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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 25 settembre 2006


Se è l'Africa che chiama
Il dramma del Darfur: fare qualcosa, fare in fretta
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

C'è l'Iraq, c'è l'Afghanistan, ci sono il Libano e i palestinesi, c'è l'Iran, può forse esserci anche il Darfur? La novità è che una risposta positiva, malgrado lo sfinimento per superlavoro della comunità internazionale, sta guadagnando terreno. Da Condi Rice a Kofi Annan e ai governi europei, tutti avvertono che il tempo stringe e che bisogna «fare qualcosa» per fermare i massacri nelle regioni occidentali del Sudan. E così i riflettori occidentali tornano timidamente ad accendersi sull'Africa, sulle sue tragedie silenziose, sui suoi genocidi trascurati, sui suoi orrori rimossi.
In Darfur le incursioni dei miliziani arabi contro le popolazioni civili di origine africana hanno fatto 300.000 morti in poco più di tre anni. Due milioni di rifugiati vivono a ridosso del confine con il Ciad, ma la furia dei janjaweed li insegue anche nei campi profughi dove uccisioni, stupri e rapimenti sono all'ordine del giorno. Per chi sopravvive alle pallottole, c'è in agguato la morte per denutrizione: come in altre regioni africane le carestie sono ormai un appuntamento fisso, e quel che non distrugge la siccità viene bombardato o incendiato dalle milizie filogovernative. Già, perché il governo di Karthoum e il suo presidente Omar al-Bashir promettono aiuti e interventi pacificatori, ma nei fatti appoggiano la pulizia etnica attuata dalle bande arabe.
Come non ricordare il Ruanda e le sue stragi? Forse è stata anche questa cattiva coscienza a smuovere le acque. L'Onu ha approvato il 31 agosto l'invio in Darfur di ventimila Caschi blu destinati a sostituire i poco efficaci caschi verdi dell'Unione Africana attualmente presenti nella regione. La risoluzione 1706, però, pone una condizione voluta da Russia e Cina: il governo sudanese deve dare il suo assenso prima che la nuova forza possa essere schierata. E il governo sudanese, come era facile prevedere, il suo assenso si rifiuta di darlo.
Nascono da questo diniego e dal massacro che continua le pressioni sempre più forti che vengono esercitate su Omar al-Bashir, al punto che la Rice ha minacciato «misure unilaterali» se Karthoum non rinuncerà al suo veto. Ma la tragedia umanitaria del Darfur, nel frattempo, ha acquistato altre implicazioni.
Gli interessi della Cina, per cominciare. Assetati di risorse energetiche per alimentare il loro fenomenale sviluppo, i cinesi hanno battuto l'Africa palmo a palmo sostituendosi spesso agli occidentali. Il Sudan non fa eccezione, e la sua produzione petrolifera prenderà per molti anni la via di Pechino. Scontrarsi con Karthoum e con i suoi proclami a difesa della sovranità sudanese, dunque, equivale a indispettire quella Cina nuova potenza globale che oltretutto può contare sull'appoggio della Russia. E così la conta dei bambini morti non può più essere fatta senza preoccupazioni strategiche.
Poi c'è la lotta al terrorismo internazionale. Il Sudan di oggi, benché ancora iscritto nella lista nera
del Dipartimento di Stato, non è più quello che dava rifugio a Bin Laden. I servizi occidentali, Cia compresa, hanno trovato ultimamente a Karthoum uno spirito di collaborazione. Ma se gli sviluppi della vicenda Darfur arrecassero offesa al nazionalismo sudanese, potrebbero essere le correnti islamiste più estreme a prendere il sopravvento. Eccolo, il secondo dilemma: quanti morti può valere, una ambigua alleanza contro i terroristi?
Occorre, è vero, «fare qualcosa». E noi speriamo che si agisca in fretta, alla faccia della Cina e anche delle dritte sui terroristi.


I servizi Usa
La guerra ha favorito i terroristi
sommari de
l'Unità

Un siluro contro l'amministrazione Bush. Un colpo duro per il presidente che ha indossato i panni del guerriero promettendo agli americani una lotta senza quartiere al terrorismo internazionale. La dura critica all'amministrazione è contenuta nell'ultimo National Intelligence Estimate, rapporto stilato da tutte e sedici le agenzie d'intelligence civile e militare del governo Usa. «La guerra in Iraq - si legge - ha aumentato il rischio di attacchi terroristici». Anche perché si aggiunge è molto probabile che i combattenti stranieri, dopo l'Iraq, tornino nei Paesi di origine per «fomentare ideologie radicali». Ieri intanto Michael Hayden, direttore generale della Cia, ha smentito la notizia che dava per morto Osama bin Laden.


Cluster bomb, fermiamo la follia
Thomas Nash su
l'Unità

Nel luglio del 2005 mi sono recato in Libano per svolgere una inchiesta sul problema delle bombe a grappolo impiegate nel 1978 e nel 1982. Ordigni a grappolo inesplosi facevano ancora vittime ad oltre due decenni da quel conflitto. Di recente sono tornato da un altro viaggio in Libano nel corso del quale ho avuto modo di constatare che sta iniziando una nuova ondata di devastazioni a causa delle bombe a grappolo.
L'impiego in Libano di ordigni a grappolo è stata una follia. Prima del loro impiego si sapeva che avrebbero ucciso e ferito civili in aree densamente popolate a causa della loro imprecisione. Così come si sapeva che le bombe a grappolo avrebbero lasciato nel terreno centinaia di piccoli ordigni inesplosi, le cosiddette sotto-munizioni, che avrebbero terrorizzato i civili che facevano ritorno a casa per riprendere una vita normale.
In vista del cessate il fuoco Israele ha lanciato milioni di bombe a grappolo nelle cittadine e nei villaggi nel corso delle ultime 72 ore di guerra. Il morti e feriti tra i civili e l'inquinamento causato da questi ordigni che colpiranno il Libano negli anni a venire erano prevedibili e prevenibili.
La maggior parte delle piccole sotto-munizioni impiegate in Libano hanno l'aspetto di batterie per le torce elettriche con dei nastri e altre hanno l'aspetto di palline da tennis. Sono una mortale attrazione per i bambini che infatti costituiscono il 30% delle vittime.
Cosa si può fare per i campi infestati da bombe a grappolo nel sud del Libano? Anche se non possiamo annullare le conseguenze dell'impiego di munizioni a grappolo da parte di Israele, possiamo lavorare per impedire che questo tipo di ordigno sia impiegato in futuri conflitti.

Quest'anno, ancor prima delle tragedie in Libano, il Belgio ha messo al bando questo tipo di bomba e la Norvegia ha dichiarato una moratoria sul suo utilizzo. Austria, Danimarca, Irlanda, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Svezia e Svizzera auspicano uno strumento internazionale, quale ad esempio una convenzione sulle bombe a grappolo. Altri Stati che ne fanno uso, come il Regno Unito, si rifiutano persino di discutere nelle sedi internazionali il problema delle bombe a grappolo.

Mentre restano impegnative sfide per il Libano, la storia potrebbe fornirci utili lezioni. Nel 1974, 13 Paesi proposero la messa al bando delle bombe a grappolo in occasione di una conferenza diplomatica in Svizzera. Nei trenta anni successivi al fallimento di quella proposta, le bombe a grappolo sono state impiegate in Iraq, in Cecenia, in Sudan, in Eritrea e Etiopia, il Kosovo e in Afghanistan. La tragica situazione nel sud del Libano è solo l'ultimo esempio di ciò che accade quando si impiegano bombe a grappolo.
Il massacro di My Lai spinse la coscienza dell'opinione pubblica a porre fine non solo alla guerra del Vietnam, ma anche all'impiego del napalm. Le vittime delle mine anti-uomo in Cambogia, Angola e Afghanistan hanno indotto alcuni paesi ad avviare un processo conclusosi con la messa al bando delle mine anti-uomo. Le vittime civili causate in Libano dalle bombe a grappolo potrebbero determinare una analoga svolta.

© The Independent
Traduzione
di Carlo Antonio Biscotto


La zona grigia dove cade il tabù della tortura
Adriano Sofri su
la Repubblica

verso Guantanamo


Oltretutto, è grottesco che certi principii vengano proclamati inderogabili, salva la deroga contraria. La Convenzione di New York (1984) dichiara che «nessuna circostanza eccezionale, qualunque essa sia, si tratti di stato di guerra o di minaccia di guerra, d´instabilità politica interna o di qualsiasi altro stato eccezionale, può esser invocata in giustificazione della tortura». La deroga fa assomigliare il bando della tortura al Comma 22: «Chiunque sia pazzo può chiedere di essere esonerato. Chi chiede di essere esonerato non è pazzo».
Il progresso è la liberazione da certi tabù, e la fissazione di altri. L´incesto è un tabù in vigore: vuol dire che succede ancora, ma non lo si può rivendicare. Si fa ma non si dice. Qualcosa viene messa al bando dalla coscienza comune e diventa causa di vergogna. Caratteristico del tabù è appunto questo: che «non si dice», cioè che l´azione messa al bando diventa innominabile e indiscutibile. Non è più sottomessa alla domanda: «Perché?» Perché no. Rimettere in discussione un tabù vuol dire farlo a pezzi. Vale per l´atomica, che stava per farcela a diventare un tabù, ed è tornata alla casella di partenza. Vale per la pena di morte: dove viene rifiutata, si ha paura e vergogna di rimetterla in discussione. Qualcosa, che è stato accettato ed è diventato un´abitudine ormai inavvertita per tanto tempo, improvvisamente ripugna, al punto che non si capisce più come fosse possibile. È un bene che negli Stati Uniti si dimostri l´inefficacia deterrente della pena capitale, o la percentuale terribile di errori giudiziari: ma non basterà questo.
Ci sarà qualcosa, avrà a che fare con la coscienza e con la pancia insieme, sarà come per il cannibalismo: un giorno il boccone andrà per traverso. La mano del boia si fermerà, e lui stesso non saprà spiegarsi come abbia potuto, fino al giorno prima, stringere quel cappio, premere quel pulsante.
La tortura è un tabù. Viene praticata in decine di Stati, come documenta Amnesty. Ma è un tabù: non si può dirla. Non poter dirla non è un´ipocrisia, è la moralità della legge. Il tabù preferisce, e vorrei dire pretende, di essere comunicato e introiettato «perché sì» e «perché no». Non appena una voce riconoscibile, riconosciuta, rimetta in discussione la cosa, il tabù va in frantumi. Allora la discussione non dev´essere tenuta nella mezza misura degli aggiustamenti. Bisogna discuterne come se fosse la prima volta. Bisogna tornare daccapo, e spingere chi ha rotto il gioco a tornarci anche lui. Non gli si rimprovererà di aver detto quello che pensa: piuttosto, di essersene troppo presto ritratto, e di far passare una simile sfida per poco più che uno scherzo, o un espediente retorico. Così Panebianco, che, sul Corriere della Sera, ha scritto di aver solo sollevato «un´ipotesi di scuola, utilizzata per fare scandalo». No: bisogna accettare un prezzo più salato. E, tanto per cominciare, rispondere alla domanda: potrei essere il torturato? E alla domanda: potrei essere il torturatore? È sorprendente la tranquillità con cui la gente si dichiara contraria o favorevole alla pena di morte come se potesse capitarle solo di condannare qualcuno, o no: e mai di essere condannata lei. (Eppure dovrebbe pensarci, dal momento che successe anche a Gesù Cristo). La tortura, che ottenga o no la confessione o la delazione cui dice di mirare, ottiene comunque di rendere il suo autore un torturatore, cioè una specie infame di cittadino, e di macchiarne l´intera comunità che l´ha delegato. Può sembrare un argomento secondario solo a chi non sappia mettersi nei panni altrui, e dunque accettare di conoscere se stesso. L´esperienza delle persecuzioni, dei pogrom, dei linciaggi, dei collaborazionismi mostra a che punto si possa perdersi nella sfrenatezza del possesso dei corpi nemici.

Dobbiamo definire la tortura, e intanto separarla dalla legittima difesa e dallo stato di necessità – ne ha scritto qui Zagrebelsky. Gli esempi che ipotizzano una situazione in cui sai con certezza che la confessione di un prigioniero nelle tue mani salverà delle vite sono troppo comodi. Toccano la legittima difesa, e comunque chiamano in causa un male minore, cui puoi sottometterti, assumendotene la responsabilità, compreso il prezzo da pagare in termini morali e penali. L´esempio è così singolare da impedire di costruirci su un sistema. Oltretutto, questo genere di esempi trascura un punto essenziale per la definizione della tortura: cioè la larga parte, e spesso la sola, che vi prende la gratuità, come ad Abu Ghraib. Si dispone del corpo altrui e lo si tormenta per il piacere di farlo.
Le più autorevoli definizioni giuridiche di tortura nominano «dolore o sofferenze, fisiche o mentali...». Resta una inevitabile vaghezza: quale grado di dolore, quale intensità delle sofferenze? Le manette ai polsi, la reclusione in una cella, provocano dolore e sofferenza, fisica e mentale, e tuttavia non sono tortura. La logica si è sempre cimentata con la difficoltà di fissare un discrimine esatto entro eventi caratterizzati dalla continuità e dalla vaghezza. Dove finisce la notte e comincia il giorno?

La proposta di introduzione del reato di tortura nel codice italiano (2001: tuttora inattuata) dice: «È difficile esplicitare esaustivamente il contenuto del reato di tortura... è necessario procedere ad una elencazione casistica... ». L´ostinato e spietato tentativo dell´Amministrazione Bush di garantirsi mano libera nel trattamento dei prigionieri gira attorno al messaggio della definizione di tortura. «La tesi di Washington non è che i prigionieri non siano maltrattati, ma che questi abusi non si possano definire torture. La definizione di questi maltrattamenti comprende la deprivazione sensoriale, il legare i prigionieri e appenderli in posizioni estreme, e il cosiddetto waterboarding. La testa del prigioniero viene ripetutamente immersa nell´acqua e tenuta così fino a un istante prima dell´annegamento... L´amministrazione Bush sostiene che secondo la definizione della Convenzione internazionale, si può chiamare tortura solo un trattamento che ha per esito la morte o lesioni permanenti e invalidanti. Quindi il waterboarding, o pratiche anche peggiori, sono solo 'trattamenti crudeli, disumani e degradanti´... ». (David Rieff, 2005). Donald Rumsfeld ha presentato una lista di 24 tecniche di interrogatori, poi ridotte a cinque...

Qualche anno fa scrivevo: «Si torna sempre alla "zona grigia": formula chiamata prima a descrivere una complicità ripugnante con gli aguzzini, passata poi arbitrariamente a designare la vita comune e renitente alle invadenze della storia e via via aggiustata fino a capovolgersi – troppa grazia – in una categoria positiva». Direi a Panebianco che della sua sortita sulla tortura, non mi ha colpito tanto la "provocazione" sulla guerra non riconosciuta, quanto la conferma di un´affezione per la "zona grigia". La quale è il vero cuore dello stato d´eccezione. Il genio di Primo Levi, e la sua esperienza della tortura, non come metodo di interrogatorio, ma come sistema sociale, hanno permesso questa scoperta. I sommersi e i salvati è un memorabile trattato sulla zona grigia. È anche questo un paradosso: che una forma di vita ambigua, opaca, «turpe e patetica», alligni dentro la condizione estrema. Ora, non me ne voglia Panebianco, io sospetto una affinità fra la zona grigia e il "terzismo". La zona grigia sta alla guerra e al lager come il terzismo sta al confortevole tempo di pace. Il trasparente bersaglio di Panebianco era il legalitarismo dei magistrati che indagano sul rapimento di Abu Omar. Mi pare difficile sostenere che non si sia trattato di un sequestro di persona. Diffido anch´io di quello che Panebianco chiama il feticismo della legalità: per intenderci, la trasformazione della legalità, da condizione necessaria della convivenza civile, in surrogato della politica e non di rado della stessa umanità. Vedo anch´io che la caduta di un´identità costruita sull´invenzione del Nemico si traduce a volte nella negazione dell´esistenza del nemico in carne e ossa. Ma l´approdo di Panebianco è questo: «... Quando è in gioco la sopravvivenza della comunità... deve essere ammessa l´esistenza di una "zona grigia", a cavallo tra legalità e illegalità, dove gli operatori della sicurezza possano agire per sventare le minacce più gravi». Panebianco ha ribadito la sua idea sulla "zona grigia". Che, nella sua accezione, è diventata il territorio in cui, esonerati dalle regole dello Stato di diritto, i protettori della sicurezza comune agiscano spregiudicatamente e arditamente: opinione ottimista. Non si capisce perché, se questa sia la situazione, lo Stato di diritto non possa riconoscerla e regolarla. Ci prova, tortuosamente, negli Stati Uniti. Non si capisce perché andare all´assalto del prezioso e fragile tabù della tortura, per dichiarare di fronte alle prime obiezioni che era solo per fare scandalo. Né perché promuovere sentimenti da tempo di guerra, quando la guerra è, per fortuna nostra più che per merito, ancora lontana dalle nostre notti. E quando le misure d´eccezione che dobbiamo essere capaci di prendere non hanno ancora il fine di farci più adatti alla guerra, ma di prevenirla.


Discutere di "buona morte" senza bandiere ideologiche
Umberto Galimberti su
la Repubblica

A proposito dell´eutanasia non credo che chi si schiera da una parte o dall´altra sia assolutamente convinto della posizione che assume e del tutto insensibile agli argomenti di chi la pensa in maniera opposta. Ma soprattutto non credo che i termini con cui si affronta il problema siano identici e univoci da entrambe le parti, per cui una chiarificazione terminologica e concettuale della questione mi pare essenziale, soprattutto se questa dovesse approdare in Parlamento a dividere coscienze, appartenenze, fedi e ideologie.
1. Delimitazione del concetto di eutanasia. "Eutanasia" è una parola greca che significa "buona morte", che è poi la morte che compete all´uomo che ha condotto la sua vita senza prevaricazioni e senza eccessi, attenendosi a quella che gli antichi Greci chiamavano "giusta misura (kata metron)". Oggi la parola significa "morte anticipata" rispetto alle residue risorse dell´organismo, grazie alle possibilità rese disponibili dalla tecnica. E siccome la tecnica è in continuo avanzamento, sempre più difficile sarà distinguere il dovere di cura dall´accanimento terapeutico. La tecnica infatti ha creato un tempo intermedio tra la vita e la morte, dove una vita organica si protrae o in assenza di una vita cognitiva o in conflitto con la capacità di sopportazione del paziente, che in questo caso chiede di essere aiutato a morire. Di eutanasia si può parlare solo in questo secondo caso in cui si asseconda la libera volontà espressa da un malato di porre fine alla sua esistenza, quando si verificano alcune condizioni che per lui la rendono insopportabile. Non si deve invece parlare di eutanasia a proposito, ad esempio, della dolorosa vicenda di Terri Schiavo e di altre consimili, la cui sopravvivenza è garantita solo dall´alimentazione, dall´aerazione e dall´idratazione somministrate dalle macchine.

La contrapposizione, spesso violenta che non vuol comprendere le ragioni dell´altro, attesta più una difesa della propria appartenenza fideistica o ideologica, che un vero interesse per la condizione di chi si trova in quello stato intermedio tra la vita e la morte, dove la decisione è estremamente difficile, ma non impossibile, se appena rivisitiamo la nozione di "morte" connettendola strettamente alla nozione di "vita", che, come ognuno percepisce, è decisamente più alta, più ricca, più mia, di quanto non sia la nozione di organismo su cui la scienza medica esercita la sua giurisdizione.
2. Chiarificazione del concetto di vita. Il problema dell´eutanasia è tutto qui. La morte mi riguarda o riguarda solo il mio organismo? Questo pensiero che accompagna la vita di noi tutti, che limita la nostra progettualità, che ci fa compiere certe scelte a una certa età e non a un´età più avanzata, questo pensiero della fine dei nostri giorni che coinvolge aspettative e speranze, progetti e rimpianti, affetti e stili di vita, è una faccenda da affidare alle sorti della materia di cui siamo fatti, o è una faccenda su cui anche noi possiamo intervenire, proprio perché coinvolge quel che siamo e non tanto quello di cui siamo fatti? Quando ci dovessimo emancipare da questo grossolano materialismo che, cadenzando la vita sulle sorti della materia, ci espropria di quel che la vita ha significato per noi, dello stile che le abbiamo dato, dell´impronta che le abbiamo conferito, per consegnarci irrimediabilmente a quell´evento non nostro che è la morte organica, anche la decisione se prolungare o meno la vita del nostro organismo risulterebbe più facile. Del resto tanta incertezza e tante discussioni intorno alla morte assistita, chiesta, invocata e talvolta accordata, quando il paziente è vivo solo per le leggi biologiche dell´organismo, in quella notte buia della coscienza che non attende più nessuna alba, dipende dal fatto che è incerto il nostro concetto di "vita", che oscilla paurosamente tra la vita anonima dell´organismo e quella personalizzata dell´individuo che, nelle residue possibilità biologiche del suo organismo, non riconosce alcuna immagine di sé. Sulla prima posizione è attestata la Chiesa cattolica e la convinzione di molti credenti che, partendo dal concetto che la vita è un dono di Dio, ne chiedono il rispetto fino all´ultimo respiro. Nella mia sincera considerazione delle convinzioni altrui, soprattutto in materia di fede, mi pare di poter dire che l´argomento della Chiesa cattolica è troppo generico, quando non addirittura decisamente materialistico, se riduce il concetto di «vita» al semplice prolungamento biologico dell´organismo.
3. La sorte dell´organismo e la sorte dell´individuo. Che cos´è, infatti, la vita? La semplice animazione della materia, come pare di poter dire per certe esistenze tenute appunto "in vita" dalla strumentazione tecnologica? O il rispetto dell´individuo, della sua coscienza, della sua deliberazione che proprio il cristianesimo, e non altri, ha eretto a valore indiscusso, trasmettendo questo riconoscimento alla cultura laica, che lo ha assunto a principio della sua organizzazione sociale? Il problema dell´eutanasia non mette in gioco il valore della "vita" che prolifera ovunque, ma il valore dell´ "individuo" che, in certe condizioni può non ritenersi più degno di sé, e può quindi sentirsi in diritto di decidere di por fine a un´esistenza in cui altro non riconosce che un puro processo biologico, il quale, grazie all´assistenza tecnica, procede nella sua anonima irreversibilità. …
4. La tolleranza del dolore. Ma proprio qui, quando il problema sembra, se non risolto, almeno meglio impostato, deve raccogliersi la nostra attenzione e forse spostarsi dal problema dell´eutanasia al problema dei margini d´esistenza che la nostra cultura contempla come margini "dignitosi", e considerare se quei margini nella nostra società non si sono troppo ristretti come effetto della rimozione metodica del dolore. Se questo, come io credo, è un vero problema, allora anche le parole della Chiesa cattolica possono essere riascoltate. Non come parole a difesa di un troppo generico concetto di "vita", ma come parole che chiedono di non sopprimere con troppa leggerezza l´esperienza del dolore, perché su questa strada disimpariamo a trattarlo, e, quando si presenta, non disponiamo di altro linguaggio che la radicalità di un gesto. E questo anche quando non si è in coma o in condizioni di irreversibilità, ma solamente sotto l´incubo di un orizzonte che, per la nostra forza di sopportazione, s´è fatto troppo buio.


l'Islam, il Papa e un rischio
Magdi Allam sul
Corriere della Sera

Non ci si può che rallegrare dell'incontro odierno tra Benedetto XVI, gli ambasciatori dei Paesi a maggioranza islamica e i membri della Consulta per l'islam italiano. Ma i suoi collaboratori sbagliano quando, con un eccesso di zelo, sembrano non riflettere adeguatamente sulle conseguenze del criterio e della modalità con cui l'incontro è stato concepito. Con il rischio di trasformare un dialogo tra religioni naturalmente diverse in una resa all'arbitrio degli estremisti islamici.
Colpisce la foto a tutta pagina pubblicata ieri da Avvenire, l'organo della Conferenza episcopale italiana, per pubblicizzare la diretta televisiva dell'incontro da parte di Sat2000. Vi si vede il Papa in procinto di salutare tre alti dignitari islamici iraniani. «Il Papa incontra i rappresentanti dell' islam», si legge nel titolo. Perché proprio loro e non, ad esempio, il sovrano giordano Abdallah II che, oltretutto, vanta una discendenza diretta dalla tribù hashemita di Maometto? Forse perché sembra più credibile l'immagine del religioso con la tunica e il turbante, rispetto a quella del laico in giacca e cravatta? Eppure si dovrebbe sapere che nell'islam non esiste l'autorità religiosa corrispettiva del sacerdote, del vescovo e ancor meno del Papa, trattandosi di una religione basata sul rapporto diretto tra il fedele e Dio. A maggior ragione perché privilegiare, anche solo sul piano mediatico, degli interlocutori il cui leader spirituale, l'ayatollah Ali Khamenei, ha qualificato il discorso del Papa a Ratisbona come «l'ultimo anello» di «complotti contro l'islam e i suoi valori sacri», i cui beneficiari sono il «Grande Satana», cioè l'America e i «sionisti»?
Così come fa riflettere la scelta di individuare negli ambasciatori i referenti su una questione prettamente religiosa, calata in un contesto storico e teologico, ma che certamente esula dalla politica. Non c'è forse una contraddizione nel fatto che la Chiesa e l'Occidente si affannano nel richiedere ai musulmani la separazione tra lo Stato e l'islam, e poi sono loro stessi a considerare i rappresentanti dello Stato quali "rappresentanti dell' islam" per chiedergli di risolvere una questione religiosa? Ugualmente come si fa a attribuire lo status di «rappresentanti dell'islam» a singoli musulmani che Avvenire indica come «esponenti delle comunità islamiche italiane»?
La verità è che la Chiesa e l'Occidente hanno fatto proprio il luogo comune e lo stereotipo dell'homo islamicus, hanno compattato l'insieme delle persone provenienti da Paesi a
maggioranza musulmana in «comunità islamiche», hanno elevato a autorità religiose islamiche dei semplici funzionari religiosi designandoli come interlocutori privilegiati. Che ovviamente ne hanno a tal punto approfittato da aver trasformato l'Occidente in una «fabbrica di kamikaze» islamici.

Come italiano, musulmano laico di civiltà occidentale, considero una sconfitta il fatto stesso che oggi, per la terza volta, il Papa si senta in dovere di spiegare che non intendeva offendere l'islam, quando ha esercitato il legittimo diritto alla libertà d'espressione. Ma sarebbe una catastrofe se, in cambio del loro «perdono», venissero legittimati quali interlocutori della Chiesa in veste di «rappresentanti dell'islam», dei governi e delle organizzazioni che predicano e praticano il terrorismo, che mirano alla distruzione di Israele e all'annientamento della civiltà occidentale. Che nessuno si faccia illusioni: costoro si considereranno pienamente soddisfatti soltanto quando il Papa e i cristiani si convertiranno all'islam.


Attenti alle prove
Carlo Federico Grosso su
La Stampa

Il decreto sulle intercettazioni illegali approvato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri costituisce una risposta positiva alla preoccupazione di fronte allo scandalo delle intercettazioni Telecom. Non stupisce pertanto che le valutazioni della nuova legge siano state di approvazione pressoché unanime.

La decisione assunta dal governo non ha sciolto, né poteva farlo, gli interrogativi più inquietanti sollevati dalla vicenda: come sia stato possibile che per anni un gruppo di dipendenti dell'azienda telefonica italiana abbia potuto dedicarsi impunemente alla raccolta di informazioni su personaggi del mondo politico e degli affari e su migliaia di cittadini, per conto di chi abbia lavorato e con quali collegamenti con il mondo dei servizi. Ha affrontato comunque con decisione il problema della diffusione e dell'utilizzazione del materiale raccolto illegalmente, con la speranza di riuscire a prevenire quantomeno in parte le turbative all'ordinato procedere dell'attività politica ed economica ed alla serenità di molti cittadini, turbative che potrebbero derivare da un loro uso improprio o criminale.

La nuova legge dispone l'immediata distruzione di documenti, supporti e atti che contengano conversazioni o comunicazioni telefoniche e telematiche acquisite illegalmente, vieta di eseguirne copia in qualunque forma, dispone che delle operazioni di distruzione sia redatto verbale senza nessun riferimento al loro contenuto, vieta che tale contenuto possa costituire notizia di reato ed essere utilizzato a fini processuali o investigativi, punisce gravemente chi detiene illecitamente atti o documenti intercettati illegittimamente, prevede pesanti sanzioni pecuniarie a carico di chi divulga o pubblica gli atti o i documenti predetti. Si tratta di una disciplina molto rigorosa, che rivela l'intento di fare terra bruciata attorno ai risultati di un'attività illegale particolarmente insidiosa e che occorre pertanto stroncare. Di fronte allo scandalo era necessario un segnale forte di reazione, ed esso c'è sicuramente stato, anche se qualche profilo della nuova disciplina meriterà forse ulteriori riflessioni.

In linea di principio sembra giusto che i documenti che contengono intercettazioni illegali vengano distrutti non appena scoperti, poiché con la loro eliminazione si impedisce che possano essere utilizzati contro qualcuno; e sembra altresì giusto che tali documenti non possano costituire notizia di reato od essere usati a fini processuali od investigativi, poiché ripugna che la giustizia si giovi dei risultati di un'attività criminale.

Nonostante il diverso parere espresso da qualche magistrato, ritengo che non si possa invece in ogni caso consentire che le parole intercettate illegalmente siano utilizzabili a fini d'indagine penale e che il decreto su questo punto non debba essere pertanto cambiato. Molto opportunamente il governo ha, per altro verso, evitato di sovrapporre i problemi suscitati dalle intercettazioni illegali a quelli, completamente diversi, che riguardano invece le intercettazioni legali, cioè le intercettazioni decise dalla magistratura allo scopo di acquisire le prove di un reato, ed è intervenuto soltanto sulle intercettazioni operate illecitamente. L'annotazione è doverosa, in quanto c'era il pericolo che qualcuno cercasse di sfruttare l'emergenza illegalità per ridimensionare i poteri di intercettazione spettanti alla magistratura: avere evitato questa evenienza costituisce indubbio merito dell'esecutivo.

Dei problemi concernenti le intercettazioni legittime il Parlamento dovrà comunque occuparsi fra breve, in quanto prima dell'estate è stato trasmesso alla competente Commissione parlamentare della Camera dei deputati un apposito disegno di legge governativo di riforma della disciplina vigente, nel quale si affrontano, com'è ovvio, tutt'altre questioni: l'ampiezza dei poteri dell'autorità giudiziaria in materia di intercettazioni, la segretezza delle intercettazioni non rilevanti nel processo penale, il luogo e la durata della loro conservazione, la loro eventuale distruzione ed i tempi di tale distruzione, il divieto di pubblicare notizie riguardanti indagini in corso, la responsabilità dei giornalisti e degli editori per le pubblicazioni arbitrarie.

Su questo progetto occorrerà tornare quando la Camera inizierà la relativa discussione. Al momento mi preme soltanto osservare che, mentre in tema di intercettazioni illegali interventi fortemente limitativi del diritto ad informare sono giustificati dall'illiceità dell'acquisizione delle notizie e dalla loro potenziale utilizzazione criminale a danno dell'intercettato, in tema di intercettazioni legittime occorre trovare un giusto equilibrio fra le esigenze, spesso contrapposte, di tutela della privacy, di incisività delle indagini e di diritto all'informazione.


Una spy story già scritta
Ida Dominijanni su
il Manifesto

Basta consultare gli archivi, non della Telecom ma dei giornali. L'allarme sulla società della sorveglianza il Garante per la privacy, all'epoca nella persona di Stefano Rodotà, l'aveva lanciato per tempo svariati anni fa, ammonendo il parlamento a guardare le trasformazioni tecnologiche come processi rilevanti per il profilo dello stato di diritto e della cittadinanza. Anno dopo anno, le puntuali relazioni del Garante al parlamento introducevano un nuovo lessico politico, anzi tecnopolitico e biopolitico: nell'epoca in cui tutto di noi può essere schedato, dal numero di telefono al corredo genetico, la garanzia dell'habeas corpus deve diventare garanzia dell'habeas data, la tutela della privacy non è più un privilegio ma un diritto fondamentale, la politica deve occuparsene se non vuole che sia la tecnologia, in alleanza con il mercato, a dettare la regola del più forte o del più furbo.
Più tecnologia, più informazioni personali, più invasività nella vita di ciascuno: se la politica non interviene, la deriva è segnata.
L'ultimo scandalo italico, l'agenzia privata di intercettazioni abusive che operava a braccetto con i vertici Telecom nonché avvalendosi di personale e archivi della polizia, dice che quella deriva è diventata rapidamente realtà. Non faccia velo l'incoerenza o la casualità degli spiati - lavoratori, politici, imprenditori, gente di spettacolo, gente qualsiasi: siamo tutti schedati e tutti intercettabili. Non faccia velo neanche il paragone con l'italico passato delle strutture parallele e deviate: il «doppio stato», ha ragione Zagrebelsky, stavolta non c'entra niente. Stavolta lo stato non si duplica ma si scioglie, nel liberismo del «fai da te» che tutto pervade, dall'impresa al lavoro allo spionaggio.
Qualche competenza tecnologica, qualche banca dati accessibile, qualche appoggio nell'azienda regina delle telecomunicazioni e il gioco è fatto. I giochi anzi: dall'insider trading che fa tanto capitalismo finanziario alle schedature dei dipendenti che fanno tanto Fiat di Valletta, perché sia chiaro che lo stile italiano è sempre lo stesso.
Vietare la conservazione e l'uso di questo immondezzaio era il minimo che il governo potesse e dovesse fare «per tentare almeno che il marcio non dilaghi», come dice Prodi. E c'è da sperare che l'urgenza con cui il decreto sulle intercettazioni illegali è stato varato, e la convergenza con l'opposizione, non siano dovuti solo a un riflesso di autotutela della classe politica presa dal panico della violazione della sua privacy. Ma con ciò il caso non si chiude: si apre.
Non è in questione solo l'uso e l'abuso delle intercettazioni, illegali e legali, e la loro diffusione senza remore da parte di un giornalismo più voyeur degli spioni. E' in questione tutta la materia della raccolta dei dati, della loro conservazione, della loro accessibilità, del loro uso. E non solo dei dati telefonici e telematici, ma di quelli biometrici e di quelli genetici. Se un dipendente Telecom può essere messo sotto controllo per una telefonata, che gli può succedere se il suo capo sa che può ammalarsi di qualche cosa?



  25 settembre 2006