Le trecentoquarantaquattro pagine dell´analitica, e per nulla indulgente alla retorica giustizialista, ordinanza del Gip di Milano si leggono in preda a un vivo senso crescente di spaesamento, nel senso preciso della parola: in che paese ci siamo ridotti a vivere?
Cerchiamo di comprendere il senso d´insieme, nel modo più freddo possibile. Si tratta di dati contenuti in un´ordinanza di custodia cautelare, quindi non di prove nel senso della condanna penale delle numerose persone coinvolte, condanna che non c´è ora, e potrebbe non esserci alla fine del processo. Ma certo siamo di fronte almeno a quei "gravi indizi di colpevolezza" che la legge richiede perché si possa limitare la libertà delle persone e sequestrarne i beni, sia pure solo in via provvisoria. Da questi "gravi indizi", emerge quanto segue. All´interno di Telecom, la più grande impresa di telecomunicazioni operante in Italia, è esistito un soggetto responsabile della sicurezza, facente capo direttamente al vertice dell´azienda, sostanzialmente esente da controlli interni che non fossero come è detto pudicamente "soft", dotato di un´elevatissima capacità di spesa (si parla di un "fiume di denaro", più di 20 milioni di euro in otto anni, gestiti "in nero" e sottratti ai bilanci sociali e quindi agli azionisti), il quale, in base a un suo rapporto personale col titolare di un´agenzia investigativa, ha stabilito con questa un rapporto di collaborazione stabile. I clienti di gran lunga più importanti di tale agenzia sono Pirelli e Telecom. Gli incarichi che essi conferivano erano, per così dire, molto informali. Questa agenzia madre, a sua volta collegata ad altre due società fasulle, con sede all´estero due "scatole vuote", per la circolazione del denaro estero-su-estero ha progressivamente costruito una ramificata struttura investigativa capace di operare in tutta Italia, anche grazie a sub-appalti con soggetti d´investigazione locali. L´attività di questa rete si è avvalsa, e non in modo episodico, anche di personale in servizio presso le forze di polizia, agenti di polizia giudiziaria, pubblici ufficiali infedeli e sedicenti ispettori di polizia, disponibili a farsi corrompere, e si è svolta attraverso gravi reati: associazione per delinquere, corruzione, rivelazione e utilizzazione del segreto d´ufficio, violazione dei doveri d´ufficio, appropriazione indebita, eccetera (sullo sfondo, almeno per ora, stanno reati societari).
Questa rete non lascerebbe esenti nemmeno i Servizi segreti, dei cui "rapporti pericolosi" con gli indagati principali si parla diffusamente nell´ordinanza. Lo strumento principale di questa attività illecita sono state le intercettazioni telefoniche illegali, disposte non dall´autorità giudiziaria per fini investigativi, ma da privati per i loro interessi. Che questi facessero capo al responsabile della sicurezza della società che, a favore degli utenti che pagano il servizio, dovrebbe garantire il buon funzionamento della rete telefonica potrebbe sembrare un´ironia del destino, ma è invece un dato che fa seriamente pensare sulla necessità di garanzie per tutti, in questo settore.
Nella rete nazionale di ascolto illegale sono cadute migliaia di persone (e dall´ordinanza risulta che si tratta solo di risultanze provvisorie), tra cui diversi esponenti noti del mondo dell´economia, della politica, dello spettacolo e dello sport, oltre a innumerevoli cittadini ignoti alla grande cronaca, ma non per questo meno titolari di diritti costituzionali alla riservatezza delle loro comunicazioni.
Si può congetturare a che cosa queste potessero servire: carpire notizie del mondo finanziario da usare per operazioni sul mercato a proprio favore, insider trading, ricatti del più vario genere per i più diversi fini, eccetera.
Resta da aggiungere, per completare il quadro, sperando in una smentita, che quel tale responsabile della sicurezza in Telecom avrebbe svolto anche un ruolo direttivo della struttura addetta alla messa sotto controllo legale delle utenze telefoniche per disposizione dell´autorità giudiziaria!
C´è ben altro e qui è difficile tenere la freddezza di chi semplicemente mette una vicina all´altra le tessere di un mosaico, come fa l´ordinanza del Gip di Milano. Il quadro d´insieme incute spavento. A ragione, a partire da questo giornale, si è parlato di una vicenda che solleva interrogativi sulla nostra democrazia e sullo Stato di diritto, ridicolizzando tanti retorici discorsi in proposito. Da questa vicenda non c´è tanto da essere esterrefatti per la sua estensione, quanto per la sua qualità. Anche se l´intercettazione illegale fosse stata una soltanto, non sarebbe per questo men grave, date le sue modalità. L´allarme maggiore deriva dall´intreccio di poteri e soggetti pubblici e privati che si legano (e si combattono) in attività deviata e illegale, e dunque segreta, per interessi comuni o contrapposti. La democrazia ha un´esigenza primaria: che i circuiti del potere si manifestino in pubblico. Quelli occulti la svuotano dall´interno.
In passato, si è adoperata la formula del "doppio Stato". Essa è nata per designare il potere parallelo allo Stato di diritto che si era formato in Germania attorno al movimento nazionalsocialista, per eroderlo progressivamente. In Italia, quella formula è stata ripresa negli anni ´70 del secolo scorso per indicare l´esistenza di strutture parallele dello Stato, le une visibili, depositarie della legalità e soggette alle regole e ai controlli della democrazia, e le altre invisibili, che conducevano una propria politica attraverso atti illegali (la "strategia della tensione", ad esempio.), al riparo di sguardi indiscreti. L´impressione, addirittura, è che questa formula si presti poco e male per descrivere quello che oggi abbiamo visto esistere, e che potrebbe esistere in chissà quanti altri casi che non vengono nemmeno alla luce. Non c´è "doppio", per la ragione che c´è invece una profonda immedesimazione: soggetti sociali e soggetti pubblici (o addirittura organi dello Stato, come è detto in un passo dell´ordinanza), nel loro intreccio, formano tutt´uno.
Ora, dalle sedi della politica, si levano voci sdegnate: ispettori, decreti-legge, commissioni parlamentari d´indagine Buone cose, buoni propositi, ma del tutto insufficienti ad affrontare il problema alla radice. La radice è la distinzione che manca tra interessi pubblici e interessi privati; è l´assenza di autonomia tra le due sfere; è la tentazione dell´una a ricercare il favore dell´altra; è, in definitiva, la corruzione del senso delle responsabilità pubbliche come di quelle private. Chi, nel mondo politico, è disposto a far a meno di cercare cointeressenze col mondo economico? E chi nel mondo economico è disposto a non cercare protezione in quello politico?
Non riduciamo il significato di quanto vediamo a una brutta storia di spioni. E rendiamoci conto che la reazione è difficile più difficile di quella dei tempi del nostro "doppio Stato" perché non è contro qualcuno che sta fuori di noi, ma è contro una parte che sta dentro di noi.
La strategia del ricatto
Stefano Rodotà su la Repubblica
Non vi è soltanto la rivelazione di comportamenti illegali nell´ordinanza dei giudici milanesi che indagano sul traffico di informazioni personali nato all´interno di Telecom. Vi è una radiografia lucida e impietosa degli usi del potere oggi in Italia. Questa vicenda colpisce, allarma. Ma possiamo dire che sorprende? O in esse ritroviamo anche tenacissime continuità con una infinita storia italiana? Ecco, allora, servizi segreti eternamente "deviati". Sorveglianza sui dipendenti, che ci riporta alla scoperta delle schedature Fiat, nel 1971. Schedature di personalità, che rievocano quelle del Sifar.
Ma vi sono pure novità, inquietanti, che nascono dall´intreccio di vecchie e tenacissime abitudini con tecnologie potenti, che ne moltiplicano gli effetti.
Ecco, allora, la nascita di banche dati illegali e parallele rispetto a quelle pubbliche e private. Il passaggio ad agevoli schedature di massa, dalle quali non è al riparo nessun cittadino. L´amplificarsi delle opportunità di uso delle tecnologie a fini di lotta politica, rivelato ad esempio dal cosiddetto "Laziogate". Proprio questa nuova realtà giustifica la domanda posta da Ezio Mauro e ripresa da Gustavo Zagrebelsky: può un sistema democratico sopravvivere a queste aggressioni? E qual è il destino di una politica sulla quale si allunga l´ombra del ricatto?
Le grandi raccolte d´informazioni costituite per finalità diverse, dalla sicurezza agli accertamenti tributari, si rivelano una miniera a cielo aperto nella quale possono entrare con facilità bande spregiudicate, impadronirsi di quel che serve e compiere azioni che mettono a rischio libertà delle persone, correttezza dell´attività economica, genuinità e trasparenza degli stessi processi politici ed elettorali.
Le disattenzioni di questi anni sono state infinite, ed oggi possiamo misurarne gli effetti. Le poche inchieste giornalistiche sono state sottovalutate dal mondo politico, o addirittura accusate d´essere espressione della volontà di mettere Telecom in cattiva luce. Le richieste spregiudicate dei servizi erano state ignorate. Si era tacitamente accettato il mercato dei tabulati telefonici: circolavano tariffari precisi su quanto bisognava pagare per avere i dati di traffico di una persona, e casi clamorosi di cronaca avevano rivelato la facilità con la quale ci si riusciva a procurare addirittura i contenuti dei messaggi telefonici che alcuni si erano scambiati. Di fronte a questa realtà, attenzione bassissima dei gestori telefonici, sensibilità istituzionale zero.
L´inchiesta milanese ha rivelato a chi già non lo sapesse la facilità con la quale era possibile avere informazioni da banche dati delicatissime come quelle delle forze di polizia o dell´amministrazione tributaria, e attingere a piene mani nelle gigantesche raccolte d´informazioni esistenti presso le società telefoniche. Questo vuol dire che ci si è abbandonati ad una deriva tecnologica, sfruttando la crescente facilità nella raccolta e nella conservazione dei dati, senza prevedere garanzie adeguate. Questo è avvenuto soprattutto perché le misure di sicurezza sono costose, creando così una situazione di pericolosità sociale che può essere avvicinata a quella che si determina in materia di lavoro. Anche qui le misure di sicurezza costano, gli imprenditori spregiudicati le trascurano, l´effetto è quella paurosa serie di incidenti mortali che giustamente preoccupa il Presidente della Repubblica. Ora sappiamo che libertà individuali e collettive, e lo stesso mantenimento delle caratteristiche proprie del nostro sistema costituzionale (lo hanno sottolineato i giudici di Milano), sono messe in pericolo da un inadeguato sistema di sicurezza.
Vi è dunque un problema grave ed urgente di risposta istituzionale. I giudici, come sempre quelli di Milano, hanno fatto la loro parte. Ma non basta. Quando si ebbe consapevolezza che vi erano schedature dei lavoratori, non ci si fermò alla dimensione giudiziaria. Si inserì nello Statuto dei lavoratori una norma che vietava ai datori di lavoro di raccogliere informazioni sulle opinioni politiche, sindacali e religiose dei dipendenti, con una prima, significativa manifestazione della tutela della privacy.
E oggi? Risposte istituzionali adeguate non vengono mai a freddo, non possono essere il prodotto di accorgimenti tecnici o alchimie politiche. Quella norma dello Statuto dei lavoratori non sarebbe stata possibile senza la spinta ideale e politica venuta dall´autunno caldo. E Gustavo Zagrebelsky ha opportunamente ricordato che dall´attuale situazione non si esce senza una nuova consapevolezza civile della necessaria distinzione tra interessi pubblici e privati. Un bene, questo, che sembra perduto, e troppi episodi si incaricano quasi ogni giorno di ricordarcelo.
E tuttavia alcune scadenze sono prossime, e si dovrebbe affrontarle consapevoli proprio dell´emergenza democratica rivelata dall´inchiesta. L´immediata reazione del Governo nella materia delle intercettazioni telefoniche può essere considerata un buon segnale: importante, certo, ma solo un primo passo verso quelle più comprensive regole e garanzie, oggi assai deboli, che sono indispensabili di fronte alla enorme crescita di banche dati dove è chiusa la vita di ciascuno di noi. Le società telefoniche hanno già nelle loro banche dati più di mille miliardi di informazioni che riguardano tutti quelli che usano il telefono fisso e mobile e che rivelano quali siano i nostri rapporti personali, sociali, economici. La scala dei problemi è cambiata. A rischio di schedatura illegale non sono soltanto figure pubbliche di particolare rilievo. E´ la libertà di ciascuno e di tutti che può essere violata da qualsiasi spregiudicato incursore nelle grandi raccolte di dati.
In pericolo, dunque, non è un´idea lontana ed astratta di democrazia, collegata al funzionamento dei meccanismi istituzionali. È la democrazia fatta persona che dobbiamo considerare. Spero che si parta da qui e che, ad esempio, Governo e Parlamento se ne ricordino quando, presto, dovranno trasferire nel nostro ordinamento proprio la direttiva europea che prevede la conservazione di massa dei dati sul traffico telefonico, sugli sms, sulla posta elettronica. Sulla nostra vita privata e pubblica, dunque.
Intercettazioni, approvato il decreto
"Quelle illegali saranno distrutte"
Palazzo Chigi vara il provvedimento:"Garantiti tutti, non soltanto i cosiddetti vip"
Reato detenere materiale illecito, multe severe per chi lo pubblica su la Repubblica
ROMA -Il materiale illegalmente intercettato "deve essere distrutto e deve essere redatto un verbale della sua distruzione". Anche solo detenere questo materiale costituisce reato, mentre se lo si pubblica, si incorre in sanzioni da cinquantamila a un milione di euro. Sono le due principali direttive contenute nel decreto legge che pone nuove regole sulla raccolta e l'utilizzo delle intercettazioni approvato dal Consiglio dei ministri.
Il governo, ha spiegato Romano Prodi, vuole evitare "i ricatti a catena" e che "il marcio venga fuori".
"Occorre fare in modo - ha aggiunto - che il marcio non dilaghi. Ogni giorno questo fenomeno appare più grande. E' una cosa di dimensioni enormi, la violazione al diritto è impressionante, i contorni di questo fenomeno sono da vedere nei prossimi giorni, ma ha già una dimensione grandissima, dobbiamo vedere con chiarezza anche se comprenda organismi dello Stato".
A spiegare a palazzo Chigi il contenuto del provvedimento sono stati il suo estensore, il ministro della Giustizia Clemente Mastella, e il ministro dell'Interno Giuliano Amato. "Con il decreto legge sulle intercettazioni varato oggi - ha affermato il guardasigilli - vengono garantiti tutti i cittadini, non c'è solo la tutela dei cosidetti vip", si vuole "garantire e dare serenità al cittadino italiano, non è possibile che chiunque telefoni debba essere preoccupato che magari ci siano filtri indebiti o interferenze illegali".
"Le intercettazioni illegali - ha poi precisato Amato - non potranno essere utilizzate ai fini processuali e vanno distrutte". "Sarà reato - ha aggiunto ancora il responsabile del Viminale - anche detenere le intercettazioni illegali". Per i cittadini vittime di intercettazioni illecite, ha rivelato ancora Mastella ''è previsto il risarcimento''.
Per quanto riguarda la pubblicazione di intercettazioni illegali "sarà competente il giudice civile. Noi - ha chiarito Amato - puniamo penalmente la detenzione". Per l'editore ed il direttore o il vicedirettore in solido è prevista "una sanzione di 50 centesimi per ogni copia stampata ovvero da 50mila ad un milione di euro per diffisione tv, radio o telematica. In ogni caso la sanzione non potrà essere inferiore a 20mila euro, anche se il giornale stampa 15 copie". Resta invece tutto come prima per quanto riguarda la pubblicazione di intercettazioni legali.
Prima di ricevere il via libera dal governo, il testo del decreto legge è stato sottoposto alla valutazione di tutte le forze politiche. "C'è un accordo con i leader dell'opposizione", ha chiarito Prodi, trovando una sostanziale conferma nelle parole del presidente dei senatori di Forza Italia Renato Schifani. "Siamo pronti - ha chiarito Schifani - ad esaminare in tempi brevi, anzi brevissimi, il decreto e a convertirlo in legge, se rispetterà l'esigenza del totale rispetto della privacy dei cittadini".
Chi non è invece affatto convinto della bontà del decreto è il sindacato dei giornalisti. ''Attendiamo di conoscere al più presto il testo - ha commentato il segretario della Fnsi Paolo Serventi Longhi - Le dichiarazioni di esponenti del governo non sono affatto rassicuranti, anzi potrebbero determinare una pericolosa stretta sull'informazione, e quindi anche per i redattori e non solo per gli editori, i direttori e i vicedirettori''.
Missione Iraq, è finita.
D'Alema: si apre una fase nuova
Nassiriya, avvenuto il passaggio di consegne agli iracheni. Parisi: il ritiro sarà completato entro Natale
Sommari de l'Unità
La missione italiana in Iraq, come ha detto a Nassiriya il ministro Parisi, «è conclusa». Ieri è avvenuta la cerimonia di trasferimento dei poteri alle forze locali. Fino a ottobre gli italiani interverranno «solo su richiesta», a Natale saranno tutti a casa. Il ministro della Difesa ha ricordato il sacrificio di 33 militari, tra i quali ha citato Nicola Calipari. D'Alema: «Si apre una fase nuova». Ieri mattina un militare italiano, Massimo Vitaliano, 26 anni, è morto in un incidente stradale a Nassiriya.
La nostra missione in Iraq si è conclusa con una cerimonia di «trasferimento del controllo della sicurezza agli iracheni». Affinché non sorgano «casi» internazionali e nazionali sarebbe opportuno precisare che cosa è stato trasferito. Se veramente si è trattato del controllo della sicurezza si deve ammettere che la nostra missione era in regime giuridico di «occupazione». Infatti, secondo i Regolamenti dell´Aja annessi alle Convenzioni di Ginevra l´occupazione si manifesta quando truppe straniere assumono il controllo della sicurezza di tutto o parte del territorio di un altro Stato in sostituzione delle autorità locali. E´ ininfluente il motivo per cui le truppe si trovano lì e l´occupazione non è necessariamente legata alla belligeranza. L´occupazione prevede forti responsabilità per l´occupante, quali la garanzia della sicurezza e della sussistenza della popolazione, e minori responsabilità per l´occupato che è tenuto a non usare la violenza, fatto salvo il diritto di liberarsi, nei modi prescritti, dell´occupante.
A occupazione finita dovremmo chiederci: abbiamo ottemperato ai nostri doveri? E gli iracheni hanno ottemperato ai propri? Dai toni della cerimonia sembrerebbe di sì, ma bisognerebbe farlo sapere anche alle nostre vittime di Nassirya e a quelle, italiane e irachene, delle «battaglie dei ponti».
Anche se giuridicamente impossibile, possiamo politicamente «rifiutare energicamente» di essere stati «occupanti», ammettendo così di non aver mai assunto il controllo del territorio né di diritto né di fatto. Dovremmo allora chiederci cosa siamo stati a fare tre anni in Iraq con armi, pattuglie e morti alla modica spesa di un miliardo di euro all´anno. Senza impelagarsi in improbabili «trasferimenti», forse sarebbe più corretto dire che ci stiamo sfilando da un impegno assunto con alleati ai quali non riconosciamo più la legittimità di aver fatto la guerra. E gli alleati ci possono ringraziare col classico «thanks for nothing» dicendo che la nostra uscita è ininfluente, come lo è stata la nostra presenza. O forse bisognerebbe dire che il «trasferimento del controllo» è un modo per attribuire agli iracheni la capacità di badare a se stessi. Loro sono contenti e noi pure. Ma sulla base di che cosa?
Il Papa e l'Islam
Il nuovo terrorismo dello spirito
Bernard-Henri Levy sul Corriere della Sera
I l Papa e l'Islam: ecco perché, a mio parere, Benedetto XVI non ha insultato il mondo musulmano.
Prima constatazione: le parole incriminate, le famose parole che si presume abbiano insultato due miliardi di musulmani, occupano appena qualche riga di un lungo discorso teologico sui rapporti tra fede e scienza, sull'universalità, la trascendenza, il kantismo.
Seconda constatazione: contrariamente a quanto cercano di farci credere, sin dall'inizio della vicenda, i «disinformatori» di professione, la conferenza in questione non era una conferenza sull'Islam, ma sulla religione in generale e su quella cristiana in particolare, per quanto abbia la tentazione di volgere le spalle alla sua eredità greca e di rinunciare, così, al suo patto millenarista con la ragione.
Infine, la terza constatazione si delinea quando, nell'ambito di questa riflessione d'insieme, il Papa abborda l'esempio dell'Islam, quando arriva al caso particolare di rinuncia alla razionalità che, nell'Islam, è il fenomeno della conversione forzata e cita - senza che nulla, fra parentesi, permetta di dire se fa sua o meno tale citazione - la frase di un imperatore bizantino che discute con un erudito persiano del XIV secolo e attribuisce il fenomeno della conversione forzata, dunque la tentazione del fanatismo, all'eccessiva, troppo pura, troppo perfetta, trascendenza di Dio.
In tal caso si poteva, naturalmente, discutere questa trattazione. Si poteva obiettare all'imperatore bizantino, o a Benedetto XVI, che il fenomeno della conversione forzata non è una specialità dell'Islam: vedi l'Inquisizione.
Non è accettabile, ancora una volta, come nella vicenda delle caricature, la levata di scudi, come la protesta generale, l'urlo di rabbia planetario, il clamore organizzato, orchestrato, pavlovizzato. Non soltanto è intollerabile, ma inquietante, il terrorismo dello spirito. Sì, il terrorismo che vorrebbe vietare a un non-musulmano il pur minimo commento sull' Islam e se il non-musulmano lo fa ugualmente, se in nome del dialogo delle civiltà e delle religioni, che era l'obiettivo manifesto del discorso di Ratisbona, esso persevera nel progetto di dare il proprio avviso su l'uno o l'altro punto di dottrina del Corano e incita a gridare all'offesa e alla bestemmia.
Non solo c'è qualcosa di inquietante, ma di francamente ridicolo nel vedere tutti coloro che in Occidente interiorizzano il ragionamento e giustificano in anticipo, o comprendono, o scusano, i peggiori eccessi ai quali questa paranoia può condurre (le chiese di Naplus e di Gaza attaccate a colpi di molotov; in Somalia, una religiosa italiana assassinata ); non solo è grottesco, ma odioso, lo spettacolo dei commentatori da strapazzo che vivono sotto la pressione della famosa «via araba» eretta in chissà quale tribunale popolare e permanente, di cui non si fa che anticipare, annunciare, temere i terribili verdetti.
Il Papa - occorre dirlo e ripeterlo - non ha insultato i musulmani. Il Papa - non bisogna cedere su questo punto - aveva il diritto, come chiunque, di esprimere il proprio parere su una religione che non è la sua ma che è sorella, cugina della sua. Il Papa, pur supponendo che si sia sbagliato, che abbia dato della jihad un'interpretazione giudicata offensiva, in coscienza, per talune persone, le ferisce un milione di volte meno di chi giustifica in nome dell'Islam le bombe umane, l'11 settembre, la lapidazione delle adultere, la decapitazione di un giornalista ebreo, il massacro di musulmani del Darfur, e mi fermo qui.
(traduzione di Daniela Maggioni)
La California contro le auto chiede i danni dell´effetto serra
Inquinamento, da Ford a Gm lo Stato fa causa ai big dei motori
Vittorio Zucconi su la Repubblica
WASHINGTON - Non c´è più posto per le automobili nell´Hotel California, stanco di respirare veleni e succhiare tubi di scappamento. La lunga, intensa, feroce love story fra i californiani e le macchine precipita, come nei film per signore tradite sfornati proprio qui a tonnellate, verso un divorzio, finanziariamente devastante come tutti i divorzi.
Nello stato dove il governatore stesso, il leggendario Terminator Schwarzenegger possiede una flotta di super fuori strada Hummer, la versione civile di quelle disgraziate jeep militari che esplodono ogni giorno sulle strade dell´Iraq, l´imminenza delle elezioni ha provocato la prima «causa per danni ambientali» intentata dal governo contro i costruttori di auto sia americani che giapponesi. E la prospettiva di cifre di risarcimenti inimmaginabili, capaci di far apparire i 300 miliardi di dollari inflitti ai produttori di sigarette (ma mai pagati) come una tosse passeggera.
La California che ha creato la modernità e ha inventato a Hollywood il «sogno Americano», ha asfaltato i propri deserti e le proprie coste, ha creato le ribellioni studentesche e ambientali a sinistra e le rivolte antifiscali a destra e oggi rinnega ciò che l´ha fatta: the car, l´automobile. Soffocata nella conca di Los Angeles dai 46 milioni di marmitte che vomitano polveri e ozono nell´aria bloccata dalle inversioni termiche esiste, cinturata dagli spaghetti bowl dalle scodelle di sovrappassi, sottopassi, svincoli che annodano le sue superstrade senza dipanare mai il traffico, la terra delle superhighway trasformate in parcheggi lunghi centinaia di chilometri vuole almeno fingere di ribellarsi.
Il procuratore generale dello stato, che è una carica elettiva e quindi esposta a ogni tentazione demagogica, Bill Lockyer, ha presentatro querela per danni ambientali contro Ford, Daimler-Chrysler, General Motors, Toyota, Nissan e Honda con l´accusa di avere asfissiato i 37 milioni di persone che vivono in California, più gli altri milioni che vivono nella clandestinità, non censiti.
«Se questa querela arrivasse mai a una condanna e a una pena finanziaria, le case automobilistiche potrebbero tranquillamente chiudere e mettersi a produrre temperamatite» è il commento del capo economista del «Centro Ricerche sull´Automobile» del Michigan, un istituto finanziato dai costruttori di macchine.
Il vento delle elezioni imminenti, dal quale anche il Terminator austriaco rischia di essere terminato dopo l´elezione trionfale, ha ispirato sia la nuova legge voluta proprio dal governatore contro l´opinione del proprio partito per ridurre di un quarto gli scarichi delle auto entro il 2009, sia questa improbabile ma sensazionale mossa legale del procuratore Lockyer. La California, che da sola supera l´emissioni di inquinanti degli altri stati americani e sarebbe la settima nazione al mondo per la quantità di gas riversati nell´atmosfera, è anche lo stato nel quale, comprensibilmente, le sensibilità ecologiche sono più acute.
Tra la bellezza sensazionale dei suoi deserti, delle sue coste e delle sue foreste, e l´orrore soffocante della conca di Los Angeles quando i venti imprigionano l´aria calda fra il Pacifico e la Sierra, stanno le automobili, le grandi nemiche da sconfiggere.
La California non può più vivere con le sue troppe automobili, ma non può neppure vivere senza di esse. I trasporti pubblici nella grande Los Angeles, regione ormai estesa ben oltre le dimensioni di una Lombardia o di un Lazio, sono a tutti i fini pratici, inesistenti. Soltanto nella diligente ed ecologicamente per benino San Francisco funziona una metropolitana degna di questo nome. Il commuting, il pendolarismo quotidiano fra la casa e il lavoro richiede in media il doppio del tempo di qualunque altra regione Americana, un´ora e mezza al giorno bloccati nei leggendari ingorghi che neppure la frenetica costruzione di nuove «grandi opere» ha mai alleviato, secondo il classico paradosso del traffico: più autostrade si costruiscono, più saranno ingorgate. E quei 50 milioni di vetture che si avvinghiano l´una con l´altra nelle ore di punta, portando all´esasperazione automobilisti che a volte sparano senza ragione, come accadde qualche anno addietro sulla infernale San Diego Freeway vedono accanto alle Bentley, alle Porsche, alle Ferrari e alle Bmw dei divi, la collezione di catorci fetidi passati di mano in mano fino agli ultimi arrivati dalla frontiera del Messico.
Colpire le case produttrici, che già devono sottoporsi alle regole ambientali della California, le più severe del mondo, sembra la maniera più efficace di tappare alle fonte l´inquinamento atmosferico, nel sogno di riportare questa terra agli anni nei quali la valle era una distesa di agrumeti, appunto nella Orange Valley, prima che la Guerra portasse qui i grandi produttori di aereoplani, attratti dal clima arido. Nessuno, tranne i repubblicani più duri e puri, angeli custodi del business e dell´industria, osa mettersi contro la corrente salutista ed ecologista di uno stato dove già è un reato fumare in un´auto dove viaggi un bambino al di sotto dei 12 anni. Si è adeguato Schwarzy, repubblicano anomalo, pro abortista, pro ricerca sugli embrioni, oggi sceso in Guerra contro quell´effetto serra che il leader del suo stesso partito, Bush, e i mandarini della destra considerano ancora come un mito da dimostrare, per non offendere i propri benefattori elettorali.