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a cura di G.C. - 18 settembre 2006


Il meglio del pensiero greco è “parte integrante della fede cristiana”
Il testo integrale della lezione tenuta dal papa nel pomeriggio di martedì 12 settembre 2006 nell'aula magna dell'Università di Ratisbona
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www.chiesa

FEDE, RAGIONE E UNIVERSITÀ. RICORDI E RIFLESSIONI
di Benedetto XVI

È per me un momento emozionante stare ancora una volta sulla cattedra dell'università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l'Istituto superiore di Frisinga, iniziai la mia attività di insegnante accademico all'università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c'era un cosiddetto “dies academicus”, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell'intera università, rendendo così possibile una vera esperienza di universitas: il fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. L'università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del “tutto” della “universitas scientiarum”, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insieme dell'università, era una convinzione indiscussa.

Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi probabilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non le risposte dell'erudito persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le "tre Leggi": Antico Testamento, Nuovo Testamento, Corano. Vorrei toccare in questa lezione solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura del dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.

Nel settimo colloquio-controversia edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihad (guerra santa). Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia... Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…".


Continua


Lo strappo di Ratzinger
Marco Politi su
la Repubblica

La débacle in cui è precipitata la Santa Sede dopo Regensburg, una vera e propria Waterloo che ha costretto il pontefice a scusarsi personalmente e pubblicamente, è molto più che un incidente di comunicazione. L´infelice citazione anti-Maometto, seguita dalle violenti reazioni del mondo islamico e dall´amara indignazione dei musulmani moderati europei, ha portato violentemente alla luce lo strappo compiuto da Ratzinger nei confronti della strategia condotta per oltre due decenni con successo da Giovanni Paolo II.
Papa Wojtyla era tutt´altro che un buonista. Era perfettamente consapevole sia degli elementi di violenza presenti nella tradizione islamica sia delle pulsioni aggressive e intolleranti.
Pulsioni che contraddistinguono alcune parti del Corano e delle sue interpretazioni e che sempre hanno convissuto con il comandamento della tolleranza e del rispetto per i fedeli dei grandi monoteismi ebraico e cristiano.
Wojtyla non si nascondeva nulla e meno che mai la pericolosità del rinascente fondamentalismo, che con l´avvento di Khomeini ha caratterizzato proprio l´inizio del suo pontificato. Lo sanno i suoi intimi, lo sanno le personalità che hanno potuto affrontare con lui l´argomento.
Mistico di animo, ma anche filosofo della storia e leader religioso-politico, Giovanni Paolo II ha però costruito su questa analisi spassionata della realtà una strategia di sistematico dialogo e coinvolgimento delle élite islamiche di tutto il mondo. Da Casablanca al Cairo, dal Sudan alla Siria, a qualsiasi angolo in cui fosse presente una rappresentanza musulmana significativa Giovanni Paolo II ha predicato la fede comune nell´unico Dio dei figli di Abramo, la loro preghiera comune – il suo sogno era di realizzarla anche sul Monte Sinai – e il comune impegno di ebrei, cristiani e musulmani a favore della pace e della giustizia. Non era retorica. Era la volontà di mettere insieme nel segno della fratellanza spirituale una piattaforma condivisa da cui partire per ripudiare la violenza religiosa, il terrorismo religiosamente motivato e qualsiasi manipolazione del nome di Dio per giustificare di progetti sanguinari.
Con questa impostazione Giovanni Paolo II ha creato una rete di contatti e di rapporti di estrema importanza in un´epoca in cui la "questione Islam" è esplosa a livello planetario. Il Papa di Roma è diventato nel mondo musulmano un leader spirituale rispettato e ascoltato, comunque mai identificato dalle élite religiose e politiche come un "nemico occidentale".
Tutto questo si è tragicamente spezzato con i fatti di Regensburg (e vedremo se Ratzinger e il suo Segretario di Stato riusciranno a rimontare la china), ma le origini risalgono all´inizio dell´attuale pontificato. Già nella messa inaugurale Benedetto XVI ha cancellato il riferimento ai rapporti fraterni con il monoteismo islamico. Di colpo quel triangolo costruito da Giovanni Paolo II ha perso un pezzo, restando solo il rapporto speciale tra ebraismo e cristianesimo. Poi Benedetto XVI ha archiviato il ruolo autonomo del Consiglio per il dialogo interreligioso, guidato da un esperto islamista di prima qualità come mons. Michael Fitzgerald, mandato in esilio diplomatico al Cairo. L´apice di questo progressivo declassamento si è raggiunto con il ventennale della grande preghiera interreligiosa di Assisi, che papa Wojtyla convocò nel 1986. Quando l´anno scorso i responsabili della Comunità di Sant´Egidio hanno chiesto a Ratzinger come intendesse commemorare l´evento, si sono sentiti rispondere garbatamente che non c´era particolare motivo per celebrare un ventennale. Alla fine la commemorazione si è fatta – ristretta in due giorni – e si è gridato al miracolo per un messaggio di incoraggiamento del pontefice, che gli stessi organizzatori fino alla vigilia non erano sicuri potesse arrivare.

Il fatto che Benedetto XVI in varie occasioni abbia poi ribadito la volontà di perseguire il dialogo con l´Islam, non cambia il mutamento qualitativo operato nel suo approccio. Invece di partire dal Dio comune, Joseph Ratzinger è tormentato dalle preoccupazioni che nascono dai messaggi di violenza intessuti nel Corano, è dubbioso sulle reali capacità della religiosità islamica di misurarsi con il problema della laicità, è assillato dagli interrogativi riguardanti una fede che per lungo tempo ha ridotto gli spazi di una interpretazione flessibile del testo sacro e che oggi in molte parti del mondo è sottoposta ad una deriva fondamentalista di cui fanno parte come propaggine estrema le schegge impazzite terroriste.
Ragionamenti giusti, interrogativi fondati che il pontefice ha cercato di sciogliere disegnando all´ateneo di Regensburg l´immagine di una fede che si coniuga alla razionalità e che per ciò stesso deve essere aliena dalla violenza. Ma il mondo non è un´aula universitaria e i mutamenti in altre società religiose non avvengono ex cathedra come Benedetto XVI consciamente o inconsciamente sembra portato a credere.
In Vaticano una strategia verso l´Islam ora è tutta da ricostruire.


Se un Papa sbaglia
Siegmund Ginzberg su
l'Unità

Anche i papi sbagliano. Ma non era mai successo che un Papa riconoscesse un proprio errore (non un errore passato della Chiesa o di un suo predecessore). Quale "errore"?
Non un errore di dottrina, ma l'aver detto qualcosa che poteva essere frainteso, "ritenuto offensivo per la sensibilità dei credenti musulmani". Insomma un errore politico. La "sensibilità" è un fattore politico, non religioso, non teologico. Bisogna dare atto a Benedetto XVI di aver riconosciuto, con la sua "autocritica" senza precedenti, che il mondo del dopo 11 settembre è un'immane, micidiale polveriera, estremamente instabile, dagli equilibri enormemente complessi ed aleatori.
Una polveriera in cui anche i ragionamenti, anche le parole possono essere utilizzate come detonatori da chi lavora per farla esplodere. "In questo momento desidero solo aggiungere che sono vivamente rammaricato per le reazioni suscitate da un breve passo del mio discorso all'Università di Regensburg ritenuto offensivo per la sensibilità dei musulmani, mentre si trattava di una citazione di un testo medioevale, che non esprime in alcun modo il mio pensiero personale", le parole con cui il papa ieri all'Angelus ha auspicato di "placare gli animi" e "chiarire il vero significato del mio discorso, il quale nella totalità era ed è un invito a un dialogo franco e sincero, con grande rispetto reciproco".
L'"autocritica" coglie l'essenziale: il fatto che ci sono solo due direzioni in cui si possono muovere le cose: verso l'inasprirsi di un "conflitto di civiltà" o, all'opposto, verso una composizione di tensioni stratificate e cristallizzate. Papa Ratzinger "in questo momento" tiene a chiarire soprattutto una cosa: che lui è per la seconda strada, e che, se quello che ha detto poteva essere frainteso, interpretato nel senso opposto, fornire scuse a chi cerca di spingere in senso opposto, se ne rammarica. C'era stato chi lo aveva invitato a "non cedere", "non ritrattare". Mandare al diavolo chi non ha capito o non vuole capire la denuncia della violenza, delle guerre sante (di tutte le guerre sante, anche quelle in difesa dei valori della cristianità e dell'Occidente, anche quelle per portare democrazia, modernità e libertà). Si potrebbe obiettare, con fondamento, che non aveva niente di cui scusarsi, che i fomentatori di odio avrebbero potuto benissimo servirsi di qualsiasi altra scusa e pretesto, come hanno fatto ripetutamente (si pensi alla vicenda delle "vignette"), che le reazioni sono spropositate e a giustificarle non basta il fatto che molti governanti islamici debbano barcamenarsi coi propri estremisti, che sarebbe stato meglio sentire anche dal mondo islamico moderato una denuncia altrettanto forte della violenza e dei miti della jihad.

Il passo "incriminato", considerato poco rispettoso verso l'islam e il suo profeta, era quello messo in bocca ad uno degli ultimi imperatori di Bisanzio ormai accerchiata dai turchi, Emanuele II Palelogo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". Serve ad introdurre un'affermazione ben più decisiva del contesto. E cioè che "Dio non si compiace del sangue", e che "agire contro ragione è contrario alla natura di Dio". Il dialogo dell'imperatore con un saggio persiano rientra in secoli di polemiche religiose bizantine, piene di affermazioni ben più aggressive e offensive, all'inizio contro le "eresie" in genere, poi contro gli ebrei, e infine contro i maomettani. Anzi, rispetto a quelle, secondo molti studiosi, rappresenta una svolta, introduce l'elemento del dialogo "alla pari", che poi sarebbe sfociato in innumerevoli "dialoghi" tra un cristiano, un ebreo e un musulmano, fino al capolavoro dell'illuminista Lessing, Nathan il saggio. Certo è del tutto legittimo citare un testo antico per sostenere un concetto di oggi. Ma dubbi sull'opportunità della citazione sono venuti anche da esponenti cattolici. "Avrei sperato che il pontefice dicesse qualche parola per distinguersi", la reazione di Khoury, il dotto professore di Munster che ha raccolto gli scritti del polemisti bizantini citati nella lezione del papa. E troviamo convincente l'obiezione del cardinale Renato Martino, per cui "la storia non si può interpretare coi criteri che abbiamo oggi. In passato ci sono stati altri criteri, altre maniere di giudicare le cose. Adesso dobbiamo aiutare l'avvenire, che non si costruisce se non con il dialogo". Le "sensibilità" sono accentuate anche dal fatto che Ratzinger, ancora cardinale e non ancora papa, non aveva a suo tempo esitato a dire la sua, controcorrente, su temi squisitamente politici come la prospettiva di accettare nell'Europa unita un paese islamico come la Turchia. "La Turchia ha sempre rappresentato nel corso della storia un altro continente, in permanente contrasto con l'Europa. Ci sono state le guerre con l'Impero bizantino, pensi anche alla caduta di Constantinopoli, alle guerre balcaniche e alla minaccia per Vienna e l'Austria...", aveva detto in una sua intervista di un paio d'anni fa a le Figaro. Se da Istanbul e da Ankara hanno reagito male, è certamente anche per questo.
Poteva un papa dire di più per "non essere capito male"? C'è chi ha notato che potrebbe, taglierebbe la testa al toro, se solo facesse esplicitamente proprie le affermazioni del Concilio Vaticano II sull'argomento, volute dal un suo predecessore che a Istanbul era stato a lungo nunzio: "La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini... La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l'unico Dio (...). Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà".


Lega: mesto decennale sotto il diluvio
Alberto Statera su
la Repubblica

Venezia. Quando finalmente cessa l´ossessivo rimbombo del Rondò Veneziano, sparato dagli altoparlanti a milioni di "gigawatt", e parte Va´ pensiero, gli elementi si scatenano con una furia inconsueta su Riva dei Sette Martiri. Il Dio Po, inclemente, manda giù tonnellate di acqua per centimetro quadrato. Nella notte, qui vicino, sono straripati i fiumi Dese e Marzenego, la Laguna si gonfia, la flotta padana rinforza gli ormeggi, il popolo leghista, soprattutto di accento lombardo e piemontese, oscilla fradicio, i 6 mila panini preparati per gli affamati padani giacciono inzuppati e invenduti sotto i settanta gazebo. Il Sole delle Alpi, simbolo protocristiano che Umberto Bossi vide a Roma vicino a casa sua, nella Chiesa di Sant´Antonio dei Portoghesi, e che volle a simboleggiare la secessione, è definitivamente ammainato sotto al diluvio, insieme alla secessione.
Quel 15 settembre 1996 erano in settantamila a Venezia e piansero e giurarono con Bossi: federalismo entro un anno o indipendenza della Padania. Dieci anni dopo, 17 settembre, mille o duemila persone trasportate di notte dai pullman padani fino a Piazzale Roma, vagano implasticate di verde e sconcertate sotto l´alluvione: "Bisogna aver fede nella devolusciòn", sospira una donna lombarda.

Tra tanto sconforto, se la ride la signora Lucia Massarotto dietro lo stesso tricolore, esposto alla sua finestra di fronte al palco, che Bossi la invitò ad andare a riporre nel cesso, se la ridono i venetisti del tanko e i secessionisti del padovano, che fanno nuovi proseliti. C´era a Treviso Bertilla, una pasionaria padana, un´icona leghista, forse meno popolare soltanto del sindaco - sceriffo Giancarlo Gentilini, quello che sparerebbe agli immigrati come ai leprotti: se ne è andata anche lei. Non se la ride affatto, invece, Fabrizio Comencini, che nel 1998 era stato estromesso da Bossi e si era portato via otto consiglieri regionali veneti su nove. Aveva fatto affiggere ieri decine di manifesti per la convocazione degli "Stati generali dei Veneti", l´inizio della vera secessione veneta dalla Lega di Bossi, per il 15 ottobre prossimo. Strappati nella notte. Come lo striscione di protesta che il servizio di sicurezza ha portato via con la forza dalle mani dei leghisti fregati da Credieuronord, la banca del politburo bossiano, fallita in una girandola di riciclaggi e ruberie.

È arrivato Bossi? Parlano gli ex ministri, prima Castelli, che inneggia alla pioggia: ci sta benedicendo, perché è segno di fertilità. Poi Bobo Maroni, forse l´unico che esprime un concetto politico significativo: con la Casa delle Libertà è finita. Senza storia, come sempre, gli altri discorsi, se non per la statistica venetista: dieci interventi, di cui otto lombardi e soltanto due veneti, il segretario regionale Fabio Gobbo e il vicepresidente della Regione Luca Zaia, accolti con umido gelo. Quanti erano i veneti in Riva dei Sette Martiri? Ben pochi, valuta Rocchetta, che nella sua ansia storicistica non smette di raccontare come il Sole delle Alpi sia stato inventato da Bossi solo per scalzare il Leone di Venezia.
Bossi finalmente arriva sul palco quando già le osterie traboccano di padani infreddoliti. E Giove Pluvio pare che se ne accorga. Cresce la "fertilità" bagnata osannata da Castelli, scoppiano i tombini, irrompe un fiume d´acqua. Ma, nonostante tutto, al vecchio leader malato scappa, con la voce roca e affannata che gratta nei mega-altoparlanti, la battuta migliore della giornata: "In Scozia quando piove come ora si dice che c´è bel tempo". Per il resto, niente secessione, federalismo fatto all´interno delle istituzioni, conquista dell´autonomia delle regioni, come ha capito il caro amico Giancarlo Galan, riapertura del parlamento del Nord, una riesumazione esangue, quasi da ultima spiaggia. Non più sfide eversive, non più la rivoluzione, come dieci anni fa, ma progetti minimali, in cravatta verde, al solicello romano, le cose normali di un partito normale di un milione e ottocentomila voti che deve pur vivere. Il partito eversivo e montante nelle urne che due lustri fa avrebbe dovuto marciare su Roma per fare la secessione, che aveva nelle valli trecentomila doppiette pronte a far fuoco, adesso si accontenta di fare la devolution con la Costituzione modificata nel 2001 dal centrosinistra. Un deficit di missione, come lo chiama Ilvo Diamanti, che indigna i venetisti duri e puri. Ma anche i leghisti veneti ragionevoli, che non avevano mai apprezzato l´apparato simbolico bossiano, quelli che, via via, Bossi ha espunto negli anni dal partito e che preconizzavano il disastro fin dal lancio del verbo secessionista.
La secessione, la devolution? Tutti falsi obiettivi, perché Bossi, secondo Rocchetta, è stato sempre un "riduttore" della Lega, fin da quando - e sono tanti anni - è nelle mani di Berlusconi, che ora, attraverso Brancher e altri "consulenti", gestisce la "ritualizzazione" della sua malattia. Tutti gli oratori, pure i più timidi come Zaia, sotto l´alluvione di Riva dei Sette Martiri, intercalano i loro interventi con: "Bossi, Bossi, Bossi..". Lui usa il solito armamentario lessicale, ma questa volta di più, rivolto ai padani, la parola "fratelli".

Berlusconi - disse una volta Bossi, che dalla monarchia è stato sempre affascinato - è come Vittorio Emanuele, io come Garibaldi.
Garibaldi? Domani il leader malato e in "deficit di missione" compie sessantacinque anni e il bravo direttore della Padania, quel giovanotto esangue che imperversa in tutte le trasmissioni televisive e che è il prototipo del perfetto democristiano di qualche decennio fa, gli ha dedicato un ditirambo con questo incipit: "Dieci anni. Auguri, Padania. E auguri anche a te, Umberto, che martedì di anni ne fai un po´ di più. Sessantacinque e sarebbe ora che i leghisti ti dicessero bravo e grazie".
Ritualizzazione del capo e della malattia, soprattutto la malattia della Lega.


Partito democratico, Fassino accelera
Giovanna Casadio su
la Repubblica

PESARO - "Nulla è più pericoloso del rinvio. Non si sta in mezzo al guado, il tempo in politica conta". Tocca a lui, a Piero Fassino che proprio da Pesaro ha iniziato la sua avventura di segretario dei Ds, lanciare il guanto di sfida nella partita che ha come posta in gioco il Partito democratico. Cinque anni fa, il 18 novembre del 2001 - ricorda Fassino con la voce incrinata dalla commozione - il partito "usciva da una sconfitta disastrosa, il governo era perduto, Bologna passata al centrodestra. Ma da Pesaro in avanti non abbiamo perso un´elezione". Sfida adesso, sfida allora per il "compagno Piero" che veniva definito "il mediano", "il passista". E che ora a conclusione della sessantunesima Festa nazionale dell´Unità deve gettare l´orgoglio ds oltre l´ostacolo. Verso una svolta storica, pari se non più ardua di quella della Bolognina, 17 anni fa. Non a caso lo slogan della Festa è "Inizia una nuova storia". I militanti apprezzano, applaudono, ma dalla folla si levano anche dei fischi.
Fassino lo sa bene e pone paletti precisi per la costruzione del Pd. Rassicura i suoi: "Il Partito democratico non sarà un partito moderato, ma una forza progressista e riformista che in quanto maggioritaria possa conquistare anche i moderati". Messaggio duplice alla sinistra interna e alla Margherita di Rutelli. Quindi l´appello alla laicità della politica ("La laicità può essere messa in dubbio solo dalla subalternità e dalla debolezza della politica stessa") e l´elencazione dei punti del programma dell´Unione (unioni civili e testamente biologico) sui quali l´Ulivo, ovvero i riformismi socialista e cattolico-democratico, devono trovare una "mediazione alta" per attuarli. E il pensiero del leader del Botteghino corre ai padri nobili: Antonio Gramsci e Angelo Tasca, Don Bosco e Don Orione, Luigi Einaudi e Piero Gobetti, Vittorio Foa e Norberto Bobbio. Esempi illustri per un partito che, assicura, "dovrà essere popolare".
E´ però sulla collocazione europea e sul Pse che il segretario è netto: "La famiglia socialista è la casa del riformismo in Europa". E Fassino ha voluto al suo fianco il presidente del Pse, Martin Schulz che conquista la platea esordendo: "Sono felice di salutare il paese dei campioni del mondo, Il Pse guarda con attenzione all´unità dei riformisti italiani, come ha detto Fassino il Partito democratico rimarrà nel segno del Pse". Schulz sostiene di non volere polemizzare con la Margherita, ma il coordinatore dei Dl Antonello Soro affida subito alla agenzie una replica: "Schutz è incapace di capire". Il "compagno Piero" precisa: "Quando poniamo l´esigenza di un rapporto tra il Partito democratico e il Pse non lo facciamo per sollecitare un´adesione ideologica alla socialdemocrazia ma poniamo l´esigenza che un grande partito riformista italiano non sia isolato in Europa e si collochi nel luogo in cui si trovano le grandi forze riformiste europee. E questo luogo oggi è la famiglia socialista". E a chi indica piuttosto un rapporto internazionale con i Democratici Usa, ribadisce che il Pse quel rapporto lo ha da tempo come obiettivo.
Sfiora tutti i temi il segretario in un´ora mezza di discorso, alcuni passaggio scritti più volte come quello che riguarda Telecom. Sulla politica estera attacca: "A proposito dell´Iraq agli Usa abbiamo detto la verità, e non sempre sì per ottenere un invito al ranch". I diecimila nel catino del Palasport fanno sentire la loro approvazione quando parla di Rai: "Inaccettabile che Berlusconi e la destra denuncino un´occupazione della Rai quando in questi anni sono stati loro a sequestrare quella azienda occupando ogni incarico e discriminando ogni voce che non fosse gradita al padrone di Palazzo Chigi. Su 20 principali direzioni di settori strategici, 17 sono ricoperte da uomini indicati dalla destra". Auspica il ritorno di Enzo Biagi.
Nei passaggi sulla Finanziaria raccoglie un paio di volte anche l´applauso di Guglielmo Epifani, sul palco con i ministri e il gotha della Quercia. Però preciserà poi il segretario della Cgil: "Noi sindacato saremo responsabili, ma dipende da come agisce il governo".

No "alle fusioni a freddo" sul Pd, conclude Fassino indicandone le tappe: le prossime feste dell´Unità e della Margherita, dovranno essere Feste dell´Ulivo..E intanto il prossimo anno la Festa torna a Bologna. Si scalda il popolo della Quercia all´ultimo invito del segretario: "La nostra sfida è coerente con la nostra storia, non si sta in mezzo al guado o si guadagna la riva o si torna indietro e noi indietro non vogliamo tornare".


Rovati, un caso nel centrosinistra
Ninni Andriolo su
l'Unità

L'annuncio della "disponibilità" del governo ad informare le Camere sul caso Telecom, dato ieri da Pechino, è solo il primo passo di un percorso concordato da Prodi con lo staff e con lo stesso Rovati. Il "no" d'impeto delle prime ore alla richiesta della Casa delle libertà di un dibattito sul "piano segreto" inviato a Tronchetti Provera, ha mutato segno di fronte alle insistenze dei leader dell'Ulivo, che considerano indispensabile un passaggio parlamentare sul complesso del caso Telecom. Ds e Margherita, alla fine, hanno convinto Prodi ad imboccare una strada che considerano obbligata. Il premier ottiene che il confronto si sviluppi sul "settore delle telecomunicazioni" e non, quindi, intorno allo scontro tra Palazzo Chigi e Tronchetti Provera. Il "caso" Rovati, tuttavia, non potrà non trovare eco in Parlamento, anche se, abbandonando lo staff del presidente del Consiglio, il consigliere economico aiuterebbe Prodi a parare le schegge piu' pericolose della mina che l'opposizione cerca di fare esplodere per colpire il governo. Anche per questo la seconda tappa del percorso intrapreso dal Professore - verificata nel corso di un vorticoso giro di telefonate sulla linea Pechino-Roma - prevederebbe l'accoglimento delle dimissioni, riproposte riservatamente da Rovati, prima che la vicenda Telecom approdi alle Camere. Il 19 settembre si riuniranno le conferenze dei capigruppo. In quella sede il ministro Chiti informerà ufficialmente il Parlamento della "disponibilita'" del governo ad "un'informativa urgente" da parte dei ministri Bersani e Gentiloni. Rovati, però, potrebbe anticipare il suo passo indietro. "E' chiaro che il dibattito parlamentare si debba svolgere il piu' presto possibile'', ha spiegato ieri il premier, durante il cocktail offerto dall'ambasciatore italiano in Cina. Un viaggio di ritorno amaro quello di Prodi, che oggi lascerà Pechino per New York e che giovedì atterrerà in Italia. Il premier si porterà dietro le scorie delle polemiche che hanno fatto da contrappunto al suo lungo tour tra Nanchino, Canton, Shanghai, Tianjin e Pechino. Un successo dal punto di vista dei rapporti con il grande paese asiatico, "protagonista del XXI secolo". Annebbiato, però, in patria dalle ricadute dello scorporo Telecom: dal timore di Prodi che Tim finisse sotto controllo di società straniere, alle dure critiche rivolte al capo del governo da Tronchetti Provera, dalle accuse di Palazzo Chigi al presidente del gruppo milanese di non aver detto la verità al premier, al "piano segreto" di Rovati finito sui giornali, dall'autodifesa del consigliere economico per smentire che Prodi fosse stato informato preventivamente della sua iniziativa, al colpo di scena delle dimissioni di Tronchetti Provera. Infine le dimissioni annunciate di "Angelone".

Il Presidente del Consiglio e i suoi collaboratori appaiono irritati per le notizie che giungono dall'Italia. Accanto agli "attacchi strumentali dell'opposizione", infatti, non si aspettavano le prese di posizione esplicite e le pressioni riservate di esponenti di primo piano di Ds e Margherita, che criticano duramente l'iniziativa di Rovati - accompagnata da un biglietto intestato Palazzo Chigi - di inviare il suo piano "artigianale" per la ristrutturazione di Telecom a Tronchetti Provera. Un gesto che Prodi aveva nettamente censurato, ma che aveva retrocesso al rango di "stupidata", e che Ds e Margherita - invece - avevano condannato senza appello, anche per la confusione di ruoli che comportava. Il premier, tra l'altro, aveva giudicato ingiusta la richiesta di dimissioni di Rovati, avanzata anche dal movimento "Giustizia e libertà", e sbagliato un articolo di fondo dello stesso tenore pubblicato dal quotidiano della Margherita, Europa. "Presto, anzi prestissimo, la posizione di Angelo verrà chiarita - è il messaggio che giunge dallo staff, con il tacito assenso del premier - Un uomo tutto di un pezzo come Rovati non può accettare i vergognosi attacchi che gli vengono rivolti". Prodi, in sostanza, non ha gradito "l'assenza di solidarietà e di coesione della maggioranza", insieme alle polemiche che considera "un esercizio di dialettica, a volte troppo sopra le righe". Gli avvertimenti di settori della maggioranza a non imboccare la strada del "dirigismo" in economia che porterebbe a "una nuova Iri"? "Polemiche assolutamente astratte", taglia corto il premier.


Le tentazioni della Cassa
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera

È possibile che il ministro dell'Economia sia faticosamente alla ricerca di 30 miliardi di euro con i quali far tornare i conti della legge finanziaria e negli stessi giorni i consiglieri del presidente del Consiglio pensino di spenderne 10 per acquistare un pezzo di Telecom Italia, e così consentire a qualche privato di rimborsare i propri debiti con i denari dello Stato? È una coincidenza curiosa e che desta stupore e incredulità nei cittadini. Questa incongruenza è possibile solo perché esiste la Cassa depositi e prestiti. È la Cassa la "madre di tutte le tentazioni ". Senza la Cassa il progetto di scorporo della Telecom ideato da Angelo Rovati e da altri collaboratori di Prodi non sarebbe stato neppure immaginabile.
Fino a qualche anno fa la Cassa — che è una specie di banca dello Stato — esercitava una sua tranquilla funzione: raccoglieva i risparmi delle famiglie presso gli sportelli postali e li usava per concedere mutui ai Comuni. Cinque anni fa Giulio Tremonti scoprì che i regolamenti europei non esigevano il consolidamento della Cassa nel bilancio dello Stato. Per ridurre il debito non era più necessario privatizzare imprese pubbliche: era sufficiente spostare le loro azioni dal bilancio dello Stato a quello della Cassa. Ed era anche possibile finanziare alcuni investimenti pubblici senza pesare sul bilancio: bastava chiedere alla Cassa di farsene carico. Evidentemente si trattava di illusioni contabili, pur legittimate da Bruxelles, e Tremonti le usò con disinvoltura. Con il tempo il risparmio postale non fu più sufficiente: Tremonti chiese alle Fondazioni bancarie di fare un prestito alla Cassa.
Con questi denari il ministero dell'Economia, padrone della Cassa, acquistò da se stesso azioni di Eni, Enel, Terna e StMicroelectronics, chiamandole privatizzazioni. In cambio le Fondazioni ebbero la garanzia di un buon rendimento (privo di rischio perché nella Cassa esse godono del diritto di recesso), qualche posto in consiglio di amministrazione e soprattutto la speranza che Tremonti abbandonasse la coraggiosa battaglia che da anni conduceva contro queste istituzioni.

Due sono le implicazioni.
Ormai per privatizzare davvero Eni ed Enel non è più sufficiente una decisione del governo: bisogna convincere la Cassa, dove le Fondazioni contano molto. Inoltre, la nuova Cassa non è più una tranquilla istituzione priva di rischio: le sue passività sono titoli a reddito fisso, ma oggi i suoi investimenti sono, almeno in parte, azioni. Immagino che la Vigilanza della Banca d'Italia la terrà sotto osservazione. Dopo aver tuonato per cinque anni contro la finanza creativa di Giulio Tremonti, il governo dell'Unione non ha saputo resistere alla tentazione. Perché non ricorrere alla Cassa per statalizzare qualche impresa privata e difenderne così l'italianità? La Cassa non ha risorse sufficienti? Non è un problema: dopo le Fondazioni si può ricorrere alla nuova grande banca nazionale, Intesa- San Paolo, che non a caso Prodi chiama "la banca dello sviluppo".
Anche in questo caso basterà garantire un buon rendimento e nessun rischio, il tutto a carico dei contribuenti. Intanto il ministro dell'Economia fatica a trovare i soldi anche per finanziare la missione di pace in Libano.


E sullo scacchiere delle tlc spuntano Berlusconi e Unipol
Giovanni Pons su
la Repubblica

"La situazione intorno alla Telecom è ancora molto fluida - confida un banchiere che ha seguito il gruppo fin dalla sua privatizzazione - può succedere di tutto, anche un passaggio di mano a nuovi investitori". Nel possibile domino spunta persino Silvio Berlusconi. A stupire il mondo della finanza, in queste ore, è innanzitutto la mossa a sorpresa di Marco Tronchetti Provera, il suo passo indietro a favore di un personaggio del calibro di Guido Rossi.
Una mossa che molti giudicano densa di significati. Un arrocco che permette al manager-azionista di Pirelli di giocare le prossime carte da una posizione più defilata ma comunque ancora di forza. Vediamo perché. L'arrocco con Rossi permette di avere i Ds dalla propria parte mettendo allo stesso tempo in difficoltà Prodi.

Non è un mistero per nessuno, infatti, che il primo partito della sinistra sia rimasto in qualche modo scottato dalla grande alleanza tra Sanpaolo e Intesa sotto la regia di Giovanni Bazoli e dello stesso presidente del Consiglio. Con questo presupposto non deve stupire più di tanto che a scaldare i muscoli, già in queste ore, sia l'Unipol, piena di liquidità dopo la fallita Opa sulla Bnl e la successiva vendita a Bnp-Paribas. In quell'occasione, occorre ricordarlo, Rossi fu chiamato dall'Unipol a fare da trait d'union con i francesi, ruolo che aveva già ricoperto nella partita Antonveneta-Abn Amro.

L'arrocco è la soluzione ideale anche nel caso dovesse farsi avanti Silvio Berlusconi. Mediaset in apparenza è ferma sulla sua montagna di profitti, ma le trattative tra Tronchetti Provera e Rupert Murdoch, secondo alcune fonti, hanno risvegliato la bell'addormentata. A far gola a Mediaset, fin dal lontano 1997 quando commissionò a un consulente uno studio ad hoc, non è tanto Tim quanto piuttosto la telefonia fissa e la banda larga.

La parte fissa di Telecom ha 24 milioni di clienti di cui 7 milioni già sulla banda larga. Attingendo a un tale patrimonio Mediaset potrebbe avere uno sbocco per i propri contenuti e avere accesso a un enorme parco clienti non raggiungibile attraverso la tv tradizionale. L'accordo tra Tronchetti e Murdoch è fallito proprio su questo punto, sulla titolarità dei clienti. L'unico modo per Murdoch di accedere ai clienti era quello di prendere la maggioranza di Telecom attraverso Olimpia ma il tentativo non è riuscito. E ora potrebbe provarci Berlusconi: "Il fatto che l'ex premier abbia commentato positivamente l'arrivo di Rossi al vertice Telecom è una spia che qualcosa potrebbe succedere", fa notare il banchiere.

Veniamo al terzo vantaggio dell'arrocco. Se la Telecom deve vendere la Tim e scontrarsi a muso duro con l'authority per le tlc è meglio che lo faccia con Rossi e non con Tronchetti Provera. Se poi, come si mormora negli ambienti finanziari, le procure stanno per rimettersi in movimento, lo scudo più resistente con cui ripararsi è ancora una volta quello del professore diventato anche commissario del calcio. Va ricordato, infatti, che lo scorso gennaio Tronchetti Provera denunciò in procura a Milano proprio attraverso Guido Rossi alcune manovre poco chiare compiute nell'estate del 2001 da coloro che gli vendettero la Telecom. Personaggi poi incappati nello scandalo della scalata all'Antonveneta.

Altre mosse di Tronchetti Provera hanno sorpreso in questi giorni gli osservatori più esperti della finanza milanese e coloro che conoscono bene il carattere dell'ex presidente Telecom. Come, per esempio, la lettera che avrebbe inviato pochi giorni fa a Enrico Letta, Mario Draghi e Tommaso Padoa-Schioppa per spiegare gli accadimenti delle ultime settimane. In particolare una frase, comparsa sul Sole 24 Ore e non smentita, in cui l'ex presidente, "data l'atmosfera sul debito", comunica a Prodi e a Murdoch lo scorporo di Tim e la sua eventuale vendita. Elementi che a tutt'oggi, per quanto se ne sa, non sono stati oggetto di discussione del consiglio di amministrazione Telecom.



  18 settembre 2006