di Ciampi, è una questione di metodo. Che risulta tanto più importante dopo le ultime lievitazioni della consistenza della Finanziaria, passata da trenta a quaranta miliardi di euro.
Prodi ascolta e si affanna ad anticipare i nuovi orientamenti che sta discutendo in queste ore con i suoi ministri, alcuni dei quali autori in prima persona di ben 250 emendamenti. Spiega anche, attraverso un memorandum predisposto da Padoa-Schioppa, un certo effetto di riequilibrio del carico fiscale ottenibile con la revisione degli scaglioni.
Il governo, insomma, è disponibile a mutare il quadro e a migliorare la legge di bilancio, tenendo conto delle necessità e dei timori emersi da più parti: dalla Confindustria, dai sindacati e dallo stesso centrodestra. Tuttavia, ai cambiamenti, magari pure incisivi (e comunque da illustrare opportunamente a un'opinione pubblica che appare frastornata e impaurita), il premier pone un limite: si può lavorare su diversi capitoli, ma non va alterato l'asse della manovra e gli effetti che alla fine dovrà avere sui conti pubblici e sugli investimenti.
Per cercare un maggiore consenso, in Parlamento e nel Paese, resta dunque aperta una porta stretta. Che Napolitano esorta a imboccare proprio contro quel "ricorso a procedure particolarmente controverse", la fiducia, da lui più volte censurato.
Caos emendamenti, arriva la fiducia
Bianca Di Giovanni su l'Unità
Braccio di ferro. Giochi ancora tutti aperti sul decreto fiscale che accompagna la Finanziaria. La richiesta di fiducia sembra ormai scontata: oggi il consiglio dei ministri la autorizzerà. Ma fino alla tarda serata di ieri c'erano ancora dubbi sui tempi dell'iter parlamentare. Stando ad un accordo tra maggioranza e opposizione, raggiunto con la mediazione di Fausto Bertinotti, le commissioni Bilancio e Finanze avrebbero avuto anche l'intera giornata di oggi per discutere un numero selezionato di emendamenti. Uno slittamento per consentire ai parlamentari di esaminare nel merito le proposte, e passare solo la prossima settimana (martedì) alla richiesta di fiducia e quindi al voto "blindato" mercoledì prossimo. L'intesa è stata confermata da esponenti dell'opposizione (Daniela Santanchè), ma in serata il presidente della Bilancio Lino Duilio (Unione) non ha nascosto i dubbi sulla tenuta dell'accordo. "Se ci fermiamo di nuovo quattro ore a discutere di due emendamenti come oggi (ieri, ndr) - ha detto - è chiaro che a mezzogiorno potremmo dare mandato al relatore e rinviare subito il decreto all'aula domani (oggi, ndr) stesso". Non si esclude, quindi, una "blindatura" immediata.
In effetti quella di ieri è stata una giornata di stallo quasi totale. L'unica novità di rilievo nel merito è stato l'arrivo dell'emendamento Di Pietro sulle autostrade. Una norma che, unita a quelle sulle successioni presentata l'altroieri, risolve i nodi più importanti del provvedimento. Tra i cambiamenti rispetto al testo originario, anche la cancellazione dei "tagli" all'editoria: il settore non subirà modifiche di sorta rispetto alle norme attualmente in vigore. Per il resto si sono susseguite riunioni tecniche all'Economia sulle varie proposte. Il fatto è che sulla quarantina di articoli sono "piovuti" un migliaio di emendamenti, che si intrecciano alle corpose proposte in arrivo sulla Finanziaria. Ben 250 proverrebbero dagli stessi ministeri. Tra queste oggi dovrebbe arrivare anche la nuova curva dell'Irpef preannunciata da Vincenzo Visco. Stando a indiscrezioni dall'Economia, le correzioni consentirebbero vantaggi alle famiglie numerose fino a 50mila euro di reddito annui.
Tra i nodi ancora da sciogliere, la questione del trasferimento all'Inps del Tfr "inoptato". Confindustria insiste nel chiedere l'esclusione di una larga fetta di imprese: quelle fino a 100 dipendenti. Vuol dire l'80% delle aziende italiane, In soldoni, per la Finanziaria, significa perdere circa 4 miliardi. Chiaramente impossibile. La mediazione sarebbe tra i 40 e i 50 dipendenti, con l'obligo per quelle più grandi di trasferire tutto il flusso del Tfr inoptato, e non soltanto il 50%.
L'intesa raggiunta ieri alla Camera tra i due poli allontana il rischio di una reazione della Cdl di ostruzionismo in Aula, che allungherebbe molto i tempi di approvazione. Ma secondo alcune voci serpeggiate nella maggioranza non dispiacerebbe nemmeno al governo, che avrebbe più tempo per la messa a punto del maxiemendamento sul quale verrà chiesta la fiducia. Il ricorso alla fiducia viene giustificato dalla maggioranza con la necessità di fare in fretta e fronteggiare gli intenti ostruzionistici dell'opposizione. Il lavoro delle commissioni, infatti, è andato avanti oggi con il contagocce e sono stati approvati solo un paio di emendamenti non particolarmente significativi. Ma per Forza Italia la richiesta di fiducia "non sarebbe giustificata" e "darebbe luogo a decise forme di protesta in difesa delle prerogative parlamentari".
La sorpresa del cuneo
Massimo Giannini su la Repubblica
Dal cilindro magico della Legge Finanziaria esce ogni giorno una sorpresa nuova. Sparisce l'imposta di successione, travestita da tassa di registro, e poi ricompare. Compare l'esenzione del bollo per le auto ecologiche, accoppiata alla stangata sui Suv, e poi sparisce. Si materializzano massicce assunzioni di precari nella scuola, e poi svaporano col taglio di 50 mila insegnanti. Dire che c'è confusione, a questo punto, è un puro eufemismo.
Ma tra le mirabilie più sgradevoli della manovra, per il vasto e già scontento pubblico dei contribuenti, ce n'è una finora mediaticamente poco nota, anche se politicamente dolorosa. Il famoso "cuneo fiscale", sul quale Prodi ha felicemente scommesso durante la campagna elettorale. Solo ora, a poco più di due settimane dal varo della Finanziaria, il sindacato si sta rendendo conto che, della promessa riduzione dell'odiato "cuneo", gli oltre 18 milioni di lavoratori dipendenti non intascheranno un solo euro.
Certamente non una novità imprevista: nascosta tra le pieghe dei testi approvati c'era scritta fin dall'inizio. Ma sicuramente una verità amara: nel dibattito pubblico è stata taciuta, molti italiani non l'hanno ancora capita, Epifani, Bonanni e Angeletti avranno molte difficoltà a farla digerire alla loro "base". Secondo il programma dell'Unione, l'abbattimento degli oneri tributari, sociali e contributivi (che generano l'enorme differenza tra la retribuzione lorda che le imprese pagano per ciascun lavoratore e lo stipendio netto che quest'ultimo incassa in busta paga) doveva essere di 5 punti in un solo anno. Sarà invece (e almeno questo è noto) spalmato in due tranche (a febbraio e a luglio 2007) e sarà diviso tra le imprese (che beneficeranno del 60% della riduzione totale) e i lavoratori (ai quali andrà il restante 40%).
Il vantaggio per il sistema industriale è chiaro, ed è stato ampiamente spiegato dal governo. Le imprese, attraverso l'introduzione di nuove deduzioni dalla base imponibile dell'Irap connesse con il costo del lavoro, risparmieranno 2,5 miliardi di euro nel 2007 e 4,4 miliardi di euro nel 2008. Il corto-circuito, mediatico e fiscale, riguarda invece i lavoratori. In cosa si traduce, concretamente, la riduzione del cuneo fiscale per i dipendenti? La Finanziaria non l'ha indicato, il governo non l'ha spiegato, Cgil-Cisl-Uil non l'hanno chiarito. Per un motivo semplice, quanto impopolare: per i lavoratori dipendenti i benefici del cuneo coincidono (e non si aggiungono) con la riforma dell'Irpef varata da Visco. La riduzione degli oneri sociali e fiscali in busta paga, cioè, viene interamente assorbita dalla rimodulazione delle aliquote, dalla trasformazione delle deduzioni in detrazioni e dall'aumento degli assegni familiari, già previste dal governo come piatto forte dell'operazione di "redistribuzione del reddito a favore dei ceti medio-bassi".
Poco importa che questa presunta o pretesa "manovra neo-keynesiana" sia già stata equamente contestata da destra e da sinistra, che non comporti significativi sconti d'imposta dai 40 mila euro di reddito in su, e che anche per le fasce di reddito più basse contenga patenti anomalie e stupefacenti disparità di trattamento. Sia tra settori di lavoro (per esempio impiegati o operai), sia tra tipologie di famiglia (per esempio single e nuclei con figli). Resta il fatto che proprio questa riforma, presentata con tutt'altro "titolo", è la palingenetica "riduzione del cuneo".
Dunque, chi spera in una "manna" fiscale con le buste paga del prossimo anno resterà deluso. Quello che gli spetterà è già contenuto nella nuova Irpef rimodulata. In molti casi si tratterà di un risparmio di qualche decina di euro al mese. In qualche caso si tratterà di un aggravio di qualche centinaio di euro al mese. Il danno, per tutti, è che non c'è nient'altro da risparmiare. La beffa, per molti, è che con la riduzione del cuneo c'è addirittura da perdere, invece di guadagnare. Forse questo paradosso già basta a spiegare i silenzi di Palazzo Chigi, insieme al cupio dissolvi del sindacato.
È l'ennesimo equivoco di questa manovra, sulla quale Prodi e la sua squadra palesano vistose carenze di comunicazione mediatica, ma anche pericolosi deficit di gestione politica. Il centrodestra non può alzare il dito: in cinque anni, e con una maggioranza parlamentare di 138 seggi, Berlusconi premier ha imposto sulle sue Finanziarie ben otto voti di fiducia. Ma la fiducia appena annunciata anche dal governo Prodi, che dovrebbe essere decisa oggi alla Camera e non solo al Senato, è un pessimo segnale. Per la maggioranza, molto più che per l'opposizione, se è vero che sulla manovra licenziata da Palazzo Chigi il 29 settembre già pendono la bellezza di 254 richieste di modifica avanzate dagli stessi ministri che l'avevano approvata nemmeno venti giorni fa. Non può essere un caso che l'ultima rilevazione effettuata ieri dall'Ipr per Repubblica. it fotografa un tracollo di consensi per l'esecutivo unionista. Non si governa con i sondaggi, come pretendeva di fare il Cavaliere. Ma non si governa neanche con l'improvvisazione, come sa bene anche il Professore.
Parlamento e istituzioni: dal 2001 crescono le spese
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Che sarti, i sarti del Senato! Facesse una convenzione con Cenci o Caraceni, Palazzo Madama spenderebbe forse di meno. Dal 2001 in qua la spesa per mettere in divisa un commesso, dalla giacca ai calzini, è cresciuta al netto dell'inflazione del 103%. Arrivando a 1.815 euro a testa. Oltre tre milioni e mezzo di lire. L'anno. Ma questo è solo un dettaglio tra i tanti. Il dato centrale è che, mentre chiedeva al Paese di fare sacrifici, il Palazzo della politica ha continuato come prima. Anzi: peggio.
I numeri, come dimostrano le nostre tabelle, non lasciano dubbi.
L'unica cifra rimasta quasi identica negli ultimi cinque anni è quella scritta nella busta paga annuale del presidente della Repubblica (poco sotto i 220 mila euro, il che significa che in termini reali il capo dello Stato è oggi un po' meno pagato di ieri).
Per il resto, ci costa meno il Cnel (Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro) e di più tutto il resto.
Dice l'Istat che il costo della vita, nell'ultimo lustro, è cresciuto complessivamente del 13%? Bene: il peso sulle pubbliche casse degli organi costituzionali è aumentato del 36,56%.
Fatta la tara all'inflazione, del 24%. In moneta reale: 343 milioni, 151 mila e rotti euro. Cioè 664 miliardi di lire. In più.
Per carità, alla larga dal qualunquismo. Viva la democrazia, viva il Parlamento, viva il Quirinale. Ma possibile che la macchina del Colle proprio non potesse risparmiare un cent dei 64 milioni di euro in più che costa oggi rispetto al 2001? E a Palazzo Madama, sinceramente, non potevano dare una sforbiciatina ai 147 milioni e mezzo di euro supplementari di spese correnti che hanno fatto lievitare i costi fino a 527 milioni l'anno? E a Montecitorio, non potevano limare le stesse spese correnti perché non si impennassero fino alla quota di 940 milioni, con un aumento di 124 milioni? Le percentuali dei rincari (veri, al di là dell' inflazione) sono lì, sotto gli occhi: dal 2001 ad oggi la macchina del Quirinale costa il 42% in più, quella del Senato il 39%, quella della Camera il 15%, quelle della Corte Costituzionale e del Csm intorno al 29%. Colpa della maggioranza di destra e di Berlusconi, che al momento di prendere in mano il Paese aveva promesso che con lui lo Stato e i suoi organismi sarebbero stati più snelli? Sì. Ad esempio il bilancio del Senato di cui parliamo è stato presentato il 9 febbraio e quello della Camera il 15 marzo. Però non sono stati mai seriamente contestati dalla sinistra prima delle elezioni e sono stati poi approvati nelle ultime settimane dalla maggioranza d'oggi. Di più: la stessa finanziaria "lacrime e sangue" voluta da Romano Prodi per il 2007, prevede sventagliate di tagli ovunque, meno che per gli organi costituzionali.
Che ci dovrebbero costare (auguri) altri 38 milioni di euro supplementari. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Quanto alle voci che hanno fatto lievitare le spese, del Quirinale non sappiamo (per ora) nulla. Nonostante la battaglia per la trasparenza di isolati donchisciotte, il bilancio della Presidenza della Repubblica (che dieci anni fa prevedeva ad esempio 14 miliardi per mantenere 274 corazzieri e 60 cavalli e la manutenzione di 236 arazzi, 280 orologi e 285 tappeti) è ancora secretato. E i "libri di cassa" dei due rami del Parlamento contengono voci così fumose (un esempio alla Camera: "emolumenti per servizi di segreteria": 15 milioni di euro) che se li mettesse a bilancio un'azienda privata si vedrebbe arrivare la Finanza: "Cioè?" Ciò che si può capire, però, basta e avanza per farsi un'idea chiarissima: il risparmio "a casa propria" non è il primo obiettivo dei deputati né quello dei senatori. Certo, sulle ricche indennità quotidianamente nel mirino dei giornali e delle tivù non si sono arrischiati. Non era il caso, con Tremonti che si sfogava dicendo "chi me l'ha fatto fare di diventare ministro di un Paese così povero?" e le sinistre che dall'opposizione dipingevano scenari foschi dove, per dirla con Giuliano Ferrara, "mancava il latte per i bambini".
A Montecitorio, per dire, i rimborsi spese sono cresciuti oltre l'inflazione del 9,5%. I vitalizi agli ex deputati (che pesano per 127 milioni di euro: 35 più delle indennità dei parlamentari in carica, a riprova di come per anni la gestione delle pensioni agli onorevoli sia stata scriteriata) del 10,3%. I "servizi personale non dipendente" (cioè?) del 55%. La "comunicazione e informazione" del 40%. I "servizi igiene e pulizia" del 38%. I "servizi di guardaroba" del 43%. Le "spese di missione" del personale del 57,5%. Per non dire delle impennate più stupefacenti: mentre destra e sinistra, dalla Lega a Rifondazione, ammettevano che andava chiusa la stagione delle autoblù, la voce "noleggio di automezzi" ha visto una impennata da 28 a 140 milioni di euro. Pari a un aumento reale del 357%.
E allora, come la mettiamo? E cosa sono mai i "compensi per prestazioni di carattere professionale" passati da un milione e 291 mila euro a quasi tre milioni? E come si possono spendere 35 mila euro di "tessere di riconoscimento", cioè quasi 25 mila più che nel 2001? E come possono aumentare rispettivamente del 33% e del 90%, sempre al di là dell'inflazione, le spese per "arredi e tappezzerie" e della "rilegatura di libri e periodici"? Le voci più interessanti, però, sono quelle che riguardano il personale.
Non ci era stato spiegato, cinque anni fa, che gli organici erano troppo gonfi e occorreva avviare una sana politica di riduzione degli addetti? Bene: i dipendenti della Camera (112 mila euro di stipendio medio: 26 mila più del presidente del Consiglio, dopo il taglio di qualche giorno fa) sono passati da 1.757 a 1.897: 140 in più, per un costo di oltre 212 milioni di euro di buste paga.
Quanto a quelli del Senato, erano talmente tanti allo scoppio della crisi della prima Repubblica da essere drasticamente ridotti, tra il 1992 e il 2001, da 1.028 a 871. C'erano voluti nove anni per tagliarne 157, ne sono bastati cinque per assumerne 225. E salire al record: 1.096. Di cui 358 commessi, benedetti non solo da un nome più chic ("assistenti parlamentari") ma anche da uno stipendio medio di 115.419 euro. A prova di vacche magre. Dice l'Istat che in questi anni gli stipendi dei lavoratori dell'industria sono cresciuti del 2,5% rispetto all'inflazione e quelli dei dipendenti del terziario dello 0,6. Agli "assistenti" è andata meglio: ci hanno guadagnato quasi il 10%.
Averne, di anni di crisi come questi...
Follini lascia l'UDC
A. Cap. su la Repubblica
ROMA - "Avete abbaiato molto ma morsicato poco". Affilate e dirette al cuore di Pierferdinando Casini le parole di congedo dall´Udc di Marco Follini. Ieri la pratica del divorzio è stata sbrigata senza molte formalità. Una lettera breve come un colpo di tosse a Lorenzo Cesa e due parole di commiato contro tutti: "Avete abbaiato molto...".
Da oggi Marco Follini, che ha perso la poltrona e il partito per aver detto no a Berlusconi, l´unico politico italiano, a pensarci bene, ad averci veramente rimesso, approda alla cosiddetta "Italia di mezzo". Per ora poco più di una associazione, forse domani un partito, se le forze lo permetteranno. Scende dal tram quasi da solo, neanche Tabacci lo segue. Cocciuto com´è lo fa comunque. "Voglio dare voce a quella parte grande dell´Italia e della politica italiana che non ha rappresentanza, la parte centrista e moderata che soffre lo schiacciamento del bipolarismo". Si iscriverà al gruppo misto di Palazzo Madama.
A fargli compagnia, oltre un nutrito gruppo di consiglieri regionali, prevalentemente meridionali, il deputato Riccardo Conti. "Mi chiamo fuori - ha spiegato Follini che sabato a Napoli lancerà il nuovo movimento - perché questi mesi hanno dimostrato che l´Udc si è tenuto ben dentro la coalizione. Così è stato per l´elezione del capo dello Stato, per la linea da tenere sul referendum sulla devolution, e in questi giorni sul caso Molise".
Si è rivolto ai suoi ormai ex compagni: "Decidete cosa volete fare da grandi, perché finora avete abbaiato molto e morsicato un po´ meno. Se in futuro morderanno lo apprezzerò, se ci sarà ancora da abbaiare - ha sottolineato - preferisco lasciarli da soli".
Follini investe tutto su questa sua "Italia di mezzo", "che sta tra Berlusconi e Prodi. Il problema che ci poniamo - dice - è quello di cambiare questa mappa politica, non rimanendovi dentro. Credo che chi si vuole dedicare al tentativo di ricostruire un centro più forte deve scommettere sulla rottura di questo schema. Questo sistema bipolare così com´è ha portato il centro ad essere marginalizzato".
Silente Casini, il segretario Cesa, anch´egli rimasto senza parole, non ha voluto commentare il rigo fattogli recapitare da Follini: "Ti ringrazio per la tua collaborazione".
Gli ex dirigenti di via dei Due Macelli rimasti fedeli all´uscente ieri commentavano con una battuta dura, ma molto esplicativa: "Cesa è come Ambra, è meglio parlare con Boncompagni".
E infatti un poco più calorosa stata invece la stretta di mano che ha chiuso il colloquio con Casini. È sembrato di nuovo che i due fossero vecchi amici. Per un attimo è parso proprio così. Follini, sull´uscio, ha ringraziato Pier Ferdinando, che gli aveva appena detto: "Non condivido la tua scelta ma ti auguro buona fortuna".
"Grandi bugie e grandi fortune nel Paese dell'eterno fascismo"
Oreste Pivetta su l'Unità
Giorgio Bocca liquida alla svelta "la grande bugia" di Pansa. Profittare di un'Italia fascista nell'intimo, fascista oltre gli sdoganamenti, oltre Fiuggi, nella volgarità dei suoi feticci, nella disonestà dei suoi costumi. Persino il pallone s'è corrotto. Capita che l'ultimo libro di Bocca, Le mie montagne. Gli anni della neve e del fuoco, compaia in libreria poco dopo quello di Giampaolo Pansa e che venga frainteso come una risposta al "rovescismo", fase suprema del revisionismo (secondo la definizione dello storico Angelo d'Orsi), dell'ex collega e giornalista, da anni impegnato a confutare i momenti centrali della nostra storia novecentesca, il nostro punto di svolta verso la libertà e la democrazia, travolgendo la memoria e le memorie di chi quei momenti ha vissuto. Magari combattendo, come Bocca, sulle montagne, della sua Cuneo, patendo la paura, la fame e il freddo, soffrendo la morte di tanti amici, accanto a piccoli grandi eroi di una vicenda umana prima che politica. Scrivendo poi, come Bocca, tanto a ricordo di quella guerra di liberazione, contro nemici che erano le armate tedesche occupanti e gli alleati fascisti, scrivendo anche pagine come queste, che sono tra le più belle, commosse, vere, autentica autobiografia collettiva sessant'anni dopo. Senza retorica, senz'astio, con pacatezza, anche quando si deve raccontare lo sciogliersi di quello stato e di quell'esercito, la tragedia che si presenta nelle forme del comico, quando ad esempio, all'inizio, si va a far la guerra alla Francia e ci si muove alla "conquista" delle montagne di confine: gli arruolati che non hanno niente da mangiare che rivendono i teli tenda per comprarsi il pane, il cannone gigante che sparando l'unico colpo della sua guerra si sfascia, i camion bottino della guerra '15-'18 trasferiti per la parata alla presenza del principe del Piemonte, gli alpini scalatori sul Monte Bianco con la mitragliatrice Beretta in spalla e poche gallette nello zaino. Chissà chi avrà disegnato la strategia del ghiaccio e della neve. Ritratto italiano, la mediocre Italia fascista, che continua, oggi ancora, a distribuir veleni, l'Italia dei generali e dei gerarchi. L'altra Italia è soprattutto quella dei "vinti" di Nuto Revelli, i "montanari poveri" come Marella: "... Domani vengono a cercarci. Posso dirvi che cosa accadrà? Voi sparate e poi ve e andate, ma a noi ci bruciano la casa. Questo sbaglio lo faranno certamente, mi bruciano la casa, la legnaia e io sono per forza contro di loro". Contadini che vivono soffrendo la montagna e popolano questa storia, la storia di Bocca o di Dante Livio Bianco o di Duccio Galimberti, i giovani colti, che hanno studiato, che faticano a sentirsi meno cittadini, a vivere la povertà di una "classe" che non è la loro. Ma che è decisiva, nell'insegnare le ragioni di giustizia della ribellione e nel sostenerle. Una storia corale. "Come sarebbe stato possibile - spiega Bocca - senza di loro. Chi ci avrebbe dato da mangiare. Chi avrebbe curato i feriti. Ogni baita nascondeva un ferito. Come avremmo potuto vincere se fossimo stati degli isolati, come osa invece dire Pansa...". I cui contestatori a Reggio Emilia sono entrati in scena al grido "Viva Giorgio Bocca". Che adesso, col suo fare sbrigativo, vuole chiudere una questione che non ha mai considerato aperta. Un'operazione di marketing editoriale quella di Pansa, obiettivo tante copie in libreria. "Ci ha provato altre volte. Ha indovinato un libro. Segue sulla stessa strada, lui che non c'entra niente con l'antifascismo e con la Resistenza ha scoperto che l'Italia è fascista e ne approfitta". Con qualche appoggio: vedi il Corriere, Mieli, Galli Della Loggia, chi amministra le pagine della cultura. "Non mi sono piaciute neppure le espressioni del presidente della Repubblica. La libertà di opinione è un conto...".
Bush: anche lo spazio vietato ai nemici
Farkas Ricci Sargentini sul Corriere della Sera
NEW YORK I critici l'hanno già ribattezzata "star war revisited". È la nuova politica nazionale americana dello spazio, varata in sordina dall'amministrazione Bush e già accusata di essere la versione, ancora più bellicosa ed unilaterale, della controversa teoria delle "guerre stellari" lanciata da Ronald Reagan negli anni '80. La nuova dottrina, che apre la strada ad una politica militare nello spazio incentrata sulla sicurezza nazionale Usa, stabilisce il diritto per Washington di negare a chiunque l'accesso allo spazio extra-atmosferico, se ritenuto "ostile agli interessi americani". E sancisce senza mezzi termini l'obiettivo a lungo termine: assicurare la supremazia degli Stati Uniti anche nell'atmosfera e oltre.
Il documento, intitolato U.S National Space Policy è stato firmato dal presidente Bush lo scorso 31 agosto, senza l'usuale fanfara che accompagna le iniziative dell'amministrazione. Soltanto nel tardo pomeriggio di venerdì 6 ottobre, mentre l'America era già tutta in vacanza per il lungo ponte del Columbus Day, la Casa Bianca ne ha diffuso un estratto di 10 pagine sul suo sito Office of Science and Technology Policy.
Nessuno se n'è accorto fino a ieri, quando la vicenda è finita sulla prima pagina del Washington Post, che dopo averlo esaminato con attenzione, conclude che il documento "pone le basi per l'invio di armi in orbita". "La libertà di azione nello spazio afferma il testo è altrettanto importante per gli Stati Uniti della potenza aerea e marittima". L'obiettivo dell'amministrazione Bush, si legge, è "rafforzare la leadership spaziale della nazione e assicurare che le capacità nello spazio siano disponibili per gli obiettivi della sicurezza nazionale, interna e di politica estera". E per fare in modo che "operazioni americane nello spazio volte a difendere i nostri interessi non siano in alcun modo ostacolate".
La nuova politica sostituisce quella precedente emanata nel settembre del '96 dall'allora presidente Bill Clinton che il presidente Bush si prefigge di superare, giudicandola "inadeguata" e "obsoleta".
Ma l'iniziativa della Casa Bianca ha già scatenato un putiferio di polemiche. "Rafforza i sospetti che gli Stati Uniti vogliano sviluppare, provare e dispiegare armamenti nello spazio", ha spiegato Michael Krepon, fondatore di una think tank che studia le questioni legate alle cosiddette "guerre stellari".
Ad alimentare tali timori è il fatto che l'amministrazione Bush si rifiuti persino di discutere dell'argomento. Secondo Theresa Hitchens, direttore del Centro per le informazioni sulla difesa di Washington, la nuova politica "tiene la porta aperta a una strategia di guerra nello spazio ed ha un tono bellicoso e molto unilaterale".
La Casa Bianca ha infatti già posto il veto a eventuali trattati o moratorie. "Gli Stati Uniti si opporranno alla creazione di nuovi regimi legali o restrizioni che cerchino di proibirne o limitarne l'accesso e l'utilizzo dello spazio", ha scritto il presidente, spiegando che "non c'è bisogno di trattati contro gli armamenti perché non vi è nessuna corsa alle armi spaziali".
Polizia stellare
Vittorio Zucconi su la Repubblica
Alle 17 del venerdì 6 ottobre, vigilia del lungo week end di Cristoforo Colombo, dunque nel momento di stanca della tensione politica e dell´attenzione del pubblico distratto dai progetti di vacanza, George W. Bush ha firmato, con il minimo possibile di pubblicità e di fanfara in una Washington già svuotata dal fine settimana, la nuova "Magna Cartha" della conquista e del controllo militare americano dello spazio.
La cosiddetta "Ultima Frontiera" aperta all´umanità deve diventare, secondo questo sensazionale documento passato quasi inosservato, la "riserva di caccia" della tecnologia militare e civile americana, off limits, vietata a tutti coloro che l´America consideri e sospetti ostili ai propri interessi. Lo spazio è nostro, come il mare dell´Impero era "mare nostrum".
Ventitré anni dopo il discorso del 1983 nel quale Ronald Reagan lanciò quella sua fantasiosa e romanzesca iniziativa subito ribattezzata "Guerre Stellari", questa nuova "National Space Policy" varata da Bush vola ben più alto del sogno di uno scudo spaziale che il grande visionario ungherese Edward Teller, il padre dell´arsenale termonucleare americano, era riuscito a vendere a Reagan.
"La nostra libertà di azione nello spazio è essenziale quanto lo è per noi il controllo dell´aria e dei mari e lo spazio extraterrestre è una componente della sicurezza nazionale, economia e territoriale degli Stati Uniti".
Dunque, gli Stati Uniti si riservano il diritto, senza consultazioni, senza accordi internazionali e soprattutto senza trattati che leghino le loro mani "di impedire, dissuadere o negare l´uso dello spazio" a chi abbia intendimenti ostili verso di loro.
Si dice che questo balzo in avanti sia rispetto alle fantasie reaganiane che tanto terrore seminarono al Cremlino accelerando addirittura, secondo il folklore storico, il disfacimento dell´Urss, sia rispetto alla "National Space Policy" firmata da Clinton, sia scattato quando, due anni or sono, un raggio laser partito dal territorio della Cina abbia "illuminato", senza danneggiarlo, un satellite spia della US Air Force. Quel fascio di luce, pure innocuo, rivelò tutta la possibile, prossima vulnerabilità del sistema di satelliti americani, dai quali ormai dipende tanta parte di ogni azione militare, dalla navigazione in mare a quella aerea, dal puntamento delle artiglierie alle comunicazione fra unità. Senza la ragnatela di satelliti militari e civili, il colosso aereo-navale-terrestre americano sarebbe ridotto a un Polifemo orbo che brancola nel buio.
La scoperta della vulnerabilità americana all´acciecamento dei suoi satelliti, usati per orientarsi e per comunicare anche dalle pattuglie dei soldati che si aggirano per i vicoli mortali di Bagdad o di Kandahar come dai missili Cruise o dai serventi degli obici, non è una scoperta di oggi. La novità sta in questa annessione strategica dello spazio agli interessi nazionali degli Stati Uniti, come se esso fosse divenuto un´estensione dei confini e delle acque territoriali. La "Nsp" è dunque la logica proiezione oltre la superficie terrestre di quella dottrina della "supremazia americana nel XXI secolo" teorizzata dal "Progetto per un Nuovo Secolo Americano", quel documento che forma la base della dottrina e della visione del mondo cosiddetta Neo Conservatrice, ma di fatto americocentrico.
Il merito della svolta di Bush è la sua chiarezza, è l´abbandono di quegli scrupoli e di quelle premure "multilaterali" che avevano limitato la "Politica Spaziale di Clinton". Nel testo clintoniano del 1996, si diceva che "gli Stati Uniti si sarebbero opposti a ogni tentativo di limitare il proprio accesso al diritto di passaggio nello spazio" ma lo subordinava a trattati esistenti o da negoziare. Non Bush. Il privilegio di muoversi nello spazio, di lanciare sistemi d´arma, difensivi od offensivi essendo di fatto tutti a "doppia capacità", di annientare chi si opponga è riservato alle scelte politiche e strategiche dei governi americani e di chi a esso decida di accodarsi, secondo la stessa formula già adottata con la "coalizione di chi ci sta", la "Coalition of the Willing". Se lo spazio diviene una componente cruciale della sicurezza nazionale americana, dipenderà da Washington decidere che cosa sia, e che cosa non sia, una minaccia alla propria sicurezza in questo nuovo "cortile di casa" extraterrestre.
Con quali strumenti militari pratici sarà esercitata questo diritto proprietario sullo spazio, il documento non precisa, perché scatta il provvidenziale meccanismo del "classified", del segreto di stato sui progetti. "Non abbiamo nessuno intenzione di lanciare un programma di armamento dello spazio, punto e basta", dice al Washington Post un´"alta fonte anonima" dell´amministrazione, ma la fetta di bilancio della difesa riservata per le ricerche spaziali è generica e coperta dal segreto. A parte i 48 miliardi di dollari (piè dell´intero bilancio italiano della Difesa) riservati nei prossimi cinque anni ai missili anti missile che continuano a essere sperimentati con modestissimo successo e che ora la "bomba coreana" farà accelerare, come e dove saranno spesi i milioni di dollari disseminati e dissimulati in mille progetti "neri", non ufficiali, l´Air Force, che li gestisce, non vuol dire.
Ma le voci, rimbalzate dalle pubblicazioni specializzate, dalle aziende, dai laboratori, sono molte e molti attendibili.
La stessa aviazione militare lavora da tempo a un aereo ipersonico, il progetto Falcon, capace di staccarsi dall´attrazione terrestre, di orbitare e di piombare sull´obbiettivo, in un´ora di volo da qualsiasi punto della terra. Le industrie aereospaziali hanno contratti per il progetto "Guardia del Corpo", nugoli di minisatelliti "Asat", cioè anti satellite, da lanciare per proteggere i fratelli più grandi per le telecomunicazioni e lo spionaggio. Armati di laser o di proiettili esplosivi convenzionale farebbero la funzione che i sottomarini "hunter killers", cacciatori, svolgono a protezione della grande unità navali. Boeing 747 jumbo specialmente modificati sperimentano da tempo armi laser per accecare i satelliti nemici da alta quota.
Il sogno dello "scudo spaziale" cullato da Reagan come protezione per fermare i missili intercontinentali nemici diviene così, nella reinterpretazione aggressiva del successore Bush autentica "guerra spaziale", secondo una progressione che la tecnologia rende ogni giorno più realistica e che soltanto la politica aveva frenato e può frenare. Con il suo nuovo ordine, firmato nel pomeriggio languido e distratto di un lungo week-end, George Bush ha avuto almeno il merito di bruciare ogni ipocrisia e di affermare chiaro e tondo che l´America del XXI secolo intende considerare lo spazio come l´impero Romano considerava il mare, semplicemente perché aveva i mezzi per farlo. Non si fa invece cenno, nella nuova dottrina, di quali strumenti potranno essere adottati per impedire a 19 fanatici di fare strage di innocenti armati soltanto di un tagliacarte.
Afghanistan, perché la guerra va male
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
In videoconferenza con il Pentagono da Kabul, il generale inglese David Richards, il comandante delle truppe della Nato in Afghanistan, ha ieri ammonito che restano solo sei mesi per vincere la guerra. L'inverno sarà decisivo, ha precisato, e se ad aprile la Nato non avrà segnato sensibili progressi, sul campo e nella ricostruzione del Paese, sempre più afghani si rassegneranno al ripristino del regime talebano. Il generale ha attribuito la crisi a un errore iniziale dell'amministrazione Bush: la persuasione di avere vinto il conflitto alla fine del 2001, e il passaggio prematuro da una missione di peace enforcement, imposizione della pace, a una di peace keeping, la sua semplice custodia.
Probabilmente, al monito del generale Richards hanno contribuito le difficoltà incontrate dai soldati inglesi nella zona di Kandahar, nel meridione afghano, una roccaforte talebana, dove da mesi sono in corso i più sanguinosi combattimenti degli ultimi quattro anni. Ma il ripensamento dei vertici militari è motivato anche dalla continua latitanza del mullah Omar e di Bin Laden, dalla ricomparsa di Al Qaeda, dalla debolezza del governo di Kabul, dai ritardi nel recupero della società civile, e dal crescente potere dei signori dell' oppio, la cui produzione quest'anno è aumentata del 59 per cento. Secondo Richards, la Nato ha l'incondizionato appoggio di appena il 20 per cento degli afghani.
L'alleanza è consapevole dei problemi, e sollecita i suoi membri ad accrescere la loro presenza militare in Afghanistan. Ma la risposta è negativa, dall'Italia, che sinora non ha soddisfatto l'ulteriore richiesta di aerei e di unità speciali, alla Norvegia, che ieri ha detto di essere pronta solo a un maggiore sostegno umanitario. Una guerra che si può e si deve vincere rischia così di essere perduta, e un tentativo di esportare la democrazia che può e deve avere successo rischia di fallire. Non è in gioco solo il futuro del popolo afghano. Lo sono anche la stabilità dell'Asia centrale, già minacciata dalle ambizioni nucleari dell'Iran, e la stabilità del mondo islamico, già compromessa dal conflitto in Iraq.
Che cosa occorra è chiaro: un ripensamento politico dopo quello militare. I governi della Nato devono impegnarsi da un lato per uno sforzo risolutivo di peace enforcement, per una campagna che elimini il pericolo talebano, e dall'altro per uno sforzo di peace keeping, una più rapida riedificazione dell'Afghanistan.
Parte della responsabilità ricade sull' America, che sembra avere dimenticato questa guerra, sebbene vi partecipi con 20 mila uomini, quasi la metà del totale delle forze. Ma parte ricade anche sull'Europa, che sembra incapace di rispondere alla sfida della storia. Nell'età del terrorismo, una sconfitta, o nel migliore dei casi una permanenza di dieci anni o più a Kabul, metterebbe a rischio la sua sicurezza.
A differenza di quella dell'Iraq, nessuno contestò mai il movente della guerra dell'Afghanistan: i talebani furono corresponsabili dell'attentato alle Torri gemelle di Manhattan, un attentato contro tutto l'Occidente. Ma oggi che essi stanno tornando a controllare alcune aree del Paese assieme ad Al Qaeda, è un altro errore credere che per batterli basti il soft power, il potere morbido, il confronto delle idee. Occorre anche e prima l'hard power, per sgradevole che riesca all'Europa esercitarlo.
19 ottobre 2006