prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di G.C. - 19 settembre 2006


Il manifesto del Partito Democratico
Romano Prodi su
l'Unità

Testo della lettera inviata dal presidente del Consiglio ai gruppi dirigenti e ai parlamentari di Ds e Margherita, e alle associazioni impegnate nella costruzione del partito democratico.

Care amiche, cari amici, con questa lettera desidero invitarvi a partecipare al Seminario sulla costruzione del Partito Democratico, che si terrà ad Orvieto il 6-7 ottobre prossimi. L'incontro è promosso da me quale Presidente dell'Ulivo, di intesa con i massimi dirigenti di Ds e Margherita, i soggetti che, insieme, hanno presentato le liste unitarie per la Camera dei Deputati alle scorse elezioni politiche. Questa iniziativa nasce da una discussione approfondita e risponde ad una esigenza posta da milioni e milioni di cittadini che ci hanno sostenuto e che ci sostengono.
Con il Seminario di Orvieto vogliamo realizzare un incontro fecondo e libero tra i rappresentanti di partiti, associazioni, movimenti e personalità interessati a trasformare l'Ulivo da alleanza elettorale a soggetto politico che unisca tutti i democratici. A questo Seminario, daranno un contributo fondamentale i professori Pietro Scoppola, Roberto Gualtieri e Salvatore Vassallo, che ringrazio fin d'ora per essersi assunti l'incarico gravoso ma decisivo di introdurre i lavori con relazioni impegnative e basilari.
Da più di dieci anni - cioè da quando ho deciso di partecipare attivamente alla vita politica - l'Ulivo è il centro ed è l'orizzonte del mio impegno.
In questi lunghi anni ci sono stati successi e battute d'arresto. Nei momenti belli e in quelli meno belli ho cercato sempre di tenere ferma la rotta, convinto che il nostro Paese avesse bisogno di una grande forza democratica e progressista e che questa forza dovesse nascere dall'incontro delle tradizioni riformiste che hanno accompagnato la crescita culturale, sociale e civile del nostro popolo e hanno sostenuto attivamente quel processo storico che ha condotto le masse degli umili e dei diseredati, uniti dall'impegno nel lavoro e dal desiderio di una vita migliore e di una società più giusta per sé e i propri figli, a diventare protagonisti della vita pubblica e, anche attraverso i partiti che hanno dato loro voce e rappresentanza, parte fondamentale e costitutiva della Repubblica e dello Stato democratico.
Oggi più che mai mi sento di ripetere quello che tante volte ho detto negli anni passati: non ci sono più ragioni perché le tradizioni riformiste dei socialisti, dei popolari e dei cattolici-democratici, dei liberaldemocratici e dei laico-repubblicani, divise dalla storia e dai contrasti ideologici del '900, continuino ad essere divise anche in un secolo nuovo, cominciato con qualche anticipo con la caduta del muro di Berlino. Le divisioni del passato non hanno dunque più ragione di esistere, ma è nel futuro che dobbiamo cercare le ragioni di una unità nuova e feconda. Queste ragioni oggi sono forti ed hanno il loro fondamento nella domanda di cambiamento del Paese che sale dalla nostra gente che si attende sia un orizzonte di crescita economica e sociale guidata da criteri di equità, di merito e di solidarietà che un quadro di stabilità di governo assicurato da un sistema politico bipolare trasparente e moderno.
Offrire una risposta a questa domande è ciò che ci ha guidato nella elaborazione del programma di governo e nella costruzione della coalizione di centrosinistra - l'Unione - che abbiamo candidato con successo a guidare il paese. Le elezioni le abbiamo vinte. E certo oggi l'impegno nel Governo è di importanza fondamentale perché la realizzazione del programma dell'Unione - di cui l'Ulivo è tanta parte - a cui gli italiani hanno dato fiducia è la condizione di successo di ogni ulteriore iniziativa politica. Ora, mentre il Paese è unito nell'assunzione di responsabilità internazionali per la pace e il governo è impegnato nella definizione di una legge finanziaria che rilanci crescita e sviluppo, potremmo essere portati a dimenticare quanto sia stata dura e difficile la battaglia contro la destra e a sottovalutare l'impegno necessario a consolidare la coesione della coalizione e a portare a compimento il progetto dell'Ulivo.
Non sono trascorsi ancora tre mesi dal referendum costituzionale che ha respinto la sciagurata riforma della Casa delle Libertà, chiudendo una stagione politica lunga e densa di appuntamenti elettorali vinti dal centrosinistra. E' ai successi della stagione appena conclusa che dobbiamo riallacciarci per dare sostanza e futuro al progetto del Partito Democratico. Il risultato delle elezioni politiche del 9-10 aprile ha premiato la proposta dell'Ulivo, che, insieme agli altri partiti dell'Unione, ha offerto al Paese un programma di governo affidabile, nel quale la maggioranza degli elettori ha riconosciuto le possibilità di rilancio dello sviluppo economico e sociale del paese in una cornice di giustizia ed equità per tutti i cittadini. Le successive elezioni amministrative hanno confermato la fiducia conquistata alle politiche, consolidando ed ampliando il radicamento dell'Ulivo e dei suoi rappresentanti nei comuni e nelle amministrazioni locali.
La destra è all'opposizione. L'Ulivo - unito da un comune programma agli altri partiti dell'Unione - è al Governo. Dare al paese il Governo di cui ha bisogno è prioritario ed è l'impegno che abbiamo assunto con tutti gli italiani. Eppure la responsabilità che oggi avvertiamo non si esaurisce nell'esercizio del governo, ma si estende anche all'impegno a condurre in porto quel processo politico che, dopo anni di sforzi ed esperimenti, ha portato, anche attraverso le Primarie del 16 ottobre 2005, alla decisione di proporre la lista unica dell'Ulivo alla Camera dei Deputati e, quindi, riconoscendo il successo di questa proposta e le speranze sottese in questo successo, alla costituzione dei Gruppi Parlamentari dell'Ulivo in entrambe le Camere.
Ho voluto brevemente ripercorrere le tappe del nostro cammino recente perché nulla di quanto abbiamo raggiunto era scontato, perché nulla di quanto abbiamo conseguito è assicurato per il futuro se non avremo la forza di proseguire sulla via delle riforme e dell'innovazione. È giunto il momento di formulare proposte ed assumere impegni per costituire quel grande soggetto democratico di cui l'Italia ha bisogno per dare stabilità al governo e per consolidare - anche attraverso gli opportuni aggiustamenti istituzionali e la modifica della legge elettorale - l'impianto bipolare del nostro sistema politico. L'Italia ha bisogno di un grande partito moderno che unisca tutti i democratici e che costituisca il baricentro politico e programmatico del campo riformatore e progressista.
Taluni, dinanzi alle difficoltà dell'impresa, avanzano dubbi, nutrono incertezze, temono la fretta e mettono in guardia dalla effettiva possibilità di una sintesi di tradizioni e valori distinti. Altri mettono in guardia dal rischio verticistico e burocratico, immaginando un partito che si costituisca per sommatoria di Democratici di Sinistra e di Margherita, a cui pure viene riconosciuto da tutti - al di là delle critiche - un ruolo fondamentale nella promozione del nuovo partito. Altri ancora immaginano la nascita del nuovo partito come una palingenesi che dovrà azzerare le organizzazioni esistenti e sostituirle con un nuovo ordine che nasce da un nuovo inizio senza passato.
In tutte le obiezioni che vengono mosse al progetto di Partito Democratico vi è qualcosa di vero. Ma noi dobbiamo tenere conto di tutti i dubbi e di tutte le obiezioni e non farci bloccare da nessuna di esse. Dobbiamo avere pazienza, ma dobbiamo anche procedere spediti. È quello che stiamo facendo - nell'Ulivo, nei Gruppi Parlamentari di Camera e Senato, nelle Regioni e nei Comuni - sforzandoci di immaginare la forma e il percorso da dare a un processo che trasformi l'alleanza elettorale dell'Ulivo in unità in un partito politico che sia nuovo e aperto. Sono persuaso che occorra innescare - e re-innescare - un processo che investa sul desiderio di discussione e sulla voglia di partecipazione della nostra gente, un processo che, per ampiezza e per profondità, si ispiri alla grande esperienza delle Primarie.

Il Partito Democratico non potrà nascere che dall'incontro tra la responsabilità dei gruppi dirigenti (che sarà anche verifica degli stessi) e la voglia di partecipazione, di quello che, per semplicità, chiamo popolo delle Primarie. Dobbiamo immaginare un percorso in cui le scelte e le decisioni dei partiti (nei loro organi decisionali, fino ai congressi) si incontrino e convergano con una platea di soggetti più ampia e meno, o diversamente, strutturata. Avendo presente tutto quanto detto, penso quindi che noi dobbiamo iniziare a definire il progetto del Partito Democratico, ragionando su tre questioni: le ragioni storiche e politiche del nuovo partito; il suo profilo ideale e programmatico; la sua forma organizzativa e il processo costituente.
Sono proprio questi i temi centrali del Seminario di Orvieto, che sarà una tappa fondamentale nella costruzione del Partito Democratico se offrirà l'occasione non solo per interrogarsi ma anche per dare forma e prospettiva alla discussione sulla carta fondativa del nuovo partito e sulla partecipazione larga e strutturata dei nostri sostenitori al processo costituente che, fino da ora, può darsi l'obiettivo del battesimo politico alle prossime elezioni europee. La complessità e le difficoltà di questo processo non devono spaventarci. Semmai devono spronarci. È in questo spirito che rinnovo l'invito a partecipare al nostro incontro di Orvieto, tappa di un viaggio lungo di cui ormai intravediamo il traguardo e che dobbiamo apprestarci a concludere.


Ruini: "Reazioni inqualificabili"
Marco Politi su
la Repubblica

ROMA - Senza se e senza ma, il cardinal Ruini si schiera a fianco di Benedetto XVI, respingendo qualsiasi critica e qualsiasi dubbio, nonostante il fatto che degli interrogativi sull´opportunità di certi passaggi del discorso di Regensburg (Ratisbona) siano emersi anche in ambienti cattolici. "Suscita sorpresa e dolore - ha dichiarato alla sessione autunnale del consiglio permanente della Cei - che alcune affermazioni siano state equivocate al punto da essere interpretate come un´offesa alla religione islamica e da condurre fino ad atti intimidatori ed inqualificabili minacce, forse addirittura a fornire il pretesto per l´abominevole assassinio di suor Leonella Sgorbati a Mogadiscio".
Il cardinale ha ribadito che il Papa si proponeva di favorire un "vero dialogo delle culture e delle religioni", dialogo di cui c´è assolutamente bisogno. Ruini colloca la "splendida lezione" di Regensburg (così la definisce) tra gli interventi fondamentali del pontificato accanto all´enciclica del Papa. In tal modo avvalora l´opinione di quanti, dentro e fuori il palazzo apostolico, sono convinti che Ratzinger aveva soppesato ogni riga del suo intervento. Nelle ultime ore è trapelata dalle mura vaticane la voce insistente che la Segreteria di Stato aveva invano attirato l´attenzione del pontefice sulla rischiosità dei brani anti- musulmani del suo discorso. Ma Benedetto XVI ha deciso di leggerlo così come l´aveva scritto.
Comunque, il presidente della Cei ha tenuto ad esprimere al Papa la "totale vicinanza e solidarietà" dei vescovi, invitando alla preghiera per il pontefice, la libertà religiosa, il dialogo e l´amicizia tra le religioni e i popoli. Con irritazione il porporato si è rivolto contro ogni voce dissenziente. "Deploriamo quelle interpretazioni, che non mancano anche nel nostro Paese - ha dichiarato seccamente - le quali attribuiscono al Santo Padre responsabilità che assolutamente non ha o errori che non ha commesso e tendono a colpire la sua persona e il suo ministero".
Che tutto non sia così semplice è dimostrato dall´iniziativa straordinaria dell´Osservatore Romano di pubblicare in prima pagina anche in arabo l´appello autocritico del Papa, pronunciato a Castelgandolfo. Non sono solo le frange estremiste o le schegge terroriste in Medio Oriente ad allarmare la Santa Sede. E´ l´insieme dei rapporti con l´establishment islamico, che è stato scosso da un discorso che ha dato l´impressione di schiacciare il complesso della tradizione islamica sull´ideologia della violenza, nonostante la citazione della sura del Corano sulla tolleranza.

A Bagdad il vescovo Shlemon Wardouni invita a dire "parole che riconciliano. In Occidente a volte non capiscono tanto la mentalità dei nostri fratelli musulmani". Il vescovo ammette con franchezza che "non soltanto in Iraq, ma anche in altre parti del mondo le parole del Papa di domenica non hanno soddisfatto pienamente". Monsignor Wardouni spera che il pontefice torni sull´argomento all´udienza generale di domani.
Sami Salem, nuovo imam della grande moschea di Roma, pur premettendo di essersi impegnato per calmare gli animi, lamenta che le parole di Ratzinger hanno "riportato indietro di molti anni" i rapporti islamo-cristiani. Forse per questo mons. Paglia, presidente della commissione ecumenismo della Cei, afferma che proprio il cortocircuito delle reazioni in corso dimostra la necessità di incrementare le iniziative di dialogo.



L'introvabile Islam moderato
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Se alcuni, nel mondo islamico, si dichiarano soddisfatti delle precisazioni del Papa sul suo discorso di Ratisbona, altri pretendono scuse, e molti altri continuano a mostrare i muscoli con manifestazioni di violenza e minacce di morte. Commentando la vicenda, Vittorio Messori, sul
Corriere di ieri, ha scritto cose condivisibili ma ha anche peccato di ottimismo. Messori ha ragione quando dice che la frase estrapolata dal discorso del Papa è stata solo un pretesto per incendiare le piazze islamiche. Come furono un pretesto le vignette su Maometto. In entrambi i casi l'estremismo islamico si è mobilitato per provare la propria capacità di egemonia sul mondo musulmano, mostrare quanto esso sia forte e, per converso, quanto debole e spaventato sia l'Occidente. All'epoca delle vignette l'Europa ha subito la più clamorosa aggressione alla libertà d'espressione dal tempo dei totalitarismi trionfanti e, in sostanza, la vicenda si è conclusa con la vittoria dell'aggressore. L'Europa ha tacitamente accettato che la libertà di satira, d'ora in poi, valga per tutto tranne che per l'islam, di fronte al quale, pare, l'autocensura è doverosa.
Ora ci riprovano con un obiettivo più ambizioso: colpire il cuore religioso dell'Occidente, costringerci ad accettare che neppure il Papa sia più libero di riflettere ad alta voce sulla specificità del cristianesimo o su ciò che lo differenzia dall'islam.
Dove Messori pecca forse di ottimismo è nel credere che non si ripeterà fra gli europei, credenti compresi, quanto accadde a suo tempo col marxismo. Se l'Europa flirtò con quel giudeo-cristianesimo secolarizzato che era il marxismo, non potrà farlo, pensa Messori, col fondamentalismo islamico. Per la sua incompatibilità con il pensiero "politicamente corretto" da noi egemone. Temo si sbagli. Non solo perché ci sono diversi europei che già flirtano con l'estremismo islamico, consapevoli di condividere con esso i nemici principali, Stati Uniti e Israele. Niente predispone alla solidarietà più della condivisione del nemico. Ma soprattutto perché l'Europa ha paura, è spaventata a morte, e la paura spinge più di qualunque altro sentimento a blandire il prepotente, a dargli ragione per tenerlo buono. Oriana Fallaci parlava di Eurabia. Basta guardare a tante reazioni occidentali al discorso del Papa per capire che Eurabia, forse, è già tra noi.

Guardandosi intorno, sembra condivisibile il pessimismo di Bernard Lewis che prevede un'Europa sconfitta e sottomessa.
C'è un rapporto fra la paura europea e la capacità di egemonia che l'islam politico, l'islam che usa la religione per fini politici, sa esercitare, nei momenti di crisi, sul mondo musulmano. Una egemonia così forte da rendere flebili, quasi inesistenti, le voci musulmane ragionevoli. Le implicazioni politiche sono tante e gli statisti sono tenuti a saperlo. Il premier italiano Romano Prodi, per esempio, ha annunciato che incontrerà a New York il presidente iraniano Ahmadinejad, in ragione del ruolo che l'Iran svolge in Medio Oriente. È lecito invitarlo alla prudenza nei rapporti con un regime che vuole distruggere Israele e che è in prima linea (con Al Qaeda) nell'aizzare le masse islamiche contro il Papa?


Prodi: "Via l´embargo sulle armi con la Cina"
Marco Marozzi su
la Repubblica

PECHINO - Quattro ministri, con la targhetta del nome davanti. Lui in mezzo, senza indicazioni. A raccontare quella che è "una vera e propria svolta, politica ed economica". Romano Prodi saluta così la fine della sua lunga missione in Cina. Cinque città in cinque giorni. Ritmi forsennati. "Per rilanciare l´immagine del nostro paese in una delle aree in cui si gioca il futuro".
Prima di partirsene per New York, per l´assemblea plenaria dell´Onu, il presidente del Consiglio schiera quattro ministri - Emma Bonino, Rosi Bindi, Fabio Mussi, Antonio Di Pietro - ad elencare quel che si è raggiunto su commercio, adozioni, università, infrastrutture. Accordi, scambi di studenti con campus comuni, libertà di commerci e persone. Finale italiano dopo il gran finale cinese. Conferenza stampa congiunta del premier italiano e del primo ministro Wen Jiabao che lo accoglie nel Grande Palazzo del Popolo con mille onori. "Alleanza strategica, dicono i due leader, su economia, cultura, sanità, ambiente. I temi che la missione italiana ha toccato nel suo tour fra politica ed affari, incrociandosi con manifestazioni di imprenditori italiani, di banchieri, di aziende, Fiat in testa.
E lì Prodi con Wen Jiabao lancia due argomenti a cui i cinesi, per motivi in realtà opposti, sono molto attenti. L´embargo di armi a cui il paese è sottoposto dal 1989 in risposta alla sanguinaria repressione degli studenti in quella piazza Tienanmen su cui si affaccia il palazzo dell´incontro. I diritti umani in un paese che in realtà sembra solo attento a coniugare residui comunisti e straordinario sviluppo capitalista.
"Anche l´Italia sostiene la rimozione dell´embargo sulle armi alla Cina. - dice Prodi accanto a Wen Jiabao - Dovremmo risolvere la questione il più velocemente possibile perché non si può aspettare". In Italia, quando arriva la notizia, a destra - ma qualcuno pure a sinistra - si scandalizza. Prodi però da subito a Pechino - in una vista segnata dalla volontà di rottura con la "non presenza" di Berlusconi - fa notare che sulla fine dell´embargo non vi sono in realtà "novità" rispetto ai governi precedenti. Ma un rilancio. "Pensiamo che sia una problema che riguarda più il passato che il futuro. Il commercio delle armi è fruttuoso per molti paesi che pur lo negano. Con la revoca dell´embargo non cambierebbe la situazione attuale, la Cina è autosufficiente. Ma ritiene il blocco una discriminazione". Messaggio quindi tutto politico, quello di Prodi.
Come quello che riceve da Wen Jiabao sui diritti umani. "Siamo d´accordo a rafforzare il dialogo su questioni internazionali e sul problema dei diritti umani" dice il premier cinese, mescolando tutto. Prodi spiega: " Abbiano avviato un dialogo strutturato in materia. Il problema è di importanza enorme, come lo è che si discuta fra amici. Abbiamo avuto forti assicurazioni. Certo, le discussioni sono lunghe. Ma da qualche anno si può discutere sempre più apertamente e profondamente". Ed Emma Bonino, da sempre impegnata sull´argomento: "C´è un minimo dibattito ora anche in Cina su una moratoria sulla pena di morte. Almeno per reati non di sangue".

Porte si sono aperte, in una Cina su cui puntano tutti. Hu Jintao, presidente della Repubblica cinese, adesso verrà in Italia. Ha accettato l´invito di Giorgio Napolitano. "Ho sentito il capo dello Stato contento delle conclusioni positive di questo invito" racconta Prodi.


Tortura di Stato
Luigi Bonanate su
l'Unità

Il presidente Bush ha chiesto nei giorni scorsi al Congresso americano di sostenere la sua intenzione di consentire la tortura di sospetti terroristi. Ma quando uno Stato democratico ricorre pubblicamente alla tortura, quale che ne sia la ragione, esso cessa di essere tale. Non esiste alcuna giustificazione, né morale né giuridica né politica, per azioni che siano rivolte a "ottenere informazioni o confessioni", intimidire o fare pressioni, infliggendo "dolore o sofferenze acute, fisiche o mentali".
A chi? A persone nei confronti delle quali non è stata, tra l'altro, neppure ancora formulata una sentenza (di quale tipo che sia). Non soltanto questo è ciò che ci ricorda la Convenzione Onu contro la tortura approvata (anche dagli Stati Uniti) nel 1984, ma è anche ciò che tutti noi abbiamo da sempre considerato il giudizio su una forma di lotta ripugnante e indegna di qualsiasi paese civile. Tant'è vero che tra le accuse più infamanti che per decenni sono state rivolte all'Unione Sovietica c'era proprio questa, che la tortura vi venisse largamente praticata.
Ma non ci sono talvolta casi o circostanze estreme che giustifichino comportamenti in sé rifiutati da chiunque ma che, se sapientemente dosati, possono evitare mali peggiori? In termini morali tale scappatoia è inaccettabile per il semplice fatto che non si può commettere un male dicendo che se ne evita un altro: la somma totale dei mali, per così dire, rimane inalterata. Ma ancora più sovente la tortura viene applicata senza che la condizione di pericolo estremo si presenti: così successe ad Abu Ghraib, dove purtroppo la tortura si è rivelata troppo sovente addirittura un piacere per il torturatore, tant'è vero che prevalentemente la sua giustificazione è stata cercata in una sorta di dimensione ludica, di eccesso sconsiderato, ma ingenuo, tipico di persone immature o nel peggiore dei casi destituite di senso morale.
Accetteremo allora che un governo possa tollerare, e addirittura ordinare comportamenti del genere? L'idea che lo stato più potente del mondo, che spende la metà del bilancio militare mondiale, che possiede arsenali di tutti i tipi di armi di distruzione di massa, che potrebbe in pochi secondi annientare il mondo intero, e che lo ha coperto di basi di ascolto planetario, abbia bisogno per di più di ordinare ad alcuni suoi funzionari di torturare dei prigionieri (né condannati né rei confessi) per ottenerne rivelazioni utili alla sicurezza degli Stati Uniti è assolutamente inaccettabile, specialmente dopo che avevano fatto ricorso nei mesi scorsi alle più irrituali e scorrette pratiche investigative che si siano mai viste al mondo. La Cia ne ha fatte, come si dice, di tutti i colori, e siccome non sono bastate, adesso il Presidente degli Stati Uniti ci viene a dire che è necessario autorizzare il ricorso alla tortura durante gli interrogatori di sospetti terroristi. Chi sarà il mai il funzionario che accetterà un ordine tale?
Insomma, non sono servite le armi né in Afghanistan né in Iraq, non è bastato lo spionaggio con le prigioni segrete e volanti. Siamo sicuri ora che basterà la tortura? Forse, Bush spera così di vincere le elezioni di metà termine e rilanciare il suo partito verso le presidenziali (magari a favore della Rice, o di suo fratello?). Vuol far vedere che egli è al di sopra della legge, perché può addirittura ordinare pubblicamente che venga violata a dispetto della comune e concorde opinione giuridica mondiale? Quale credibilità morale può ricevere un paese nel quale degli statisti siano disposti a calpestare le più elementari regole dello stato di diritto pur di conservare il potere? Non credo proprio che l'argomento della sicurezza possa far saltare i nostri freni morali: basterebbe osservare che neppure di fronte alle confessioni estorte sotto tortura a un presunto terrorista potremmo sentirci del tutto al sicuro, perché poi dovremmo ottenere la conferma delle sue confessioni anche da un altro, e poi da un altro ancora, e così via...
Quando la lotta politica, a quale livello che sia, ricorre alla violenza gratuita, all'abuso di potere e si trasforma in prepotenza contro chi non può difendersi né reagire, ma solo parlare, magari dicendo anche ciò che non sa, o tradire i suoi parenti o amici, ebbene, quando si arriva a questo punto, la società è sfinita e i suoi governanti dovrebbero preoccuparsi. Ci aspettiamo un sussulto di moralità dal popolo statunitense.



L'arpa birmana e i nostri combattenti nel dimenticatoio
Gelminello Alvi sul
Corriere della Sera

Non può dirsi che il povero Prodi abbia nell'intrigo dei suoi molta grazia e il caso Telecom lo scredita, e indebolisce il suo governo. Dove ben pochi hanno esibito peraltro gran mestiere, tra reiterate imprudenze fiscali, migratorie, contabili, libanesi, e adesso persino borsistiche. Perciò non infierirei. Sarebbe sleale seguitare a deridere chi si è messo nei guai, ha già perso, e per giunta non se n'è accorto. Anzi, educato, in questo momento di disgrazia mi sentirei in dovere di dirne quasi bene. E d'ammettere quindi che solo la settimana scorsa Prodi m'era piaciuto, e moltissimo. Quando alla Mostra di Venezia, a chi gli aveva chiesto quale era il film del suo cuore, aveva risposto: "L'Arpa Birmana". Film del '56, dai più obliato, di un regista giapponese che certamente non aveva il mestiere di Kurosawa. Eppure non credo si possa ricordare la storia del soldato scelto Mizushima, senza risentirne la grandezza e una pietà profonda e universale. La canzone che egli suona muove a una nobile commozione per chi non ritornò dalla guerra, e onora Prodi che la ha ricordata.
Mizushima nel film si salva dalla morte, e persino sopravvive all'annientamento di una altra guarnigione che inutilmente ha cercato di persuadere alla resa. Ma non si ricongiunge agli altri del suo reggimento prigionieri in Birmania. Si rasa e ruba le vesti a un bonzo nella fuga, ma lo spettacolo dei cadaveri dei soldati giapponesi insepolti a migliaia lo muta per sempre. L'esperimento del dolore e della morte gli impedirà il ritorno. Eviterà i suoi compagni, e dedicherà la sua vita a ricomporre i poveri corpi e seppellirli. Il gesto che non può neppure dire, e di cui appunto affida la spiegazione a una lettera, è ritmato dalla solenne lentezza e dalla maestosa bellezza della musica di Akira Ifukube. Fluire di compassione universale per cui non si danno amici o nemici, torti o ragioni, ma solo pietà immensa e rivolta al cielo. E il film è tutto nel silenzio necessitato da un sacrificio, che non riguarda le ideologie e le favole della storia, ma un destino, che fu anche quello di milioni di italiani.
Quanti sono infatti gli ottantenni in Italia la cui giovinezza si perse nell'esperimento della sconfitta e della morte? Sono tanti, e ancora li incontriamo nei treni, nelle feste parentali o sulle panchine. O quando si ricevono le lettere che scrivono ai giornali, per aver riconosciuto magari nel tuo nome quello di un commilitone morto. E ti chiedono se è vero, e tu rispondi di sì, e quando l'altro ricorda, anche se non eri nato, ti commuovi. Perché capisci che immenso evento terribile s'è vissuto in quella generazione che pure ha avuto la forza di ricominciare, e col suo lavoro ci ha dato il benessere. Eppure, come la sconfitta, essa è stata dimenticata a memoria.

Invece l'oblio ufficiale per l'esperimento della morte di milioni di sconfitti, che questo furono gli italiani nell'ultima guerra. E nessuna arpa birmana che davvero li ricordi. Per questi vecchi; ecco perché mi è piaciuto che Prodi abbia rammentato il film. E me ne sono sorpreso, giacché scrivo sui giornali da dodici anni e non avevo mai scritto su di lui neppure una riga gentile. Tuttavia con malignità potrebbe dedursene pure che, se mi ritrovo a farne l'elogio io, significa che è proprio messo male.


Palermo, pagati per contare i tombini
Attilio Bolzoni su
la Repubblica

PALERMO - C'è anche chi viene pagato per contare, ogni giorno, i tombini di una città. E c'è chi prende lo stipendio per controllare, ogni giorno, quanti sono quei loro colleghi che contano i tombini. Tutti hanno la qualifica di ispettori ambientali. Sono una settantina solo a Palermo e guadagnano 800 euro al mese. Prima erano precari, adesso hanno un lavoro fisso. Come quei 397 assunti senza concorso nelle aziende comunali. I loro nomi sono stati tenuti segreti per un po'.

Gli interessati e i loro sponsor si erano appellati alla tutela della privacy, il presidente per la protezione dei dati personali però ha preferito renderli pubblici per la legge sulla trasparenza. Non è stata una gran sorpresa: sono tutti parenti di uomini politici.

Nella Sicilia degli sprechi e degli imbrogli, degli accordi sottobanco, della Regione idrovora con i suoi stellari costi sanitari e i suoi debiti miliardari, si continuano a buttare soldi e a moltiplicare poltrone e compensi e consulenze. È sempre festa a Palermo. Si cancellano 1700 posti letto negli ospedali pubblici, si chiudono guardie mediche, ma quando c'è da assumere figli e mogli e cognati non si bada a spese. L'ha fatto anche il neo presidente dell'Assemblea regionale Gianfranco Micciché. Nello stesso giorno in cui annunciava tagli a Palazzo dei Normanni - venerdì 15 settembre - ha chiesto anche due autisti in più: voleva uomini di fiducia per i suoi spostamenti nell'isola per i prossimi quattro anni. E siccome le auto blu della Regione le possono guidare solo i dipendenti, il presidente del parlamento siciliano prima o poi sarà accontentato.

Con 15mila e 500 dipendenti e quasi 100mila stipendi pagati ogni mesi, la bancarotta della Regione non ci sarà certo per i due prossimi fortunati autisti.
È un circolo vizioso. Denaro investito per sperperare denaro. È il caso di quei settanta lavoratori di "Palermo Ambiente", azienda costituita tra la Provincia e i comuni di Palermo e Ustica per la gestione integrata dei rifiuti. Formati in un corso finanziato in parte dalla Comunità europea, per sette anni sono stati precari e poi - nove mesi fa - l'assunzione a tempo indeterminato. Una cinquantina di loro ogni mattina esce dall'ufficio, sale in auto e va verso un quartiere. Lì cominciano a contare i tombini e le feritoie sui marciapiedi, quelle per il deflusso delle acque piovane. Poi tornano in ufficio con un foglio zeppo di numeri: la lista dei tombini di Palermo.

A volte ricevono l'ordine di fotografarli, uno per uno, rione per rione. Fino a qualche mese fa gli ispettori ambientali andavano in giro per le vie della città a intervistare i palermitani. Dovevano fare solo una domanda, sempre la stessa: "Palermo è sporca o pulita?".

Molto tracciate invece le scelte di quelle che una volta erano chiamate le "municipalizzate", oggi società a partecipazione pubblica come l'Amg (azienda del gas), l'Amia (ambiente), l'Amat (trasporti), l'Amap (acquedotti) la Sispi (servizi informatici) e la Gesip (gestione dei lavoratori precari). Queste aziende hanno fatto 397 assunzioni negli ultimi tre anni, tutte per chiamata diretta. Lo scandalo (non c'è nulla di penalmente rilevante se non per quegli 11 reclutati senza titoli), era esploso una prima volta nell'agosto dell'anno scorso. In un'interrogazione al sindaco Diego Cammarata, il consigliere dei ds Diego Faraone voleva conoscere l'elenco dei lavoratori ingaggiati senza concorso. Dalle società era arrivato un secco rifiuto: "Per ragioni di privacy noi quei nomi non ve li diamo". E spiegava il vice sindaco Giampiero Cannella: "Io li renderei pubblici, ma si rischia la gogna mediatica, un clima da Unione Sovietica, mi sembra una violenza ingiusta verso chi era disoccupato e ora ha finalmente un posto di lavoro".

Dopo un anno di polemiche qualcuno aveva chiesto anche al difensore civico Antonino Tito un suo intervento, l'avvocato Tito però si è defilato: "Non ho il potere di fare questa richiesta". Si è scoperto poi che il figlio e la figlia del difensore civico erano anche loro in quell'elenco dei 397 assunti, il primo preso alla Sispi e la seconda alla Gesip. Il commento dell'avvocato a liste note: "È tutto regolare, i ragazzi hanno un lunghissimo curriculum".

Tutto regolare, tutto secondo legge. E per tutti assunzione assicurata da parente. Proprio per tutti. Qualche giorno fa il Garante della privacy si è pronunciato: "In nome della trasparenza, divulgate gli elenchi". E così ora i nomi della lista stanno per uscire, uno dopo l'altro. Non ce n'è uno solo che non sia parente di qualcuno. Tantissimi sono anche i personaggi minori della politica cittadina che si sono autosistemati, che hanno fatto in modo di essere assunti loro stessi nelle aziende finanziate per intero o per quote maggioritarie dal Comune di Palermo.

Ogni ex municipalizzata è un feudo. Per esempio all'azienda del gas ha trovato posto Cinzia Ficarra, moglie di Alberto Campagna, assessore comunale con la delega alle "risorse umane" e alle "risorse non contrattualizzate", cioè i precari che attendono un lavoro stabile. Gli altri favoriti dalla sorte all'Amg: Antonino D'Arrigo, figlio del consigliere comunale dell'Mpa Leonardo D'arrigo; Eva Benzi, che è la nuora del direttore dell'azienda; Stefano Mileci e Michele Avvinti, tutti e due candidati trombati alle ultime elezioni provinciali, il primo di Forza Italia e il secondo di An.

All'Amap è stato assunto Giovanni Puleri, genero dell'assessore regionale al Bilancio Guido Lo Porto di An. All'Amia sono entrati in organico Giuseppe Milazzo, presidente forzista della VI circoscrizione e il compagno di partito Giuseppe Federico, consigliere della II circoscrizione. E poi anche Debora Civello, cognata di Francesco Scoma, il primo degli eletti di Berlusconi alla Regione.

La Sispi ha un marchio molto Udc.



Federcalcio, la svolta
Giuseppe Toti sul
Corriere della Sera

ROMA — È il ritorno al caos. Le dimissioni di Guido Rossi da commissario straordinario della Federcalcio e di tre dei suoi quattro vice — il professor Vito Gamberale, l'avvocato Paolo Nicoletti e l'ex calciatore Demetrio Albertini — poco prima della mezzanotte di ieri, trascinano di nuovo il calcio verso una voragine senza fondo. La scelta del professore era nell'aria, resa "inevitabile" — secondo i suoi detrattori — dall'incompatibilità con il nuovo incarico di presidente della Telecom Italia, propostogli e accettato venerdì scorso. Incompatibilità subito sancita dall'ambiente sportivo e, soprattutto, dal mondo politico. Anche da quelle forze di governo che spinsero il Coni — il 16 maggio — ad affidarsi al prestigio e all'esperienza di Rossi nella fase più tormentata. Quando il calcio era nel pieno dello scandalo delle intercettazioni, la Federcalcio travolta dal fango e Franco Carraro aveva da pochi giorni rassegnato le dimissioni.
Ma il gesto dei tre vicecommissari, al contrario, ha spiazzato tutti. Coni in testa, che ora si vede costretto a ripartire da zero, sbalordito soprattutto dal passo indietro compiuto da Albertini, vicecommissario scelto e nominato proprio dal Foro Italico e il cui compito era sempre stato rigorosamente limitato all'ambito calcistico.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso — già colmo, per la verità — è stato un lancio dell'agenzia Ansa, che alle 22.17 di ieri ha battuto una notizia con la quale annunciava che il Coni considerava chiusa l'opera commissariale di Rossi. A quel punto, il giurista milanese e i tre collaboratori decidevano di rompere gli indugi e di mandare tutto a monte senza aspettare la riunione di oggi della Giunta esecutiva del Coni. Davanti alla quale, in uno dei saloni del Foro Italico, Rossi dovrebbe illustrare (ma lo farà, alla luce di quanto è accaduto?) il dossier preparato accuratamente per l'occasione. Nel comunicato in cui annunciavano le dimissioni, Rossi e i tre vicecommissari chiarivano che "dopo avere indicato le condizioni per consegnare la riforma strutturale del calcio, dopo aver avuto diversi colloqui con le istituzioni, il commissario e i suoi vice, collegialmente e individualmente, constatano che non esistono le condizioni per poter continuare l'opera di risanamento intrapresa".
Fino all'ultimo Rossi ha cercato un punto d'intesa col presidente del Coni Gianni Petrucci. Fino a ieri sera, nell'incontro di una quarantina di minuti al Foro Italico. Ma quel colloquio non ha fatto altro che confermare l'impossibilità di raggiungere un accordo. Il professore ha chiesto al capo dello sport un mese e mezzo per portare a compimento la riscrittura delle regole, senza più bisogno della proroga al mandato, che sarebbe scaduto il 30 novembre.
Il Coni non ha inteso ragioni: per Petrucci — spalleggiato dal ministro dello Sport Giovanna Melandri — continuare con Rossi non era più una strada praticabile. Il presidente ha ribadito al commissario l'appoggio totale al progetto di riforma — in stato avanzato — e l'auspicio che il suo staff potesse concludere l'opera in tempi relativamente brevi. In sostanza, il messaggio a Rossi era stato questo: lei si dimette, noi nominiamo Gamberale e la sua riforma potrà arrivare in porto senza problemi. I problemi, invece, sono riesplosi tutti insieme e tutti nella loro gravità. Il calcio riparte da zero e la fine riappare lontanissima.


  19 settembre 2006