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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 28 settembre 2006


Assedio e corruzione
Così si muore nella «prigione Gaza»
L'Onu denuncia: l'economia della Striscia è distrutta. Mancano cibo e medicine, i bambini le prime vittime
Umberto De Giovannangeli su
l'Unità

LA MORTE di Gaza. Morte per assedio condotto da chi si illude che esista una soluzione militare alla questione palestinese. Morte per l'incapacità di una classe dirigente di essere altro e di più di una nomenklatura corrotta e avida di potere.
Gaza muore. Nella inerzia di una Comunità internazionale che sembra capace di agire solo di fronte a una guerra dichiarata e praticata (il Libano). «L'economia sta precipitando. Industrie che una volta costituivano l'ossatura dell'economia di Gaza e del sistema alimentare, come quella agricola e ittica, sono soffocate dalla situazione attuale e rischiano di perdere definitivamente il mercato», avverte Arnold Vercken, direttore del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam) nei Territori occupati, in un rapporto reso pubblico ieri. Dall'inizio dell'assedio di Gaza (il 25 giugno, a seguito del rapimento del caporale israeliano Gilad Shalit da parte di un commando palestinese) nessun prodotto è stato esportato dalla Striscia di Gaza, teatro di raid e incursioni di Tzahal dure quanto quelle compiute in Libano.

«Gaza è una prigione ed Israele sembra averne buttato via le chiavi», denuncia il relatore delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati John Dugard. A Gaza, dal rapimento del caporale Shalit, «la gente è soggetta a continui bombardamenti ed incursioni militari in cui oltre 100 civili sono stati uccisi ed altra centinaia feriti».
Gaza muore. Gli ospedali dell'Autorità nazionale palestinese sono in grado di far fronte solo al 77% delle cure di emergenza. La crisi finanziaria del'Anp ha colpito in particolare i reparti cardiologici che mancano dei mezzi per effettuare interventi al cuore dei bambini, angioplastiche e altre procedure cardiologiche. I bambini sono le prime vittime innocenti di questo disastro annunciato.

Gaza muore. Per assenza di lavoro e di futuro. La nuova crisi si viene ad innestare in un contesto di povertà cronica: già prima dell'ultima escalation di violenze, il 79% delle famiglie di Gaza viveva sotto la soglia di povertà (2 dollari al giorno) e non era in grado di provvedere al proprio fabbisogno alimentare quotidiano senza un qualche tipo d'aiuto o assistenza; il 40% dei capi famiglia risultava disoccupato; i dipendenti pubblici - 160mila, compresi quelli del settore sanitario - non ricevono alcun salario da più di 5 mesi.
Gaza muore. Per assenza di cibo. Da quando i fondi internazionali per l'Anp sono stati tagliati a gennaio, un numero crescente di palestinesi ad alimentarsi avendo venduto tutto i propri beni. L'insicurezza alimentare, rileva un recente studio del Pam e della Fao, nei Territori è cresciuta del 14% dall'anno scorso. Ciò significa che circa 2milioni di palestinesi, pari al 51% della popolazione, non possono soddisfare i propri bisogni alimentari senza una qualche forma di assistenza. Nei mercati è scomparso il pesce e 35mila persone che vivevano degli introiti di quella industria hanno ora perso ogni forma di reddito. Diversamente dal Libano, dove, anche nei 34 giorni di guerra, i bisogni alimentari e umanitari sono stati essenzialmente soddisfatti, il numero crescente di poveri a Gaza vive con il minimo necessario e lotta ogni giorno per trovare il cibo.

Gaza muore. Per «crimini di guerra». Come è stato il bombardamento (28 giugno) di una centrale elettrica quasi alle porte di Gaza City. A denunciarlo è B'Tselem, la più importante associazione israeliana per la difesa dei diritti umani. «Il bombardamento della centrale elettrica era illegale e definito come un crimine di guerra dal diritto internazionale umanitario, in quanto - sottolinea B'Tselem - ha preso di mira un obiettivo puramente civile», togliendo energia elettrica a un milione e 400mila abitanti a Gaza, in un black-out che ha interessato ospedali, la distribuzione alimentare e con un forte impatto sulla rete di acqua potabile e fognaria.


Prodi riferisce in Parlamento:
«Contro di me toni infamanti». La Cdl protesta, Bertinotti sospende la seduta, che riprende con un richiamo all'ordine.
su
Il Sole 24 Ore

«Il paese ha ormai abbandonato la politica dirigista e non torna indietro. Questo vorrebbe dire per me sconfessare parte mia storia personale, visto che da presidente di Iri. ...». È a questo punto che l'intervento del Presidente del Consiglio a Montecitorio è stato interrotto dalle contestazioni dell'opposizione. Il Presidente della Camera richiama all'ordine, Romano Prodi riprende dal punto esatto dell'interruzione «vorrebbe dire per me sconfessare la mia storia personale..», la Cdl contesta nuovamente. La situazione si ripete per una decina di volta e Bertinotti decide la sospensione della seduta e la convocazione dei Capigruppo.
Il Presidente del Consiglio aveva appena definito «infamanti» le accuse rivoltegli di aver mentito sul caso Telecom e di volersi sottrarre al confronto con l'Aula: «Lo scanerio non è diverso dal caso di Telekom Serbia e si concluderà allo stesso modo».
«Proprio il rispetto per il Parlamento» - ha precisato - mi ha indotto a rifiutare i tentetivi di utilizzare le aule parlamentari per un dibattito fuori da temi di interesse del Paese». Più volte nel corso del suo intervento Prodi ha ribadito di non essere mai stato a conoscenza del piano su Telecom Italia, nemmeno di altre ipotesi elaborate nei mesi scorsi per aiutare l'impresa a riprendere la strada della crescita. «E non è certamente un verbale del Cda di Telecom Italia a costituire prova che il Presidente del Consiglio e con lui il Governo fossero a conoscenza del piano di riorganizzazione», ha chiarito Prodi, che ha insistito «Questi piani il Governo non li ha mai analizzati né tanto meno elaborati. E se su questo punto qualcuno poteva nutrire dei dubbi - ha sottolineato - credo che le dimissioni e le spiegazioni di Angelo Rovati abbiano già fugato questi dubbi». Per il Presidente del Consiglio «Le dimissioni di Rovati sono un gesto che chiude ogni polemica e che rende onore a chi le ha date ». Prodi ha nuovamente riferito dello stupore provato per la richiesta da parte del vertice Telecom di un incontro con il Presidente del Consiglio nel quale non è stato fatto alcun cenno alla nuova strategia: «Lo stupore che ho espresso risiede quindi nel fatto che si chieda di incontrare il Presidente del Consiglio e non si faccia alcun cenno a quella che di lì a pochissimi giorni sarebbe stata la nuova strategia del gruppo». Fatta salva l'assenza di obbligo per il management Telecom di darne notizia al Governo, Romano Prodi ha riferito che, una volta informato del profilarsi di una partnership con Murdoch, Palazzo Chigi ha auspicato che il controllo rimanesse in mani italiane e che l'alleanza potesse fornire un'occasione per rilanciare l'industria italiana sui mercati esteri. «Su questo - ha detto il Premier - il Governo aveva ottenuto garanzie». Quindi ha chiarito come la consapevolezza che non sia compito dell'esecutivo elaborare piani e strategie aziendali, prerogativa esclusiva del management, non significhi per il Governo «rimanere indifferente al destino di un'azienda, come Telecom, così rilevante per il Paese».



La sfida rigorista di Tommaso il Gran Borghese
Gli amici «tecnici»: tieni duro come Ciampi. Spaventa: no a più tasse, non si cresce
Aldo Cazzullo sul
Corriere della Sera

Quando divenne ministro, Tommaso Padoa-Schioppa scoprì di avere moltissimi amici. Poi, nell'ora più critica per il suo mestiere — quella della Finanziaria —, gli è parso che la schiera si diradasse. Eppure nel mondo dell'economia e della politica, nelle accademie e in Parlamento è rimasto qualcuno che incoraggia il «gran borghese» a resistere sulla linea del rigore.
Non è un mistero che Carlo Azeglio Ciampi, pur nel riserbo che si è dato, guardi con favore allo sforzo del suo antico collaboratore per risanare i conti pubblici e ottemperare alle richieste della Commissione europea e della Bce. Chi ha parlato con Lorenzo Bini Smaghi, che di Padoa-Schioppa è il successore a Francoforte, ha colto un incoraggiamento e anche una preoccupazione: che la manovra sia sbilanciata sul versante delle entrate a scapito di quello delle uscite; che le pressioni congiunte dei sindacati e della sinistra dell'Unione carichino la Finanziaria di tasse. E questo — nel ragionamento di Bini Smaghi — rischia di essere pagato in termini di mancata crescita, e quindi di aumento del disavanzo. Da respingere in particolare la tentazione di aumentare la pressione fiscale sul ceto medio, magari per finanziare l'aumento degli stipendi pubblici (più 30% negli ultimi 5 anni).

Non si tratta solo di reggere alle insistenze di Bertinotti o di Ferrero; si tratta di persuadere Prodi che aumentare l'Irpef a chi guadagna 70 mila euro lordi all'anno, cioè poco più di 3 mila euro al mese, non significa far pagare i ricchi ma il ceto medio che non può evadere. Padoa-Schioppa fa bene a resistere, perché se aumenta le tasse e non taglia le spese cade in contrasto con la linea del recupero dell'evasione: l'evasore è incoraggiato a perseverare non solo ovviamente da un'aliquota più alta, ma anche da servizi pubblici che restino costosi e inefficienti come prima».
«Il momento decisivo, in cui occorre la massima determinazione, è questo — dice l'economista Tito Boeri —. Dalla prima Finanziaria della legislatura deve venire un messaggio: risparmi crescenti che non penalizzino la crescita; giusto dosaggio di freno e acceleratore. Proprio per questo, è normale che il ministro riceva pressioni di segno opposto. Ma se cede adesso cede una volta per tutte. L'aumento del gettito ha già accresciuto molto la voce delle entrate; purtroppo continuano a crescere anche le spese. Ora è il momento sia delle riforme, sia dei tagli mirati. Penso al pubblico impiego, al riaggiustamento delle spese sociali, a politiche del lavoro che non danno risultati certi, a sussidi di disoccupazione nei settori agricoli che si possono razionalizzare».
Un gran lavoro in sostegno della linea rigorista sta facendo il presidente della commissione Bilancio del Senato, Enrico Morando. Che, tra l'incontro con i responsabili economici dei partiti della maggioranza e le riunioni con i Ds, sostiene: «Se anche Padoa- Schioppa cancellasse la riforma dell'Irpef voluta da Berlusconi, non sarebbe un dramma; tutti concordano che gli sgravi ai redditi alti non hanno prodotto effetti sulla ripresa economica. Il vero errore sarebbe rinunciare a riforme serie nei quattro principali campi di spesa: previdenza, sanità, enti locali, pubblica amministrazione. Padoa-Schioppa ha ragione a distinguere tra tagli e riforme. Se ci presentiamo in Europa con provvedimenti strutturali che avranno benefici crescenti sui conti pubblici, possiamo evitare di appesantire troppo la pressione fiscale.



Chi di tasse colpisce
Mario Deraglio su
La Stampa

E' relativamente normale che, nel processo di messa a punto della legge finanziaria, si attraversino momenti di difficoltà. Quasi sempre, nel mese di settembre, si devono registrare i «non ci sto» dei ministri della spesa, l'insoddisfazione degli enti locali, l'ostilità del mondo sindacale. Quest'anno, però, il livello dello scontento sembra essere più elevato del solito e si accompagna all'assenza di messaggi chiari e forti da parte dei responsabili politici del disegno di legge che si sta completando, in un generale scadimento del dibattito e delle rivendicazioni.

Si deve notare, in particolare, il forte restringimento degli orizzonti. Si poteva immaginare che sarebbe stata colta l'occasione della prima Finanziaria della legislatura per tracciare un ampio quadro di trasformazione dell'economia - e in particolare dell'amministrazione pubblica - da perseguire coerentemente nel corso di un quinquennio; e che il discorso dei tagli, indispensabili per non essere di fatto messi ai margini dell'Europa, si accompagnasse a un discorso di riorganizzazione radicale dei servizi pubblici.

Era ugualmente ragionevole attendersi che venisse proposto un ridisegno del sistema fiscale e di quello contributivo, eventualmente con una variazione del peso relativo delle imposte indirette e di quelle dirette, tenendo a mente le esperienze di altri Paesi europei a cominciare dalla Germania. L'attenzione si è invece concentrata sui problemi più immediati e più spiccioli dello spostamento di aliquote e di classi di reddito, mentre manca di un disegno di lungo periodo e in un clima che, se non è di «vendetta sociale» come ha detto l'onorevole Berlusconi, contiene però molti elementi di «rivincita sociale». Siamo di fronte a un quadro più meschino, a una logica in gran parte presa a prestito dalle vertenze sindacali, inadatta alla costruzione di una Finanziaria. Le parti sociali sembrano andare alle consultazioni come si va alle contrattazioni per il rinnovo di un contratto di lavoro, con l'ottica di guadagnarci qualcosa, concedendo il meno possibile, mentre invece l'obiettivo dovrebbe essere quello di definire i contributi armonici di tutti al superamento di una patologia grave che sta facendo dell'Italia la Cenerentola dei Paesi avanzati.

Per superare questo momento di debolezza occorre partire dalla considerazione che questa Finanziaria, anche se, come aveva ricordato tempo fa il presidente del Consiglio, non richiederà «lacrime e sangue» - nel senso di mutamenti sostanziali e traumatici di breve periodo - non può e non deve rappresentare una passeggiata e un premio alla furbizia. Non c'è nessuna torta da dividere, come invece molti si sono illusi ai primi segni di una ripresa che permane debole e potrebbe, purtroppo, rivelarsi passeggera, mentre deve prevalere un'attitudine condivisa a cambiare: cambiare il modo di lavorare, cambiare le procedure, rimettere in discussione diritti acquisiti e posizioni consolidate, tutte cose scomodissime ma anche tutte cose necessarie per consentire all'Italia di contribuire almeno un poco al futuro dell'Europa e dell'economia globale. Se si parte dall'idea che, anche solo per qualcuno, tutto deve rimanere come prima, abbiamo già perso l'autobus.

Ben prima dei balletti delle cifre e delle polemiche sui provvedimenti annunciati, è necessario, quindi, un atteggiamento diverso. Di qui deve derivare una politica economica che si distacchi dalla consuetudine ormai logora dei battibecchi ed esplori vie un po' diverse da quelle convenzionali. Si è già osservato più volte, su queste colonne, che l'Italia continua a dedicare troppe risorse, pubbliche e private, allo sport e troppo poche alla ricerca e all'innovazione; che concede ai suoi agricoltori facilitazioni fiscali che non può più permettersi; che il costo della politica, a livello nazionale e soprattutto a livello locale, continua a lievitare e raggiunge ormai una quota non irrilevante del prodotto lordo, tra l'altro senza alcun senso del ridicolo, come mostra l'insistenza su privilegi grotteschi come la gratuità, per parlamentari ed ex parlamentari, di barbieri e parrucchieri.

Nell'impostazione della Finanziaria, insomma, occorrerebbero un'apertura e una flessibilità che sembrano invece far difetto a un governo e a un Paese irrigiditi, quasi ingessati, nella ripetizione di un balletto tradizionale ormai consunto. E sarebbe un gran guaio se la Finanziaria 2007 dovesse essere annoverata come l'ennesima occasione perduta.


Ulivisti smarriti: dov'è finito il timone riformista?
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

Boselli: ci siamo scoloriti, altro che Partito democratico. E cresce il disagio sulla «linea Visco»
Dice De Mita: «Ma come, sulla tassa di successione stavamo per perdere le elezioni e ora nel governo si annuncia l'aumento della pressione fiscale? Complimenti. Comunque, aspettiamo». L'ex segretario della Dc sa che è obbligatorio sospendere il giudizio finché la Finanziaria non vedrà la luce, perché — come tradizione vuole — tutto si decide all'ultimo momento. Però non c'è dubbio che l'area riformista e rigorista della coalizione è parsa finora soccombere nello scontro, e che i messaggi lanciati dal governo sulla prossima manovra economica preannunciano tasse, tasse e ancora tasse.

Il professor Rossi, ex consigliere economico di D'Alema a Palazzo Chigi, scuote la testa rammentando che «quando in passato la pressione fiscale in Italia era maggiore, era maggiore anche la diseguaglianza sociale. Se lo ricordano quelli di Rifondazione?». Forse dovrebbero ricordaglielo i rigoristi di governo, che a loro volta dovrebbero conoscere «il rischio» paventato da Rossi e cioè che «un aumento delle tasse può causare l'anno prossimo una forte frenata della crescita economica nel nostro Paese».

E mentre a Montecitorio si rincorrono voci senza fondamento sulla minaccia di dimissioni di Padoa-Schioppa — un refrain che ricorda i tormenti della scorsa legislatura — appena fuori da Palazzo Chigi, il sindaco di Firenze e presidente dell'Anci Domenici sfoga al telefono tutta la sua rabbia: «Questi sono dilettanti allo sbaraglio». Domenici si è appena congedato dai rappresentanti del governo che gli hanno prospettato i tagli ai comuni. Legge la tabella e si accorge della stangata. Qualche esempio. La spesa totale di Napoli ammonta a un miliardo e seicento milioni di euro, ma l'anno prossimo dovrebbe risparmiarne 120, con un taglio del 7%. Venezia ha ricevuto 827 milioni di euro dallo Stato, ma l'anno prossimo sarebbe costretto a ridurre le spese per 127 milioni, con un taglio del 15%.

«Così si condannerebbero i comuni al dissesto finanziario» ha urlato Domenici. «Fosse davvero così — ha commentato il diellino Giacomelli — altro che Berlusconi, dovremmo mobilitare noi la piazza contro il governo». In linea di principio, Prodi avrebbe una legislatura davanti per far pace con il ceto medio e gli amministratori locali, ma c'è un motivo se ieri Fassino ha incontrato il premier e il ministro dell'Economia chiedendo loro preoccupato di non far crollare la linea Maginot «formata da risanamento, equità e sviluppo». È la ricetta dei rigoristi, di quanti dicevano che il governo avrebbe avuto un «timone riformista». Fassino ci crede ancora, ma intorno a lui regna lo scetticismo. «E in verità — dice il leader dello Sdi Boselli — più si parla di partito democratico e più si nota come l'area riformista dell'Unione si sia scolorita. In economia finora ci sono stati solo balbettii ed errori. Va bene la concertazione, ma è possibile che appena i sindacati dicono "fuori le pensioni dalla Finanziaria", Padoa-Schioppa risponda "obbedisco"? È possibile che appena la sinistra radicale apre bocca, la manovra si riduca da 35 a 30 miliardi? È possibile che si parli solo di aumento delle tasse e di tagli alla scuola? Non era Prodi che voleva investire sull'istruzione?».



Libano, bambino ucciso da una bomba a grappolo
sommari de
l'Unità

Un bambino di nove anni è stato ucciso dall'esplosione di una cluster bomb nel Libano del sud. Secondo l'Onu nel "paese dei cedri" ci sarebbero ancora un milione di ordigni inesplosi. Dalla fine del conflitto sono già morte 15 persone e i feriti sono 90.


Turchia, incriminato giornalista per "oltraggio all'identità turca"
sommari de
l'Unità


Un altro giornalista turco, ma di origine armena, è stato incriminato per aver infranto l´articolo 301 del codice penale, che prevede fino a 3 anni di carcere per chi offende "l´identità turca". L´Ue ha chiesto di abrogare la norma.


La morte afghana
Giuliana Sgrena su
il Manifesto

L'Afghanistan si sta irachizzando. Due soldati italiani morti in pochi giorni a Kabul, l'ultimo ieri. Kamikaze, autobombe, rapimenti, bombe sulle strade per far saltare i convogli militari, «collaborazionisti» uccisi - come Safia Hama Jan, assassinata a Kandahar. Intanto l'ultima edizione di Newsweek celebra con una copertina (diffusa in tutto il mondo, Usa esclusi) la fine dell'Afghanistan e la nascita del Jihadistan, ovvero la terra dei jihadisti (i combattenti per la «guerra santa») nelle zone tribali al confine con il Pakistan.
Dopo l'ammissione da parte dell'intelligence Usa che la guerra in Iraq ha alimentato il terrorismo, ora tocca all'Afghanistan. Un altro fallimento finalmente ammesso. Ma gli Usa ne erano già coscienti quando hanno ceduto il comando di Enduring freedom (la guerra al terrorismo) alla Nato. Quella distinzione che aveva separato l'Isaf dalle truppe sotto comando Usa non esiste più. Taleban e jihadisti si sono subito adeguati estendendo il loro raggio di azione. I soldati britannici si sono schierati nella zona di Helmand dove furono decimati nelle guerre dell'800. Ma gli italiani non rischiano di meno.
La situazione è ulteriormente peggiorata rispetto a due mesi fa quando è stata rifinanziata la missione: la decisione del ritiro non può più essere rinviata. Chi si oppone al ritiro afferma che non possiamo abbandonare il paese in questa situazione. Ma questa situazione l'abbiamo creata noi. Con i signori della guerra che imperversano e fanno affari con l'eroina. Senza che sia stata avviata la ricostruzione perché la maggior parte dei finanziamenti sono finiti ad alimentare la corruzione del governo di Kabul. Gli Usa avevano detto ipocritamente che andavano a liberare le afghane dal burqa: ma le donne continuano a essere assassinate ed è rinato il Ministero per la prevenzione del vizio e la promozione della virtù. Si dice che i taleban sono alle porte di Kabul, ignorando che sono al governo, con il beneplacito di Bush. Grazie anche alle elezioni, che per gli Usa sono il toccasana. Ma a fare la voce del padrone erano già un anno fa i signori della guerra, responsabili dei peggiori massacri. Chi li ha denunciati non ha avuto ascolto.
Questa è la democrazia made in Usa che dovrebbe sconfiggere il terrorismo? L'Italia nella ricostruzione dell'Afghanistan era incaricata del settore della giustizia e oltre a formare giudici, che potranno applicare la pena di morte e la sharia, ha ricostruito il carcere che dovrebbe diventare la nuova Guantanamo.
In questa situazione non è facile trovare soluzioni. Anche se alcune strade erano state individuate, come la legalizzazione della produzione dell'oppio e il parallelo finanziamento di coltivazioni alternative. Senza la droga (l'Afghanistan ne è il primo produttore mondiale) i signori della guerra non avrebbero i soldi per pagare le loro milizie e se i giovani che ne fanno parte avessero delle alternative il disarmo sarebbe percorribile. Ma per avviare un nuovo percorso occorre una rottura netta, che può avvenire solo con il ritiro di tutte le truppe. Il nostro governo che ci aveva illuso di voler riprendere l'iniziativa in politica estera con il ritiro dall'Iraq, ieri ci ha tolto ogni speranza. Accogliendo l'ordine del giorno della destra che «apprezza lo spirito umanitario e di pace di tutte le missioni internazionali», D'Alema è tornato quello della guerra umanitaria in Kosovo. Ci ripensi prima che sia troppo tardi.


Il vento del passato che soffia in Ungheria
In fuga dalla sinistra dei ricchi l´Ungheria sedotta dalla destra. Alle urne con la voglia di dire "no" al mercato
Bernard Guetta su
la Repubblica

A BUDAPEST i caffè all´aperto sono allegri e animati. Chiunque fosse abbastanza giovane, dinamico e anglofono per tuffarsi a testa bassa nel ribollimento della transizione capitalista ha approfittato del cambiamento per fondare un´impresa, aprire un negozio, offrire il proprio talento a qualche società straniera. Ne è nato un mondo leggero, frizzante, con una punta di libertinaggio, un mondo di vincenti con un piglio da pionieri. Gente che pensa, agisce e vive nel credo liberista: riduzione del ruolo dello Stato, abbassamento delle imposte, individualismo, concorrenza e profitto. Altrove la gente di questo tipo avrebbe votato a destra; qui invece, per lo più vota socialista. In altri termini, vota per l´ex partito comunista, sostenendo accanitamente il primo ministro Ferenc Gyurcsany, l´uomo che ha suscitato l´ira popolare mentendo sulle finanze pubbliche per farsi rieleggere la primavera scorsa.
Com´è possibile? Come si spiega, ho chiesto quella sera ad Adam Zoltan, uno dei migliori economisti della nuova generazione ungherese? Perché mai in Ungheria, come del resto in tanti altri paesi ex comunisti, la destra è su posizioni di sinistra e viceversa? «La storia. La questione che da sempre, nei nostri paesi, è al centro del dibattito tra nazionalisti e occidentalisti», mi spiega risalendo nel tempo. Prima del dominio sovietico, dice, la sinistra costituiva il partito del movimento, e comunicava - anche con i comunisti - negli ideali della rivoluzione francese e nell´ammirazione per il parlamentarismo britannico; in breve, guardava all´Occidente.
La destra invece sosteneva le campagne contro le città, la religione, l´ordine naturale, le tradizioni; e dopo la caduta del Muro, quando si è potuto di nuovo aprir bocca, quest´antica linea di frattura è subito ricomparsa.
E´ vero. Tornati alle loro radici occidentaliste e sollevati per la fine della tutela sovietica, i comunisti si sono convertiti alla globalizzazione. La svolta è stata anzi così profonda che molti dirigenti ne hanno tratto vantaggi personali. In particolare Ferenc Gyurcsany, che dopo essere stato leader dei giovani comunisti ha messo insieme uno dei maggiori patrimoni dei paese. I comunisti sono dunque diventati socialisti e si sono alleati ai liberali. E al tempo stesso, quando i costi sociali della transizione hanno emarginato i meno preparati al cambiamento, la destra ha strizzato l´occhio a questi dannati del mercato, difendendo lo Stato in nome della nazione: dunque, stato sociale contro liberismo occidentale, privatizzazioni e irruzione in forze dei capitali stranieri.
In Ungheria come in Polonia, la destra ha occupato gli spazi disertati dalla sinistra. E quando, dieci giorni fa, il paese ha potuto ascoltare la registrazione pirata del discorso di Ferenc Gyurcsany, nel quale il premier esortava i suoi deputati a lasciar cadere le bugie elettorali per diventare ancora più liberisti e adottare misure d´austerità, sono subito esplose le manifestazioni. Piccole o grandi, violente o pacifiche, da quel momento non sono più cessate. Studenti e impiegati, giovani e vecchi si sono messi a rifare il mondo e l´Ungheria fino allo sfinimento, e sabato scorso il movimento è culminato in un raduno di 20.000 persone davanti al parlamento - 20.000 manifestanti su dieci milioni di ungheresi.
Salsicce alla griglia e servizi igienici mobili, flirt e discorsi infiammati - c´era un che di sessantottino in quest´orgia verbale, col suo clima di fratellanza, ma a nutrirsi di questa rivolta non è stata solo la destra; ha fatto cassetta anche la destra estrema, sull´aria di «tutti marci, tutti corrotti» - talmente odiosa, tra virulenza nazionalista e tanfo antisemita, da far paura a molti ungheresi. Tra una bugia da campagna elettorale e i «valori magiari», la scelta per questi ultimi è bell´e fatta: voteranno più che mai per i socialisti alle municipali di domenica, che somigliano sempre più a un referendum nazionale. Se grazie a quella fascia di elettori Gyurcsany riuscirà a limitare i danni, potrà mantenersi in sella; se invece socialisti e alleati liberali saranno sconfitti, alla fine se ne dovrà andare. Ma a prescindere dalla sorte di un premier, c´è un brutto vento che soffia sull´Est.
Dopo la chiusura delle fabbriche, il lavoro scarseggia, il costo della vita è alto, e quasi un terzo degli ungheresi vive ormai di pensione, in prepensionamento o vivacchia in qualche modo senza prospettive. La stampa è libera, le elezioni democratiche, le libertà ci sono tutte, ma nelle strade di Budapest i barboni dormono sotto le insegne del lusso internazionale. Sono questi frutti amari della democrazia che un anno fa hanno reso possibile la vittoria delle destre nazionaliste e passatiste in Polonia e hanno fatto la popolarità di Putin, consentendogli di ristabilire in Russia un regime autoritario. E l´altra sera hanno spinto tanti giovani spiantati, tanti anziani dagli abiti lisi, tanti salariati che non arrivano alla fine del mese verso il raduno del partito più di destra del paese, il Miep, o Partito ungherese della vita e della verità. Tutta povera gente, e gente qualunque: né skinhead né vecchi fascisti. Commoventi, sinceri, ma tutti quanti in fuga verso il passato, a intonare inni di secoli lontani innalzando bandiere della prima dinastia magiara. «Non ha paura?» mi chiede la giovane donna alla quale ho chiesto di tradurmi i discorsi. Dovrei averne? «No, come vede, ma da quello che si dice di noi, avrebbe anche potuto spaventarsi». Ci siamo ritrovati a prendere il caffè con suo marito e due amici, tutti insegnanti sulla trentina, di cui due disoccupati. Non erano iscritti al Miep ma «simpatizzanti, davanti alla globalizzazione è l´unico partito a promuovere valori nazionali».

Non tutti i manifestanti di Budapest simpatizzano con l´estrema destra e le sue diatribe contro il «cosmopolitismo», ovvero contro gli ebrei. Tutt´altro! Alle ultime elezioni il Miep non ha raggiunto il 5% dei voti, e alla sua assemblea hanno partecipato non più di 500 persone. Ma quanto hanno detto quei quattro insegnanti è la perfetta sintesi dei discorsi, ancora più sconnessi, che si ascoltano nelle manifestazioni ungheresi. Soprattutto, è in gran parte vero che l´Ungheria liberista non appartiene più agli ungheresi: il mercato detta la sua legge a questo piccolo paese, che per forza di cose non ha il peso dei grandi Stati della Ue.
Ma perché in Ungheria - come del resto in Polonia o in Russia - non esiste una vera socialdemocrazia? Perché non sono i fautori di un «capitalismo con certi limiti» a dominare la scena politica, visto che di fatto questi manifestanti sognano solo un socialismo scandinavo, e i dissidenti d´un tempo fanno appello a una «sinistra anti-totalitaria» che è poi un altro modo di dire la stessa cosa?
Confrontati con questa domanda, gli uomini che con la loro audacia avevano scosso il comunismo dalle fondamenta, gli utopisti nati dagli anni 60 ai quali nulla sembrava impossibile alzano le braccia e sospirano. Sì, certo, era questo che ci voleva, l´ideale, il sogno, dicono. Ma avremmo voluto vedere voi! «La Storia», rispondono. Ancora «la Storia» - con le sue ragioni che la politica non conosce.
Ascoltiamoli: alcuni sono deputati e siedono accanto agli ex - comunisti, altri si sono ritirati dalla vita pubblica, altri ancora fanno i giornalisti, o sono tornati ad essere contestatori; tutti sulla sessantina, con molti lividi sull´anima. Tornata la libertà, raccontano, l´Alleanza dei Democratici liberi, il partito che avevano creato, era quanto si potesse immaginare di più occidentale in Ungheria. Tanto da esserne sommersi, e dunque saranno loro ad attirare questa gioventù urbana che oggi affolla le terrazze dei caffè di Budapest, e per la quale l´Occidente allora era Ronald Reagan o Margaret Thatcher, il liberismo e non certo la sinistra. Del resto, a quei tempi era quasi impossibile dichiararsi «di sinistra»: una parola troppo simile a «comunista. E i dissidenti erano tanto più fagocitati dal liberismo in quanto sapevano - e proclamavano - che era evidentemente urgente destatalizzare l´Ungheria per farla decollare, privatizzare, e non lasciare che le tasse scoraggiassero l´iniziativa individuale.
Un compito storico e ineludibile, di cui si fanno carico anche i dissidenti polacchi. Ma in Ungheria il primo governo democratico è formato dalla destra, una destra ricostituita in fretta, conservatrice, prudentemente nazionalista e chiaramente tradizionalista, che soffia il potere ai Democratici liberi e li rimanda all´opposizione con i comunisti, i dittatori di ieri, i loro nemici. Eppure, a fronte della destra, in Parlamento occupano insieme l´area di sinistra. Davanti a questa destra nostalgica dell´ordine d´anteguerra si riscoprono le affinità d´un tempo, si ricostituisce uno schieramento di occidentalisti, e il gioco è fatto. Non avendo contrapposto a una destra liberista un «capitalismo con certi limiti», i dissidenti sono diventati assai più liberisti della destra. Non avendo modernizzato lo scacchiere politico, né creare la socialdemocrazia di cui oggi si sente un gran bisogno, i dissidenti sono stati indotti, del tutto involontariamente, ad inasprire i divari dell´altro ieri alleandosi con gli ex comunisti.
Hanno governato con loro dal 1994 al 1998, e con loro sono tornati al governo dal 2002. Dopo di che, anche con l´aiuto delle bugie del primo ministro, la destra estrema si è trovata pienamente a suo agio in questa rivolta contro la sinistra. Ma qual´è la posizione della destra? Nessuno è carismatico quanto il suo leader, Viktor Orban. Col sorriso che gli fende la faccia in due da un orecchio all´altro e una risata ogni due frasi, è l´idolo e l´artefice di una nuova destra, costruita sulla sconfitta del primo governo conservatore e vittoriosa nel 1998; di una destra. Come dire? «Plebea», mi risponde senza un attimo di esitazione. «A Strasburgo apparteniamo al Partito popolare europeo, alla Dc, spiega in un inglese smagliante, ma siamo nell´Europa centrale, e rappresentiamo le classi della fascia più bassa, di cui vogliamo favorire la mobilità sociale. Siamo favorevoli al mercato, ma.. .»

Quarantatreenne, primo ministro a soli 35 anni, è stato il discepolo prediletto di Janos Kis, padre della dissidenza e nume dell´intellighenzia di sinistra. Il partito di Viktor Orban, la Fidesz, nasce dall´organizzazione giovanile dell´Alleanza dei Democratici liberi, fondata dallo stesso Janos Kis, ora ritirato dalla mischia. Non capisco. All´epoca del crollo del Muro lei era un misto di Verde e socialdemocratico. Ho detto bene? «Grossomodo sì, ma oggi i concetti di destra e sinistra non hanno più importanza». Come mai allora lo studente di sinistra è diventato capo della destra? «Perché i Democratici liberi si sono alleati con i comunisti; nel 94 i partiti conservatori erano in rotta, e io sapevo che era necessario riorganizzare la destra intorno a noi giovani della Fidesz».

Che dire? Niente. E´ fatto così, imbattibile in democrazia, imbattibile come portavoce del malessere ungherese, capace di parlare tanto ai banchieri americani quanto ai pensionati in miseria, di riscuotere le ovazioni dell´estrema destra e di farsi consigliare dagli intellettuali di sinistra insofferenti del liberismo della sinistra. Da un pubblico all´altro, dice le stesse cose spostando appena il cursore, con qualche mutamento d´accento che cambia tutto. In quest´uomo, forse autentico, di certo follemente ambizioso, c´è una componente di bonapartismo; e come tutti i Bonaparte, ha un piede a sinistra e uno a destra. Ma è di destra, e demonizzato non solo dalla sinistra ma anche da molti centristi, i quali lo vedono sempre più come un Mussolini. «Fa il gioco della destra estrema. Sta giocando col fuoco», martella la sinistra, che in vista del voto di domenica ha tutto l´interesse ad alienargli l´elettorato moderato. Ma al punto in cui si trova l´Ungheria, qual´è il pericolo maggiore? Che la sinistra non receda, che non sia punita dalla democrazia nonostante la rabbia scatenata tra la gente, o che a riprendere le redini sia questo tribuno, asso pigliatutto capace di cavalcare tanto abilmente tutte le frustrazioni, ma anche di canalizzarle?
E´ questo il grande dibattito in corso tra gli intellettuali ungheresi, ma una cosa è certa: la confusione politica mondiale si è trovata una capitale: Budapest, le colline di Buda, i piatti quartieri di Pest, questa città art-déco che profuma ancora di impero austro - ungarico, ma dove oggi si sente il brontolio di tutti i disagi del nuovo secolo - globalizzazione e rivendicazioni identitarie, pulsioni d´estrema destra, brutalità della rivoluzione liberista e sconvolgimento delle linee di frattura tra sinistra e destra. Valeva la pena venirci. Inquietante, ma rivelatrice.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)


  28 settembre 2006