prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di G.C. - 21 settembre 2006


Attentato alla democrazia
Ezio Mauro su
la Repubblica

All'ombra della più grande azienda italiana, la Telecom, è cresciuta per anni una centrale di spionaggio illegale che non ha precedenti nella storia del nostro Paese. Giuliano Tavaroli, l'ex capo della Security di Pirelli e Telecom arrestato ieri con altre 20 persone, aveva ai suoi ordini un esercito aziendale di 500 dipendenti, ma soprattutto era al centro di un network fuorilegge che secondo i magistrati formava "una vera e propria ragnatela parallela" in grado di usare "tutti i mezzi concretamente esistenti sul mercato" per raccogliere "qualsiasi tipo di informazione", violando "i principi costituzionali fondanti di questo Paese".

Gli spiati sono soprattutto imprenditori e finanzieri (Benetton, De Benedetti, Della Valle, Geronzi, Tanzi), ma i file illegali sono più di centomila. Lo spionaggio avveniva attraverso la sicurezza Telecom, le agenzie d'investigazione privata di Emanuele Cipriani, longa manus di Tavaroli, le intercettazioni abusive, l'uso dei tabulati telefonici, l'abuso sulle intercettazioni legali della magistratura, che fino a qualche tempo fa avvenivano attraverso il "Centro nazionale autorità giudiziaria" controllato proprio da Tavaroli. In più, con la corruzione si compravano notizie riservate sulle banche dati del ministero degli Interni, dell'Economia, della Giustizia, "nonché informazioni e atti svolti da agenti e pubblici ufficiali dei servizi segreti italiani e stranieri".

Una colossale banca privata - e ovviamente fuorilegge - di informazioni riservate e illegali, coltivata e nascosta nel cuore della modernità d'impresa, tra i telefonini e le fibre ottiche. Con un legame diretto con il Sismi non soltanto sul terreno operativo, ma anche nel vertice, visto che l'ordinanza del Gip parla di "rapporti pericolosi" con i servizi segreti e in particolare con l'ex numero due del Sismi Marco Mancini, fino all'istituzione di un canale segretissimo "per le informazioni più delicate e riservate", sul quale operava proprio Mancini, in connessione con Tavaroli e Cipriani: un terzetto che nell'ordinanza un teste chiave definisce "la banda Bassotti".

Questa enorme massa di informazioni illegali e di dati riservati era commissionata "per la stragrande maggioranza" da uomini Telecom e Pirelli "e pagata con denaro di tali società". Non solo. L'attività di Tavaroli non era soggetta a controllo alcuno "se non a livello di vertici aziendali". Gli atti criminali avevano "come destinatario, come soggetto interessato" qualcuno "posto al di sopra di Tavaroli", che le utilizzava "a propri fini".

Questo è il quadro di un sistema illegale che attenta, per le sue dimensioni e le sue ramificazioni, alla democrazia sostanziale del nostro Paese. Quando "Repubblica" lo ha svelato, con l'inchiesta di Giuseppe D'Avanzo e Carlo Bonini, il vertice Telecom ha parlato di "attacchi esterni per indebolire l'azienda".

I vertici, o gli ex vertici, dovrebbero dire tutto ciò che sanno, aiutando la democrazia, e non solo la magistratura, a estirpare questo cancro: che - attenzione - è ancora pericoloso.


Dossier illegali, spiati gli industriali
Luigi Ferrarella sul
Corriere della Sera

MILANO — E ora c'è anche una persona che sta collaborando con gli inquirenti. Così tanto che la Procura, quando già il 26 luglio aveva chiesto anche il suo tra i 21 arresti autorizzati ieri dal gip, il 12 settembre ha revocato per lui solo la richiesta di arresto dopo che l'indagato, "alla presenza del suo difensore ", ha reso "dichiarazioni in larga parte confessorie". "La maggior parte" di esse, però, sono ancora tenute nascoste dai pm: o "perché non rilevano" per gli arrestati di ieri, o perché vertono "su fatti nuovi". Ma per capirne il peso, già basta e avanza, oltre ai nomi che egli stesso ammette di aver "investigato " ("Della Valle e i Benetton"), l'inedito racconto dell'operazione Pira: un falò di documenti compromettenti (degno della leggendaria botola di Gemina), fatti bruciare in fretta e furia (subito dopo la prima perquisizione a Tavaroli il 3 maggio 2005) su ordine del successore di Tavaroli e attuale capo della security di Pirelli, Pierguido Iezzi (arrestato ieri).
IL FALO' DEI SEGRETI — L'indagato-"testimone " è, almeno in apparenza, un investigatore privato anche lui: si chiama Marco Bernardini, e per un po', quando Cipriani e Tavaroli erano stati apparentemente "bruciati " dalle indagini, ha continuato a fare ancora il lavoro che Cipriani svolgeva per Tavaroli, stavolta dietro la sigla dell'agenzia Global Security Service di Gianpaolo Spinelli (ex agente Cia in Somalia nel 1993). "Nel novembre del 2004 — racconta Bernardini — M.R. (una dipendente Pirelli, ndr) mi disse che c'era l'esigenza di distruggere tutta una serie di documenti in loro possesso", in modo da cancellare ogni traccia delle successive (all'asse Tavaroli-Cipriani) committenze alla Global.

"HO INVESTIGATO SU DELLA VALLE E I BENETTON" — Bernardini aggiunge di aver allora "distrutto " anche i propri documenti a Londra: Pc, chiavette Usb e il "taccuino" sul quale annotava gli incarichi ordinatigli e svolti. Distrutti sia perché gli archivi "si fondavano abbastanza esplicitamente su dati sensibili, sia perché riguardavano esponenti della finanza particolarmente in vista come Gnutti e De Benedetti". E aggiunge: "Da me sono stati investigati (questo il termine che usa senza dettagliarlo, ndr) anche Della Valle e i Benetton". Ai pm la dipendente Pirelli conferma l'incredibile scena del grande rogo, e indica il mandante: "Iezzi (ora capo della Security di Pirelli, ndr) mi chiese di accompagnare alcuni dipendenti dell'agenzia Global per verificare l'effettiva esecuzione di "un lavoro", senza specificarne la natura. Una volta giunta sul posto — aggiunge ironica —, mi resi conto quale fosse" il lavoro: il falò.
GANZER E l'URAGANO IN ARRIVO—Del resto, per Bernardini vi sarebbero state altre turbolenze attorno all'inchiesta. "Mi risulta che Jannone (cognome di un ex carabiniere poi passato nella security sudamericana di Telecom, ndr) era stato avvisato dell'indagine, e questo posso dirlo perché, dopo la perquisizione a Tavaroli, lo stesso Jannone mi disse che il generale Ganzer (comandante del Ros, imputato a Milano in tutt'altro processo di presunte irregolari operazioni antidroga, ndr) nel dicembre 2004 gli aveva preannunciato che sarebbe caduto su Tavaroli un uragano. Jannone, peraltro, mi precisò di non aver avvertito Tavaroli".
IL RICATTO DELLE PASSWORD—"Io so — asserisce Bernardini — che Cipriani", quando ormai gli inquirenti erano alle prese con la decifratura del suo archivio Zeta su Dvd, "ha chiesto denaro a Pirelli- Telecom per non fornire le password del Dvd sequestrato, aggiungendo che avrebbe dichiarato di aver dato a Tavaroli parte dei soldi da lui ricevuti dal gruppo". A detta di Bernardini, "il gruppo Pirelli-Telecom ha ritenuto di non compensare Cipriani " per il suo promesso silenzio, "ma questa circostanza ha comportato il definitivo siluramento di Tavaroli, ritenendo l'azienda il problema Cipriani provocato da Tavaroli".



Spioni in azienda
Rinaldo Gianola su
l'Unità

Un gruppo di spioni, nascosti sotto la sigla anglofona di security manager e ben pagati da Telecom e Pirelli, si è dedicato per anni a intercettare abusivamente le telefonate di decine di migliaia di cittadini, compresi imprenditori, banchieri, calciatori, giornalisti. Di più: erano così efficienti da impegnarsi, probabilmente per conto delle loro aziende, allo spionaggio dei dipendenti e alla selezione del personale violando sistematicamente lo Statuto dei lavoratori, come accusano i giudici.
Ci mancano solo le schedature o i reparti confino per quelli che leggono l'Unità o sono iscritti alla Cgil e poi ci ritroveremmo di colpo alla Fiat agli anni Cinquanta.
Ma per ora restiamo ai fatti. E i fatti dicono che l'ex responsabile della sicurezza di Telecom, Giuliano Tavaroli e quello di Pirelli, Pierguido Iezzi, sono finiti in carcere assieme a 18 loro “colleghi” e che, secondo l'ordinanza dei giudici di Milano, in larghissima parte "le intercettazioni illegali furono commissionate e pagate da Telecom Italia". Tavaroli, si legge ancora nell'ordinanza, "non riferiva sostanzialmente a nessuno, se non al presidente" cioè a Marco Tronchetti Provera.
Ci troviamo davanti a uno scandalo gravissimo, che coinvolge, e la magistratura dirà a che titolo e con quali responsabilità, il primo gruppo italiano di telecomunicazioni e i suoi vertici, a partire dall'azionista di riferimento e presidente (ex da pochi giorni) Tronchetti Provera. Uno scandalo che, per usare ancora le parole dei magistrati, "mina la credibilità delle istituzioni".
A questo punto, allora, tutte le clamorose vicende Telecom degli ultimi giorni, a partire dall'11 settembre quando venne deciso il piano di riassetto fino alle dimissioni improvvise di Tronchetti Provera e alla sua sostituzione con Guido Rossi, possono essere lette sotto un'altra lente. Che non è più quella pur molto importante dei piani industriali, delle ristrutturazioni finanziarie o anche delle incomprensioni tra i vertici di Telecom e il governo.
E alcune domande si impongono. Perchè Tronchetti Provera ha lasciato improvvisamente il vertice di Telecom dopo aver ottenuto il voto all'unanimità al suo piano di riassetto da parte del consiglio di amministrazione? E ancora: perchè ha scelto Guido Rossi come suo successore e ha ritenuto di promuovere l'amministratore delegato Carlo Buora a vicepresidente esecutivo? Di fronte alle ultime novità non regge più la storia che Tronchetti Provera ha lasciato Telecom per difendere l'autonomia dell'azienda dalle presunte intromissioni della politica o a causa degli scontri con Romano Prodi. Così come oggi appare innocua, magari divertente, la gita in barca a Zante dei vertici Telecom con Rupert Murdoch per realizzare la famosa media company.
No, oggi c'è uno scenario diverso. Proviamo a delinearlo, anche se non possiamo avere certezze. Tronchetti Provera si è dimesso venerdì scorso da Telecom Italia non perchè aveva litigato con Prodi, ma perchè sapeva o immaginava che sul suo gruppo si sarebbe presto abbattuta una bufera di grande portata con il coinvolgimento di manager o ex manager della sicurezza che rispondevano direttamente a lui. Così ha anticipato gli eventi, ha lasciato il vertice enfatizzando la rottura col governo per apparire alla fine una “vittima” della politica che si immolava a difesa della sacralità dell'azienda. Avrebbe dunque "usato" il governo, come ha detto ieri Prodi.

L'urgenza dei vertici Telecom, dunque, non sarebbe stata quella di fronteggiare il nuovo riassetto, bensì di arginare l'impatto dell'inchiesta giudiziaria che ieri ha colpito i collaboratori infedeli. Ma altri capitoli devono essere scritti.


Chi ha munto la vacca dei nostri telefoni
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

ROMA- L'affare Telecom approda in Parlamento; in Senato col ministro Gentiloni avremo la prova generale, poi alla Camera la prossima settimana con Prodi in persona. L'affare Telecom - come ama chiamarlo usando un francesismo peggiorativo l'ex ministro Tremonti - in realtà non è un "affaire", ma è certamente un problema. Del quale giova esaminare la dimensione, le incognite, le possibili soluzioni. E i protagonisti: Prodi (e Rovati), Tronchetti Provera, Guido Rossi. Nello sfondo del passato Colaninno; nello sfondo del futuro forse Berlusconi. Al centro l'azienda telefonica, malamente privatizzata e di fatto ancora in posizione monopolistica.
Proprio dall'azienda deve cominciare la nostra analisi. Dai suoi debiti. Dai suoi ricavi. Dai suoi (insufficienti) investimenti. Dal suo azionariato. Con una prima precisazione per sfatare un luogo comune ripetuto in questi giorni da tutti, nessuno escluso: non è affatto vero che Telecom sia schiacciata dal suo debito. Non è quella la sua malattia. Esso ammonta a 41 miliardi; probabilmente, calcolando operazioni a breve su titoli "derivati", si arriva a 45. Si tratta certamente d'una mole imponente e tuttavia gestibile. In buona parte sotto forma di bond a tasso fisso e lontana scadenza, e di anticipazioni bancarie a lungo termine.
A fronte di questo debito ci sono ricavi e "cash flow" altrettanto imponenti e un attivo patrimoniale di tutto rispetto. Non è dunque questo il punto debole dell'azienda, bensì la struttura dell'azionariato di controllo. Il punto debole, anzi debolissimo e patologico, non sta dentro Telecom Italia ma a monte, nella lunga catena societaria al vertice della quale troviamo la finanziaria personale di Tronchetti Provera il quale, da quel puntino lontano lontano, controlla la più grande azienda italiana con soltanto l'1 per cento di capitale, attraverso Pirelli e Olimpia. Anche queste società - che sono soltanto scatole finanziarie salvo un pallido residuo industriale nella Pirelli - sono fortemente indebitate senza tuttavia generare flussi di ricavi e di "cash flow". La loro fonte di sostentamento unica è Telecom, a condizione ovviamente che la grande azienda a valle trasformi a ritmo accelerato i suoi profitti in dividendi per i piani alti e altissimi della catena di controllo.
Si configura in tal modo una geometria non nuova nel capitalismo italiano, spinta in questo caso al suo limite estremo: il potere di comando che dal remoto puntino Tronchetti si irradia verso la base aziendale incatenandone le decisioni agli interessi dell'azionista di riferimento e il flusso di risorse finanziarie che quell'azionista confisca a proprio vantaggio depauperando l'azienda che le produce. Il paradosso è qui: Telecom Italia dovrebbe essere l'azienda-figlia, invece nella realtà dei fatti è l'azienda-madre dei suoi genitori Olimpia, Pirelli e, su su, Marco Tronchetti Provera.

Questa anomalia c'è sempre stata in Telecom fin da quando fu privatizzata e affidata al "nocciolino duro" in cui la Fiat fungeva da leader di riferimento. All'epoca - si parla di un decennio fa - la Fiat con una decina di altri nomi rutilanti guidò per circa un anno la ex Stet monopolista pubblica della telefonia, con una partecipazione dello 0,6 per cento del capitale. Il consiglio d'amministrazione era guidato dalla famiglia Agnelli e da istituti bancari amici. Presidente era Guido Rossi che aveva accettato l'incarico per guidare la ex Stet privatizzata verso una struttura di "public company", cioè una società senza azionisti di riferimento guidata da un forte management.
Rossi non ha mai nascosto questa sua preferenza verso la "public company" quando si tratta di società di grandissime dimensioni con impegni di investimento ben superiori alle capacità del capitalismo familiare. Ma nel caso Telecom non riuscì a far passare quel suo disegno. Gli Agnelli glielo impedirono, forse anche per non mettere in crisi "ideologica" il capitalismo familiare che aveva il suo massimo esempio proprio a Torino nella struttura dell'accomandita di famiglia che attraverso Ifi-Ifil controllava il pianeta Fiat con il 30 per cento del capitale. Rossi abbandonò. E abbandonarono anche i torinesi subito dopo sotto l'offensiva di un'Opa di proporzioni per l'Italia colossali, lanciata dalla cosiddetta "razza padana": Colaninno-Gnutti sull'asse Mantova-Brescia, alla conquista di Roma. Con la simpatia del governo D'Alema e con i soldi delle banche. Cioè col debito. Che fu, all'epoca, di 38 miliardi.
C'è una differenza strutturale tra la Telecom di Colaninno-Gnutti e quella di Tronchetti-Benetton (nella quale per altro i bresciani di Gnutti sono rimasti fino all'altro ieri)? Una differenza c'è e non è da poco. La Telecom di Colaninno possedeva una rete di partecipazioni in aziende telefoniche all'estero che costituivano altrettanti tesoretti. Sono stati tutti venduti da Tronchetti due anni fa al prezzo di realizzo di 15 miliardi, salvo la Telefonica do Brasil che dovrebbe essere venduta nel prossimo futuro ad un prezzo tra i 7 e i 9 miliardi. Ciò vuol dire che il debito dell'epoca Colaninno, al netto di questi "asset", non era di 38 bensì di 13 miliardi, oppure di 23 se non si considera la società brasiliana. Fa una bella differenza rispetto ai 41 e passa miliardi di debito odierno.
Si tratta ora di capire come mai il debito all'epoca di Tronchetti sia raddoppiato e che fine abbiano fatto i 15 miliardi ricavati dalla vendita delle partecipazioni estere. Presto detto: sono serviti a finanziare l'Opa per l'acquisto delle partecipazioni di minoranza di Tim, la società di telefonia mobile che un anno e mezzo fa Tronchetti aveva deciso di fondere con Telecom portandone la partecipazione dal 70 al 100 per cento.
Ma perché volle il possesso totale del capitale Tim? Perché altrimenti la sua partecipazione in Telecom tramite Olimpia si sarebbe annacquata con l'ingresso dei soci minoritari di Tim. Per conseguenza il flusso di risorse finanziarie da Telecom ai piani alti della struttura societaria sarebbe diminuito. E perché - ultima domanda - voleva fondere Tim in Telecom? Per far lievitare il prezzo di Borsa di Telecom. Tronchetti comprò da Colaninno-Gnutti al prezzo di oltre 4 euro per azione, il doppio della quotazione di allora e di oggi in Borsa. Cercò in tutti i modi di risollevare quel prezzo cui sono legati i margini di garanzia chiesti dalle banche sui debiti di Olimpia e di Pirelli.
In sostanza l'intera politica di Tronchetti è stata condizionata dalla debolezza delle sue società a monte di Telecom, cioè dal suo personale interesse a dispetto di quello della Telecom e dell'ingente massa dei suoi azionisti-risparmiatori.

A suo tempo Raul Gardini fece più o meno lo stesso con la Montedison. Il caso vuole che anche allora, per riparare a quel drammatico crack, fosse chiamato Guido Rossi. Anche allora il buco non era in Montedison ma in Ferruzzi-Gardini. Lo schema è identico. Ha ragione Bersani: l'anomalia è il capitalismo italiano, debole e monopoloide.

Questo è dunque il problema Telecom. Su di esso nasce "l'affaire" politico-mediatico. Tronchetti, che è già consapevole di essere arrivato alla fine della corsa, tenta il diversivo Murdoch: scorporare la rete telefonica di Telecom e scorporare anche Tim. La seconda per venderla e usare i soldi per diminuire il debito, la prima per trasformare Telecom in una società mediatica utilizzando la banda larga della rete e ottenendo da Murdoch i contenuti: programmi, sport, film, intrattenimento.
Deve necessariamente informare il presidente del Consiglio: la rete lavora infatti con licenza dello Stato, occupa suolo pubblico, è un bene pubblico a tutti gli effetti. Non può farne ciò che crede alla chetichella. Per di più lo Stato possiede ancora in Telecom la "golden share". Non intende usarla in conformità alle direttive europee ma essa gli dà tuttavia il diritto di essere informato.
Ci sono due colloqui tra Tronchetti e Prodi. Vertono sullo scorporo della rete. Non una parola sullo scorporo di Tim. Prodi legge quest'ultima decisione sui giornali. Tronchetti sostiene d'averlo informato. Prodi risponde con un comunicato nel quale racconta gli argomenti toccati nei due colloqui. Tim non c'è. Ci sono però altri dati sensibili sulla trattativa con Murdoch. Tronchetti protesta (con ragione) per quelle indiscrezioni del presidente del Consiglio. Ma non si limita a protestare. Fa recapitare a "24 Ore" e al "Corriere della Sera" un documento inviatogli pochi giorni prima dal consigliere di Prodi, Rovati, che contiene un piano (probabilmente redatto da una banca d'affari) per far acquistare dalla Cassa depositi e prestiti il 30 per cento della rete Telecom risanando in tal modo gran parte del debito dell'azienda telefonica.
Scandalo e altissime proteste politiche ed anche confindustriali: il governo vuole dunque resuscitare l'Iri? Rinazionalizzare Telecom?
La difesa di Prodi è debole. Nega di conoscere il piano Rovati. Nega di pensare ad un nuovo Iri. Ricorda (con ragione) che la Cassa depositi e prestiti è stata trasformata in società per azioni da Tremonti e predisposta ad operazioni private con soldi pubblici.


Sulla sostanza intanto è arrivato Guido Rossi. Anche lui suscitando con la sua ascesa-bis alla presidenza della società telefonica, un sommovimento nella Federcalcio e nel Coni.
Per ora Rossi è imperscrutabile, come è giusto che sia. Ma alcune induzioni si possono comunque fare fondatamente.
1. Allo stato dei fatti in Telecom c'è ancora un azionariato di comando: Olimpia, alias Tronchetti più Benetton. Rossi è stato eletto presidente da Olimpia, cioè dal consiglio di Telecom dominato da Olimpia. Immagino che, al momento della nomina, Tronchetti gli abbia chiesto se avrebbe proseguito o invece contrastato le decisioni di scorporo prese pochi giorni prima dal consiglio d'amministrazione. Immagino anche che Rossi gli abbia risposto positivamente.
2. Infatti appena insediato Rossi ha reso esplicita questa sua posizione: accetta le delibere del consiglio. Gli è stato chiesto: quindi Tim sarà venduta? Ha risposto: nelle delibere del consiglio la vendita non è prevista. E' la verità, non è prevista. Se vendere o no è un caso aperto ma lo decide non più Tronchetti bensì Rossi e il consiglio.
3. Olimpia possiede in Telecom il 18 per cento, alcuni fondi d'investimento e altri investitori istituzionali italiani e stranieri arrivano a più del 50 per cento. Il resto è di piccoli azionisti-risparmiatori. Personalmente credo che Rossi al più presto convocherà i fondi per sondare le loro intenzioni su Telecom, sulle sue controllate e sulla sua "governance" futura. Credo anche che punterà per la seconda volta a trasformare Telecom in una "public company".
4. Ovviamente Rossi è contrario ad un'ipotesi di intervento pubblico in Telecom e nella rete distributiva.
Ma qui non avrà ostacoli di sorta.
5. Una cordata italiana o mista per allargare il nocciolo duro? L'opinione di Rossi è sempre stata che l'epoca del capitalismo familiare - anche se composto da famiglie finanziariamente cospicue - è improprio per un'impresa delle dimensioni di Telecom. Personalmente credo perciò che non sarà questa la strada di Rossi. Se invece lo fosse, probabilmente su quella strada incontrerebbe la Fininvest di Berlusconi con tutte le complicanze che il conflitto di interessi dell'ex premier si porta appresso.
Comunque vedremo molto presto in quale direzione Rossi si inoltrerà. E' un grande tecnico. Ho notato che da qualche tempo ha acquistato anche un'esperienza politica prima nascosta dalla ruvidezza del giurista. Non può che essergli d'aiuto nella nuova impresa con cui dovrà cimentarsi.


La tentazione di far da solo
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

La politica è sempre imprevedibile. Ma quella italiana può produrre più sorprese e colpi di scena di quanto non accada generalmente nella maggior parte delle grandi democrazie. Credevamo che le principali difficoltà del governo Prodi sarebbero nate dalla eterogeneità della coalizione e dalla sua minuscola, traballante maggioranza al Senato. Ebbene, no. Queste difficoltà esistono, ma vengono generalmente superate grazie alle complicità di un Parlamento che non ha, almeno per il momento, una soluzione di ricambio e soprattutto non ha alcuna voglia di morire prematuramente. Difficoltà impreviste sembrano invece scaturire dai metodi del presidente del Consiglio. Non è necessario rifare la storia di quanto è accaduto negli scorsi giorni per giungere alla conclusione che l'imbrogliata faccenda Telecom non è una trappola costruita dai nemici di Prodi per rendergli la vita difficile. Sembra, piuttosto, una questione di stile e di carattere. Romano Prodi non è un uomo politico convenzionale. È stato un "compagno di viaggio" della Democrazia cristiana, non un democristiano. È entrato in Parlamento solo nel 1996 e non ha lo stile e la mentalità del parlamentare.
Ha composto una coalizione di partiti, ma non ha mai voluto identificarsi con uno dei partiti esistenti sulla scena politica nazionale. Non è "nella politica", ma ai confini della politica e segretamente persuaso, forse, che il solo modo di dominarla sia quello di trattarla come un cavallo da imbrigliare. Ed è soprattutto convinto che la vera politica, quella che realizza grande riforme e si propone grandi obiettivi, sia un esercizio solitario. Si direbbe talvolta che dietro la bonarietà e la semplicità del tratto si nasconda una certa sfiducia nelle doti degli altri. Vi sono circostanze in cui questa "separatezza" e questo sentimento di superiorità intellettuale possono essere la carta vincente di una partita difficile. È accaduto nel 1996 quando il "partito" di Prodi (un autobus in giro per l'Italia) ha vinto le elezioni. È accaduto nel 2006 quando Prodi è riuscito a mettere insieme una delle più contraddittorie e sfaccettate coalizioni mai concepite nella storia politica nazionale. Ma vi sono casi in cui Prodi dimentica il Parlamento e i suoi numeri (è accaduto nel 1998) o cede alla tentazione di fare politica da solo con l'aiuto di pochi amici. È accaduto a Bruxelles dove questo stile ha infastidito molti europei, fra cui in particolare gli inglesi.
È accaduto negli scorsi giorni con risultati che hanno sconcertato gli amici e irritato gli alleati. Se vuole sopravvivere con una maggioranza così esigua e una coalizione così variopinta, Prodi ha interesse a creare simpatie e consensi che vadano al di là della cerchia ristretta dei propri amici. Non basta avere idee chiare su ciò che serve al futuro del Paese. Occorre comunicare il proprio disegno a tutti coloro che possono dare una mano a realizzarlo. Non penso soltanto alla classe politica e al Parlamento, che Prodi, comunque, dovrebbe tenere in maggiore considerazione. Penso a un parlamento più grande, composto da uomini e donne che hanno responsabilità di varia natura e formano, tutti insieme, la parte più attiva e consapevole del Paese. Non importa che abbiano votato per la sinistra o per la destra. Quali che siano le loro preferenze al momento del voto, questi uomini e queste donne riconoscono al governo il diritto di governare e sono disposti ad aiutarlo. Ma hanno bisogno di essere informati e di essere ascoltati.



Da Bush al Papa, il fantasma di Darwin
Pietro Greco su
l'Unità

La tesi l'aveva proposta, oltre duemila anni fa, Aristotele: non è possibile - non è razionale pensare - che il kosmos, il tutto armoniosamente ordinato, sia nato dal chaos, il vuoto privo di ogni ordinamento. E lo ha riproposto Papa Benedetto XVI, in occasione della grande messa che ha tenuto la settimana scorsa a Regensburg, in Germania: non è accettabile l'idea che all'origine dell'universo e della vita ci sia "un'irrazionalità che, priva di ogni causa, stranamente produce un cosmo ordinato" e "persino l'uomo e la sua ragione". La frase è stata interpretata come un appoggio, neppure troppo velato, all'ipotesi del intelligent design e di attacco al darwinismo
Anzi, all'evoluzionismo. Ovvero all'idea, appunto, che nasce e si modifica nel tempo senza un progetto.
È, dunque, con grande tempismo che Umberto Veronesi ha convocato a Venezia la Seconda Conferenza Mondiale sul Futuro della Scienza per parlare appunto di "Evoluzione". La Conferenza, inaugurata ieri sera dallo stesso Umberto Veronesi, alla presenza del ministro della sanità, Livia Turco, e del ministro della ricerca, Fabio Mussi, inizia questa mattina con una relazione di Lisa Randall sull'Evoluzione dell'universo.
Non esiste, nella storia dell'universo, un solo processo evolutivo. La storia cosmica, diceva il biologo Theodosius Dobzhanski, ha conosciuto almeno due grandi trascendimenti evolutivi: il primo, circa 4 miliardi di anni fa almeno sul pianeta Terra, dal non biologico al biologico; il secondo, qualche milione di anni fa, dal biologico al culturale. In realtà i fisici dicono che l'universo è andato incontro ad almeno un altro trascendimento evolutivo quando, con un Big Bang iniziale, dal vuoto (quantistico) è nato il tutto, ovvero la materia e l'energia che costituiscono il nostro universo. Insomma, nell'universo noi assistiamo ad almeno tre tipi diversi di processi evolutivi. Ed è a queste tre diverse modalità evolutive - l'evoluzione della materia, l'evoluzione della vita e l'evoluzione della mente - che la conferenza di Venezia dedica la sua attenzione.
La materia non vivente è costituita, almeno a livello elementare, da classi di oggetti indistinguibili gli uni dagli altri (gli elettroni, i protoni). Nell'evoluzione della materia non biologica prevale la necessità. E anche il più alto livello di complessità è decisamente inferiore alla "complessità organizzata" dei sistemi viventi.
La materia biologica è costituita anche nei suoi elementi fondamentali, le cellule, da insiemi di oggetti ciascuno diverso dall'altro (non c'è un solo batterio identico a un altro). La complessità è, appunto, altamente organizzata. Nell'evoluzione biologica prevale la storia.
C'è, ancora, l'evoluzione culturale. Che, per mera semplicità, possiamo ridurre all'evoluzione della cultura umana. Ebbene, questo tipo di evoluzione rappresenta un autentico trascendimento, perché si svolge in maniera decisamente diversa dagli altri due processi evolutivi ed è profondamente segnata dalla coscienza degli organismi che vi partecipano, ivi inclusa la capacità di trasmettersi vicendevolmente e rapidamente i caratteri culturali acquisiti.
A ciascuna di queste modalità evolutive la Conferenza di Venezia dedica una giornata. Ne uscirà, ne siamo certi, un grande affresco delle conoscenze scientifiche attuali sulle "evoluzioni" perché i relatori, provenienti da tutto il mondo, sono tutti di altissimo livello. Ma la peculiarità di questa Conferenza è che c'è, in ogni giornata, una grande finestra aperta al rapporto tra evoluzione e società. O, se volete, a come oggi il concetto di evoluzione attraversa non solo la nostra visione scientifica del mondo, ma entra nella nostra visione filosofica, religiosa e persino politica. Toccando, molto spesso, nervi scoperti.
Il concetto di evoluzione, infatti, non è un concetto comodo. Persino nelle scienze è stato acquisito tardi e con difficoltà. È solo alla fine del '700, infatti, che abbiamo compreso con James Hutton che viviamo in un pianeta che si modifica nel tempo, anzi "nel tempo profondo". È solo nel XIX secolo, con Charles Darwin, che abbiamo trovato una spiegazione all'evoluzione biologica: spiegazione confermata dalle nuove conoscenze genetiche acquisite nel XX secolo. Ed è solo all'inizio del '900, grazie alle equazioni cosmologiche di Albert Einstein e alla soluzione che ne ha trovato il matematico Alexander Friedman, che abbiamo compreso di non vivere in un universo statico e immutabile, ma in un universo storico: che ha avuto un inizio, che si sta modificando e che, probabilmente avrà una fine.
A maggior ragione il concetto, profondo, di evoluzione così come è emerso dalla ricerca scientifica trova difficoltà ad affermarsi nel senso comune. Non solo perché sottrae centralità alla presenza dell'uomo nel cosmo. Ma soprattutto perché sottrae "senso" al mondo. L'evoluzione della materia e l'evoluzione biologica, infatti, procedono - questo è almeno quanto sappiamo allo stato dei fatti - senza un progetto. Senza un fine. L'uomo si ritrova solo, diceva il biologo francese Jacques Monod, nell'immensità indifferente del cosmo. E ciò risulta inaccettabile a molti. Tanto che la reazione al concetto di evoluzione è diventato uno strumento di polemica filosofica e, persino, di azione politica.
Sui testi scolastici delle nostre scuole elementari e media ancora c'è traccia del tentativo, esperito dal governo Berlusconi, di cacciare via Darwin dai banchi e dagli edifici scolastici. Negli Stati Uniti d'America l'antievoluzionismo è diventato il collante culturale della altrimenti variegata maggioranza che ha riconfermato George W. Bush alla presidenza. Il punto più alto della polemica filosofica e politica riguarda l'intelligent design. Ovvero l'idea che l'evoluzione dell'universo e degli organismi viventi non sia un fatto storico, frutto del caso e della necessità delle leggi fisiche, chimiche e biologiche conosciute, ma di un progetto. Di un fine. Questa idea che i filosofi della biologia chiamano teleologica si oppone tanto alle teorie evolutive della materia fisica quanto alla teoria darwiniana dell'evoluzione biologica. Propugnata da alcuni gruppi evangelici negli Stati Uniti (un'evoluzione, ironia della sorte, delle loro ipotesi creazioniste più spinte) sta lentamente penetrando anche nel mondo cattolico. Fatta propria, per esempio, dal cardinale di Vienna Cristoph Schönborg. Con Giovanni Paolo II la chiesa di Roma aveva assunto una posizione diversa sul darwinismo. Se non di totale accettazione, certo di non avversione. E questo grazie, anche, al consigliere scientifico di papa Woytila, l'astrofisico padre George Coyne, darwinista convinto e direttore della Specola vaticana.
Nelle ultime settimane c'è stata una redifinizione di quella posizione. In primo luogo di darwinismo e di intelligent design si è parlato in un importante seminario a porte chiuse cui ha partecipato Benedetto XVI (i lavori verranno pubblicati presto). Poi padre Coyne è stato allontanato dalla direzione della Specola. Una parte della grande stampa internazionale ha attribuito l'allontanamento alle posizioni darwiniane di Padre Coyne. Infine l'omelia papale di Regensburg abbinata al discorso su scienza e fede che Benedetto XVI ha tenuto nell'università della città tedesca. Un discorso che sembra riproporre un ritorno ad Aristotele e al principio di impossibilità di creazione del kosmos dal chaos.



Prodi all'ONU: "No all´unilateralismo"
Arturo Zampaglione su
la Repubblica

NEW YORK - "Grazie Kofi!". Dalla tribuna marmorea dell´Onu Romano Prodi rende un affettuoso omaggio al segretario generale che ha guidato l´organizzazione nelle tempeste degli ultimi dieci anni e che ora si appresta a lasciare l´incarico. Ma il riferimento a Kofi Annan serve anche al presidente del Consiglio per sottolineare, di fronte alle 192 delegazioni all´assemblea generale, una delle architravi della politica estera italiana: il rifiuto dell´unilateralismo.
Spiega (pensando agli Stati Uniti, ma senza citarli): "Nessun paese, per quanto forte e potente, può affrontare da solo le nuove sfide. Le minacce globali e asimmetriche del nuovo millennio richiedono azioni corali". Di qui la necessità di un forte rilancio del multilateralismo, ridando centralità alle Nazioni Unite come è accaduto nella recente crisi libanese.
Non c´è dubbio che il coraggio e il dinamismo dell´Italia sul dossier Libano abbiano rafforzato il prestigio di Roma sulla scena internazionale. Lo stesso George W. Bush, parlando martedì all´assemblea generale, ha ricordato il ruolo-guida del contingente italiano nell´Unifil. Facendo leva su questo apprezzamento, Prodi e Massimo D´Alema si sono serviti dell´appuntamento annuale al Palazzo di vetro sia per esplorare altre iniziative diplomatiche, ad esempio nella crisi iraniana e per la pace in Medio Oriente, che per chiedere una riforma del consiglio di sicurezza che renda più efficace e rappresentativo l´organo esecutivo dell´Onu.
L´Italia è contraria all´ingresso sic et simpliciter di Giappone, Germania, Brasile e India nel Consiglio di sicurezza e favorevole invece alla creazione di seggi semi-permanenti. "Ma dobbiamo passare subito a una fase negoziale - spiega il presidente del Consiglio nel discorso (in italiano) all´assemblea generale - con l´obiettivo di giungere a soluzioni non divisive ma in grado di raccogliere il più ampio consenso".

L´obiettivo di lungo termine è quello di arrivare a un vero e proprio seggio europeo al Palazzo di vetro. Per il momento il seggio italiano "sarà a disposizione" degli altri paesi europei che, a differenza di Francia e Gran Bretagna, non sono rappresentati nel Consiglio. "L´importante - aggiunge Prodi, riproponendo uno dei temi del suo quadriennio bruxellese - è anche rafforzare il ruolo nell´Onu dei suoi grandi "azionisti" regionali: in primo luogo l´Unione europea, perché se l´Europa è più forte, diventano più forti le Nazioni Unite. E solo se sarà in grado di influire più incisivamente sui temi della pace e della sicurezza, l´Ue potrà considerarsi un attore globale".
Se il Libano rappresenta una "pagina alta" per l´Onu, per il multilateralismo e per l´Italia, non bisogna sottovalutarne i rischi. Prodi andrà al più presto a Beirut per una verifica, oltre che per un incontro con i caschi blu italiani. Ma in quell´area, secondo il presidente del Consiglio, non ci sarà pace finché non sarà risolta la questione palestinese. Dopo l´incontro con il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), Prodi ha definito "difficilissima" la situazione nei Territori palestinesi, dove "non si vedono progressi". L´Italia sostiene sia la prospettiva di una coalizione Fatah-Hamas, di cui ieri il presidente palestinese ha discusso con George W. Bush, sia il dialogo tra Abbas e il premier israeliano Ehud Olmert.
Prima di lasciare tra gli applausi l´aula del Palazzo di vetro, dove poco prima il venezuelano Hugo Chavez ha parlato di Bush come "un diavolo", Prodi affronta un nodo spinoso: lo scontro di civiltà e di religione tra mondo cristiano e mondo islamico. "Mi rifiuto di pensare esista", dice. "Ci sono estremismi e fanatismi, ma civiltà e religioni sono fatte per dialogare, confrontarsi, arricchirsi reciprocamente".


  21 settembre 2006