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a cura di G.C. - 20 settembre 2006


Il dovere della chiarezza
Massimo Giannini su
la Repubblica

È inutile cercare scuse. O giocare con le parole, anche se nel linguaggio politico, come insegnava Norberto Bobbio, spesso le parole non sono pietre, ma bolle di sapone. Sul caso Telecom il presidente del Consiglio ha sbagliato. Quando tutto è cominciato, aveva dalla sua una validissima ragione: Tronchetti Provera non l´aveva informato della ristrutturazione societaria varata dal cda dell´azienda. E avrebbe dovuto farlo per ragioni di correttezza e trasparenza, visto che il suo business è la rete telefonica, concessa in licenza dallo Stato. Da quel momento in poi, Palazzo Chigi ha inanellato una serie di errori a catena. Prima un lungo comunicato ufficiale su un colloquio riservato dai contenuti troppo "sensibili" sotto il profilo finanziario (price sensitive, si dice con il linguaggio degli analisti) per poter essere dati in pasto alla Borsa. Poi una reazione troppo istintiva e auto-conservativa, di fronte all´incidente del rapporto-Rovati sullo scorporo della rete fissa, recapitato sottobanco ai vertici Telecom con tanto di carta intestata della Presidenza del Consiglio. Invece di difendere senza se e senza ma il suo consigliere, il Professore avrebbe fatto meglio a chiedergli le dimissioni immediate, sia pure a malincuore e riconoscendone la buona fede. Avrebbe evitato di stare sulla graticola per un´intera settimana, e di ritrovarsi mediaticamente macchiato l´oggettivo successo diplomatico, politico ed economico del viaggio in Cina.
Non basta. Di fronte alle grida dell´opposizione, e ai maldipancia della maggioranza, Prodi ha fatto suo il solito, vecchio motto autolesionistico: "Se due torti non fanno una ragione prova con tre". Alla prima richiesta di venire in aula a riferire, il premier ha risposto sdegnato "siamo matti?". Due giorni dopo ha fatto una parziale concessione: verranno "i ministri competenti". Ieri abbiamo visto com´è andata a finire. Il presidente del Consiglio si presenterà in aula alla Camera il 28 settembre. Com´era giusto. Ma rischia di arrivare all´appuntamento nelle condizioni peggiori. Bersagliato dal centrodestra, e quasi obbligato dal centrosinistra.
A questo punto, Prodi ha un modo per uscire in positivo da una vicenda nella quale, nonostante tutto, è passato dalla ragione al torto. Presentarsi al Parlamento a viso aperto. E in primo luogo riconoscere quel torto. In secondo luogo, spiegare all´assemblea di Montecitorio qual è la strategia economica e la politica industriale di questo governo, a partire proprio da settori nevralgici come quello delle telecomunicazioni, dell´energia e delle infrastrutture. Informare i mercati che in questo centrosinistra moderno, riformista in politica e liberale in economia, a dispetto di qualche voce testardamente anti-storica ma palesemente minoritaria, non c´è nessuna voglia di Gosplan, nessun intento neo-dirigista, nessuna nostalgia dell´Iri. Chiarire all´opinione pubblica che l´unico obiettivo che questa coalizione persegue (come sta scritto nel programma dell´Unione) è quello di fissare le regole pubbliche della competizione, e poi di lasciare agli operatori privati il compito di garantire, attraverso la concorrenza, i servizi migliori agli utenti e ai consumatori.
Insomma, assumere su di sé l´intera responsabilità politica dell´azione e dell´indirizzo del governo, come gli compete per dovere personale e morale.

Per uscire in positivo dal tunnel delle polemiche. Per mettere a tacere una destra impresentabile, che ha governato per cinque anni, ibridata tra lo statalismo parassitario di An e il liberismo autarchico dei forzaleghisti. Non ha privatizzato neanche una spilla, non ha liberalizzato una sola municipalizzata, e ha risolto felicemente il problema dei rapporti tra Stato e mercato: Silvio Berlusconi li riassumeva entrambi nella sua stessa persona. Se il premier ha sbagliato, non è certo questa improbabile brigata di thatcheriani alle vongole che gli può dare qualche lezione.


L'Unione in allarme: "Il clima è cambiato"
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

Dopo una giornata trascorsa nella trincea di palazzo Madama, con il voto sulla riforma dell'ordinamento giudiziario rinviato a oggi e appeso a un filo, Mastella traccia un amaro resoconto di un governo che ha perso la baldanza di appena due settimane fa: "Da una parte c'è il caso Telecom, gestito in modo incredibile. La posizione di Prodi era diventata insostenibile, e la pressione perché venisse a parlare in Parlamento è stata corale".
Ma a preoccupare soprattutto il ministro della Giustizia è che "quelli a Palazzo Chigi stanno sottovalutando la campagna d'autunno di Berlusconi": "È grave. Qui rischiamo di andare a casa se al Senato i parlamentari della maggioranza continuano ad assentarsi. Oggi ( ieri, ndr) ne mancavano sette, perché il sottosegretario agli Esteri Vernetti è andato in Cina, perché il presidente Dini è andato a New York, perché la Thaler non si sa dov'è... E chi vota?".
All'orizzonte però — nonostante i timori del Guardasigilli — non si vedono intese più o meno segrete e a breve termine su un altro esecutivo. Per il momento è solo l'eco dei boatos di Transatlantico. Ma non c'è dubbio che il governo sembra entrato di colpo in una fase di logoramento, con il premier che sulla vicenda Telecom è stato costretto a cedere su tutta la linea: non voleva il dibattito parlamentare e l'ha dovuto accettare; non voleva le dimissioni di Rovati da consigliere economico di Palazzo Chigi e le ha dovute accogliere; non voleva presentarsi personalmente alle Camere e ha dovuto invece offrire la sua disponibilità. E il suo nervosismo è venuto fuori chiaramente quando ha deciso, ieri, di far saltare il briefing con i giornalisti a New York.
"Non fatemi parlare come Forlani", sussurrava ieri il capogruppo dell'Ulivo Franceschini, che per uscire dall'imbarazzo svicolava nelle dichiarazioni come faceva un tempo l'ex segretario della Dc. Ai dirigenti del centrosinistra sono tuttavia chiari i motivi per cui le quotazioni di Prodi sono repentinamente calate. Il presidente della commissione Giustizia Salvi fa risalire tutto ai primi giorni di estate, "dopo le importanti fusioni bancarie che ci sono state, e su cui solo il premier ha avuto un ruolo. Fino ad allora — dice il dirigente ds — la Quercia e la Margherita hanno subìto, ma quando si sono trovate dinnanzi al caso Telecom, essendone completamente all'oscuro, hanno reagito. La vicenda d'altronde non solo ha provocato uno strappo con il mondo dell'impresa, ma è stata anche gestita male sotto il profilo politico e d'immagine". Il passo falso di Prodi — secondo quanto sostiene il presidente della commissione Agricoltura del Senato, Cusumano — è stato inoltre sfruttato "dai Ds per rivalersi di quel che era accaduto nell'estate di un anno fa. In questi giorni — ha raccontato l'esponente dell'Udeur —, D'Alema l'ha ricordato più volte che, mentre imperversava la bufera sul caso Unipol, Prodi chiedeva alla politica di restar distinta dall'economia, e Parisi brandiva la questione morale".

Il fatto è che il quadro politico è bruscamente mutato, dopo i successi sulla scena internazionale ottenuti con la missione Onu in Libano. Un primo segnale del logoramento del governo l'ha offerto ieri mattina il senatore De Gregorio, che si è smarcato dalla ferrea logica di maggioranza, e ha annunciato di voler praticare con il suo movimento Italiani nel mondo la politica delle mani libere. Un secondo segnale è giunto poi nel pomeriggio, quando nell'Aula del Senato l'Unione è stata battuta dal Polo, che chiedeva di anticipare il dibattito parlamentare sul caso Telecom a domani.
Da tempo Marini è preoccupato dell'andazzo, ma l'altro ieri il presidente di Palazzo Madama ha alzato il livello di allarme in vista del voto sulla riforma dell'ordinamento giudiziario: "Ma di quale allargamento della maggioranza si parla, ma se rischiamo di perdere pezzi per strada...". E quando ha sentito strani discorsi circa l'ipotesi di un soccorso da parte dell'Udc, ha perso la pazienza: "Ve l'ho già detto e non ve lo ripeto più. Casini non passerà mai di qui per puntellare l'esistente. Chiaro?".
Ieri quantomeno non è accaduto, e dopo il voto Salvi ha imprecato contro i "dilettanti irresponsabili": "Tra di noi c'è chi crede ancora che il centrosinistra abbia vinto le elezioni". La battuta cela una preoccupazione diffusa nell'Unione, e di cui c'è traccia nei ragionamenti riservati di Bertinotti. Secondo il presidente della Camera la situazione politica è "farraginosa", ed è "complicato" andare avanti nella gestione quotidiana. Insomma, la governabilità della maggioranza deve fare i conti con la ingovernabilità del Senato.
Certo, nella vicenda Telecom Bertinotti ha offerto una sponda a Prodi, ma senza dimenticare il progetto politico che continua a coltivare. Quando in conferenza dei capigruppo ha in pratica accolto la richiesta del Polo di avere il premier in Parlamento, in molti gli hanno sentito dire che "il caso ha fatto emergere un problema di democrazia economica". Un monito rivolto al management del colosso telefonico, ma che vale anche per il governo. E l'obiettivo del Prc è spostare ancor più a sinistra l'asse dell'Unione sulla politica economica sulle "reti".
Sarà pur vero che nel Polo regna l'anarchia, che Berlusconi non è in grado di gestire la disarticolazione della Cdl. Ma a Palazzo Chigi oggi c'è Prodi. Tocca a lui evitare che il suo governo faccia la fine della barzelletta sui "due treni" citata ieri da Salvi per rappresentare la situazione: "Un casellante si accorge che due treni stanno viaggiando sullo stesso binario e rischiano la collisione. Allora, prima prova ad attivare lo scambio con il sistema elettronico, poi con quello meccanico, infine si precipita allo scambio manuale. Quando capisce che non c'è più niente da fare grida: "Nonno corri, vieni a vedere il botto"".


La scelta di Prodi
Antonio Padellaro su
l'Unità

Romano Prodi che riferisce alle Camere sul caso Telecom è una assunzione di responsabilità di cui va dato atto al premier. Difficile, invece, giudicare in modo altrettanto positivo la lunga incertezza per una decisione che il buon senso avrebbe dovuto indirizzare subito nella direzione giusta. Prima quel "ma siamo matti", frase che il premier intendeva riferita a un dibattito incentrato solo sul caso Rovati ma subito usata dall'opposizione per le più variopinte polemiche. Poi, dopo le clamorose dimissioni di Tronchetti Provera, la scelta di affidare al ministro Gentiloni il compito di rappresentare il governo su una questione di grande rilievo nazionale. Infine, le pressioni dell'opposizione e l'opera di persuasione di Bertinotti affinché con la presenza del premier in aula fosse riaffermata la centralità del Parlamento. Insomma, non si può dire che su una questione tanto delicata il governo abbia subito fornito l'immagine più netta e convincente.
Adesso, però, i problemi sono altri. Innanzitutto, l'offensiva della destra che sta cercando di trasformare il dibattito Telecom in un processo politico a Prodi. Puntando sulla fragile maggioranza dell'Unione a palazzo Madama dove, proprio ieri, il centrosinistra è finito sotto due volte, la seconda sulla data dell'audizione del governo. Che il Senato rappresenti il fianco scoperto dell'esecutivo lo sappiamo. Ad aggravare la situazione si aggiungono adesso alcune assenze non giustificate e i giri di valzer del senatore De Gregorio, eletto a sinistra ma pronto a votare con la destra, se gli conviene.
Poi ci sono le decisioni sul nuovo assetto Telecom e le notizie, confermate, sull'interessamento di Silvio Berlusconi. Il quale, come nota il "Sole 24ore" tenta una manovra a tenaglia. Come capo dell'opposizione tiene sotto pressione Prodi. Come principale azionista di Mediaset punta a diventare padrone anche dei telefoni italiani.


Cosa ha veramente detto Ratzinger
Pietro Scoppola su
la Repubblica

I musulmani non hanno motivo di offendersi per la lezione del Papa a Ratisbona, sono piuttosto i cristiani e in particolare i cattolici che hanno motivi per riflettere su quella lezione e per discuterla. Non i musulmani perché Ratzinger in un discorso che non ha nulla di una pronuncia del magistero, ma è la lezione di un vecchio e grande professore che si ritrova con gioia in un´aula universitaria, ha offerto all´Islam il riconoscimento del senso più alto, più intenso e drammatico della trascendenza di Dio.
Ha detto: "Per la dottrina musulmana [....] Dio è assolutamente trascendente". Rispetto a questa affermazione dominante il riconoscimento che nel Corano vi è un principio di tolleranza e insieme un principio di intolleranza è scontato e marginale: anche nella Bibbia vi è questa contraddizione caratteristica di tutte le religioni monoteistiche. Solo nel politeismo la tolleranza è immediata e spontanea perché fondata sul relativismo. Nel monoteismo la tolleranza tra i credenti e il rispetto della religione altrui è sempre necessariamente una conquista. E´ stata una faticosa conquista anche per i cristiani. Oggi il confronto fra islamici e cristiani può certamente favorire questa conquista: perché dunque offendersi di una ovvia constatazione storica che può diventare premessa di fecondo dialogo?
Sono i cattolici invece che hanno motivo di riflettere e di discutere la lezione del Papa perché partendo dal raffinato richiamo alla polemica fra l´imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un dotto persiano, il professor Ratzinger conferma in sostanza il nesso indissolubile fra il cristianesimo e il pensiero greco, la necessaria "ellenizzazione" del cristianesimo: il motivo fondamentale nella argomentazione dell´imperatore bizantino contro la violenza è infatti nella affermazione che "il non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio". Affermazione evidente, fa dire Ratzinger all´editore di quella antica e raffinata polemica Theodore Khoury, per un imperatore cresciuto nella filosofia greca.
Così dietro il fragile schermo di una polemica medievale il Papa ripropone il suo tema dominante del rapporto fede-ragione sul quale il pensiero cristiano si arrovella da duemila anni. Di fatto nella seconda parte della lezione il tema diventa esplicito: quel lontano e colto imperatore bizantino poteva fare quella affermazione "partendo veramente dall´intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero ellenistico fuso oramai con la fede". Di qui il radicamento del cristianesimo in Europa: "Questo incontro, al quale si aggiunge successivamente anche il patrimonio di Roma, ha creato l´Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa".
Ma Papa Ratzinger è troppo colto per non sapere che quella fusione del cristianesimo con l´ellenismo è stata oggetto di molte contestazioni, da quella di Duns Scoto "in contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista", a quella più nota della Riforma del XVI secolo alla quale la fede, così come proposta dal magistero del tempo, non appariva più "come vivente parola storica ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il Sola Scriptura [di Lutero] invece – aggiunge Ratzinger dimostrando acuta sensibilità alle ragioni della Riforma – cerca la vera forma primordiale della fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa". E poi Ratzinger cita Pascal, che al Dio dei filosofi e dei sapienti oppone il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e continua evocando gli ulteriori tentativi, come egli li chiama, di dis-ellenizzazione del cristianesimo fino a Kant (finalmente escluso nelle parole di un Papa dalla categoria dei nemici della fede).

L´esito possibile di questi successivi tentativi di dis-ellenizzazione del cristianesimo da Ratzinger descritti, sarebbe quello, ai suoi occhi, di ridurre gli spazi della scienza e della ragione, di far diventare il problema di Dio un problema ascientifico o prescientifico. L´uomo stesso subirebbe una "riduzione" perché allora i problemi fondamentali del "da dove" e "verso dove" sarebbero spostati nell´ambito della soggettività non razionale.
Ma – si chiede un credente non teologo e non filosofo quale io sono – dove altro se non nella soggettività dovrebbero porsi quei problemi? Non vi è qui quel timore della soggettività che caratterizza il magistero della Chiesa in epoca moderna e al quale il Vaticano II ha tentato una risposta fiduciosa? La soggettività non è quel soggettivismo individualistico in cui male e bene, vero e falso si confondono e si equivalgono, ma è principio di libertà di coscienza consapevole della responsabilità della persona verso una verità che lo trascende e verso una comunità di cui è membro. Allo stesso modo in cui la Chiesa ha saputo distinguere fra secolarismo e secolarizzazione perché non distinguere fra soggettivismo e soggettività?
La dis-ellenizzazione del cristianesimo non porta necessariamente agli esiti distruttivi giustamente temuti dal Papa ma apre anche orizzonti che meritano si essere esplorati.
E non è un caso che la lezione di Ratzinger si concluda con il rifiuto delle tesi proposte da autorevoli studiosi cattolici secondo cui altre culture incontrando il cristianesimo "dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti". Questo appare al Papa impossibile perché "le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi conformi alla sua natura".
E´ una affermazione fortissima questa del Papa ed è una sfida profonda a tutta la cultura moderna anche di ispirazione cristiana.

La definizione del nesso fra fede e ragione condiziona il rapporto con le altre religioni e perciò il dialogo interreligioso. Varrebbe la pena di andare oltre la polemica sulla presunta offesa all´Islam e riflettere sulla sostanza più profonda del pensiero espresso dal Papa a Ratisbona.


La tentazione di dimenticare il pericolo del terrorismo
Mario Pirani su
la Repubblica

L´attacco del mondo musulmano al Papa s´iscrive nel capitolo storico aperto con l´11 settembre 2001. Chi non ha colto il significato delle Due Torri è oggi esterrefatto di fronte una reazione tanto generalizzata quanto, altrimenti, incomprensibile. Che in questi cinque anni la lettura di quell´attacco si fosse appannata lo si è capito dal tono delle celebrazioni: all´iniziale solidarietà col grande paese colpito erano subentrati i distinguo, le prese di distanza, le critiche, quasi il catastrofico errore di Bush con la guerra in Iraq, avesse annebbiato la portata della minaccia terroristica. Ha persino trovato udienza chi alimentava la versione secondo cui si era trattato di un complotto auto gestito: la vittima stessa era, in realtà, il colpevole e aveva organizzato quell´immane colpo ai suoi propri danni, onde aver mano libera nella ritorsione, instaurando un regime autoritario all´interno, esagerando grandemente la pericolosità dell´eventuale nemico esterno.
Si è avvalorato come una realtà possibile il più smaccato grandguignol.

Persino la più che doverosa condanna dell´eccesso di difesa che ad Abu Ghraib e a Guantanamo ha oltrepassato i limiti del rispetto elementare dell´essere umano – esemplarmente delineati da Gustavo Zagrebelski (Repubblica del 18 settembre) è stata presa a pretesto per una damnatio senza appello dell´America. Molti commentatori si sono abbandonati a conclusioni desolanti sugli Stati Uniti e noncuranti nei confronti del terrorismo. Prendiamo, ad esempio, l´articolo di lord Ralph Dahrendorf (Repubblica dell´8 settembre) che s´interroga se l´11 settembre segni l´inizio di una guerra o non sia più giusto parlarne solo come di "una impresa criminale"? La risposta positiva al quesito permette all´eminente sociologo non solo di esprimere critiche drastiche – in parte condivisibili – sulle limitazioni introdotte nella legislazione americana, ma anche dedurne che negli Stati Uniti si sarebbe ormai instaurato "un nuovo autoritarismo" e che "la democrazia e lo stato di diritto risentono più dei colpi dei loro difensori che di quelli degli attaccanti".
Mi sono chiesto quali suggestioni abbiano prodotto una visione tanto liquidatoria sia delle capacità reattive della democrazia americana sia della pericolosità e natura della minaccia terroristica. Chi scrive – è utile ribadirlo – ha considerato fin dall´inizio l´avventura irachena un tragico errore, tenendo, tuttavia, ben saldo che l´impegno antiterroristico rimaneva una scelta obbligata, ribadita dalla sequela di attentati in tutto il mondo, da Madrid a Londra, dal mar Rosso a Bali e ad Istanbul. Orbene, credo che proprio la natura del fenomeno seguiti a sfuggire ai tanti che Dahrendorf egregiamente rappresenta. Egli, infatti, a proposito dell´11 settembre, confessa "la difficoltà di comprenderne gli obbiettivi, al di là del risentimento degli attentatori contro l´Occidente e il suo stile di vita". Quasi, l´impulso dei kamikaze altro non fosse che una esplosione psicotica da frustrazione da affrontare con terapie "dolci" per non eccitarla ancor più. La ricetta suggerita è, di conseguenza, consolatoria: "I nostri dirigenti devono fare ogni sforzo per placare l´ansia del pubblico, anziché sfruttarla a proprio vantaggio. I terroristi non possono vincere dato che la loro visione tenebrosa del mondo non avrà mai un´ampia legittimazione popolare". Aiuta assai più a capire il lucido pessimismo di Umberto Eco che nella recente intervista al Nouvel Observateur (su Repubblica del 12 settembre), invita ad abbandonare vecchie categorie interpretative. "Nessuna guerra tradizionale – dice – è più possibile... non concerne più due paesi nemici... non si combatte più tra due fronti ben distinti". Potrei aggiungere, come ho cercato di analizzare in vari scritti (vedi: È scoppiata la terza guerra mondiale? Mondadori 2005) che lo stesso concetto di territorio è diventato sfuggente, così come il fattore temporale, per dar spazio, invece, ad un conflitto intermittente, in luoghi diversi e lontani fra loro, che non presuppone dichiarazioni di belligeranza né firma di trattati di pace (con parziale eccezione per Israele-Palestina). La natura "diversa" di questa guerra, secondo Eco, risiede nel fatto che si scontrano "da un lato la comunità occidentale e dall´altro il terrorismo fondamentalista".

Il punto discutibile della tesi di Eco mi sembra, invece, un altro e, cioè, che questo scontro (di culture più che di civiltà) non passa affatto lungo una linea di faglia ben netta: di qua l´Occidente, di là il fondamentalismo islamico. Lo spartiacque è più confuso, la jihad stessa ha più significati (vuoi guerra santa che sforzo spirituale per avvicinarsi ad Allah), gli shaheed – gli attentatori suicidi – non sono degli psicotici incomprensibili ma portatori di un messaggio accolto da larghe masse che gli attribuiscono una valenza di riscatto, si esaltano per l´innovazione tecnologica impersonata dal kamikaze contro cui le armi classiche possono ben poco, intuiscono, non a torto, che l´odierna guerra santa, per la prima volta, può risultare vittoriosa dopo secoli di sconfitte e umiliazioni. Se l´ultimo grande tentativo di riscatto, ad un tempo nazionalistico e di modernizzazione, tramontò col socialismo dei colonnelli; se anche i vari tentativi di agganciare la modernità attraverso l´imitazione fallita del mondo capitalistico, si è tradotta in loco nella corruzione dei gruppi dirigenti (i cosiddetti regimi moderati), ebbene si capisce, allora, come il ritorno alla concezione fondamentalista dell´Islam, ad una lettura pietrificata del Corano, alla unità totale tra Fede e Legge abbiano finito per rappresentare per milioni di persone l´unica risposta a quella sensazione profondamente radicata secondo cui "il futuro è una strada ostruita... la tua condizione è ineluttabile, la tua impotenza ridicolizzata, la tua speranza condannata a priori".

Il braccio armato dell´universo fondamentalista, nelle sue diverse varianti (Al Qaeda, gli Hezbollah, le varie organizzazioni dei mujahidin, gli shaeedin, da Bagdad a Gerusalemme, i gruppi salafiti, i talebani, ecc) anche, se numericamente minoritario, gode di grande appoggio e simpatia, capace di suscitare potenti, immediati e diffusi movimenti di massa con qualsiasi pretesto, dalle vignette di un giornale danese al discorso del Papa. Questo avviene per l´incrociarsi della rinascita integralista con l´avvento, anche nel mondo islamico, della cultura dell´informazione: l´impatto per la prima volta di proprie televisioni (da al-Jazeera ad al-Arabiya), l´esplosione di Internet, l´uso dinamico di un network jihadista in cui possono esser trasmessi i più diversi messaggi (da quelli rivolti alle masse a quelli per indottrinare i militanti, fino alle direttive più segrete per il terrorismo operativo) ha creato una situazione del tutto inedita. In essa la "jihad della parola" sbocca senza soluzione di continuità nella "jihad della spada", secondo la definizione di Bin Laden.
L´uso congiunto della tv, della rete, di Internet non significa solo l´avvento di una strumentazione tecnologica ma di una "raffineria virtuale" che fornisce in tempo reale e continuo il carburante ideologico, religioso, politico e propagandistico per animare e condurre la guerra santa, anche senza strutture permanenti di comando, sultani, califfi, figure carismatiche (queste possono esser create e sostituite di volta in volta dalla interazione tra tv ed Internet). L´aggancio per questa via alla modernità mediatica porta con sé anche la realizzazione virtuale di un messaggio antico, sempre fallito: l´aspirazione alla ummah, l´unità dei credenti in Allah. Oggi il viatico del web corre dal Marocco all´Indonesia, dal Pakistan alla Siria, supera in nome di una jihad comune le frontiere, permette a gruppi singoli, anche in Europa, di diventare protagonisti e di collegarsi tra loro senza necessità di capi che da lontano promuovano l´azione.
La jihad permanente, sia della parola che della spada, ha un obbiettivo ben preciso: debellare col terrorismo e ogni altro mezzo quanti nel mondo islamico credono ancora nella modernizzazione della società e rifiutano di piegarsi ad un arroccamento basato su una interpretazione reazionaria e totalizzante della legge coranica. Per questo lo scontro di culture passa in primo luogo all´interno dell´Islam per colpire, terrorizzare, distruggere tutti quei regimi che "imitano gli infedeli", vorrebbero importarne i costumi e copiarne le istituzioni, corrompendo i fedeli. Per questo sono soprattutto islamiche le centinaia di migliaia di vittime in Algeria, in Iraq, in Afghanistan e ovunque operi il terrorismo fondamentalista.

Far crollare le Due Torri, portare il terrore a Londra, a Madrid, a Istanbul, minacciare da oggi anche la Roma dei Papi vuol essere la dimostrazione che la lotta contro l´Occidente può essere condotta spietatamente ed anche vinta. Così la distruzione di Israele. Magari grazie alla "bomba santa" di Ahmadinejad.


L'Italia e il pompiere
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

Il dialogo non è mai riprovevole se non porta a riprovevoli cedimenti, ma l'incontro bilaterale che Romano Prodi avrà oggi all'Onu con il presidente iraniano Ahmadinejad, se non scandalizza in linea di principio, ci pare pur sempre un esercizio diplomatico ad alto rischio per le circostanze in cui si svolge.
Riprendendo l'iniziativa sulla scena internazionale l'Italia ha ottenuto risultati apprezzabili in termini di ruolo e di credibilità (come conferma la presenza di D'Alema alla cena dei Grandi svoltasi ieri sera a New York), e il problema non è dunque di sapere se Prodi sarà effettivamente l'unico leader occidentale a vedere in privato il presidente iraniano. Le mosse controcorrente, spesso, servono più delle supine obbedienze. Ma richiedono, questo sì, luoghi e tempi adatti che nel caso specifico è difficile scorgere.
Prodi vedrà Ahmadinejad in margine all'Assemblea generale dell'Onu. Ma Ahmadinejad ha disatteso una risoluzione dell'Onu esattamente venti giorni fa, respingendo l'ultimatum del Consiglio di Sicurezza a sospendere l'arricchimento dell'uranio per poi aprire negoziati sulle ambizioni atomiche di Teheran. Nell'Assemblea generale i governi che ignorano i documenti del Palazzo di Vetro sono numerosi, ma è opportuno per chi crede nel ruolo dell'Onu dare pubblicamente credito, proprio all'Onu, a chi ne ha appena ignorato la volontà?
La scelta del momento è anch'essa delicata. Si vuole cogliere l'occasione, beninteso. Ma l'occasione coincide con un particolare tormento degli occidentali (più Russia e Cina) sull'atteggiamento da adottare nei confronti di Teheran. Bush vuole far approvare sanzioni punitive contro l'Iran. La maggioranza degli europei nicchia, tenta di limitare i possibili danni (che sarebbero particolarmente severi per l'Italia) e cerca una via d'uscita basata sullo scambio tra negoziato e sospensione contemporanea dell'arricchimento iraniano. Con o senza la pistola delle sanzioni poggiata sul tavolo? Bush dice sì, Cina e Russia dicono no, gli europei sperano di estrarre loro il coniglio dal cilindro.
L'unità del fronte anti Iran nucleare, insomma, è vicina alla crisi. E Ahmadinejad veste opportunamente i panni del pompiere che meglio del pasdaran è in grado di dividere i potenziali avversari, chiede una trattativa equa, conferma di non volere la bomba, e in piena tempesta fa pervenire il suo personale "rispetto" a Benedetto XVI.
Per evitare che in simili circostanze il semplice colloquio odierno possa apparire una vittoria tattica di Ahmadinejad, Prodi non dovrà soltanto ribadire che l'Italia resta in linea con le posizioni europee (cosa di cui non dubitiamo, e che ha già fatto ricevendo Larijani a Palazzo Chigi). Dovrà, ed è forte il nostro auspicio che ci riesca, tentare di estrarre da Ahmadinejad qualche specifica concessione.
L'intero esercizio dell'Assemblea generale, del resto, ruota attorno a questo e a pochi altri obbiettivi. Con l'Iraq che va a picco e con l'Afghanistan che minaccia di seguirne l'esempio, la comunità internazionale è tornata alla ricerca del tanto vagheggiato e mai raggiunto "nuovo ordine" post guerra fredda. Partendo da due passaggi obbligati quanto ardui: un compromesso accettabile con l'Iran, appunto, e uno sblocco della crisi israelo-palestinese cui Bush ha dedicato nel suo discorso accenti che fanno sperare, malgrado i precedenti, in un più costruttivo impegno americano.



L'ONU non applaude la dottrina USA
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Washington. Ha parlato davanti a un muro di indifferenza, greve come un voto di sfiducia. Di fronte allo sfondo di marmo grigio che vorrebbe essere solenne e in queste occasioni riesce soltanto a essere funerario, un ripetitivo George W. Bush parla a 192 nazioni che lo ascoltano in un silenzio marmoreo, interrotto soltanto da colpetti di tosse e di starnuti. Neppure un applauso, un accenno di consenso, in venti minuti di soliloquio appassionato.
Guardare il mondo che guarda Bush mentre promuove la sua dottrina della nuova Guerra Fredda, del "nuovo grande conflitto ideologico" al quale chiama nazioni sempre meno "willing", sempre meno accondiscendenti, mentre vanta successi inesistenti e attacca l´Iran, e confrontare questa neo glaciazione con il calore che lo circondò nel suo primo discorso all´assemblea dell´Onu dopo l´11 settembre, dà la misura di quanto capitale di simpatia, di credibilità e di autorità morale questa amministrazione americana abbia saputo dilapidare.
Le sue parole piovevano come gocce sul marmo e scivolavano via senza traccia. Un solo applauso di maniera, alla fine. Pochi secondi, quindici, quanti se ne concedono all´oratore della Finlandia o del Mali. Il mondo al quale Bush ha parlato battendo sul tasto del nuovo "grande conflitto ideologico" e sullo scontro con l´Iran, perchè questa America neo con vive ed esiste soltanto nella dinamica del conflitto permanente per far dimenticare i propri errori, è davvero cambiato. Ma non è cambiato come gli Stati Uniti avrebbero voluto. il "futuro luminoso" che egli vede per il Medio Oriente, usando una frusta espressione tristemente ideologica, non sembra affatto così luminoso, visto dal Medio Oriente e dalla guerra civile in Iraq Le frontiere della democrazia non sono avanzate affatto, arretrano, come nella Thailandia in pieno golpe militare, neppure in quel Libano straziato dalla minoranza violenta di Hezbollah; nuove forze dell´estremismo armato sono emerse per voto popolare dalla castrofe palestinese e l´Iran e gli ayatollah sciiti. Quando Bush afferma che "l´America vuole la pace" il silenzio dello scetticismo in aula si potrebbe tagliare con il coltello. Lo slogan della guerra preventiva per portare la pace, non commuove più molti. Nell´imperativo della "coerenza dell´incoerenza", Bush deve dunque riorientare le paure dei propri elettori e l´attenzione del mondo su quell´Iran che era passato di moda, nel momento del montage propagandistico contro Saddam. Come Osama bin Laden, che periodicamente viene seppellito ("non mi importa niente di lui" disse Bush quando gli sfuggì di mano) e riesumato quando i sondaggi cedono (infatti oggi, dopo l´ennesimo recupero del mostro, la popolarità di Bush è in recupero interno) così ora si riscopre quello che tutti i presidenti americani, da Carter a lui, sapevano, che il nodo del problema, la chiave del cosiddetto "scontro di civilità" non è mai stata a Bagdad, ma è sempre stata a Teheran. E contro gli Iraniani oggi, la Casa Bianca invoca quelle sanzioni che, per sua stessa ammissione, non avevano funzionato affatto in Iraq, o non ci sarebbe stata alcuna necessità di invaderlo e occuparlo.
Una richiesta specialmente indigesta per un´istituzione come l´Onu che già fu sottoposta all´umiliazione delle prove di fantasia portate da Colin Powell e che di cambiali a questo gruppo dirigente americano non è disposta a firmare più. Lo ha dimostrato, proprio pochi minuti prima che Bush apparisse davanti ai lastroni di marmo, Jacques Chirac quando ha rovesciato il carretto americano suggerendo di fare il contrario di quanto Bush e il suo mazziere all´Onu, l´ambasciatore provvisorio John Bolton, vorrebbero: prima chiedere la sospensione dei programma nucleari e poi, in caso negativo, far scattare le sanzioni. Il discorso di Bush non colpisce soltanto per la glaciale quasi offensiva accoglienza. Se lo si confronta con gli altri quattro pronunciati dallo stesso podio, nel 2002, 2003, 2004 e 2005, davanti all´assemblea generale d´autunno, colpisce la scomparsa di una parola pesante, "tortura" che fino al 2005 brillava nella litania degli orrori attribuiti ai dittatori e che ora, mentre la Casa Bianca tenta di strappare al Parlamento ameriano l´autorizzazione a quelle che pudicamemte vengono chiamate "tecniche coercitive di interrogatorio", è meglio non nominare.

Tornare oggi nel detestato grattacielo di vetro, quello che il rappresentante di Bush, Bolton, avrebbe voluto segare in due perchè inutile e fonte soltanto di sprechi, e usarlo come fosse un tassì dal quale salire e scendere secondo convenzienza, non è la premessa migliore per ottenere dalle 192 delegazioni qualcosa più di un applauso di maniera. E nel discorso di Bush sprofondato nella ostentata indifferenza delle 192 delegazioni, c´è il nodo irrisolto della illusione neo conservatrice: avere bisogno di quel mondo che si vorrebbe fare e disfare a proprio comodo e che non è più "willing", non è più disposto a fare la parte del cane agitato dalla coda americana.


  20 settembre 2006