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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 26 luglio 2006


Uccisi 4 osservatori Onu  
Colpiti in Libano da un missile israeliano.
brevissime de
la Repubblica

BEIRUT - Quattro caschi blu dell´Unifil (la Forza di interposizione dell´Onu) sono stati uccisi nel Libano meridionale da una bomba sganciata da un aereo militare israeliano che ha centrato in pieno la postazione in cui si trovavano, a Khiam. Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha chiesto una «pace sostenibile» per un «Nuovo Medio Oriente». Ma Beirut trova inaccettabili le condizioni del piano e ribatte: «Prima la tregua, poi il ritiro». Oggi, nel vertice internazionale che si terrà a Roma, si parlerà del cessate il fuoco e della formazione di una forza multinazionale.


Forza di Pace ma con chi?
Bernardo Valli su
la Repubblica

In Libano! In Libano! L´odierna riunione internazionale si apre in queste ore a Roma con quell´esortazione. Infatti sono in molti a trovare geniale, generosa e coraggiosa l´idea di dispiegare una forza di interposizione tra israeliani e hezbollah. Ma quanti sono disposti a mandarci i propri soldati, soprattutto ora, dopo l´uccisione dei quattro caschi blu nel Sud del Libano? E soldati di quale nazionalità è pronto ad accettare il governo di Gerusalemme? Il ministro della difesa, Amir Peretz, ha accennato alla Nato. Ma la Nato, ammesso che ne abbia i mezzi visti i tanti impegni, dall´ex Jugoslavia all´Afghanistan, ha un marchio troppo americano per gli hezbollah.

Ma tutti, Olmert Peretz e Livni, non vogliono comunque semplici osservatori armati di cannocchiali, né una fiacca presenza peacekeeping. Di caschi blu con quel compito ce ne sono stati per decenni sulle montagne e lungo le spiagge del confine israelo-libanese. E sono stati presi a schiaffi o ignorati ad ogni crisi. Tutti invocano e sputano sull´Onu, anche se l´Onu siamo noi tutti messi insieme, israeliani e arabi compresi. E quindi sputarci sopra è come sputarsi addosso.
Alzi la mano chi ha ubbidito, almeno una volta, a una sua risoluzione. Sulla 242 pesa un dubbio dal 1967. Gli israeliani si devono ritirare "da" territori occupati, come dice la versione inglese di quella famosa risoluzione, o "dai" territori come dice la versione francese? Dopo quarant´anni, dopo un paio di guerre, senza contare quella in corso, e un paio di intifade, la questione resta aperta.

Mi facevano tenerezza un quarto di secolo fa i soldati delle isole Fiji e gli irlandesi, tutti col fulard azzurro al collo, che incontravo nelle vicinanze di Metullah, all´ombra dei cedri centenari del Libano, sotto i quali avevano sostato i Crociati di Goffredo di Buglione. Per attaccare discorso un collega intellettuale diceva agli irlandesi bevendo una birra: «Ahh! Lei è di Dublino? Joyce, l´Ulisse». E loro, lo guardavano stupiti. Sono ancora lassù?
Adesso Israele accetta, ed è la prima volta, una forza di interposizione, ma ne vuole una muscolosa. Robusta. Agguerrita. Insomma abbastanza forte per tenere a bada i miliziani hezbollah. E chi, tra coloro che partecipano al coro riunito a Roma (in Libano! in Libano!) è disposto ad affrontare l´eventualità di dover combattere i guerriglieri sciiti per proteggere i villaggi israeliani di frontiera? La discussione sarà animata. Gli americani dominano la scena ma non sono disposti a mandare un solo marine. Non è tanto perché ne devono avere ben pochi in riserva, visti i numerosi impegni planetari; né perché ricordano il terribile botto del kamikaze, un hezbollah della prima ora, che nel novembre 1983 uccise a Beirut 241 marines in una sola volta. (E 58 paras francesi. Mentre gli italiani del generale Angioni furono risparmiati). No, non sono né la mancanza di uomini né i cattivi ricordi a tenere lontano gli americani dal Libano. Come dappertutto, anche in Medio Oriente sono superpotenti, ma sono anche di parte. Quindi non sarebbero graditi nei venti chilometri di territorio libanese in cui dovrebbe operare la forza di interposizione.

E i tedeschi? Franz Josef Jung, il ministro della difesa, è anche lui d´accordo. A condizione che lo siano tutte le parti in causa. Vale a dire il governo israeliano, ben inteso, e il governo libanese che, per quanto debole, è pur sempre il padrone (formale) di casa. Ma gli hezbollah fanno parte del governo libanese, hanno persino un paio di ministri.

Infatti, prima bisogna arrivare a un cessate il fuoco e il cessate il fuoco non sembra possibile fino a quando Israele non avrà distrutto tutte o gran parte delle basi degli hezbollah e avrà recuperato i suoi soldati rapiti. E quest´ ultimi, stando agli hezbollah, non saranno liberati se non con uno scambio di prigionieri libanesi in mani israeliane.
Ma non bisogna disperare. Mentre ancora si combatte e si muore, dal Medio Oriente complicato emergono due novità chiare, se non proprio semplici, destinate a pesare, e in un certo senso a favorire, l´odierna riunione internazionale di Roma. La cui maggiore ambizione, in sé più che legittima oltre che generosa, sembra per il momento fuori portata. Romano Prodi ha posto come primo obiettivo della conferenza il cessate il fuoco. Nulla di più logico. Far tacere le armi è la prima condizione per passare alle tappe successive. Ma è un obiettivo difficile da raggiungere in assenza degli attori principali e dei registi che li dirigono tra le quinte. Sono infatti assenti da Roma Israele e gli hezbollah, cosi come non ci sono Siria e Iran.

E allora? Dove sono le novità per non disperare? Anzitutto Israele ha accettato il principio di avere al confine libanese una vera forza di interposizione. E´ la prima volta ed è una prova di saggezza.

Ma il Libano è un pantano in cui Tsahal è rimasto impigliato un quarto di secolo fa. In queste ore sono in molti a ricordarlo al governo e ai generali. Due ministri (Meir Chétrit del partito Kadima, fondato da Ariel Sharon; e Ophir Pines – Pas, un laburista) hanno messo in guardia lo Stato maggiore: meglio non inoltrarsi troppo sul territorio libanese. Gli hezbollah non costituiscono una forza invincibile. Dispongono di una potenza di fuoco insignificante rispetto a quella di Tsahal. Non è tuttavia semplice snidarli. Tanti eserciti potenti, superpotenti, nella storia recente, sono stati umiliati da movimenti di guerriglia. Inoltre dietro i duemila quattrocento missili katiuscia caduti sul territorio israeliano nelle ultime due settimane c´è l´Iran, nazione islamica e candidata potenza nucleare. Quest´ultima è una presenza, sia pure indiretta, che fa pensare a un futuro inquietante.

La seconda novità chiara, se non proprio semplice, nel Medio Oriente complicato, è la nascita di un fronte anti hezbollah nel mondo arabo. Un fronte costituito da tre potenze sunnite: Egitto, Giordania e (soprattutto) Arabia Saudita. Quest´ultima ha condannato apertamente l´azione degli hezbollah. Ed è una condanna che mira molto più lontano. E´ diretta all´Iran, attorno al quale si è disegnata un´internazionale sciita, rafforzata dall´emergere della comunità sciita repressa nell´Iraq di Saddam Hussein, e ora ufficialmente maggioritaria e al governo a Bagdad. Un´internazionale che va da Teheran al Sud del Libano, passando da Bahrein e dalla valle del Tigri e dell´Eufrate. Per il presidente egiziano e per i monarchi di Giordania e d´Arabia Saudita è un tormento, un´umiliazione assistere al successo dell´Iran, nazione sciita e non araba, che si impone nella regione come difensore dei valori islamici, e in quanto nazione protettrice dei palestinesi.
Il nuovo conflitto è un fulmine che accentua o modifica le zigzaganti alleanze mediorientali. Alleanze che uniscono i palestinesi sunniti e frustrati agli hezbollah sciiti e all´Iran non arabo, amico della Siria araba. E vede su opposti fronti i terroristi di Al Qaeda e i miliziani hezbollah. In quanto sunniti salafiti, super integralisti, i primi considerano eretici i secondi, in quanto sciiti. Sciiti e sunniti non si massacrano ogni giorno a Bagdad? Le tre potenze del fronte anti hezbollah sono presenti in queste ore a Roma. E possono sembrare alleati obiettivi di Israele. Almeno in questa congiuntura.


Primo: Fermare Hezbollah
Gianni Riotta sul
Corriere della Sera

Davanti al cratere di una casa sventrata da un missile Hezbollah, il popolare sindaco di Haifa, Yona Yahav, consola le vittime e spiega: «Mi piacerebbe ricordare al mondo che sono stato il primo politico israeliano a proporre il ritiro dal Libano. In Parlamento mi sono battuto per lasciare Gaza, prima di Sharon. Sono favorevole a restituire alla Siria le alture del Golan e a lasciare, domani stesso, ai palestinesi l'intera Cisgiordania. Non ho nessun problema a negoziare con Hamas. Ho votato contro tante missioni militari. Di sinistra come me, in Israele, non c'è nessuno. Ma sulla reazione ai bombardamenti Hezbollah non ho dubbi. Andare avanti fino a che la minaccia non sarà sradicata e al confine del Libano non verrà applicata la risoluzione 1559 dell'Onu». L'appello di Yahav, sindaco pacifista, è rivolto al vertice che oggi si apre a Roma, ospiti il premier Prodi e il ministro degli Esteri D'Alema, presenti i capi delle diplomazie americana, Rice, e russa, Lavrov, per avviare un'intesa al cessate il fuoco in Galilea. Sarà bene che i leader raccolti nella capitale riflettano sul messaggio di Yahav. Israele potrà negoziare su ogni punto dell'interminabile lista di crisi che la oppone ai vicini arabi e ai palestinesi. Perfino sedersi, come Yahav propone con audacia, al tavolo sotto le verdi bandiere di Hamas, giurate alla distruzione della Stella di Davide. Ma non potrà permettere che la milizia fondamentalista sciita di Nasrallah, armata, finanziata e in coordinamento strategico con Iran e Siria, sconvolga il Paese, impedendo le trattative di pace, con il pretesto di riavere le Fattorie di Sheba che le Nazioni Unite non assegnano al Libano.



"La pace non passa da Roma"
Un leader Hezbollah: ««Non abbiamo cominciato noi»
Lorenzo Cremonesi sul
Corriere della Sera

BEIRUT — La Conferenza di Roma? «Parole inutili. Aria fritta». Nessuno spazio per il compromesso. I dirigenti dell'Hezbollah in Libano si sentono braccati e rispondono duri contro Israele, gli Stati Uniti e l'intera comunità internazionale. Per loro incontriamo al Parlamento Hussein Haji Hassan, 47 anni, originario di Baalbek, professore di biofisica con laurea a Parigi, deputato dal 1996 tra i 14 del suo partito.
A Roma si cerca una formula per il cessate il fuoco e la pacificazione del Libano. È possibile?
«Siamo stanchi di conferenze che non conducono a nulla. Ne abbiamo viste troppe: Madrid, Oslo, Camp David, Wye Plantation e infinite altre. Tante promesse, che si sono rivelate altrettante delusioni per il mondo arabo. L'Europa poi è un ridicolo burattino nelle mani di Washington. La via è molto più semplice e non passa da Roma. Prima di tutto occorre che Israele cessi la sua aggressione ingiustificata contro il Libano. Occorre il cessate il fuoco immediato».
Come?
«Si decide che domani a una certa ora si smetterà di sparare, punto e fine. Ecco il cessate il fuoco. Non siamo stati noi a iniziare questa guerra».
Scusi, ma siete stati voi a uccidere e rapire i soldati israeliani il 12 luglio. Da sei anni gli israeliani avevano lasciato il Libano. E non volevano tornarci.
«Questa è una grande menzogna. Israele continua ad aggredire tutto il mondo arabo. Perché non raccontate del pastore libanese ucciso 4 mesi fa e dei pescatori feriti? Israele occupa ancora la zona di Sheba. E ci sono tre prigionieri libanesi che noi vogliamo liberare. Sono: Samir Countar, attivista comunista, rapito nel 1977; Tehya Skaff, un druso rapito nel 1984. E c'è Passim Nisr, rapito nel 1994. Avrebbero dovuto essere resi nello scambio di prigionieri mediato dai tedeschi nel 2004. Allora fu Israele a non mantenere i patti. E noi avvisammo che per liberare i nostri fratelli avremmo catturato alcuni soldati israeliani. Non ci hanno creduto».

In Libano il fronte del 14 marzo, che raccoglie cristiani, drusi e sunniti, vi accusa di aver agito unilateralmente, di avere provocato i bombardamenti israeliani e chiede il vostro disarmo. Che rispondete?
«Con loro faremo i conti dopo. Dovranno spiegare politicamente le loro critiche. Ma per ora non c'è spazio per le polemiche interne. Dobbiamo fare fronte comune contro l'aggressione israeliana. E comunque sino a qualche giorno fa con loro c'era un dialogo quotidiano, mirato ad affrontare le loro richieste sul nostro disarmo. Non lo abbiamo mai escluso. Ma adesso tutto questo è saltato, i nostri soldati combattono una guerra di difesa».
Vi accusano di avere un'ideologia pan-islamica, legata a Siria e Iran, che ignora gli interessi libanesi.
«Non è un mistero che siamo un partito pan-islamico. E allora, che c'è di male? Noi non riconosceremo mai Israele, che voi occidentali avete impiantato nel mezzo delle terre arabe. Ma voglio anche dire al premier italiano Prodi che non si lasci ingabbiare nell'impotenza europea. Reagisca agli americani e ascolti le nostre ragioni».


Lettera a Israele
Furio Colombo su
l'Unità

Da quando la guerra, con il suo volto più cupo e violento, è esplosa di nuovo in Medio Oriente, questo giornale è stato segnato da due diverse testimonianze. Semplificando potrei descriverle così: una è molto vicina a Israele. Una è molto lontana. Non è sdoppiamento del giornale, che nella parte notizie si impegna, come sempre (e col prestigio che si è meritato) a raccontare con esattezza e con dolore gli eventi sanguinosi di ogni giorno. E negli editoriali e nei commenti (specialmente quelli firmati da me) mostra una vicinanza e comprensione per le ragioni di Israele che da decenni non ho mai nascosto, e che cerco di spiegare e motivare senza mai presumere di avere ragione.
«L'altro giornale» - se mi permettete di esprimermi così - prende vita in molte lettere.
Non parlo di quelle che si riferiscono al dolore e alle vittime civili libanesi o alla sofferenza senza fine dei palestinesi. Parlo delle dichiarazioni dure, esplicite e ostili verso Israele con espressioni che non cercano e non conoscono limiti alla condanna. È una condanna che cerca ragioni nel passato, che vede “l'occupazione” come il male, facendo intravedere la vera interpretazione della parola occupazione, cioè tutta Israele. Descrive la “Guerra dei sei giorni” del 1967 come se fosse stata un'opzione aggressiva di invasione invece che un atto di estrema difesa dell'attacco concentrico di quattro potenti Paesi arabi, con il sostegno di tutta la forza finanziaria e petrolifera araba di quegli anni. Ogni riferimento al passato, nelle lettere di cui sto parlando, è una collezione di guerre, tutte pensate e ricordate come scatenate da una parte sola (Israele) contro un mondo che altrimenti (il vero senso è: “senza Israele”) avrebbe vissuto in pace. Manca nella memoria di queste lettere ogni riferimento a Camp David, Oslo, Madrid, di nuovo Camp David, Ginevra. In altre parole si immagina e descrive un Paese - Israele - che ha sempre portato guerra e ha sempre evitato e disprezzato ogni iniziativa di pace. Come se Sadat, Begin, Rabin, Barak e lo sgombero di Gaza deciso da Sharon come inizio di una politica di “pace in cambio di territori” non fosse mai avvenuto.

Chi ha buona memoria ricorda… «Vedi alla parola amore», il racconto di David Grossman in cui alle prime famiglie giovani di nuovi arrivati in Israele veniva assegnato un “nonno” o una “nonna” fra gli anziani sopravvissuti alla Shoah, ricorda il voto unanime (compresa l'Unione Sovietica) per la fondazione dello Stato di Israele accanto allo Stato Palestinese altrettanto votato in modo unanime dall'Onu.
Purtroppo, invece di quello Stato, è cominciata la guerra di settecento milioni di arabi, dall'Arabia Saudita del petrolio alla Libia del terrorismo internazionale, contro mezzo milione di Ebrei appena sopravvissuti ai campi di sterminio e appena arrivati in Medio Oriente. Chi ha buona memoria ricorda una sequenza di altre guerre ma anche di ostinati tentativi di pace, a volte pagate con la vita come nel caso di Sadat e di Rabin.

Non è vero che sono aumentati i nemici di Israele. Egitto, Giordania, Marocco lo erano e non lo sono più. L'Iran di Ahmadinejad, senza alcuna ragione o provocazione al mondo, ha improvvisamente dichiarato (e ripete ogni giorno) che Israele deve scomparire.
L'Iran è molto potente, certo non meno dello “strapotente” Israele. Come potrebbe un Paese minacciato direttamente non prendere sul serio una condanna senza appello, estranea alla politica e alla diplomazia e interpretabile soltanto come un autorevole invito a un pogrom? Come potrebbe non dare importanza al legame noto e diretto (e dunque finanziariamente e militarmente saldissimo) di Hezbollah con il Paese che ha lanciato contro Israele la sua Fatwa?

Il dramma di ciò che ho trascritto sta in due fatti che vorrei notare. Il primo è la buona fede. Chi scrive milita a sinistra, viene dall'antifascismo che ha liberato il mondo dalle persecuzioni e dalle leggi razziali. Eppure pensa davvero che la differenza negativa, il fattore destabilizzante sia Israele, coloro che devono andarsene: gli Ebrei divenuti israeliani. E restano persuasi che gli israeliani non abbiano mai fatto o voluto o cercato la pace, nonostante gli elenchi di eventi, il cambiamento politico di tanti Paesi arabi che erano nemici e non lo sono più.
Il secondo fatto è che ciò che avviene contro Israele (le stragi quasi quotidiane nei ristoranti e negli autobus) non lascia tracce nella memoria. Invece il muro (detto malevolmente “dell'apartheid”) è colpa grave, benché abbia posto fine ai massacri sugli autobus nell'ora della scuola. Benché si sia detto e ripetuto che è una barriera provvisoria e non un confine. Benché la Corte suprema di Gerusalemme abbia ingiunto il cambiamento o lo spostamento della barriera antistrage.



In cerca di una svolta
Barbara Spinelli su
La Stampa

Non stupisce che molto rapidamente, negli ultimi giorni, si sia giunti alla decisione di convocare una conferenza internazionale sul Libano. Ha contato molto lo stato di profonda apprensione creatosi in Europa, e ha contato la maniera in cui il governo italiano ha condiviso quest'apprensione non solo a parole, ma preparando in poche ore il vertice che oggi si terrà a Roma. C'è stata la combinazione fra la presenza di spirito di D'Alema e il desiderio, forte in Prodi, di suscitare in Europa una volontà di contare, dopo le divisioni su Iraq e Usa. Di conflitti arabo-israeliani se ne sono visti tanti, ma è come se questa volta tutti fossero più in pena; come se fossimo, in Medio Oriente, a una svolta. E infatti la svolta c'è: c'è un cambiamento di minacce, di guerre. C'è una lotta mondiale antiterrorista che ha aumentato il terrore anziché addomesticarlo. Ogni cosa, in questa zona, è da rifare, da ripensare, se non si vuol precipitare in conflitti che nessuno controlla e che per Israele rischiano di divenire davvero esistenziali, non più connessi a condotte coloniali. Tale sensazione è molto diffusa, e per questo non stupisce la rapidità con cui si è passati dalla retorica all'ansia di fare. Non è detto che la conferenza condurrà al cessate il fuoco, e all'invio di truppe internazionali. Ma la volontà di agire c'è, almeno in Europa, e questo è il suo momento perché l'America insabbiata in Iraq non è oggi né forte né dissuasiva.

Ma l'attacco di Hezbollah si proponeva qualcosa di più, e per volontà dell'Iran mirava al cuore d'Israele. È l'Iran che guerreggia infatti per la prima volta con una potenza legata all'Occidente, e questo è elemento cruciale della svolta.

La guerra che sta distruggendo il Libano e la sua democrazia multiconfessionale è in realtà la prova generale d'un conflitto più vasto, voluto dagli sciiti di Teheran con l'intento di dominare il mondo arabo e di divenire una potenza atomica. Per la prima volta dalla guerra di Saddam contro Khomeini, Israele e chi l'appoggia combattono con l'Iran, anche se per interposta persona.

La conferenza di oggi a Roma ha scopi minimalisti tregua, forza di interposizione, aiuti umanitari ma i partecipanti sanno la vera natura della svolta. Più la renderanno esplicita nei colloqui fra loro, più possono sperare di fronteggiarla. Ma veniamo ai diversi modi di percepire la svolta. Sono giorni che Condoleezza Rice parla di «Nuovo Medio Oriente», a Gerusalemme, e la sua visione non coincide con quella di molti europei. Per Bush la svolta consiste nell'aggravamento di qualcosa che egli denuncia da anni: l'esistenza di un asse del Male, composto da Iran e Siria, Hamas e Hezbollah.

Il crollo della democrazia libanese prefigura quello della Palestina, se quest'ultima non avrà i mezzi per monopolizzare la violenza. Per altri, e fra essi molti europei e un certo numero di commentatori israeliani, questo è un momento di svolta che obbliga a correggere rotta, nei Paesi arabi ma anche in Israele. Far fronte alla svolta vuol dire dunque riconoscere gli errori commessi, e suddividere l'universo nemico in cui s'è fin qui visto un asse monolitico. Solo dividendo si analizza, e solo analizzando si cura il male di guerre divenute affari di vita e di morte.

Innanzitutto si tratterà di dividere la Siria dall'Iran: cosa che perfino Washington comincia a fare. La Siria è un regime fragile, anche quando assiste Hezbollah, e non esclude negoziati. È anche sunnita: cosa che può favorire il suo distacco dall'Iran. Ma per aprire alla Siria bisogna darle qualcosa. Molti dimenticano che Israele ha il Golan da restituire, e non sarebbe avventato che lo facesse: le risoluzioni Onu non sono violate solo dal Libano, ma anche da Israele.

Si tratta poi di separare Hezbollah da Hamas, il Libano da Gaza. Hezbollah è uno stato nello Stato, che impedisce a Beirut di essere minimamente sovrano: la colpa è del Libano, ma distruggere il suo popolo aiuta solo a creare risentimento, non solo terrorista. Hamas è invece governo, Stato. E qui si tocca il punto centrale, che spiega il marcire della crisi. Israele vive una guerra ormai esistenziale perché ha sistematicamente rinviato le scelte, sulla natura degli Stati che vuole attorno a sé e in primis sullo Stato palestinese. Si è ritirato dal Libano, da Gaza, ma sempre unilateralmente, senza cercare nella controparte un interlocutore con cui disciplinare il dopo-ritiro. Questo unilateralismo è oggi in frantumi: perché ha rafforzato l'inimicizia della controparte, perché ha trascurato la questione della sovranità minima.

Tutto il mondo arabo è al bivio, ma anche Israele lo è. Quello che accade non affossa i passati sforzi di pace. Affossa una linea che ha voluto la pace senza politica. Restituire tutti i territori resta l'unica via, per dividere gli arabi e isolare gli oltranzisti.


Ministri contro
Antonio Padellaro su
l'Unità

Il cittadino Antonio di Pietro ha molte ragioni per opporsi all'indulto dei furbetti, gentile pacco dono allegato all'indulto dei poveri cristi. Le stesse ragioni che ritroviamo nelle tante lettere all'Unità, nella richiesta pressantemente rivolta ai parlamentari dell'Unione affinché, sia pure spinti da una buona causa (il sovraffollamento spesso disumano delle carceri italiane) evitino di farsi ricattare dagli amici di Previti. Ma, vedere il ministro Antonio Di Pietro, mentre davanti a Montecitorio, con un megafono arringa contro la decisione condivisa dal governo di cui fa parte, lascia francamente perplessi. Non tanto per la scena in sé: non saremo certo noi a formalizzarci se un uomo di governo decide di esprimere il proprio punto di vista sulla pubblica piazza, in maniche di camicia e a contatto con la gente. Ma se un ministro della Repubblica dichiara il proprio diverso parere, fuori dalla collegialità dell'esecutivo e in modi tanto clamorosi, allora c'è da preoccuparsi. È un segnale che Prodi non può sottovalutare perché va nella direzione esattamente opposta rispetto a quel clima di concordia costruttiva richiesto dal presidente del Consiglio ai suoi ministri non più di un mese fa nel seminario di San Martino. Per fortuna sembra che anche il premier non si sia rassegnato a digerire il pessimo compromesso all'esame della Camera; e che ci siano i margini per una mediazione che, per esempio, limiti l'indulto a un solo anno (invece dei tre previsti) per chi si è macchiato di reati di corruzione, per chi ha truffato migliaia di risparmiatori. Speriamo ardentemente che sia così e che si vada nella direzione indicata dal segretario dei Ds Fassino: sì all'indulto ma anche abrogazione delle leggi vergogna berlusconiane. Altrimenti si rischia di far passare l'idea che cambiano le stagioni, cambiano i governi ma tutto resta immutabile nella eterna palude italiana.


Via libera della Camera al Dpef che passa al Senato
Nicoletta Cottone su
Il Sole 24 Ore

La Camera dei deputati ha dato il via libera al Documento di programmazione economico-finanziaria per il 2007-2011 con 302 voti a favore e 284 contrari.
Il semaforo verde al documento è arrivato con l'approvazione della risoluzione dell'Unione che ha precluso il voto sulle altre due risoluzioni presentate, rispettivamente dalla Casa delle libertà e da quattro parlamentari dell'Italia dei valori. Il testo della maggioranza, che vede come primo firmatario Michele Ventura, fissa il saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato entro un limite massimo di 29,5 miliardi nel 2007. Il tetto per gli anni successivi è previsto «in una misura inferiore a quella del primo anno, lungo un percorso di avvicinamento agli obiettivi programmatici di un saldo netto da finanziare non superiore a 19,5 miliardi di euro per il 2008 e a 10,5 miliardi di euro per il 2009».

La novità, secondo il deputato Verde Paolo Cento, sottosegretario all'Economia riguarda le politiche ambientali. «Se in vista della legge Finanziaria - dice Cento - bisognerà lavorare molto per rafforzare le politiche di equità sociale e nell'ambito del risanamento di bilancio, emerge anche dalla discussione parlamentare come la vera novità positiva è rappresentata dalle politiche ambientali e dall'assunzione dell'obiettivo del rispetto dell'accordo di Kyoto come una priorità connessa allo sviluppo economico». Secondo il capogruppo di An al Senato Altero Matteoli, ex ministro dell'Ambiente del Governo Berlusconi, invece, il Dpef è «un trattato universitario, non c'é una scelta, c'é un'indicazione dei problemi senza un'indicazione di come risolverli».
Secondo il relatore di minoranza Mario Baldassarre «il Documento eccelle per un gravissimo silenzio che, a detta dei tecnici che lo hanno probabilmente stilato, potrei definire esogeno: un silenzio totale che riguarda l'andamento dell'economia mondiale ed europea, che rappresenta il quadro di riferimento dal quale dipendono i tre quarti di qualunque risultato economico del nostro Paese».
...
Per il relatore di maggioranza Gianfranco Morgando che ha difeso a Montecitorio il Dpef, invece, il documento è «un atto molto importante, non solo perché si fissano i saldi di finanza pubblica a cui poi la manovra di bilancio dovrà attenersi, ma perché questo Dpef traccia il programma di legislatura ed è la prima volta che capita».



Il muro della spazzatura
Nelle strade seimila tonnellate di rifiuti e colonne di immondizia alte 5 metri. Roghi e rivolte  Napoli,
Attilio Bolzoni su
la Repubblica

NAPOLI - PER TRE volte ha provato a infilarsi nella solita strada, quella che porta alla tangenziale. E per tre volte il vigile urbano Nicola Di Bonito è tornato indietro. «C´era una barriera alta quattro o cinque metri e lunga venti, da lì non si poteva passare più, ho preso un´altra strada contromano e così ce l´ho fatta a uscire da casa», racconta mentre ci accompagna alla montagna che butta fumi e veleni. Quelli come Nicola, qui li chiamano «i prigionieri della monnezza». Qui è Napoli, Napoli che affoga nei suoi rifiuti.
Quella strada ormai è a senso unico, è una corsia sola, l´altra è una striscia che scende e sale da Pozzuoli a Toiano e poi ancora giù a Monterusciello, quattro o cinque chilometri di sacchi che bruciano, ferraglia, legni, lattine di pomodoro, copertoni, vetri, cassette di frutta, cartoni, bottiglie, una fogna a cielo aperto che si arrampica fino alla casa di Nicola e di altre trecento famiglie.
Erano tutti intrappolati là sopra in via Cupa delle Fescine, accerchiati dalla spazzatura, isolati da giorni. Poi qualcuno ha mandato le ruspe e spostato la montagna di qualche metro per aprire un varco e farli passare. Ma la «monnezza» l´hanno lasciata. È ancora lì, più alta e puzzolente di prima, pressata, tutta schiacciata sui cancelli di un cantiere. Forse verranno tra una settimana a spazzarla via, in questa contrada segnata sulla mappe come «il parco dei fiori». O forse verranno fra un mese, a caricarla sui camion e seppellirla da qualche parte.
Siamo partiti dai Campi Flegrei e siamo arrivati ai piedi del Vesuvio, quaranta chilometri di roghi e di rivolte, una bidonville che si allunga come un serpente, cinque o seimila tonnellate di immondizia che marciscono nei vicoli e sulle piazze, la paura di epidemie, i vigili del fuoco che corrono a spegnere gli incendi, blocchi stradali, discariche che non ce la fanno più a sopportare gli avanzi della grande Napoli.
È un tanfo che soffoca, che copre l´odore del mare da Mergellina a Bagnoli. Auto sprofondate tra buste fradice, garage sbarrati dai cassonetti in fiamme, viali che sono gigantesche pattumiere. Una mattina li svuotano e poi per settimane la «monnezza» resta ad appestare l´aria, non passa nessuno a prenderla.
I camion da almeno trenta giorni non vanno più in via Parini a Monterusciello, città nata per accogliere i terremotati di Pozzuoli, quelli del bradisisma dell´83. Ogni palazzo ha il suo albero dove scaricare, ogni quartiere ha il suo inferno di odori, le sue mosche, la sua diossina sprigionata dall´ultimo incendio.
Sono gli abitanti che danno fuoco alle montagne. Scendono per strada e lanciano l´assalto. «Lo facciamo di media una volta ogni tre o quattro settimane, così arriva la polizia e dopo qualche ora il Comune manda le pale per raccogliere tutto», dice Alfredo Lettieri, uno dei disperati di via Parini. Se non c´è rivolta, non c´è raccolta di rifiuti nella grande Napoli. Le donne di via Parini mostrano le ricevute di pagamento della tassa dell´immondizia: 196 euro l´anno per un appartamento di 67 metri quadrati. Un salasso. Più cara che al centro di Roma. «Noi paghiamo regolarmente ma loro vengono solo quando diamo fuoco a qualcosa», urla Assunta Iaccarino al ventesimo giorno di attesa di una pala.

A Scampia, c´è voluto il monito del cardinale Crescienzio Sepe per vedere le strade sgombre. Nella parrocchia del Buon Rimedio, il capo della chiesa napoletana ha alzato la voce: «Questa città è un dono di Dio, si dovrebbe sentire profumo di mare e invece giro per le strade e non è possibile vedere quello che c´è... Puliamola all´esterno Napoli, se vogliamo che sia pulita dentro». Il sindaco Rosa Iervolino gli ha dato ragione. Sfidando le ire degli ambientalisti ha promesso un termovalorizzatore, però non sa ancora in quale punto della città potrebbero costruirlo. Non c´è più spazio a Napoli.

Mancano le discariche. Ma i Comuni non le vogliono nei loro territori. Si ribellano. E così, in questa caldissima estate, sta ridiventando tutta una discarica la grande Napoli. L´altro giorno ne è tornata parlare la stampa estera. «Si cammina sui sacchetti neri», ha scritto l´Irish Times la mattina dell´inaugurazione del volo diretto Dublino-Napoli dell´Aer Lingus.
Per andare nei paesi sotto il Vesuvio bisogna passare dalla marina. Se tira vento i sacchetti di plastica galleggiano tra le onde, quando si arriva tra Barra e Sant´Erasmo tutto rimane inesorabilmente a terra. Altre montagne che bruciano. Cento metri di immondizia, cinquanta metri di fetore e poi altri cento metri di cumuli. Un paesaggio urbano da brividi. Fino a San Giovanni a Teduccio dove c´è l´autoparco C dell´Asia, l´azienda speciale per l´igiene ambientale di Napoli. Ci sono sempre camion fermi e stracolmi, gli autisti stanno per ore lì ad aspettare un ordine, il via libera per rovesciare il loro carico in qualche buca.



La Juve: «Ricorsi in tutte le sedi»
Massimo Donaddio su
Il Sole 24 Ore

La Juventus è l'unico club che resterà in serie B, e anche se la Corte federale ha quasi dimezzato la penalizzazione - cosa che le potrebbe dare la speranza di tornare in serie A alla fine della prossima stagione - la società bianconera, per bocca del suo presidente Giovanni Cobolli Gigli, non ci sta a fare da capro espiatorio di tutta la vicenda.
«Alla luce dei fatti acquisiti la sentenza non può essere ritenuta equilibrata», afferma il presidente, che promette: «Non ci fermeremo fino a quando giustizia sarà fatta nell'interesse dei nostri straordinari tifosi, dei nostri azionisti, della società e naturalmente del campionato di calcio». Il presidente juventino denuncia il divario tra il trattamento della Vecchia Signora e quello degli altri club coinvolti nel processo sportivo: «una diversità grave e totalmente ingiustificata».

Ma anche Diego Della Valle garantisce che la Fiorentina andrà avanti «fino a quando non ci ridaranno la Champions che abbiamo conquistato sul campo». E così, con la Juve in testa, si prepara il terzo (e poi magari il quarto) atto del processo al calcio. Non sono ancora state rese pubbliche le motivazioni della Corte presieduta da Piero Sandulli, e già gli avvocati dei bianconeri sono pronti a fare ricorso prima davanti alla Camera di Conciliazione e Arbitrato del Coni, poi davanti al Tar.

Il presidente del Milan, Silvio Berlusconi, appresa la sentenza della Corte federale ha parlato di «sentenza ingiusta avvenuta dopo un processo sommario», ma Galliani rassicura il popolo milanista che la sfida contro l'Inter sarà giocata ad armi pari già in dicembre: «Stiamo già richiamando i giocatori dalle ferie per iniziare la preparazione per i preliminari di Champions e stiamo già contattando Ancelotti a Milanello per decidere il programma».
In casa Lazio il presidente Lotito alterna giudizi contrapposti sulla sentenza della Corte, parlando di «un primo passo verso la ricerca della verità, che migliora certamente la situazione della prima sentenza, ma che non fa ancora piena luce» su quanto è accaduto.

Questo il principio che ha guidato la sentenza della Corte, secondo Sandulli: stabilire una differenza di responsabilità tra chi aveva organizzato una sorta di sistema corruttivo e chi si era trovato a farne parte senza averlo pensato e realizzato in proprio.

Tutte le fasi della vicenda



  26 luglio 2006