E così abbiamo dovuto sorbirci anche un Tronchetti Provera che nel grande albergo di Milano, con i giovani figli allineati in prima fila - la famiglia, si sa, in Italia intenerisce i cuori -, recita la parte della vittima malinconica. Sulla gravità di quel groviglio di spiate e di dossier che a un grande giurista come Gustavo Zagrebelsky ha fatto scrivere di pericolo per la democrazia, di lacerazione dello Stato di diritto in un Paese «dove manca una distinzione tra interessi pubblici e interessi privati», l'ex presidente della Telecom ha glissato, attento soltanto a difendere se stesso - «la vera parte lesa» -, senza spiegare, senza neppure mostrare rammarico per quel che è accaduto a violare i diritti costituzionali dei cittadini.
La società e i suoi vertici sono estranei a questi fatti, ha ripetuto. Peccato che l'ordinanza del Gip di Milano, Paola Belsito - 344 pagine -, che non è una sentenza, ma rivela «gravi indizi di colpevolezza», sostenga che l'ex presidente è stato l'unica persona alla quale il responsabile della sicurezza dell'azienda doveva rispondere: Giuliano Tavaroli, l'incontrollato dalle mani libere.
«Sono qui per chiedere aiuto, per proteggere i lavoratori dell'azienda e gli investitori». Anche i dipendenti spiati, in violazione dello Statuto dei lavoratori, anche i giovani che chiedevano di essere assunti, anche gli azionisti di una società che ha speso tutti quei soldi per mettere in piedi e far funzionare una gigantesca e illegale centrale di spionaggio?
A Tronchetti Provera non viene il sospetto che per anni sia stata la Telecom la zona grigia per eccellenza, un posto dove l'etica ha avuto precaria cittadinanza e che un'operazione di bonifica civile dovrebbe cominciare proprio da quei sospettabili palazzi? L'uscita dall'azienda dell'ex presidente, par di capire, è stata causata, più che altro, dal ciclone giudiziario che stava per abbattersi su Telecom e di cui Tronchetti Provera, con tutti quegli spioni a disposizione, doveva essere bene informato. «Il dovere istituzionale» che l'avrebbe portato a dimettersi dalla presidenza dell'azienda, nato dal conflitto con Romano Prodi, secondo la sua interpretazione ufficiale, ha fatto da sfondo, ma non sembra la vera causa primaria delle dimissioni.
Lo scandalo Telecom si iscrive tra i gravi casi che hanno punteggiato il corso della società nazionale negli ultimi decenni, casi rimasti aperti anche dopo tanto tempo. Non vanno mai a finire, non si riesce mai a sapere chi sono i veri mandanti, restano privi di verità e di giustizia. tra finanza, politica, mafia e corruzione, con i servizi segreti quasi sempre protagonisti, comprimari o comparse. I famosi servizi segreti «deviati». I deviati, in effetti, sono stati coloro che hanno seguitato a fare il loro dovere, visto il gran numero di uomini compromessi in fatti spesso atroci. Anche in quest'ultimo scandalo non sono pochi gli uomini dello Stato coinvolti in pratiche illecite, raccoglitori fuorilegge di tabulati telefonici, di informazioni riservate nella banca del Viminale, nel casellario giudiziario, nell'agenzia delle entrate. A livelli bassi e alti, mossi dalla sete di denaro, dalla voglia di un qualsiasi potere, dal miraggio del successo e della carriera.
Ma con la bassa forza sono ben presenti i gradi alti, i brigadieri diventati generali, chissà come, i vertici che agiscono ognuno con il suo referente o protettore finanziario o politico della specie più diversa. Un caso come quello del sequestro di Abu Omar nel quale anche uomini Telecom sono coinvolti suscita disagio e vergogna nei cittadini puliti. Quel che è accaduto rappresenta un pesante oltraggio alla sovranità nazionale: è possibile che il direttore del Sismi, il generale Pollari, seguiti a rimanere al suo posto protetto sia dal governo sia dall'opposizione?
Ne sono successe tante in questi trent'anni. L'ordinanza del Gip sullo scandalo Telecom ricorda, per analogia con fatti accertati nell'azienda, le schedature Fiat scoperte il 5 agosto 1971 dall'allora pretore di Torino Raffaele Guariniello che sequestrò le schede di 354.077 cittadini, con le informazioni illecitamente raccolte su dipendenti e non dipendenti, con le prove dei pagamenti fatti dall'azienda a carabinieri, poliziotti, agenti del Sid al servizio della Fiat. Una polveriera. Non successe niente o quasi.
La P2, poi. Quando, il 16 marzo 1981 i due magistrati dell'Ufficio istruzione di Milano Giuliano Turone e Gherardo Colombo sequestrarono negli uffici di Gelli a Castiglion Fibocchi i materiali, le schede, i plichi, le buste sigillate degli affiliati della loggia segreta - tre ministri, il capo di Stato maggiore della Difesa, i capi dei servizi segreti, generali, diplomatici, banchieri, direttori di giornali - non dovevano fidarsi molto del contesto che li circondava. Lavorarono per sei giorni come forzati a leggere cinquemila fogli, a catalogarli, a fotocopiarli. Li timbrarono, li firmarono, li numerarono. Collocarono gli originali in una cassaforte del tribunale; nascosero una copia dei documenti in cartellette con i numeri sbagliati; collocarono l'altra copia in una cassa di legno sigillata con i piombini dell'Ufficio istruzione e la consegnarono al colonnello comandante del Nucleo di polizia tributaria che aveva eseguito la perquisizione. Tutte quelle precauzioni servirono a poco. I documenti non furono rubati o distrutti, cadde il governo Forlani, fu istituita una commissione parlamentare d'inchiesta, ma vent'anni dopo, la P2, nel sentire comune dei benpensanti, non è più un'associazione criminale che mise in pericolo la Repubblica, ma un club di gentiluomini e gran parte degli affiliati sono tornati in circolazione in posti di rilievo.
L'elenco dei fatti accaduti in questi anni è lungo e spesso gronda sangue. Il terrorismo, l'assassinio di Aldo Moro, il caso Sindona, il caso Calvi, la mafia, l'assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, le stragi e poi Mani pulite, la Parmalat, i «furbetti del quartierino», Calciopoli. L'itinerario non muta. Scandalo, rumore, paura, ricatti, desiderio di cambiare, titoli neri come temporali. Poi tutto si smorza, il tempo che passa ha una forza sinistra, la stanchezza prevale, coloro che hanno agito in nome della legge diventano i carnefici. Sarà così anche per l'affare Telecom in cui tante sono le vittime e tanti i burattini del malfare che hanno violato i princìpi costituzionali di grande rilievo facendo comprendere anche come sono indifesi cittadini?
Tronchetti Provera riprenderà il suo cammino, realizzerà i suoi sogni di dominio, diventare l'Agnelli del 2000 e tutto sarà dimenticato?
Accuse senza Fondamento
L'intervento alla Camera di Piero Fassino
su l'Unità
Comincio con l'esprimere a nome dell'Ulivo, ma ritengo anche a nome di tutti gli altri parlamentari del centrosinistra, un ringraziamento al presidente del Consiglio per come ha voluto informare il Parlamento di tutti gli aspetti che questa vicenda ha sollevato e dichiarargli solidarietà per gli attacchi subiti nelle settimane scorse.
Ma anche per le insinuazioni malevoli a cui l'opposizione di centrodestra non ha voluto rinunciare neanche oggi, in quest'aula. Tutti noi abbiamo sperato in una discussione utile, e credo che tutti gli italiani avrebbero preferito un'utile discussione parlamentare al posto del clima rissoso e delle invettive voluti dalla destra.
Io ho chiesto di intervenire a questo punto del dibattito per rispetto nei confronti dell'onorevole Fini e nei confronti dell'onorevole Tremonti che mi hanno preceduto, perché mi sembrava utile ci potesse essere una interlocuzione tra noi. Evidentemente mi sono illuso. Ho ascoltato infatti una sequenza di osservazioni maligne, qualche volta al limite della calunnia, e con argomentazioni facilmente ritorcibili verso chi le ha strumentalmente e aggressivamente utilizzate.
Tremonti ha detto che è dovere di ogni cittadino la verità. Ed è dovere tanto più di ogni parlamentare essere sincero e veritiero di fronte al Parlamento. Giusto. Ma ricordo che Tremonti, nei cinque anni di Governo di centrodestra, è stato per tre volte il presentatore in quest'aula di una legge finanziaria palesemente e consapevolmente fasulla . E Tremonti ha mentito agli occhi di questo Parlamento.
Sarebbe facile ricordare a chi ha rimproverato al Presidente del Consiglio una battuta, che non era evidentemente riferita al Parlamento, che il precedente presidente del Consiglio per cinque anni ha ritenuto di non venire mai a rispondere alle interrogazioni dei membri di questa Assemblea.
Sarebbe troppo facile ricordare all'onorevole Tremonti, che ha formulato insinuazioni al limite della calunnia su presunti interessi personali dell'attuale premier, che l'unico Governo che per cinque anni nella vita di questa Repubblica è stato minato costantemente dal conflitto di interesse è stato il governo della destra.
Potrei continuare a lungo, ma non mi interessa, perché non credo che gli italiani siano appassionati a un dibattito condotto su questo tenore. Quindi, mi sforzo, al pari di altri colleghi - il collega Giordano, in particolare - di cercare di riflettere sulle questioni che la vicenda Telecom suscita e che sono state affrontate dal presidente del Consiglio. Mi pare che ve ne siano molte, ma mi soffermo su almeno tre di esse.
La prima questione è il rapporto tra Stato e mercato. In queste settimane, l'opposizione - Tremonti e Fini compresi - ha adombrato l'idea che dietro il comportamento del governo vi sia stata una mentalità statalista, dirigista, un tentativo addirittura di nazionalizzare le telecomunicazioni. Ora, tutto ciò non ha alcun fondamento. Sappiamo tutti, da tempo, che appartiene a un'altra epoca la fase nella quale lo Stato aveva un ruolo come imprenditore di prodotti, di beni e di merci. Ma oggi il mercato è in grado di corrispondere a tutte le esigenze di merci e di beni che la nostra società abbisogna e che il ruolo dello Stato si gioca su un altro terreno, quello della definizione delle regole, che peraltro sono affidate a un'autorità indipendente, quale l'authority delle telecomunicazioni, e sul terreno dell'individuazione e attivazione delle politiche di sistema: dalla formazione al sostegno, alla ricerca, alle infrastrutture, all'internazionalizzazione, che consentano alle imprese che agiscono in un mercato di non essere sole e di essere viceversa più competitive, avvalendosi dei fattori di sistema che la politica e lo Stato possono mettere loro a disposizione.
A questo approccio si ispira la nostra politica nel settore delle telecomunicazioni, dove non intendiamo statalizzare alcunché. Al contrario vogliamo che siano rafforzate tutte le iniziative di regolazione trasparente del mercato, attraverso l'attività dell'authority e riteniamo - la prossima legge finanziaria renderà evidente questo nostro impegno - di mettere in campo tutte le politiche industriali e di sistema necessarie a far sì che gli operatori delle telecomunicazioni possano agire in termini più competitivi di quanto non abbiano fatto sinora. Per quanto attiene alla questione del rapporto tra le infrastrutture di rete e coloro che producono beni e servizi, anche al riguardo non facciamo finta di non sapere che le cose, in questi anni, hanno conosciuto un'evoluzione, in Italia come in tutto il mondo. Un tempo, un'impresa era titolare della rete e dei servizi che sulla rete stessa viaggiavano. Oggi non è più così in moltissimi Paesi e non è più così in Italia per molti servizi. Oggi, se fosse redditizio, una qualsiasi compagnia privata ferroviaria potrebbe far circolare i suoi treni sui binari pubblici, perché abbiamo separato la rete da coloro che organizzano il trasporto. Lo abbiamo fatto nell'energia, lo abbiamo fatto negli aeroporti. Non è, dunque, uno scandalo discutere - ne ha parlato anche Guido Rossi, il nuovo presidente della Telecom, ieri, nel corso dell'audizione che si è svolta in questa Camera - della possibilità di separare l'infrastrutturazione di rete dagli utilizzatori, dalle società cioè che prestano servizi telefonici. È una questione su cui è lecito discutere. Ricordo che questo tema fu evocato persino dall'on. Tremonti, quando era ministro dell'Economia e delle finanze. E se vogliamo fare una riflessione su tale tema è sicuramente possibile farla, per capire come si organizza l'insieme dei servizi telefonici in una logica che veda, anche in questo campo, un'articolazione ed una flessibilizzazione tra servizi e rete. Questo non significa necessariamente tradurre tutto ciò nel fatto che i servizi debbano essere privati e le reti e le infrastrutture sempre pubbliche. Ad esempio nel caso del settore aereo si è separata l'attività delle compagnie aeree dalla gestione delle infrastrutture aeroportuali, attraverso l'intervento di privati nella gestione degli aeroporti. Ecco perché, io credo, anche nel settore delle telecomunicazioni si possono separare servizi telefonici e reti, senza che le reti debbano per forza essere pubbliche.
Per quanto riguarda la terza questione, ossia la Telecom, quest'ultima non è un'azienda in crisi. È un'azienda che ha tecnologia, risorse, che ha visto aumentare i propri clienti, accrescere i propri ricavi e rappresenta un patrimonio straordinario del Paese.
Telecom è però una società che ha un forte indebitamento. Ma proprio perché essa rappresenta un patrimonio prezioso per l'Italia, ritengo che non sia indifferente come si affronta e si risolve il suo indebitamento. Dico francamente che a noi non apparirebbe convincente, se venisse praticata, l'idea che per pagare i debiti si cedano attività, rami e settori della Telecom, perché in questo modo si ridurrebbe il suo patrimonio tecnologico, finanziario, umano e di mercato. Noi al contrario pensiamo che, se si vuole affrontare seriamente questo tema - un tema che è bene ed è tempo che venga affrontato, anche se la responsabilità resta naturalmente dell'azienda e dei suoi azionisti -, occorre allora agire sul terreno della ricapitalizzazione della società, allargare la base azionaria dei soci e, per questa via, accumulare le risorse finanziarie per ridurre l'indebitamento, senza compromettere né mortificare il patrimonio tecnologico, produttivo e umano dell'azienda.
Proprio per questa ragione, proprio per non compromettere la credibilità di una realtà industriale così importante, è opportuno che in questo stesso periodo si faccia chiarezza sulla vicenda delle intercettazioni. Si chiarisca se quell'organizzazione di spionaggio e di schedatura sia andata a vantaggio di qualcuno. E dunque: a vantaggio di chi? Sulla base di quali finalità e per quali obiettivi? Quali eventuali inquinamenti può aver prodotto, o quale era l'intenzione di chi ha posto in essere quell'attività?
La magistratura accerti tutto e individui le responsabilità di tutti. Siano essi nella Telecom, siano essi in corpi o in apparati dello Stato. Dico questo perché è necessario, in primo luogo, restituire serenità a questa azienda proprio per quello che rappresenta nel patrimonio produttivo, tecnologico e finanziario del nostro Paese. Serenità, quindi, a chi investe, a chi lavora, a chi utilizza questi servizi. Insomma, usciamo da questa vicenda guardando in avanti.
Se vogliamo discutere di questi temi, noi siamo pronti. Lo siamo oggi come lo saremo in qualsiasi altro momento. Se invece qualcuno pensa di continuare ad imbastire aggressioni, maldicenze e a fomentare polveroni, allora troverà pane per i suoi denti.
La partita Iva divide l´Italia
Massimo Riva su la Repubblica
«Ma lei vuole la fattura oppure no?» Perché, che differenza farebbe? «Una bella differenza. Con la fattura i 100 euro del mio lavoro diventano 120 per via dell´Iva. Senza fattura, lei mi mette in mano 80 euro e la questione è chiusa». Questa aggiustando le cifre alla situazione specifica, sovente anche di un paio di zeri è la sintesi di una tipica conversazione che si ripete per migliaia e migliaia di casi ogni singolo giorno in tutta Italia, dal Brennero a Capo Passero. Ed è anche la rappresentazione spicciola ma fedelissima di un fenomeno di evasione fiscale diffuso, massiccio, capillare.
In forza del quale gli 80 euro dell´esempio escono dal portafoglio di chi su quel denaro ha pagato le tasse dovute per entrare nelle tasche di chi su quell´importo non verserà all´Erario neppure un euro. Di regola, infatti, principali protagonisti di questa triste commedia sono, da un lato, la folla di coloro (dipendenti o pensionati) che sono privi di partita Iva e, dal lato opposto, la non poco folta schiera di coloro (lavoratori autonomi in genere) che la partita Iva ce l´hanno, ma approfittano con scaltra avidità della debolezza contrattuale di chi quella medesima partita non ha.
È chiaro che se tutti pagassero i fatidici 120 euro verrebbe alla luce del sole ovvero del Fisco un´enorme base imponibile nascosta, il cui gettito potrebbe ristorare le casse dello Stato e così consentire anche significative riduzioni delle aliquote di prelievo un po´ per tutti. Ma il fatto è che un buon sistema fiscale non può reggersi fidando solo nella correttezza soggettiva del singolo contribuente.
Tanto più se quest´ultima risulta essere autolesionistica perché pagare 120 anziché 80 significa subire un incremento di spesa di ben il 50 per cento. Che diventano davvero tanti soldi se la fattura di base è magari di 5 o 10mila euro.
Siamo franchi: bisognerebbe avere un´aureola sulla testa per accettare di sborsare tanti soldi in più al pur nobilissimo fine di obbligare l´occasionale interlocutore a denunciare tutto intero il suo reddito effettivo. Insomma, un efficiente sistema tributario postula che si creino condizioni oggettive tali da modificare il gioco delle convenienze in modo che chi si trova a pagare una qualunque fattura abbia un personale e diretto interesse a farsi certificare l´esborso. Con tutte le positive conseguenze a cascata sugli incassi dell´Erario e sull´equità del prelievo complessivo.
Sono anni, anzi decenni, che questa disparità fra titolari e non titolari di partita Iva alimenta pagamenti in nero, diffonde una pervasiva abitudine all´evasione, scava in definitiva un solco di iniquità sempre più profondo fra coloro che volenti o nolenti non sono in grado di sottrarre neppure un euro al Fisco a causa del prelievo integrale alla fonte e chi può farsi allegramente beffe dell´obbligo tributario, speculando proprio su una normativa che, in forza delle reciproche convenienze economiche immediate, sembra fatta apposta per aiutare i furbi e i disonesti. Sono anni, si diceva, che si va avanti così, ma senza che si sia fatto nulla per creare un sano e fecondo conflitto d´interesse fra chi paga e chi incassa.
Dal nuovo governo di centro-sinistra, che ha posto il tema dell´equità fiscale in cima alla sua bandiera programmatica, era lecito attendersi una svolta netta e chiara in materia. Tanto più dopo alcuni primi passi che sono apparsi apprezzabili: come la cancellazione degli assurdi privilegi consentiti alle ricche stock-option dei grandi manager ovvero con l´annuncio di voler portare su standard europei il prelievo sulle rendite mobiliari. Ma ecco che giunti al banco di prova della legge finanziaria si torna alla più scontata continuità con i vizi del passato. Nulla per sradicare le storture sopra descritte e, viceversa, un aumento della pressione fiscale sui redditi dei ceti medi e medio-alti.
Maggior carico che finirà in particolare per distribuirsi sulla platea del lavoro dipendente più qualificato ovvero di coloro che a causa del prelievo alla fonte non possono comunque sfuggire al Fisco. Cosicché pagherà di più non tanto chi evade, ma chi versa regolarmente il dovuto.
Amato e l'Islam: non bisogna chiedere scusa per paura
Il ministro dell'Interno definisce «inaccettabili» le minacce contro il Papa e i cristiani
Lorenzo Salvia su Corriere della Sera
«Dobbiamo dirlo chiaro e tondo agli islamici: non è ammissibile che, se il Papa dice qualcosa che non condividete, ci siano minacce fisiche nei confronti dei cristiani. Nonostante le colpe che abbiamo per il colonialismo questo dimostra che siete nella fase oscurantista in cui i cattolici erano quattro secoli fa». Giuliano Amato si rivolge direttamente a loro, agli islamici. Perché ad ascoltarlo qui nella sala del Centro studi americani, nei vicoli del ghetto di Roma, c'è un pezzo importante di quell'Islam moderato su cui conta per il «dialogo sì ma con chi vuole dialogare». In prima fila per il convegno «Islam in Italia e negli Stati Uniti», c'è Mario Scialoja, l'ex ambasciatore diventato rappresentante in Italia della Lega musulmana mondiale. Al microfono prima di lui c'era Bou Konate, senegalese diventato imprenditore e assessore a Monfalcone, in quel Nord-Est spesso difficile per gli immigrati. E in platea ci sono tanti musulmani che raccontano le loro storie di integrazione negli Stati Uniti.
È proprio per questo che il ministro dell'Interno sceglie di parlare a viso aperto, senza finte timidezze. Parte dai giorni difficili dopo il discorso del Papa a Ratisbona: «Non dobbiamo chiedere scusa all'Islam per paura del terrorismo. Questo è successo e i governi dei Paesi islamici ci chiedono di chiedere scusa perché hanno paura di perdere le elezioni». Ecco, spiega Amato, questo non è dialogo: «Sono piuttosto ammuine, per dirla in napoletano, dettate solo dalla paura».
Fa un altro passo indietro, fino alle vignette satiriche su Maometto pubblicate in Danimarca: «Per quelle mi sento di chiedere scusa ma gli islamici devono fare altrettanto se nel nome di Allah qualcuno cerca di farmi violenza, perché questo offende la religione». Ma poi risale ancora più indietro nella storia, per spiegare che se oggi nella «fase oscurantista» c'è una parte del mondo musulmano, non sempre le cose sono state così e si spera non sempre saranno così: «Storicamente dice l'Illuminismo in Europa lo ha portato l'Islam. Poi il Cristianesimo ha finito per chiudersi e il secolo della Controriforma ha ideologicamente rinnovato la nostra jihad che si chiamava Crociate. Noi ne siamo usciti, l'Islam ci è cascato. E una parte di esso è ancora dentro».
Seduto al suo fianco c'è il predecessore Giuseppe Pisanu «ottimo ministro con il quale ancora mi consiglio, anche se non posso dirlo altrimenti si arrabbiano sia i suoi che i miei». Pisanu concentra il suo discorso sui pericoli dei «quartieri ghetto» per poi parlare di «mano tesa» verso chi si vuole integrare e «mano armata» verso chi viola la legge. È l'unico punto su cui Amato lo riprende: «Qui si sparano solo domande. Vi assicuro che Pisanu è in realtà un pacifista. E poi diciamolo, con la pistola in mano non staresti bene. Non sapresti nemmeno come prenderla».
Mammismo protetto
Buongiorno di Massimo Gramellini su La Stampa del 22/9/2006
E' vero che ci si abitua a tutto, ma vi rendete conto che una coppia di cittadini italiani sta nascondendo da giorni una bimba bielorussa, senza che nessun organo dello Stato si senta in dovere di cercarla e di prendere provvedimenti nei confronti di chi la trattiene illegalmente? Ammesso che i coniugi Giusto abbiano ragione e che la piccola data loro in affido sia stata vittima di maltrattamenti (i giornalisti che hanno visitato l'orfanotrofio di provenienza nutrono forti dubbi), sembra essere passato il principio che l'amore possessivo per un bambino possa prevalere tranquillamente sulla legge. Certi gesti morbosi, che in qualsiasi altro contesto suonerebbero ricattatori, quando c'è di mezzo una creatura vengono fatti passare per slanci del cuore. Il mammismo giustifica e assolve qualsiasi azione prevaricatoria. E chi se ne importa se a causa del comportamento egoista di due individui che cercano di farsi giustizia da soli, centinaia di altre coppie non potranno più vedere i bambini che da anni rallegrano le loro estati. Nelle menti emotive la colpa è del governo bielorusso che si vendica chiudendo i confini, mica di chi ha creato le condizioni perché ciò accadesse.
Turchia, giornalista incriminato: il genocidio armeno è ancora tabù
su l'Unità
In Turchia non tiene più il vecchio articolo 301 del codice penale contro "l´oltraggio all´identità turca", pesante strascico di un nazionalismo che ancora tarda a morire. E sempre più giornalisti, intellettuali e accademici ne sfidano i precetti. L´ultimo è un episodio che si ripete. Hrant Dink, giornalista turco ma di origine armena, è stato incriminato dal tribunale di Sisli, a Istanbul, per aver infranto l´articolo 301 del nuovo codice penale. Quella di Dink è una vicenda particolarmente complessa. Cittadino turco, di origine armena, Dink è il direttore di un periodico in lingua armena chiamato "Agos". L´anno scorso era già stato condannato a sei mesi di reclusione per aver parlato del genocidio armeno del 1915, ma, a febbraio, aveva evitato la prigione perché la corte d'appello di Ankara non aveva accolto la sentenza dei magistrati di Istanbul. Negli ultimi giorni Hrant Dink aveva reso noto di voler iniziare una campagna per l'abolizione dell'articolo 301. Questa volta, il tribunale di Sisli ha chiesto tre anni di prigione per Dink per una dichiarazione riportata dalle agenzie di stampa lo scorso 21 luglio sempre a proposito del genocidio armeno.
L´anno scorso il celebre scrittore turco Orhan Pamuk dopo aver ammesso a un giornale tedesco che "un milione di armeni vennero uccisi in Turchia", ricevette minacce di morte, fu accusato di "oltraggio all´identità turca, alla Repubblica, al Parlamento, al governo, ai ministeri, ai membri delle forze armate e di pubblica sicurezza, ai membri della magistratura" (come recita il testo dell´articolo 301 del Codice penale turco attualmente in vigore) e solo dopo ripetuti rinvii del giudizio, il 24 gennaio, sentendosi puntati addosso gli occhi dell´Unione Europea, dubbiosi circa il diritto di libertà di espressione, il tribunale turco, sempre quello di Sisli, prosciolse l´accusato.
In molti casi, gli accusati di aver violato l´articolo 301 sono responsabili di aver semplicemente nominato il genocidio armeno, una questione lontana nel tempo, ma tuttora considerata tabù. La Turchia nega le accuse secondo cui 1,5 milioni di armeni siano stati uccisi in un genocidio sistematico e sostiene che gli armeni cristiani e i turchi musulmani siano morti nel corso di un conflitto settario. Ma per rischiare fino a tre anni di carcere, a un opinionista turco basta fare accenno alla rimossa questione curda o mettere in discussione il ruolo dell'esercito. La tutela del diritto di opinione viene così affidata alla clemenza e alla libertà interpretativa di cui godono i giudici. Non tutti gli imputati, però, possono contare sullo scudo della notorietà, e sulla conseguente attenzione dei media, come è accaduto a Pamuk o a alla Shafak.
Il nazionalismo turco
All´articolo 301, ormai ritenuto obsoleto dalla gran parte della popolazione, sono aggrappati con tutte le forze una minoranza di estremisti, un gruppuscolo di avvocati ultranazionalisti, legati al Mhp (Movimento di Azione Nazionale), il partito dei Lupi Grigi, dalle cui fila uscì Ali Agca, l´attentatore di papa Giovanni Paolo II. E sempre dagli ambienti estremistici vicini al Mhp, era giunta la richiesta di annullare la conferenza "Gli armeni ottomani nel periodo della dissoluzione dell'Impero: responsabilità scientifica e questioni democratiche", organizzata dall'Università del Bosforo per il 24-25 settembre 2005 e già rinviata dal precedente maggio, per "la mancanza di trasparenza nei criteri adottati per la scelta degli oratori". Anche in questo caso, però, la generale protesta contro questa violazione della libertà accademica e l'intervento del primo ministro Erdogan, permisero il regolare svolgimento della conferenza.
L´adesione all´Ue
Da anni, in realtà, la Turchia è impegnata nel difficile compito di affrontare la propria storia recente: la questione armena rappresenta indubbiamente uno dei nodi più intricati e dolorosi di questo processo, "il buco nero dell'identità repubblicana", come scrisse lo storico Taner Akcam. In particolare i giornalisti ed opinionisti liberali e laici turchi si sono associati alla richiesta dell'Unione Europea di abrogarlo completamente perché viola il principio di libertà di espressione e di pensiero. Per venir incontro al governo, Bruxelles ha deciso il 26 settembre di non includere più il riconoscimento del genocidio armeno tra le condizioni per l'ingresso della Turchia nell'Unione europea. L´Ue ha però ribadito che la Turchia non potrà mai entrare senza riconoscere il proprio passato. E il relatore in parlamento Eurlings, facendo riferimento al caso di Dink, ha insistito che l'art.301 del Codice penale turco va assolutamente abrogato.
Il governo di Ankara, formato dal partito di radici islamiche Akp, si oppone anche perché teme le reazioni dei nazionalisti e l'attuale crescita di consensi del partito nazionalista Mhp. Il governo stesso ha annunciato che nessuna modifica dell'articolo 301 è in agenda nell'attuale sessione del parlamento.
I dubbi Usa sulla guerra al terrorismo
Timothy Garton Ash su la Repubblica
QUI a Washington, cinque anni dopo che George Bush ha dichiarato la sua «guerra globale al terrorismo» in risposta agli attacchi dell´11 settembre, registro uno di quei lievi smottamenti sotterranei che potrebbero far presagire un significativo spostamento in politica estera. Movimenti come questo si rilevano parlando in privato con alti funzionari dell´amministrazione americana, nelle allusioni e nelle frasi lasciate a metà, nel non detto come nel detto, nelle mancate obiezioni a quanto affermi, nel linguaggio del corpo e nelle espressioni del viso, in tutti quei registri di comunicazione che non si colgono attraverso internet, la televisione, l´email o il cellulare, a dire il vero attraverso nulla di alternativo all´esperienza, tuttora insostituibile, del colloquio faccia a faccia tra due esseri umani. E poiché si tratta di un movimento così tenue e sotterraneo, a malapena ravvisato nei discorsi pubblici, figurarsi negli atti politici pubblici, si ha anche la consapevolezza che potrebbe non realizzarsi mai. Basta che salti fuori qualcosa, che nella Sala ovale una argomentazione decisiva spinga in direzione opposta e si trasformerà in una mancata svolta.
Comunque, ecco quello che credo di vedere. Non solo è sempre più netta la percezione che gli Usa hanno di fronte un numero maggiore di terroristi jihadisti rispetto a cinque anni fa, e che sotto l´occupazione guidata dagli americani l´Iraq è diventato il loro campo di addestramento, grido di guerra e «causa celebre», per citare il documento segreto di valutazione dell´intelligence nazionale dell´aprile 2006, il cui contenuto è parzialmente trapelato lo scorso fine settimana agli organi di stampa ed è stato in parte desecretato dall´amministrazione Bush martedì sera.
Da martedì è ufficiale. Sul sito web del Direttore dell´Intelligence Nazionale (www.dni.gov) è consultabile «il giudizio-chiave» consolidato espresso da sedici agenzie di intelligence americane. L´interpretazione politica di tale giudizio è ancora oggetto di acceso dibattito, soprattutto con l´approssimarsi delle elezioni di medio termine, previste tra soli 40 giorni, ma sarebbe arduo ora come ora negarne le conclusioni fondamentali. È una conferma di ciò che la gran parte dei giornalisti e degli analisti indipendenti e molti militari sul territorio denunciano da mesi, se non da anni.
Il banco di prova, a giudizio di tutti, oggi è l´Iran, non l´Iraq. Che differenza fanno una consonante e cinque anni. La politica oggi in Iraq mira a contenere il danno. La valutazione dell´intelligence nazionale parzialmente desecretata conclude che «il conflitto in Iraq è diventato la [nota bene, la, non una] "causa celebre" per gli jihadisti, alimentando un profondo rancore per il coinvolgimento americano nel mondo musulmano e facendo proseliti per il movimento jihadista globale». E prosegue: «Se gli jihadisti, lasciando l´Iraq, avessero e dessero la sensazione di aver fallito, a nostro giudizio il numero di combattenti ispirato a portare avanti la lotta sarebbe minore». Il primo giudizio è basato su dati di fatto, il secondo su un´ipotesi informata, ma è un´ipotesi sufficientemente plausibile.
Ma questa scelta immediata apre un interrogativo più ampio: il presidente George W. Bush sarà pronto a lasciare la Casa Bianca con l´Iran che, per vie traverse, potrebbe continuare a cercare di sviluppare in segreto un´arma nucleare? È preparato a bombardare l´Iran per impedire o, quanto meno, per frenare questo processo? Sappiamo che il Pentagono dispone di piani di emergenza per bombardare sospetti impianti nucleari. L´aeronautica si dichiara pronta a farlo, ma l´esercito protesta perché saranno poi le truppe in loco a dover fronteggiare la rappresaglia iraniana in Iraq e altrove. Nell´ambito di una minuziosa vigilanza e pianificazione gli uomini della Cia e le forze speciali a quanto pare sono arrivati al punto di mappare i condotti di aerazione, filtrare l´aria calda alla ricerca di tracce di radioattività provenienti da possibili impianti nascosti (o forse solo locali caldaia o esche). Sappiamo anche che stando alle simulazioni del Pentagono, gli Usa usciranno pesti dal bombardamento dell´Iran. E che in pratica tutti i consiglieri politici all´interno del governo sono contrari.
Ma alla fine a decidere sarà uno solo: George W. Bush. E qui torniamo a quel sotterraneo smottamento verso un mutato approccio nei confronti del ricorso alla forza militare come mezzo più valido per vincere la «guerra al terrorismo». Ha toccato il presidente? Lo toccherà? La sua retorica tracotante e ancora militaristica sul quinto anniversario dell´11 settembre fa pensare di no. Ma i discorsi sono una cosa, la realtà un´altra.
(traduzione di Emilia Benghi)
LA MEMORIA I 100mila ebrei di Babi Yar un massacro dimenticato
La strage fu compiuta dal 29 settembre al 3 ottobre ´41: nazisti e sovietici tentarono di nasconderla.
Marek Halter su la Repubblica
Babi Yar, vi dice qualcosa? E´ lì, nei dintorni di Kiev, nei pressi del vecchio cimitero ebraico, che il 29 settembre 1941, giorno di Kippur, giorno del Gran Perdono, gli Einsatzkommando 4, agli ordini del colonnello delle SS Paul Blobel, con la collaborazione della polizia ucraina massacrarono a colpi di mitragliatrice gli abitanti ebrei della più antica città di Russia. Il massacro andò avanti fino al 3 ottobre. Oltre 100.000 corpi caddero gli uni sugli altri nel burrone. Alcune vittime respiravano ancora e fu loro dato il colpo di grazia con le granate. Centomila persone equivalgono alla popolazione di una città come Cremona. La maggior parte erano ebrei, un terzo di loro bambini. I loro corpi furono bruciati e le loro ceneri disperse dai nazisti e dai loro collaboratori ucraini alla vigilia della liberazione di Kiev da parte dell´Armata Rossa, nel novembre 1943.
Senza dubbio gli assassini erano perfettamente consapevoli del loro crimine che si adoperarono a occultare. Ma alcuni testimoni oculari riuscirono a far filtrare la notizia al di là della frontiera ucraina. La notizia aveva fatto il giro di tutte le cancellerie e il 29 novembre 1943 fu pubblicata sul New York Times. Le prove dell´eccidio saranno poi presentate al processo di Norimberga.
Se i nazisti avevano un preciso interesse a nascondere le tracce del loro misfatto, neppure Stalin ci teneva a renderlo noto. Farlo avrebbe voluto dire "privilegiare" gli ebrei nel martirologio della popolazione russa, nel momento in cui le persecuzioni antisemite cominciavano a svuotare della loro presenza le istituzioni sovietiche. Avrebbe altresì voluto dire rivelare che tre divisioni ucraine dell´Armata Rossa, ai comandi del generale Vlassov, si erano unite dall´inizio della guerra tedesco-sovietica agli eserciti di Hitler, prendendo parte al massacro degli ebrei ucraini. Nondimeno, questa doppia operazione di disinformazione tralasciò la fatalità della memoria, che è come un corpo attaccato a un blocco di pietra e gettato in mare, che non scompare che per poco prima di riaffiorare ineluttabilmente in superficie e urlare tutta la verità.
È così che, venti anni dopo, nel settembre 1961, un giovane poeta russo, Evgenij Evtushenko, sconvolto dalla scoperta del tutto fortuita del massacro degli ebrei di Kiev, scrisse «Babi Yar», una poesia pubblicata sulla Literaturnaia Gazeta. Così facendo egli lanciò il movimento critico della storiografia sovietica. Il Partito Comunista condannò immediatamente il poeta e il giornale. Ma era troppo tardi: i corpi delle vittime massacrate a Babi Yar già tornavano a galla e fluttuavano alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti, di tutto il mondo, sul Dniepr, il fiume che attraversa Kiev, e sotto le finestre del Cremino, sulle acque della Moscova. Gli storici più tardi chiameranno «Dégel» questo movimento fondamentale nel processo di destalinizzazione.
Decine di migliaia di sovietici si danno appuntamento nelle piazze per ascoltare il poeta che legge i suoi versi:
«A Babi Yar su tante, tantissime tombe non c´è altro monumento che questo triste burrone.
Ho paura. Che peso affligge le mie spalle?
Oh, popolo ebraico, all´improvviso ho la tua stessa età».
Né Kruscev né Breznev avevano previsto l´arrivo di questa brusca contestazione della Storia ufficiale. Messo di fronte alle proprie menzogne e all´antisemitismo che aveva mantenuto durante il regime di Stalin, il potere reagisce con violenza: le opere di Evtuschenko sono messe all´indice. Ma i corpi massacrati a Babi Yar, che fluttuano sulla superficie dell´acqua e che nessuno ha il coraggio di rimuovere, ricordano a chi ancora non lo sa a che cosa può condurre l´odio. In questo caso, l´odio per gli ebrei.
I giovani, nelle scuole e nelle università, recitano la poesia «Babi Yar» di Evtushenko, tradotta in tutte le lingue, pubblicata dalla stampa di tutto il mondo. La poesia ispira a Dimitry Shostakovitch la sua celebre tredicesima sinfonia. E fin nei più sperduti villaggi ghiacciati delle remote aree della Siberia che costeggiano il Gulag, risuona il grido del poeta:
«Mi sembra d´essere io un figlio di Israele...
Mi sembra di essere io Dreyfus.
Mi sembra di essere io un bimbo di Bialystok.
Mi sembra di essere io Anna Frank».
Non ero mai stato a Babi Yar. Diffido dei luoghi della memoria.
Spesso la «cornice» nuoce alla percezione del reale, riducendo il nostro immaginario alla realtà oggettiva di qualche baracca o stele funeraria. Pertanto ho accettato a malincuore l´invito del presidente ucraino Viktor Yushenko di partecipare alle cerimonie commemorative del 65º anniversario del massacro di Babi Yar.
Sul monumento sovietico davanti al quale il presidente Viktor Yushenko ha organizzato la cerimonia, scorgo due targhe. Una è in russo, l´altra in ucraino. Rendono omaggio alle «100.000 vittime della barbarie nazista». Senza specificare nulla sull´appartenenza delle vittime. Una terza targa è stata aggiunta dopo la Perestroijka. Quella è in yiddish, ma il testo è identico.
Non ci sono più ebrei in Ucraina, e a ragion veduta. Ma l´antisemitismo è ancora vivo. La Chiesa Ortodossa non ha ancora condannato l´Olocausto, e ciò nonostante è presente alla cerimonia del 65º anniversario di Babi Yar. I suoi rappresentanti, vestiti di nero o d´oro, brillano sotto la luce del sole, e sono tanti quanti i rabbini. In piedi, gli uni accanto agli altri, per un momento ho creduto che avrebbero pregato insieme. Secondo la tradizione hassidica vi è un solo giorno l´anno nel quale le nostre preghiere giungono al Cielo. Occorre per di più che siano preghiere ferventi per penetrare attraverso le porte del Signore.
Quel giorno è il giorno di Kippur. Ed è proprio quello il giorno in cui furono massacrati gli ebrei di Kiev.
Ma eccoli lì, 65 anni dopo, di fronte a Dio, i rappresentanti delle religioni ortodossa, cattolica ed ebrea: sempre divisi. In competizione tra loro. Dopo una breve preghiera del Grande Rabbino di Ucraina, tocca agli Ortodossi farsi avanti. Le loro preghiere, i loro canti ci emozionano, le loro voci sono davvero belle. Passa più di mezz´ora senza che si faccia mai riferimento agli ebrei né a Babi Yar. Claude Lanzmann, regista del film «Shoah», se ne va indignato. Vedo i preti ortodossi congratularsi l´un l´altro, e guardare con aria di spregio il gruppo dei rabbini infagottati nelle loro lunghe vesti nere.
Ad un tratto un brivido percorre la folla. Si leva una voce. Straordinaria. Davanti al microfono, con il gigantesco monumento di granito alle spalle, un fragile ometto, il cantore newyorchese Helfgot, intona il Canto dei morti. Sui volti dei coristi ortodossi osservo lo stupore trasformarsi in ammirazione. Uno di loro applaude. Per un quarto d´ora il cantore Helfgot, con l´aiuto del coro della Sinagoga di Mosca, infonde a questo luogo una presenza ebraica. In questa gara canora hanno avuto la meglio gli ebrei. A caro prezzo. Il Cielo, ad ogni modo, si è spalancato?
(Traduzione di Anna Bissanti)