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sulla stampa
a cura di P.C. - 27 settembre 2006


La coesione che non c'è
Massimo Giannini su
la Repubblica

"Una partita a tennis senza la pallina". Così, una settimana fa, il ministro Padoa-Schioppa aveva definito il suo primo incontro con i parlamentari dell´Ulivo per discutere di Finanziaria: brevi cenni sull´universo, ma niente dettagli e niente numeri. Adesso che la pallina c´è e comincia a rimbalzare, la manovra economica del centrosinistra diventa quello che si temeva: un campo di battaglia, più che un campo da tennis. A tre giorni dalla sua approvazione definitiva, c´è una maggioranza politica molto turbata, e un fronte sindacale molto agitato. Era prevedibile. Ma non è un buon segnale per Prodi, che dopo le velenose polemiche sull´affare Telecom cercava proprio sulla Finanziaria l´occasione di rilancio. C´è il metodo, prima di tutto. Fughe di notizie sulle manovre esistono da quando è nata la Repubblica. Ma l´intera bozza 72 ore prima del suo varo non era mai uscita.
Meno che mai infarcita di misure così rilevanti (vedi il fisco) e in qualche caso addirittura dirompenti (vedi la scuola). Padoa-Schioppa aveva opportunamente anticipato i tempi della discussione già alla fine di agosto, per spiegare fino in fondo al Paese la difficoltà del momento e ottenere il massimo grado di coesione politica e sociale su una Finanziaria pesantissima. Se questi sono i risultati, l´obiettivo è fallito. Lo scontento è universale e trasversale. È vero che la forza di una leadership politica si misura anche dalla sua capacità di accettare la sfida del consenso, nelle aule parlamentari come nelle piazze. Ma occorrerebbe almeno una condivisione piena e incondizionata tra il premier, il ministro del Tesoro e l´intera squadra di governo. E questa condivisione, per ora, non si è vista.
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Se questa equazione trova ancora mercato in Italia, purtroppo, è per lo scarso coraggio della sinistra a giocare la partita della spesa pubblica. La bozza uscita ieri e poi frettolosamente ritirata prevede severi colpi di scure. Sulla scuola: rapporto docenti/alunni ridotto da 1 su 138 a 1 su 168, e taglio di 177 mila "prof" in sei anni. Sulla sanità e la Pubblica Amministrazione: dal ticket sui ricoveri al pronto soccorso al taglio del 6% nei consumi intermedi. Sugli enti locali: dal tetto alle spese sanitarie al giro di vite al patto di stabilità interno. Si può capire che Cgil-Cisl-Uil già evochino lo sciopero, Ds-Margherita-Rifondazione parlino di "macelleria sociale", Anci e sindaci gridino "è inaccettabile".
Ma la spesa pubblica, la sua eccessiva quantità rispetto al Pil e la sua scarsa qualità rispetto ai cittadini, resta il cuore di una vera politica riformatrice. Nel 2006 la spesa primaria crescerà ancora al ritmo del 2%, e raggiungerà il 44,6% rispetto al Prodotto. Il memorandum sulla futura riforma delle pensioni sottoscritto ieri tra governo e Cgil-Cisl-Uil è senz´altro un buon risultato politico. Ma un accordo sulla previdenza inserito già nella Finanziaria, e non rinviato a una delega successiva, avrebbe avuto ben altra efficacia. Neanche una maggioranza fragile può eludere questi problemi. Neanche una coalizione che poggia su due partiti neo-comunisti può continuare a preferire la solita scorciatoia delle stangate fiscali. Prodi e Padoa-Schioppa hanno solo tre giorni per tentare il match-point.


L'altalena che non vogliamo
Giuseppe Berta su
La Stampa

Il cammino della nuova Finanziaria arriva questa settimana al passaggio decisivo in un clima di grande tensione. L'atmosfera di aspettativa e di preoccupazione che si va condensando tra vere e proprie fratture nella maggioranza e tra i ministri che ne sono espressione, è quello che in genere accompagna la formazione della legge di bilancio, con i consueti moniti, avvertimenti, tentativi di veto. Ma, quest'anno, con una novità: l'attenzione degli osservatori internazionali si è fatta più acuta. La qualità della Finanziaria è destinata infatti a condizionare il giudizio delle agenzie di rating, con il rischio di ripercussioni sul tasso di interesse, come ha ricordato l'"Economist", che ha parlato dell'approssimarsi di venti di tempesta sull'Italia. C'è la possibilità, ha aggiunto il settimanale inglese, che il miglioramento della situazione economica verificatosi nell'estate appena trascorsa ceda rapidamente il posto a un inverno molto aspro. Fin qui, l'azione economica del governo Prodi è stata un susseguirsi di mosse altalenanti, di oscillazioni fra orientamenti a volte contraddittori, a volte incerti. Ecco perché la Finanziaria assume il valore di un vero banco di prova. Essa catalizza incertezze e dubbi che non sono legati soltanto allo stato dei conti pubblici e alla sua correzione, ma riflettono i segnali confusi che l'esecutivo ha inviato su questioni come quella delle pensioni (un tema destinato di per se stesso a suscitare allarme), o del futuro di grandi aziende come la Telecom e l'Alitalia, mentre emergono numeri che gettano una luce inquietante sulla condizione delle Ferrovie.
D'altronde, i primi mesi di vita del nuovo governo sono ormai alle spalle, ma non sappiamo che cosa potremo realisticamente attenderci nell'ambito degli investimenti pubblici: il ministro Di Pietro ha messo in risalto i margini esigui a disposizione per le opere infrastrutturali, ma non esiste ancora un'agenda precisa circa l'effettivo programma di attuazione di quanto si può realizzare. Eppure, un altro ministro di sicura autorevolezza come Pierluigi Bersani ha detto che fra gli obiettivi del governo vi è anche quello di spingere nella direzione di una riforma del capitalismo italiano. Come può un intento così ambizioso convivere con una prassi giornaliera confusa, o quanto meno poco nitida, priva in apparenza di solide linee guida?
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Ciò dipende in larga misura dal fatto che il governo non ha esplicitato le sue idee e il proprio disegno circa il modo di regolare il processo economico. La prodiana Fabbrica del Programma pareva aver lavorato molto in una prospettiva di governo, fino a mettere capo a un documento persino troppo esteso e articolato in merito ai tanti problemi che il centrosinistra avrebbe dovuto affrontare una volta ripresa la maggioranza. Sarebbe stato meglio diffondersi meno sui singoli capitoli per specificare piuttosto con quali criteri e procedure si sarebbe voluta governare l'economia. Può darsi che le esigenze di ricomporre una coalizione che assomiglia al mantello di Arlecchino abbiano finito coll'oscurare criteri di scelta che ora si rivelano fondamentali per sviluppare una linea non erratica. Ma finora ne è derivata una sequenza di atteggiamenti ondivaghi, in cui le propensioni per un rilancio dell'intervento pubblico, e magari per una difesa dei caratteri italiani delle grandi imprese, si amalgamano male con le affermazioni circa il valore della concorrenza e la tutela dei consumatori. Ecco perché la Finanziaria è un'occasione che il governo non può mancare, se vuole agganciare la politica economica a cardini solidi.


L'Idra italiana
Ernesto Galli della Loggia sul
Corriere della Sera

E' ricomparsa l'Idra italiana. Negli atti della magistratura viene chiamata "centrale criminale di spionaggio", ma il nome appare davvero di una portata assolutamente inferiore alla realtà che dovrebbe designare.
Stiamo al quadro generale finora emerso: cinque o sei macchine o software installati presso la Telecom (della cui esistenza naturalmente nulla sapeva il Garante della Privacy) in grado di acquisire a piacimento informazioni di ogni genere sul traffico telefonico e affine senza lasciare alcuna traccia; migliaia e migliaia di schede a carico di altrettanti rappresentanti dell'intera vita pubblica del Paese, contenenti informazioni riservate provenienti dalle fonti ufficiali più diverse (dagli archivi delle forze di polizia a quelli dell'Inps), così come da indagini mirate ad personam
(targhe automobilistiche, movimenti, indirizzi dei luoghi frequentati, confidenze dei vicini, dei portieri, ecc.); infine, una vasta rete di detective privati, agenzie, personaggi più o meno equivoci, tutti facenti capo in un modo o nell'altro ai vertici dell'apparato di sicurezza della Telecom (Tavaroli), a loro volta operanti in collegamento con almeno un alto responsabile (il numero tre) dei servizi segreti (Sismi), Marco Mancini.
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Ma a cosa? Non lo sappiamo. L'Idra italiana che a scadenza fissa si presenta sulla nostra scena è precisamente ciò che è oscuro ed è destinato a restare tale; ciò che non sappiamo. Il suo carattere inquietante non deriva da ciò che di essa ci è noto, ma all'opposto da ciò che di essa ci è ignoto e che da troppo tempo non riusciamo a sapere.
Ma che tuttavia riusciamo a indovinare benissimo. Indoviniamo benissimo, ad esempio, la mai sopita vocazione dei servizi di sicurezza a operare oltre i limiti legali, la costante presenza ai margini della classe dirigente di un sottobosco di intriganti, di faccendieri, di ex qualcosa, sempre pronti a vendere i propri servigi ma più spesso, forse, pronti a cercare di mettersi in proprio; indoviniamo l'esistenza di ingentissime disponibilità finanziarie occulte, frutto perlopiù di operazioni illegali, e infine avvertiamo benissimo il continuo rumore, dietro le quinte dell'ufficialità economica e politica, di un lavorio sordo fatto di favori, di ricatti, di relazioni più o meno sporche e più o meno segrete, di intercettazioni, di informazioni sulla vita privata e di quant'altro possa esserci di inconfessabile.
L'Idra italiana — che magari avesse una sola testa riconducibile a un nome e una persona soltanto! Ne ha mille di teste e di nomi — si alimenta di tutto questo. È tutto questo. E finché essa sarà con noi l'inquinamento della nostra vita pubblica non avrà fine, minaccerà sempre di prendere il sopravvento in un certo momento, a proposito di questa o quella determinata decisione. È una prospettiva così angosciosa da sentirci tentati da qualcosa che pure ci ripugna profondamente: consentire a che venga usato in sede giudiziaria tutto ciò che di illegale l'Idra ha prodotto e ha lasciato come una bava velenosa dietro di sé, se mai fosse questo il prezzo necessario, necessario ma di effetto sicuro, per assestarle un colpo mortale.


Guido Rossi non cestina il piano di Tronchetti
Editoriale su
Il Foglio

Roma. E' il confronto con le Authority, in primis quella sulle Comunicazioni, il capitolo che più viene seguito in prima persona dal neopresidente di Telecom, Guido Rossi. L'avvocato succeduto a Marco Tronchetti Provera ha avviato con l'Autorità presieduta da Corrado Calabrò una serie di incontri per individuare soluzioni di compromesso per quell'integrazione tra telefonia fissa e mobile che il gruppo di tlc sembra aver abbandonato ma che resterebbe sempre tra gli obiettivi dell'ex monopolista.
Le prime parole di Rossi sono state infatti interpretate da una parte della stampa come uno stravolgimento del piano voluto da Tronchetti Provera. Emblematico il sommario dell'Unità di ieri: “Rossi smentisce il vecchio progetto: il debito è sostenibile, non vendiamo Tim”. La tesi sulla sostenibilità dell'indebitamento è stata invece sempre sostenuta dagli amministratori di Telecom, e anche la decisione di scorporare la società della telefonia mobile è andata di pari passo con la dichiarazione di Tronchetti Provera secondo cui non si stavano valutando offerte per Tim. L'ipotesi di una contrapposizione tra vecchio e nuovo presidente di Telecom è stata fatta balenare due giorni fa da Repubblica, in un articolo firmato dall'editorialista Federico Rampini, dove Rossi osservava: “Telecom si può salvare, è un'impresa sana, il problema dei debiti è prevalentemente concentrato al di sopra”. Sull'ipotesi di un rapporto conflittuale tra maggiore azionista e nuovo presidente di Telecom dice al Foglio Franco Morganti, esperto di tlc, presidente dell'advisory board di IT Media Consulting: “No, Rossi non è un uomo da nuovo corso per Telecom. E' semplicemente un presidente di garanzia voluto dall'azionista per meglio difendere la società dalle inchieste della magistratura e dalle pressioni politiche. Rossi seguirà una strategia già impostata. Altrimenti sarebbe cambiato anche il top management, ma così non è. Lo scorporo di Tim non può che essere propedeutico a una sua cessione totale o parziale, oppure a un'offerta pubblica di vendita in Borsa”.
E' in particolare su una frase di Rossi (“per ora non vendiamo asset”) che si sono appuntate soprattutto le attenzioni dei mass media, secondo i quali implicitamente ciò significa che non è in vista un accordo azionario con società di Silvio Berlusconi. Un'intesa che, invece, viene giudicata positivamente dal 53 per cento degli italiani, come emerge dai risultati di un sondaggio di opinione della Ipr Marketing diretta da Antonio Noto, svolto il 20 settembre su mille cittadini e che il Foglio è in grado di rivelare. L'ipotesi di “una cordata italiana tra cui Fininvest per acquisire Tim” è considerata “un fatto positivo” dal 53 per cento degli interpellati. Favorevole col 43 per cento anche la maggioranza del campione che ha votato centrosinistra.
In questo scenario si inserisce poi l'attivismo di Carlo De Benedetti, tessera n. 1 del futuro Partito democratico, che dopo aver incassato 310 milioni di dollari da una serie di cessioni di partecipazioni, con una plusvalenza di circa 40 milioni, ha nominato Mediobanca advisor della sua Cdb, prefigurando un ritorno di Piazzetta Cuccia come stanza di compensazione del capitalismo nostrano nella prospettiva di una sorta di Yalta finanziaria italiana.
Oltre al forcing mediatico
Rossi, comunque, non deve far fronte solo a un forcing mediatico ma pure a uno di natura politica. Non c'è soltanto la sinistra radicale, infatti, a chiedere un intervento statale nella telefonia. Anche settori moderati dell'Unione, in documenti interni di partito, invocano una soluzione pubblica per la rete fissa ora di proprietà di Telecom, sulla traccia di quanto prevedeva il piano elaborato da Angelo Rovati, il consigliere di Romano Prodi che si è dimesso dopo la pubblicazione del suo progetto inviato a Tronchetti Provera. Se i metodi di Rovati sono stati censurati all'unanimità, nel merito le tesi del centrosinistra sono molto simili a quelle di Rovati, specie per l'intervento dello stato nella rete fissa. Così anche centristi come il leader dell'Udeur, Clemente Mastella, sono giunti a rimpiangere l'epoca della Stet pubblica. Più tecnico il contributo del recente rapporto dell'Osservatorio Ict della Margherita in cui si delinea la necessità di un “piano pluriennale per la cablatura del 95 per cento delle centrali Telecom Italia non ancora rilegate in fibra”. Gli esperti del partito guidato dal vicepremier Francesco Rutelli auspicano che “il piano potrebbe essere agevolato tramite la creazione di una società pubblica per la gestione della relativa infrastruttura”.


Il “mal d'Africa” che contagia Fini
Giorgio Bocca su
la Repubblica

Il Mussolini crepuscolare di Salò lo chiamava "il mal d´Africa", la nostalgia per le colonie che si sarebbe diffusa nell´Italia del dopo fascismo, democratica ma ancora disposta a suggestioni imperiali. E un po´ di "mal d´Africa" sembra sia rimasto in Gianfranco Fini esitante fra il "fascismo male supremo" e quello che "qualcosa di buono lo ha pur fatto nelle colonie".
Ma è solo questione di intendersi: a chi lo faceva qualcosa di buono? Non al paese Italia, per cui le colonie arrivate troppo tardi quando il colonialismo era già in liquidazione in tutti i continenti furono un pessimo affare economico e politico, ma certamente per alcuni ceti privilegiati dal fascismo, i militari, i costruttori di opere pubbliche, i dannunziani di ogni tipo che sognavano imperi impossibili, gli spostati cui il regime dava impieghi e denaro. Economicamente e politicamente le colonie furono per il paese una perdita secca e si stenta a credere che Mussolini, politico non privo di talenti, abbia fortemente voluto cacciare se stesso e l´Italia nelle contraddizioni e nelle miserie di quel tardo colonialismo.
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Dopo la conquista, generazioni di italiani attesero l´arrivo dei tesori dell´impero. Ma arrivò solo il karkadè, una specie di tè acidulo. L´impero era povero, l´unica zona africana senza ricchezze naturali. Eravamo andati alla sua avventurosa conquista attraverso il canale di Suez in mani inglesi senza avere fatto delle ricerche serie sulle opportunità economiche di quei territori vastissimi. E dovemmo spendere moltissimo per dotarli di strade e del minimo di strutture. E fu la fortuna non dell´Italia ma dei padroncini di camion che lasciarono la nostra provincia per andare a far soldi nell´altipiano etiopico, fu la fortuna delle imprese di costruzioni e dei militari che in colonia prendevano uno stipendio doppio o triplo. Quel miracolo di un paese povero che manteneva un esercito di "otto milioni di baionette" aveva una spiegazione semplice: lo mantenevano i milioni di italiani che cantavano "se potessi avere / mille lire al mese", gli italiani delle case di ringhiera che non sapevano cosa fosse un bagno e che quando finalmente lo ebbero lo usarono per piantarci i pomodori e l´insalata.
Dice Fini che qualcosa di buono il nostro colonialismo lo ha fatto. Se vuol dire che per ragioni di orgoglio, per mania di grandezza, per "mal d´Africa" il male dei poveracci che nelle colonie vivevano da padroni e da ricchi, dice bene, il nostro colonialismo ha dato più di quanto ha preso, ma con un risultato finale catastrofico, senza lasciarsi alle spalle né la riconoscenza né la stima dei beneficati. Ho viaggiato nelle nostre ex colonie ma non ho trovato rimpianto per le nostre opere buone. Il sentimento dei nostri ex colonizzati è piuttosto di astio, non ci riconoscono la parte dei civilizzatori, ricordano piuttosto la nostra ipocrisia di "italiani buoni" che però tenevano per loro un campo di concentramento alle Tremiti e passavano per le armi migliaia di indigeni se c´era un attentato al maresciallo Graziani. Persino a Rodi e nel Dodecanneso, dove il nostro colonialismo si era ridotto al contrabbando di sigarette, ho trovato più astio che buon ricordo. E la ragione è chiara: non eravamo fatti per fare i colonialisti, non eravamo razzisti come gli inglesi o sciovinisti come i francesi, oscillavamo fra la bonarietà contadina e l´alterigia piccolo borghese. Il Duce, che dei rapporti umani se ne intendeva, andava in bestia se gli raccontavano della nostra bontà di animo, della nostra bonarietà e la stampa di regime scambiava per alte qualità le nostre debolezze. Era una stampa servile ed encomiastica. Il giorno della sfilata trionfale di Mussolini a Tripoli due nostri inviati speciali vi assistevano dalla tribuna d´onore. Uno all´improvviso tirò fuori di tasca un taccuino e vi scrisse qualcosa, l´altro si protese e cercò di leggere. C´era scritto un solo aggettivo: immenso.


La cancelliera salvata dall'Europa
Carlo Bastasin su
La Stampa

Forse non sarà Angela Merkel a salvare l'Europa, ma l'Europa a salvare lei. La cancelliera tedesca è in grave difficoltà per la seconda volta in tre mesi, dopo solo un anno dalla sua sofferta elezione. Come era prevedibile, le crepe nella Grande coalizione con i socialdemocratici si stanno allargando e la pressione centrifuga è destinata ad aumentare man mano che i due grandi partiti popolari sentono avvicinarsi il momento in cui dovranno assicurarsi il consenso del proprio elettorato. L'ultimo allarme è arrivato dal ministro dell'Economia, il bavarese Edmund Stoiber: "La coalizione sta per rompersi" e da una settimana i giornali preannunciano la fine del governo. Ma Angela Merkel ha una carta importante da giocare: tra poco più di tre mesi comincia il semestre tedesco di presidenza dell'Unione europea e la presidenza del G8. Protetta da questi impegni e dall'ammirazione che la circonda nei vertici internazionali, la Merkel può arrivare all'estate prossima, di fatto stabilizzando anche il suo governo attraverso un successo di politica estera.
Il clima a Berlino attorno alla preparazione del semestre europeo viene definito eccitato per giustificare un'insolita confusione. L'agenda della cancelleria e del ministero degli Esteri è infatti carica di una quantità di impegni ambiziosi: immigrazione, politiche di sicurezza, armonizzazione fiscale e, sopra a tutto, naturalmente il rilancio del progetto costituente europeo. E' sul testo fondamentale che si gioca il successo non solo della presidenza tedesca ma della stessa Merkel. L'importanza è testimoniata dall'insolita leggerezza formale con cui i tedeschi hanno avviato i lavori preparatori nonostante la presidenza attuale faccia capo ai finlandesi.
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Nessuno pensa che il Trattato, respinto da Parigi e L'Aja, possa tornare in vita ed essere riproposto a francesi e olandesi. L'ipotesi di modificare alcuni aspetti dei trattati esistenti senza cornici formali e con semplici variazioni procedurali è già stata respinta da alcuni Paesi. Infine la soluzione del "trattato di base" che racchiuda solo le prime due parti del trattato costituzionale firmato a Roma nel 2004, richiederebbe, secondo un consigliere di Steinmeier, la convocazione di una nuova Convenzione e potrebbe rivelarsi più rischiosa del previsto. Uno strategy paper fatto circolare nei giorni scorsi dalla Fondazione Bertelsmann e discusso sia da Merkel sia da Steinmeier individua una soluzione pragmatica nella forma di un "Trattato del Trattato di Nizza", una procedura con cui si identificherebbero i principi fondamentali del testo costituzionale e li si adotterebbe come emendamenti formali del Trattato di Nizza attualmente in vigore. Nonostante Steinmeier raccomandi ai suoi di tenere un profilo basso o, nelle sue parole, di "giocare con la palla a terra", il "trattato del trattato" sarebbe però solo la soluzione di ultima istanza. Merkel infatti ha confidato ai suoi collaboratori di non voler rinunciare a un trattato costituzionale di nome e di fatto. La parola d'ordine a Berlino è "niente accordi di facciata", bisogna che funzioni e questo implica anche un no all'ingresso della Turchia senza nuove istituzioni europee con meccanismi di decisione efficienti. La segreta speranza di Berlino è che il Trattato funzioni come una bicicletta: una volta messa in movimento l'Europa non si potrà fermare, con la gradevole conseguenza che i leader europeisti che saranno in sella in quel momento saranno sospinti da un vento di successo.


Correggere non scappare
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

Malgrado il clima di generale cordoglio, e a dispetto dell'appoggio bipartisan dato ai nostri militari ora impegnati anche in Libano, era forse inevitabile che la morte di un altro soldato italiano in Afghanistan riaccendesse la polemica tra chi vuole ritirare il contingente e chi ritiene invece che debba restare.
Altrettanto inevitabile è ricordare i motivi che ci inducono a essere d'accordo con quest'ultima opinione. Valga il paragone con l'Iraq, visto che esponenti di Rifondazione, dei Comunisti Italiani, dei Verdi e della sinistra Ds chiedono che l'Italia si prepari a fare a Kabul quanto sta già facendo a Nassiriya.
In Iraq andammo sì autorizzati da una risoluzione dell'Onu votata dopo l'inesistente fine del conflitto, ma il timbro a posteriori del Palazzo di Vetro non può far dimenticare nè il carattere unilaterale della guerra nè l'infondatezza delle sue motivazioni pubbliche (possesso di armi di distruzione di massa e legami operativi con Al Qaeda). All'indomani dell'11 settembre, invece, in Afghanistan i terroristi di Bin Laden c'erano davvero, il governo talebano li proteggeva, e si formò una ampia coalizione con il doppio sostegno prima della Nato e poi dell'Onu.
Non si tratta soltanto di un diverso approccio alla legittimità nell'uso della forza, o dei giudizi severi sulle ricadute della guerra in Iraq che oggi ci vengono (ma non ne avevamo bisogno) dall'intelligence statunitense: in Afghanistan siamo presenti perché il conflitto nasce da premesse vere, e soprattutto perché lì agisce, diversamente dall'Iraq, l'alleanza alla quale apparteniamo. Il che comporta che un ritiro unilaterale dell'Italia da Kabul avrebbe un prezzo politico notevolmente più alto rispetto a quello da Nassiriya, e sarebbe visto come un cedimento davanti alla minaccia terrorista.
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In un anno la produzione media è così aumentata del 59 per cento, l'Afghanistan sforna ormai oltre il 90 per cento dell'oppio mondiale, e il narcotraffico si allea ovunque con talebani e terroristi assicurando loro un inesauribile aiuto finanziario. Prende corpo, insomma, lo spauracchio di quella mission impossible che la storia ha già riservato ai britannici nell'Ottocento e ai sovietici dal '79 all'89.
Anche chi è contrario al ritiro, in queste condizioni, ha il dovere di "riflettere" . Serve, invece di una exit strategy,
una success strategy che oggi sembra mancare. Con quali idee? Si vorrebbe approfittare del prossimo periodo invernale, quando il gelo impone una pausa nelle operazioni militari, per mettere a punto più efficaci programmi di aiuto ai civili, per allargare i contributi militari a nuovi Paesi anche islamici, forse per acquistare la produzione di oppio invece di osteggiarla vanamente (il mondo ha un deficit cronico di morfina per uso sanitario). Occorre coraggio e fantasia, se non si vuole creare un altro Iraq. Ma la ricetta giusta è correggere, non scappare.


Al centro del "grande gioco"
Andrea Romano su
La Stampa

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sul triangolo Teheran-Baghdad-Beirut, è nelle retrovie afghane che si combatte la partita decisiva contro il jihadismo. L'attentato in cui ieri è caduto Giorgio Langella è solo l'ultimo di una stagione di sangue che ha visto moltiplicarsi l'attivismo dei talebani, riportando la "transizione afghana" allo stato di guerra nuovamente guerreggiata.
Ma l'elemento politico deve preoccupare almeno quanto quello militare. Perché se è nella terra scelta da Bin Laden - vivo o morto che sia - che ha preso avvio la reazione occidentale dopo l'11 settembre, sarà proprio lì che il confronto contro il terrorismo fondamentalista sarà vinto o perso. Perché a quella terra guardano le centrali del terrore nell'attesa di una rivincita dal significato potenzialmente epocale.
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Servono soldi per programmi di sostegno sociale ed economico così come serve un impegno politico che torni a guardare all'Afghanistan come la casella centrale di quel "grande gioco" diplomatico fatto di sponde, triangolazioni e alleanze non solo militari. Ripartendo necessariamente dal Pakistan, il cui ruolo di retrovia politico e logistico dei talebani si è solo indebolito in questi anni. Musharraf minaccia di far pagare a tutta la comunità internazionale, e non solo agli Stati Uniti, la scelta di Washington di puntare le sue carte sulla superpotenza indiana. E alla vigilia del viaggio a New York per la sessione dell'Assemblea generale dell'Onu non ha mancato di inviare più di un segnale di ammonimento sulla possibilità che il sostegno ai talebani possa riprendere con ancora maggiore energia.
Si tratta di un'emergenza da gestire facendo perno sulla disponibilità del regime di Musharraf a far fronte comune contro la minaccia del fondamentalismo (come già accadde all'indomani dell'11 settembre). E sapendo che il Pakistan esercita sui talebani un ruolo di indirizzo e condizionamento molto simile a quello svolto da Teheran nei confronti di Hezbollah. Per riuscirci serve nuovamente l'impegno statunitense, non certo in termini militari ma in direzione di una esposizione politica che affianchi l'enorme responsabilità che hanno assunto su di sé i membri europei della Nato. Il nuovo corso multilaterale della Casa Bianca sarà messo alla prova anche qui, nella sua capacità di tornare a condividere con gli alleati una partita che contribuirà a decidere il corso degli eventi anche in Libano e in Iraq.


   27 settembre 2006