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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 26 settembre 2006


Povero Tronchetti, non gli dicevano niente
Sommari de
l'Unità

L'ex presidente Telecom scarica Tavaroli e dice: chiedo aiuto, siamo noi le parti lese
Guido Rossi smentisce il vecchio progetto: il debito è sostenibile, non vendiamo Tim
Due ore di conferenza stampa per lanciare un appello: «Aiutateci, aiutateci. Sono qui stasera per chiedervi aiuto». Sembra paradossale, ma la richiesta di aiuto viene lanciata da uno dei più bei nomi del capitalismo italiano: Marco Tronchetti Provera. Dopo quattordici giorni di silenzio e mentre i titoli della Pirelli traversano la loro peggiore giornata di Borsa, Tronchetti Provera dice che Telecom, Pirelli e Olimpia stanno benissimo. E soprattutto: Pirelli e Telecom non fanno intercettazioni, le due società sono parte lesa, la colpa è tutta di Tavaroli.
Sempre ieri, Guido Rossi ha sostenuto davanti alla Consob che «l'indebitamento di Telecom è sostenibile» e quindi non è prevista «nessuna cessione di asset».


La vera zona grigia
Ezio Mauro su
la Repubblica

Qualcosa finalmente si muove dentro l´occhio del ciclone che ha investito Telecom. Avevamo chiesto pochi giorni fa ai vertici responsabili (ieri e oggi) della società di fare un´operazione-trasparenza davanti al Paese ancor più che al mercato, senza lasciare alla sola magistratura il compito di porre fine ad un´attività di spionaggio che configura un vero e proprio attentato alla democrazia, minando i diritti costituzionali dei cittadini. Guido Rossi, il nuovo presidente, si è mosso su questa strada come ha sempre fatto in passato, e ieri ha spiegato con chiarezza alla Consob la sua autonoma strategia aziendale (confermando che i problemi finanziari sono al piano superiore, nel controllo, non in Telecom), mentre venerdì aveva portato alla Procura della Repubblica i verbali degli ultimi consigli d´amministrazione della società nella bufera.
Ieri è sceso in campo Marco Tronchetti Provera, azionista di riferimento Telecom, e presidente all´epoca dello scandalo-spie: e il tono è sembrato diverso. Tronchetti ha ribadito com´è comprensibile la solidità di Pirelli ed Olimpia (dove sta il controllo Telecom), e ha difeso se stesso e i suoi più stretti collaboratori per la vicenda del conto svizzero, ricordando in proposito di essere stato vittima di un tentativo di estorsione, denunciato alla magistratura. Quanto alle dimissioni dalla presidenza, la causa non è nella doppia crisi Telecom, aziendale e giudiziaria, ma nella politica, perché dopo la polemica con Prodi «si rischiava un conflitto istituzionale».
Un impianto rigidamente difensivo, senza nemmeno una parola sulla gravità di uno scandalo scoppiato nel cuore dell´azienda. «Noi siamo parte lesa e non abbiamo mai svolto intercettazioni», dice Tronchetti: ma non parla delle decine di migliaia di file illegali «commissionati – secondo il Gip – per la stragrande maggioranza da uomini Telecom e Pirelli» e pagati «con denaro proveniente da tali società», poi «utilizzati a propri fini» da «qualcuno posto al di sopra di Tavaroli», l´uomo della security al centro della ragnatela spionistica. Tronchetti su questo tace: e non spiega perché quattro mesi dopo essere stato allontanato dall´azienda Tavaroli ebbe nuovamente una delega speciale per operazioni di intelligence.



Dossier che fare?
Intercettazioni
Giovanni Salvi su
l'Unità

Il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, si chiedeva ieri dalle colonne di Repubblica: «quante volte sono stati utilizzati i dossier e contro chi? Quante decisioni politiche ed economiche sono state prese in seguito a ricatti?».
Rispondere a questa domanda può richiedere che i magistrati esaminino i dossier e ne traggano spunto per individuare coloro che li hanno commissionati e utilizzati. D'altra parte ciò rischia di rendere ancora più grave il danno per coloro il cui fondamentale diritto alla riservatezza è stato così brutalmente violato da intercettazioni e indagini abusive. È qui il dilemma che il legislatore deve sciogliere.
Vi sono infatti almeno due interessi di rango costituzionale in giuoco: quello del diritto alla riservatezza e quello della imparziale persecuzione dei reati, a sua volta finalizzato alla salvaguardia di altri, fondamentali interessi, tutelati attraverso la previsione della sanzione penale. È difficile risolvere la questione col ricorso alla gerarchia di questi interessi. Non vi è dubbio che il principio di obbligatorietà dell'azione penale non venga leso per il fatto che il legislatore lo disciplini e limiti: è del tutto legittimo che gli strumenti investigativi e probatori siano condizionati. L'accertamento penale può (e deve) cedere il passo quando il costo che esso imporrebbe su diritti costituzionalmente tutelati si riveli troppo alto. Basti pensare alle intercettazioni telefoniche, sottoposte a limiti assai rigorosi. D'altra parte anche il diritto alla riservatezza non è senza limiti. Pur ponendosi ormai, nella rilettura della Carta costituzionale, come uno dei suoi pilastri, anch'esso va bilanciato con interessi e diritti in potenziale conflitto.
Bilanciamento che è però assente nel decreto legge. L'immediata distruzione di tutto il materiale relativo alle intercettazioni o ai “dossieraggi” abusivi è accompagnata dal divieto di dar conto a fini processuali - in qualunque forma - del loro contenuto e di utilizzarlo a fini investigativi e processuali, anche solo come notizia di reato. Ciò non si rifletterà solo sulla possibilità di perseguire reati la cui esistenza emergesse dalle conversazioni illecitamente captate; vi è il serio rischio che anche l'investigazione sulle intercettazioni abusive ne risenta, vedendosi costretta a fermarsi al mero fatto che l'abuso sia stato commesso, senza poter comprendere (e perseguire) chi e per quali ragioni e con quali effetti quelle intercettazioni abbia commissionato e utilizzato.
La straordinaria gravità dei fatti e l'incidenza che essi hanno sulla stessa vita democratica del Paese hanno portato il Governo a una scelta draconiana. Essa è apprezzabile nei suoi intenti e credo quindi che vada sostenuta con la passione che è dovuta alle buone cause. Proprio questa passione, però, deve portare a mio avviso a cercare a mente fredda un effettivo bilanciamento, che consenta di salvaguardare la riservatezza e al tempo stesso di non intralciare il percorso degli investigatori, finalizzato ad accertare quanto profondo sia stato il vulnus alla vita civile che da quelle attività illegali è derivato. È un obbiettivo difficile; che esso sia impossibile potrà esser detto solo al termine di un serio approfondimento. Certo, se questo dovesse esser l'esito, credo che non si potrebbe mettere in discussione la prevalenza del bene della riservatezza, per la sua preminenza.
Va innanzitutto chiarito che vi è una distinzione concettuale tra notizia di reato e utilizzazione investigativa e processuale nel procedimento. In altre parole, mentre può essere ragionevole escludere l'utilizzabilità delle informazioni illecitamente raccolte come notizia di reato, cioè al fine di accertare reati nuovi e del tutto diversi, magari a carico di chi è stato oggetto dell'abuso, diverso è impedirne l'utilizzabilità ai fini dell'accertamento delle condotte di abuso. Tradurre in norme questa distinzione non è facile, ma vale la pena di provarci.
La questione, poi, non si può affrontare come se si trattasse di intercettazioni in senso tecnico (e quindi con gli obblighi di deposito e le modalità di trascrizione e conservazione specificamente previste per tal genere di atti di indagine). Si tratta invece di corpi di reato, già destinati per loro natura integralmente alla confisca e alla distruzione. Occorre quindi operare sulle previsioni relative al deposito alle parti processuali di tal genere di cose. La loro particolare natura (conversazioni o informazioni private) potrebbe legittimare una fase di selezione non in contraddittorio con le parti private, cui segua l'immediata distruzione del materiale considerato non utile. Potrebbe poi prevedersi un'ulteriore fase - rigorosamente assistita da divieti di duplicazione e copia - di valutazione in contraddittorio obbligatorio con il soggetto intercettato (questa volta davanti a un giudice), prima della utilizzazione investigativa del materiale.
Certo, questa prospettiva apre molti problemi e ha un costo nel sacrificio sia di esigenze difensive che di prospettive inquisitorie del Pubblico ministero. Gli interventi adottati sull'onda della reazione a un fatto grave rischiano di non valutare appieno i riflessi che si determinano negli ordinari procedimenti e che potrebbero portare conseguenze non volute e forse inaccettabili dall'opinione pubblica. È dunque molto importante il contributo tecnico che potrà venire dalla magistratura associata e dal Csm.
Il fatto che il ministro guardasigilli abbia subito chiesto il parere dell'organo di governo autonomo non è privo di significato. È un'inversione di tendenza che lascia ben sperare circa il rasserenamento del clima istituzionale, dopo anni in cui si è cercato, anche facendo mancare il numero legale, di far tacere il Csm, accusato di essere una “terza Camera”.



La vera anima della Biagi
A tre anni dall'approvazione della legge
Pietro Ichino sul
Corriere della Sera

Fra pochi giorni saranno tre anni esatti da quando è entrata in vigore; e il tempo è galantuomo. Allora maggioranza e opposizione, divise su tutto ma accomunate nell'incapacità di comprendere il contenuto di quegli 86 densi articoli, si fecero reciprocamente sponda nel presentarla come «la grande liberalizzazione» del mercato del lavoro: da una parte per esaltarla, dall'altra per demonizzarla. Oggi i fatti si incaricano di mostrare l'anima laburista di quella legge, che le convenienze e le ottusità politiche bipartisan avevano totalmente occultato; e l'una parte e l'altra ne sono assai imbarazzate.
Il disegno di Marco Biagi era quello di un diritto del lavoro capace di comprendere e regolare tutta la realtà del tessuto produttivo: anche la parte che allo Statuto dei lavoratori del 1970 era ormai da tempo riuscita a sottrarsi. Egli aveva dunque voluto, sì, nella nuova legge alcuni nuovi elementi di flessibilità regolata (e questa è la parte dove la legge ha dato minori risultati); ma aveva anche inteso combattere incisivamente, con un giro di vite severo, proprio la forma più frequente di elusione del diritto del lavoro: l'abuso delle collaborazioni autonome continuative (co.co.co.). Questa è la parte della legge che oggi sta mostrandosi più efficace: un'indagine di Unioncamere conferma la netta diminuzione in atto delle «collaborazioni» nel settore privato. Altro che «grande liberalizzazione»!
Il caso-pilota, su questo terreno, è quello di Atesia, un grande call center cui gli ispettori del lavoro nelle settimane scorse, proprio applicando la legge Biagi, hanno intimato di trasformare migliaia di collaboratori autonomi in lavoratori subordinati regolari. La sinistra radicale plaude all'azione incisiva degli ispettori contro il precariato, ma nello stesso tempo insiste per l'abrogazione della legge Biagi. La contraddizione è evidentissima; e, a questo punto, dolosa.
Ha i suoi seri grattacapi anche il ministro del Lavoro Damiano, che considera con preoccupazione quel che potrebbe accadere se, in nome della lotta al precariato, l'applicazione rigorosa della legge Biagi dovesse estendersi a tutte le aziende che abusano delle collaborazioni autonome. E si capisce che sia preoccupato, perché i casi si contano ancora a centinaia di migliaia. Il costo annuo di un lavoratore subordinato regolare si aggira intorno ai 25.000 euro, mentre per la stessa mansione un lavoratore a progetto può costare la metà; il rischio che la regolarizzazione si traduca in una perdita rilevante di occupazione è molto elevato.



Il rispetto reciproco tra le diverse religioni
Il testo del discorso del Papa nell'incontro di Castel Gandolfo

Sono lieto di accogliervi in quest´incontro da me auspicato per consolidare i legami di amicizia e di solidarietà tra la Santa Sede e le Comunità musulmane del mondo. Ringrazio il Signor Cardinale Paul Poupard, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, per le parole che mi ha rivolto, come pure tutti voi per aver risposto al mio invito. Ben note sono le circostanze che hanno motivato questo nostro appuntamento, e su di esse ho già avuto occasione di intrattenermi durante la passata settimana.
In questo particolare contesto, vorrei oggi ribadire tutta la stima e il profondo rispetto che nutro verso i credenti musulmani, ricordando quanto afferma in proposito il Concilio Vaticano II e che per la Chiesa Cattolica costituisce la Magna Charta del dialogo islamo-cristiano: «La Chiesa guarda con stima anche i musulmani che adorano l´unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti anche nascosti di Dio, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede islamica volentieri si riferisce» (Dichiarazione Nostra aetate, n. 3). Ponendomi decisamente in questa prospettiva, fin dall´inizio del mio pontificato ho auspicato che si continuino a consolidare ponti di amicizia con i fedeli di tutte le religioni, con un particolare apprezzamento per la crescita del dialogo tra musulmani e cristiani (cfr Discorso ai Delegati delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e di altre Tradizioni religiose, Oss. Rom. 26 aprile 2005, pag. 4). Come ebbi a sottolineare a Colonia lo scorso anno, «il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi a una scelta del momento. Si tratta effettivamente di una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro» (Discorso ai Rappresentanti di alcune comunità musulmane, Oss. Rom. 22 – 23 agosto 2005, pag. 5). In un mondo segnato dal relativismo, e che troppo spesso esclude la trascendenza dall´universalità della ragione, abbiamo assolutamente bisogno d´un dialogo autentico tra le religioni e tra le culture, un dialogo in grado di aiutarci a superare insieme tutte le tensioni in uno spirito di proficua intesa. In continuità con l´opera intrapresa dal mio predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, auspico dunque vivamente che i rapporti ispirati a fiducia, che si sono instaurati da diversi anni fra cristiani e musulmani, non solo proseguano, ma si sviluppino in uno spirito di dialogo sincero e rispettoso, un dialogo fondato su una conoscenza reciproca sempre più autentica che, con gioia, riconosce i valori religiosi comuni e, con lealtà, prende atto e rispetta le differenze.
Il dialogo interreligioso e interculturale costituisce una necessità per costruire insieme il mondo di pace e di fraternità ardentemente auspicato da tutti gli uomini di buona volontà. In questo ambito, i nostri contemporanei attendono da noi un´eloquente testimonianza in grado di indicare a tutti il valore della dimensione religiosa dell´esistenza. È pertanto necessario che, fedeli agli insegnamenti delle loro rispettive tradizioni religiose, cristiani e musulmani imparino a lavorare insieme, come già avviene in diverse comuni esperienze, per evitare ogni forma di intolleranza ed opporsi ad ogni manifestazione di violenza; è altresì doveroso che noi, Autorità religiose e Responsabili politici, li guidiamo ed incoraggiamo ad agire così. In effetti, ricorda ancora il Concilio, «sebbene, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il sacrosanto sinodo esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà» (Dichiarazione Nostra aetate, n.3). Gli insegnamenti del passato non possono dunque non aiutarci a ricercare vie di riconciliazione perché, nel rispetto dell´identità e della libertà di ciascuno, diamo vita a una collaborazione ricca di frutti al servizio dell´intera umanità. Come il Papa Giovanni Paolo II affermava nel suo memorabile discorso ai giovani a Casablanca, in Marocco, «il rispetto e il dialogo richiedono la reciprocità in tutti i campi, soprattutto per quanto concerne le libertà fondamentali e più particolarmente la libertà religiosa. Essi favoriscono la pace e l´intesa tra i popoli» (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2, 1985, pag. 501).
Cari amici, sono profondamente convinto che, nella situazione in cui si trova il mondo oggi, è un imperativo per i cristiani e i musulmani impegnarsi nell´affrontare insieme le numerose sfide con le quali si confronta l´umanità, specialmente per quanto riguarda la difesa e la promozione della dignità dell´essere umano e i diritti che ne derivano. Mentre crescono le minacce contro l´uomo e contro la pace, riaffermando la centralità della persona e lavorando senza stancarsi perché la vita umana sia sempre rispettata, cristiani e musulmani rendono manifesta la loro obbedienza al Creatore, la cui volontà è che tutti gli esseri umani vivano con quella dignità che Egli ha loro dato.
Cari amici, auspico di vero cuore che Dio misericordioso guidi i nostri passi sui sentieri d´una reciproca e sempre più vera comprensione. Nel momento in cui i musulmani iniziano l´itinerario spirituale del mese di Ramadan, rivolgo a tutti i miei cordiali voti augurali, auspicando che l´Onnipotente accordi loro un´esistenza serena e tranquilla. Che il Dio della pace colmi con l´abbondanza delle sue benedizioni voi e le comunità che rappresentate!


Il rammendo
Igor Man su
La Stampa

Il Santo Padre ha ricucito lo strappo: così, icasticamente, «fonti vaticane», ovviamente «autorevoli», tirano il bilancio dell'incontro, a Castel Gandolfo, di Benedetto XVI con «eminenti rappresentanti dell'islàm». Lo strappo, converrà ricordarlo, è la reazione, invero scomposta, di qualche turba islamica (scesa in piazza con insospettabile immediatezza) a una «chicca accademica» del Papa tedesco: per arricchire la Lezione nella «sua» università (in Ratisbona) il Pontefice citò la polemica (antichissima) fra l'Imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un dotto persiano.

Come sappiamo, visibilmente rammaricato il Papa ha espresso tutto il suo rincrescimento per il malinteso. Gli ha fatto da sponda una fioritura di interventi, scritti e orali, che lasciavano trasparire non tanto la preoccupazione di inquadrare storicamente e teologicamente la dotta polemica fra il Bizantino e il Persiano, quanto la preoccupazione di salvare quel dialogo interreligioso promosso vent'anni fa da Papa Giovanni Paolo,

Giovanni Paolo II non si faceva soverchie illusioni «per l'immediato», tuttavia misurando il tempo col metro lungo della Chiesa cattolica egli pensava che «venuto il giorno» il dialogo con i musulmani e con i «fratelli maggiori», gli ebrei, avrebbe edificato il Tempio della Pace. Un tempio le cui chiavi, giustappunto, sarebbero appartenute ai figli del Dio unico. Se fu difficile proporre codesto progetto per il carismatico Papa polacco, per Benedetto XVI che umilmente si considera ancora «in rodaggio», s'è subito rivelato insidioso oltre che minaccioso. Da qui la preoccupazione della grande macchina vaticana di «ricucire lo strappo».

Affinché il dialogo prosegua. Ora si dà il caso che mentre con i «fratelli maggiori» non sia difficile dialogare, arduo invece si presenti il per altro auspicabile dialogo con l'islàm. Intanto perché l'islàm è una galassia dove, fatalmente, non esistono strutture religiose che facciano capo a un «centro». E, poi, perché nell'islàm il religioso si fonde col politico, col sociale. E' un tutt'uno. Ultimo ma non meno importante: l'irrompere alla magmatica ribalta islamica di Khomeini. L'artefice della Rivoluzione a mani nude che scacciò nel 1979 lo Scià accusato di stravolgere i connotati culturali dell'Iran, ha in fatto «coventrizzato» l'islàm facendo di quella galassia un forte, dilagante centro di potere sciita. Così accade che il più numeroso e gerarchicamente strutturato sunnismo si trovi oggi a misurare il suo burocratico passo con l'andatura veloce d'un nuovo terrorismo «dal viso d'angelo, dal cuore fosco». Un terrorismo che di islamico non ha nulla (o solo cipria) ma che è riuscito a manipolare il Verbo con l'appropriazione indebita del Corano.

Non sono poche, invero, le consonanze fra cristianesimo e islàm; molte Sure del Corano riecheggiano gli evangelisti, gli Atti degli Apostoli. Di più: il Corano esalta la verginità feconda della Madonna, riconosce in Gesù il santo profeta figlio di Dio. Qui giunti, però, cade la prima mannaia. Eccola, nelle parole di Raimondo Lullo, evangelizzatore cristocentrico del XIII secolo: «I saracini credono che il Signore Gesù il Cristo è figlio di Dio ma non credono ch'egli sia Dio».

Islàm e cristianesimo hanno in comune l'affermazione del Dio unico, trascendente, creatore, retributore. Il dono della fede è proposto «all'adesione del cuore e dell'intelligenza» - la vita morale fa riferimento a Dio, il peccato è rifiuto della legge divina. «Sin qui i monoteismi prescrivono atteggiamenti in qualche modo comuni» (cfr. L. Gardet: Regards chrétiens sur l'islam). Epperò esistono «linee di separazione» tanto precise e decise che sarebbe ingenuo pretendere di trattare «insieme» islàm e cristianesimo.

Il cristianesimo è la religione di Dio al tempo stesso trascendente e immanente. Per l'islàm Dio rivela la sua parola («al Quran») ma non se stesso. Rimane inaccessibile. La fede musulmana è testimonianza che viene resa, non è esperienza direttamente vissuta.

Ancora: nell'islàm solo i puri, gli ortodossi posseggono la verità, cioè la fede: el iman e, di conseguenza, la legge, el islàm: la via, letteralmente la virtù. E qui cade la seconda mannaia: la sharia. Se, infatti, nel Corano cristiani e musulmani potrebbero e qualche volta possono trovare un punto di incontro (il convegno interreligioso - la preghiera comune senza sincretismo) che trasformi il dialogo in una sorta di «consanguineità spirituale», la sharia col suo assolutismo essenzialmente politico blocca ogni (eventuale) sistema di vasi comunicanti.

La sharia è quell'insieme di regole e disposizioni di legge in virtù delle quali i vari califfi venuti dopo Maometto hanno affermato e protetto il primo potere. Gli attuali epigoni dei vecchi califfi (certi leaders arabi) hanno o alleggerito, i più lungimiranti, (o più coraggiosi?) la sharia, ovvero l'hanno inasprita: i più dispotici e corrotti, la maggioranza. Schiacciati da una piramide di peccati (l'illecito arricchimento, il dispotismo), non pochi raiss li troviamo in prima fila nel protestare bombasticamente per la lezione teologica d'un Papa fresco di nomina, con ancora (forse) indosso la toga universitaria sotto la tunica bianca. Noi non confonderemo mai la sharia col Corano, con l'islàm che predica non soltanto la tolleranza ma qualcosa di più: la condivisione. Il guaio è che la sharia attribuisce all'islàm interpretato ad usum delphini valore di (unica) verità oggettiva.



Corruzione, salta l'uomo forte di Shanghai
Destituito il numero uno del partito comunista: rischia la pena di morte.Chen Liangyu era membro del Comitato centrale e un alleato dell'ex presidente Jiang Zemin
Fabio Cavaliera sul
Corriere della Sera

PECHINO La politica cinese viene investita da un terremoto molto di rado. Quando però arriva lascia il segno. Il rovesciamento del segretario del Partito comunista a Shanghai, annunciato dalle fanfare dell'agenzia Nuova Cina, è un evento speciale per diverse ragioni. Il personaggio innanzitutto: Chen Liangyu, un sessantenne elegante e di spigliata parlantina, è una stella nell'ingarbugliato e misterioso mondo della nuova classe dirigente post maoista, uno di quei pochissimi signori che hanno il diritto di ultima parola sulle sorti di un Paese. Shanghai era ai suoi piedi, l'economia e la politica, gli affari (che affari) e gli intrighi di corte passavano da lui, membro del Comitato centrale, uno dei quindici dello scalino superiore, il Politburo, oltre il quale esiste solo l'ufficio politico dei nove «imperatori» che comandano sulla Cina. Chen Liangyu era uno dei candidati, il candidato, a salire fin lassù con il congresso del prossimo anno.
Lo hanno tagliato e messo a riposo. Rischia grosso: certe imputazioni, se confermate, portano diritto all'ergastolo se non alla pena di morte. Poco importa che fra i suoi mentori vi sia Jiang Zemin, ex sindaco, ex segretario a Shanghai, ex segretario generale di tutto il partito, ex presidente della Repubblica, ex capo delle forze armate. Il top leader uscito dalla strage di Piazza Tienanmen, l'uomo della modernizzazione selvaggia. Il licenziamento di Chen Liangyu è un «avvertimento » al grande vecchio della politica cinese. La motivazione: sospetto coinvolgimento nella manipolazione di fondi destinati alla sicurezza sociale (fondi pensione dirottati in speculazioni edilizie) con annessa l'aggravante di avere favorito gli interessi di un circolo di amici e parenti. Un classico di questi tempi in Cina. Se la corruzione è stata sin dai secoli delle dinastie uno dei pilastri nei programmi non scritti e dichiarati dei governanti, oggi è una epidemia tanti sono ladruncoli, ladri e ladroni che nelle province raccattano soldi nei modi più vergognosi.
La colpevolezza di Chen Liangyu è da dimostrare e vedere, sicuramente il suo ghigliottinamento è il capitolo di una guerra che oppone le fazioni del partito, qui si passa dalle stelle alle stalle in due secondi e senza nemmeno che gli interessati riescano a rendersene conto, però quel che va ricordato sono le parole spese dal procuratore della Corte Suprema del popolo alla Assemblea legislativa nel marzo scorso quando fece rizzare le orecchie dei presenti. Nel 2005 i casi di pubblici ufficiali risucchiati dal malaffare sono stati 24.277. Campane a morto sono poi risultate le frasi del presidente Hu Jintao pronunciate a luglio: «Dobbiamo stare in allerta contro i desideri più ghiotti, dobbiamo resistere ai signori del denaro, all'edonismo e all'egoismo ». Shanghai era nel mirino.
Infine, il teatro della vicenda: la Perla d'Oriente, uno dei motori dell'economia cinese, il motore per eccellenza, il gioiello del miracolo ma pure lo specchio della storia del Partito comunista cinese. Tutto ciò che è passato da qui ha influenzato — e parecchio—il corso che la Cina ha preso. A Shanghai è nato il Partito comunista. A Shanghai è nata la Rivoluzione culturale e ha imperversato la Banda dei quattro. A Shanghai si è consolidata la svolta neoautoritaria e neoliberista dell'ex numero uno cinese, Jiang Zemin pensionato nel 2002 ma solo con fatica costretto nel 2004 a mollare la poltrona di leader delle forze armate, la più delicata.



Come Osama Bin Laden divenne nemico dell'America
Sergio Romano risponde sulle
Lettere al Corriere



Ugo Guarino sul Corriere della Sera
Nella sua risposta «Le Torri, il Pentagono e la teoria del complotto» lei conclude dicendo: «Chi crede al complotto finirà per credere che anche Osama è un agente della Cia». Io personalmente non credo alla teoria del complotto, ma Osama è stato un agente della Cia!
Ai tempi della guerra contro l'Urss, Osama e i suoi sono stati aiutati, addestrati e finanziati dagli Usa. Dopo le stragi a New York l'unico aereo autorizzato a volare sugli Usa è stato quello che ha raccolto e portato via i familiari di Osama.
Si può certo dire che (come nel caso di Saddam, aiutato e finanziato contro l'Iran), gli Usa hanno pensato di poter allevare mostri e poi disfarsene velocemente, ma purtroppo è terribilmente pericoloso scherzare con i demoni.
Giovanni Battista Fiore
fiorgioba@hotmail.com

Caro Fiore, anch'io ho scritto, in parecchie occasioni, che Osama Bin Laden è stato per molti anni alleato degli Stati Uniti nella guerra contro i sovietici. Ma l'etichetta «agente della Cia», con cui lei ha descritto il suo ruolo in quegli anni, non è giusta e rischia di trasformarsi in leggenda rendendo del tutto incomprensibile ciò che accadde in Afghanistan dopo l'invasione dell'Armata Rossa nel dicembre del 1979. La rivolta dei mujaheddin scoppiò agli inizi del 1980 e fu per molti aspetti un avvenimento spontaneo, nello stile e nella tradizione di un Paese che ha sempre mal tollerato gli interventi stranieri nel proprio territorio. Ma non appena fu chiaro che vi era ormai una resistenza antisovietica, alcuni Paesi si coalizzarono per sostenerla, armarla, finanziarla e cacciare i sovietici dalla regione. Stati Uniti, Pakistan, Arabia Saudita, Paesi del Golfo, Cina e Iran non poterono formare un'alleanza perché ciascuno di essi aveva i propri interessi, spesso diversi da quelli degli altri «compagni di viaggio». Ma si divisero pragmaticamente le parti e ciascuno di essi svolse una efficace azione complementare. Il Pakistan intervenne con la rete del suo servizio segreto (l'Isi) e assicurò alla resistenza un prezioso retroterra logistico. Gli StatiUniti fornirono missili terra- aria Stinger (un'arma micidiale contro gli aerei sovietici) e consiglieri militari per l'addestramento dei mujaheddin. La Cina dette armi e l'Arabia Saudita, grazie ai proventi petroliferi provocati dall'aumento del prezzo del petrolio nel decennio precedente, divenne il tesoriere della coalizione. Tutti insieme, infine, aiutarono in vari modi i volontari islamici che correvano in Afghanistan a combattere il nemico sovietico.

E mentre si forma nel mondo la prima grande Legione arabo musulmana, il denaro dell'Arabia Saudita permette ad «altre decine di migliaia di radicali musulmani stranieri» di studiare nelle centinaia di nuove madrasa (le scuole coraniche) che si sono aperte in Pakistan e lungo il confine con l'Afghanistan. È questo il quadro in cui occorre collocare l'arrivo di Osama Bin Laden nella regione. Secondo Rashid, il servizio segreto pakistano insistette a lungo presso il servizio segreto di Ryad per l'invio in Afghanistan di un principe che potesse esercitare funzioni di comando e dimostrare l'impegno del regno saudita a favore della jihad. La persona prescelta fu per l'appunto Osama. Non era un principe, ma aveva molte amicizie a corte ed era il rampollo di una delle più influenti personalità economiche del regno. Comincia da quel momento l'irresistibile ascesa del fondatore di Al Qaeda. È certamente possibile accusare Osama di molti crimini. Ma non credo che gli si possa rimproverare di essere stato «agente della Cia». È stato sempre coerentemente islamista e ha dichiarato guerra agli Stati Uniti dopo la Guerra del Golfo, quando gli americani si servirono del territorio saudita per attaccare l'Iraq e vi si installarono successivamente con due grandi basi militari. È un terrorista, certo, ma non privo di una sua diabolica coerenza.


  26 settembre 2006