
sulla stampa
a cura di P.C. - 20 luglio 2006
Il governo nelle mani delle anime belle
Massimo Giannini su la Repubblica
Una legge-cardine per la politica estera, approvata quasi all´unanimità da un intero Parlamento. In una democrazia bipolare, normale e occidentale, sarebbe un segnale di maturità diffusa, di responsabilità condivisa. Nella democrazia italiana, anomala e conflittuale, questo risultato riflette invece un´immaturità sistemica, un´irresponsabilità reciproca. Romano Prodi si dichiara "molto soddisfatto" per il via libera di Montecitorio al rifinanziamento delle missioni militari all´estero. Assicura di non essere "affatto preoccupato" per il passaggio del provvedimento a Palazzo Madama, da lunedì prossimo. Più che una previsione, una superstizione.
In quello che è successo ieri alla Camera, quasi niente è ciò che sembra. Gli oltre 300 voti favorevoli dell´Unione dovrebbero trasmettere l´immagine di una maggioranza mai così compatta. I 4 voti contrari si potrebbero archiviare come semplici "casi di coscienza", rispettabili ma irrilevanti. Gli oltre 240 voti favorevoli della Cdl suggerirebbero in teoria il profilo di quella che lo stesso Berlusconi ha definito "l´opposizione costituzionale" del centrodestra: seria, affidabile, comunque garante dell´interesse nazionale.
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Il "partito del tuttavia", come l´ha ribattezzato Giuliano Amato, resta ancora minacciosamente in campo. Sul Medioriente, non sono bastati a ricomporre le fratture nemmeno gli ostinati, sempre un po´ troppo severi i giudizi di D´Alema nei confronti di Israele. Inchiodato all´andreottiana "equivicinanza", il ministro degli Esteri ha tentato di ammansire i pacifisti "senza se e senza ma", riconoscendo finalmente (e forse un po´ tardivamente) almeno il diritto di Israele all´autodifesa secondo l´articolo 51 delle Nazioni Unite, ma riconfermando ed enfatizzando una volta di più l´"irragionevole sproporzione" della sua reazione militare. Sicuramente, come dice Fassino, una linea che non tradisce alcun "pregiudizio anti-ebraico". Ma una posizione che, verosimilmente, ricalca comunque una "pregiudiziale filo-palestinese" di tanta sinistra italiana. Pregiudiziale storica, forte tanto nel Pci di Berlinguer che nel Psi di Craxi. Ma ormai anche parzialmente antistorica, vista l´adesione all´offensiva militare di Olmert espressa in questi giorni da intellettuali israeliani notoriamente progressisti come Oz, Yehoshua e Grossmann.
Eppure, ai Caruso e ai Cannavò, ai Burgio e ai Pegolo, questa dalemiana "strategia dell´attenzione" non pare ancora abbastanza, per condividere fino in fondo con l´Unione le scelte di politica estera riassunte nel disegno di legge sulle missioni. E così, sull´Afghanistan, le anime belle della sinistra radicale applicano la loro consueta logica rovesciata. Partecipare a una missione multinazionale Onu è cosa politicamente buona ed eticamente giusta se i caschi blu andassero a fare da forza di interposizione in Libano o a Gaza. Viceversa, partecipare a una missione multinazionale Nato diventa un crimine di guerra se i nostri militari vanno a Kabul per difendere quel fragilissimo embrione di democrazia dalla controffensiva terroristica dei talebani.
Se questa è l´incorruttibile weltanschaung degli eletti in nome e per conto del popolo arcobaleno, il centrosinistra al Senato si gioca davvero l´osso del collo. Gli otto "resistenti" neo-comunisti e verdi che si sono già manifestati nelle scorse settimane a Palazzo Madama rischiano di vedere addirittura rafforzate le loro ragioni ideali ed astratte, da quello che è successo ieri a Montecitorio. Il voto congiunto del Polo incorpora la "trappola": se la legge passa grazie ai voti del centrodestra, il centrosinistra non esiste più e se ne va a casa. Non esistono geometrie variabili, larghe intese temporanee, grandi coalizioni "a tema". Ma paradossalmente, per chi vive di puri principi e di assolute certezze, e non si sente soggetto ad alcun dovere di coalizione né ad alcun vincolo di mandato, questo può diventare un motivo in più per chiamarsi fuori.
Se Berlusconi e Fini votano insieme a Prodi e D´Alema, dov´è la mitica e mistica "discontinuità" della nuova politica estera? Non conta niente il fatto che, con questo voto, il centrosinistra mette nero su bianco che la missione unilaterale Antica Babilonia è finita, che le truppe italiane si ritirano dall´Iraq, e che il centrodestra scrive il suo sì a questa decisione, in contrasto con le scelte fatte per tutti e cinque gli anni della scorsa legislatura. Conta solo il fatto che, in quel disegno di legge, non sta scritto l´impossibile: che anche la missione multilaterale Enduring Freedom è finita, e che l´Italia si ritira unilateralmente dall´Onu, dalla Nato, dalla Ue. Insomma, dal mondo. "Pacifismo suicida", l'ha definito D´Alema, stavolta a ragione. C´è solo un weekend per convincere quel frammento di sinistra dura e pura, che si spezza ma non si piega.
D'Alema americano a metà
Luigi La Spina su La Stampa
Un coro plaudente di nostalgici ha accolto la due giorni di politica estera alla Camera. I toni erano più o meno commossi, ma la sostanza del vasto sollievo era identica: finalmente il governo ha riportato l'Italia alla sua antica vocazione internazionale, quella mediterranea e filoaraba che, per quasi tutta la seconda metà del secolo scorso, si è identificata nella diplomazia democristiana ed è stata impersonata dalle facce di tre grandi leader di quel partito: prima Fanfani, poi Moro e, infine, Andreotti. Se si leggono con attenzione, però, le parole di D'Alema, il protagonista del dibattito a Montecitorio, e, soprattutto, si cerca di inquadrarle all'interno degli atteggiamenti complessivi del nostro ministro degli Esteri, le nostalgie sembrano poco motivate e abbastanza fuorvianti. Anzi, chi volesse per forza indulgere in memorie retrospettive, comunque sempre poco utili alla comprensione della realtà, potrebbe lanciare la suggestione di un richiamo più a Craxi che alla politica estera democristiana.
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La diplomazia dalemiana ha, però, anche un risvolto legato alla figura del nostro ministro degli Esteri e al suo personale passato e (forse) futuro politico. Il presidente dei Ds può sollecitare non solo e non tanto a questa amministrazione Bush, ma, in generale, agli Stati Uniti, un ricordo e può lanciare una promessa: la memoria del suo atteggiamento come presidente del Consiglio all'epoca della guerra per il Kosovo e l'impegno a portare la larga maggioranza della sinistra italiana all'abbandono del vecchio antiamericanismo, al rifiuto di antiche suggestioni terzomondiste, ambigue e complici di quei regimi che sostengono il terrorismo internazionale. Due carte importanti nella strategia di D'Alema, soprattutto se si coniugano con una condizione molto concreta, sicuramente apprezzabile per il realismo con cui i politici degli Stati Uniti giudicano il peso dei leader occidentali, quella di essere il presidente del più forte partito della coalizione governativa. I vantaggi della posizione di D'Alema scontano, però, alcuni rischi. Quello, che già si è intravisto nel dibattito alla Camera, di concedere troppo ai gruppi radicali della sinistra, nel tentativo di convincerli a non rompere con l'impegno di sostenere il governo. La "non proporzionalità" della risposta israeliana sarà anche una espressione coerente alla posizione dei maggiori leader dell'Europa, ma, certo, indispone Israele e non dispone gli Stati Uniti a un giudizio favorevole. E anche le parole del nostro ministro degli Esteri sulla legittimità, da parte dell'Iran, di ricorrere all'uranio, sia pure per scopi energetici e non militari, correvano anch'esse sul filo dell'incomprensione con l'alleato Usa. E' vero che anche Craxi si concesse il "giro di valzer" di Sigonella, ma, prima, aveva spaccato la sinistra votando per gli euromissili. I ricorsi storici sono sempre azzardati, ma, se proprio vogliamo farli, non possiamo farli a metà.
Lo strappo scuote Rifondazione
Giovanna Casadio su la Repubblica
ROMA - "Al compagno Cacciari dico che il fronte di battaglia non si abbandona, glielo ricordo da comunista, anche se apprezzo la sua scelta etica". Fosco Giannini, uno dei senatori da cui dipende la sorte del governo Prodi, non mollerà. Né lui né Claudio Grassi, né Turigliatto e nemmeno Malabarba. Per i "ribelli" di Rifondazione, esponenti di quelle minoranze che hanno sempre dato filo da torcere a Bertinotti, lo strappo di Paolo Cacciari sull´Afghanistan è casomai una conferma. "Se anche uno della maggioranza del partito, Paolo, che ha scritto le tesi sulla non violenza per l´ultimo congresso del Prc, se ne va così, è un segno importante del malessere di Rifondazione", ragiona Gigi Malabarba, il trotzkista-pacifista che ha anticipato ieri la richiesta di dimissioni a Palazzo Madama per lasciare il posto a Heidi Giuliani. Richiesta respinta, Malabarba rimane e sull´Afghanistan conferma la sua contrarietà.
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Una giornata a fronteggiare gli strappi: nelle file del Prc sono quattro alla fine i dissidenti che incrinano la maggioranza. Alberto Burgio, Salvatore Cannavò, Luigi Pegolo e Francesco Caruso non rispettano la disciplina di partito e votano contro. Franco Russo non partecipa al voto; Matilde Provera annuncia di votare "sì" ma "per l´ultima volta". Caruso prova a scherzarci su: "Vedete come siamo più vivi noi, invece quelli del Pdci sono grigi", e poi "la mia presenza in Parlamento è una funzione di servizio nei confronti dei movimenti dai quali provengo". Nessuna voglia però di prendere i dissensi alla leggera. La scelta di Rifondazione di mostrare la lealtà al governo accettando il compromesso sull´Afghanistan (a cui aveva sempre detto no) è stata molto sofferta. Lo ammettano tutti, da Elettra Deiana a Gennaro Migliore. "L´atto dei dissidenti è gravissimo e provocatorio perché rappresenta un danno al partito, perché si rompe una comunità politica - dichiara il capogruppo Migliore - Per ora non c´è nessuna decisione su provvedimenti disciplinari ma solo la rottura di un vincolo di lealtà. Attenzione al Senato a non mettere a rischio l´autosufficienza della maggioranza perché allora si danneggia la pace e il paese". Giordano lasciando Montecitorio: "Hanno votato contro dei privilegiati, una volontà di lesione in virtù di un privilegio quello di sedere in un´aula parlamentare".
Decapitare Hezbollah
Guido Olimpio sul Corriere della Sera
Un raid nella notte a Beirut contro un presunto bunker usato dalla dirigenza Hebzollah. Un secondo attacco a Baalbeck contro una struttura di controllo-comando dei guerriglieri. Una serie di micro-operazioni all'interno del Libano sud. Alle continue salve di razzi sparati dall'Hezbollah, Israele risponde con una strategia basata sui seguenti punti.
1) Blitz per decapitare l'Hezbollah. C'è una lista di 12 personaggi da neutralizzare, a cominciare dal segretario Hassan Nasrallah. L'eventuale uccisione del leader non fermerebbe certo gli scontri, ma avrebbe un importante peso propagandistico e politico. I raid su centri abitati hanno però una contro-indicazione: le bombe "intelligenti" possono centrare il bersaglio sbagliato, facendo strage di civili innocenti.
2) Azioni per neutralizzare i missili, ma sopratutto per impedire alla rete Hezbollah di funzionare. Le incursioni contro i rifugi servono a far saltare la catena di comando. Ma fino ad oggi i guerriglieri dimostrano di saper resistere e di aver organizzato al meglio la loro struttura.
3) Interventi di forze speciali nella zona di confine libanese per distruggere le dozzine di postazioni create dai militantii e spingere più indietro i lanciatori di razzi. Malgrado lo strapotere dell'esercito israeliano, è l'attività più difficile e insidiosa. Gli Hezbollah hanno alle spalle anni di guerriglia, l'area è piena di trappole esplosive e di bunker ben protetti. Israele è costretto a muovere sul terreno se vuole ridurre la minaccia, però sa che dovrà pagare un prezzo pesante in termini di perdite. E per questo procede con cautela.
Libano, il giorno più sanguinoso
Fabio Scuto su la Repubblica
GERUSALEMME - Al suo settimo giorno la nuova Guerra del Nord è entrata in una nuova fase delle operazioni militari, unità delle forze speciali israeliane sono penetrate oltre il confine libanese e hanno ingaggiato una violentissima battaglia contro i miliziani di Hezbollah. L´allargamento delle operazioni risponde alle indicazioni del premier israeliano Ehud Olmert che ieri sera, dopo l´incontro con l´inviato della Ue Javier Solana, ha voluto ribadire che "la guerra non ha limiti di tempo e di mezzi" per raggiungere lo scopo: eliminare militarmente la minaccia degli Hezbollah e del loro arsenale dai confini con Israele.
Mentre proseguono oltre la "linea rossa" le missioni dei caccia, degli elicotteri, delle unità navali che incrociano davanti alle coste libanesi, che ieri hanno bombardato con grande intensità il sud Libano, i commandos hanno dato il via alle operazioni di terra. All´alba di ieri le unità israeliane si sono infiltrate oltre confine e hanno conquistato Al-Ghajar, un villaggio libanese oltre la frontiera. Poi con la copertura degli elicotteri "Apache" si sono spinte più all´interno e attorno a Aitarun si sono scontrate con i miliziani sciiti, qui la battaglia è andata avanti per quattro ore e i commandos israeliani hanno perso due uomini, una decina i feriti, ma la posizione è stata mantenuta.
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La fine immediata delle ostilità, innescate dal rapimento dei soldati israeliani e dall´uccisione di altri otto da parte di Hezbollah, è stata chiesta dall´Alto Rappresentante dell´Ue per la politica estera Javier Solana che ieri era a Gerusalemme. Solana è stato ricevuto dal premier Olmert, dal ministro degli Esteri Livni e dal ministro della difesa Peretz. Olmert ha espresso l´apprezzamento di Israele per la posizione presa dall´Unione Europea sulla grave crisi israelo-libanese. La linea della fermezza è stata ribadita dal premier Olmert. Solana, che ha definito "molto franchi" i colloqui che ha avuto, ha detto che il Medio Oriente "sta vivendo uno dei suoi momenti più difficili". L´Ue, ha detto Solana a Olmert, riconosce il diritto di Israele all´autodifesa, ma questo deve essere ispirato alla "proporzionalità" e deve evitare di colpire la popolazione civile. Ieri pomeriggio è stato colpito il quartier generale dell´Onu di Naqura, nel sud Libano, dal fuoco israeliano. I colpi di artiglieria sono arrivati dopo che Hezbollah aveva lanciato dei razzi contro Israele da una zona vicina alle due postazioni Onu.
Siniora, il mondo ci aiuti
Marco Cremonesi sul Corriere della Sera
BEIRUT Lo incontriamo nel suo ufficio proprio nel mezzo di una lunga serie di telefonate con Romano Prodi. "Conosco il vostro primo ministro da molto tempo. So che è un buon amico del Libano e degli arabi. E so anche che può fare molto per noi. L'Italia è un partner privilegiato e ha forti interessi in Libano, il suo export nel nostro Paese supera il miliardo di dollari, il primo in assoluto, più alto di quelli di Francia e Cina. Non mi stupisce che faccia di tutto per porre fine alla catastrofe rappresentata dai bombardamenti israeliani", spiega accorato Fuad Siniora. Non a caso ha scelto di parlare con un reporter italiano. "Ci tengo a dire al vostro Paese quanto mi interessa la vostra mediazione. Sto anche pensando di invitare Massimo D'Alema a Beirut", aggiunge. Un leader in difficoltà per uno deimomenti più difficili nella sanguinosa storia del Libano. Qui i commentatori lo dipingono come "il numero due che sta diventando con successo numero uno". Da sempre stretto consigliere di Rafiq Hariri, suo ex ministro delle Finanze, lo ha sostituito alla guida del partito, e ora del Paese, dopo il suo assassinio nel febbraio 2005, Siniora dimostra di avere le spalle più larghe di quanto non si credesse. Ultimamente non ha esitato a sfidare la Siria, accusa l'Iran di ingerenze. Ma in questo momento ciò che gli preme di più è porre fine alla "barbara aggressione israeliana". Poco dopo il nostro incontro legge pubblicamente un annuncio: "Occorre che la comunità internazionale imponga il cessate il fuoco a Israele. In sette giorni di bombardamenti abbiamo oltre 1.000 feriti, 300 morti e mezzo milione di profughi. Il Paese è in ginocchio ".
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Romano Prodi, assieme ai partner europei, le sta proponendo una forza militare multinazionale, con un mandato diverso da quello dell' Unifil. E' d'accordo?
"Ho spiegato a Prodi, Chirac e agli altri leader stranieri con cui sono in contatto, che la mossa non è sufficiente. Non bastano 6.000, 8.000 o addirittura 20.000 soldati stranieri per disarmare l'Hezbollah, se prima non si giunge a una soluzione complessiva del problema che riguarda anche Sheba, come ho appena detto"
E' rimasto sorpreso dall'arsenale dell'Hezbollah? Posseggono missili di fabbricazione iraniana in quantità. Come è potuto accadere che potesse nascere un esercito così forte?
"L'Hezbollah è diventato uno Stato nello Stato. Lo sappiamo bene. E' un problema gravissimo. Ma precede di molto il mio mandato e anche l'era di Hariri. Non è un mistero per nessuno che l'Hezbollah risponde alle agende politiche di Teheran e Damasco. Noi non siamo un Paese in ostaggio della Siria. La nostra è una democrazia viva, con un'opinione pubblica libera, pluralista. Siamo un gioiello unico in Medio Oriente. Ma i siriani sono dentro casa nostra e noi siamo ancora troppo deboli per difenderci. Le memorie terribili della guerra civile sono ancora troppo presenti, nessuno è pronto a prendere le armi".
Hariri è stato ucciso dai sicari siriani?
"Questo è quello che pensa lei. Io non dico di essere in disaccordo. Maesiste una commissione internazionale che indaga sul caso. Lasciamo a loro il verdetto".
Per quando prevede il cessate il fuoco?
"Non ci siamo ancora. Purtroppo vedo un gran polverone diplomatico e pochi fatti concreti. I bombardamenti criminali di Israele vanno bloccati subito, immediatamente. Ma i governi israeliani hanno sempre fatto di tutto per renderci la vita difficile: non ci hanno mai dato le mappe dei campi minati che loro avevano piantato in Libano, così la gente continua a morire. Oggi bombardano i civili e creano simpatie per l'Hezbollah anche dove altrimenti non ci sarebbero".
Libano, un trionfo fino alla morte
Tariq Ali su il Manifesto
Nella sua ultima intervista - dopo la Guerra dei sei giorni, nel 1967 - lo storico di sinistra Isaac Deutscher, il cui parente più prossimo era morto in un lager e quelli sopravvissuti vivevano in Israele, disse: "Giustificare o perdonare la guerra di Israele contro gli arabi significa in realtà rendere a Israele un pessimo servizio e compromettere i suoi interessi futuri". Poi avvertì:" I tedeschi hanno riassunto la loro esperienza nella frase amara 'Man kann sich totseigen!', puoi portare il tuo trionfo fino alla morte. Questo è quello che hanno fatto gli israeliani. Hanno morso più di quanto possano inghiottire.". Nell'azione di Israele oggi possiamo individuaremolti elementi di alterigia: un'arroganza imperiale, una distorsione sistematica della realtà, una coscienza della propria superiorità militare (con tanto di armi di distruzione di massa come ultima risorsa), la presunzione con la quale spezzano le infrastrutture sociali degli altri paesi, e la convinzione della propria superiorità razziale. Gli arabi sono untermenschen. Tutte le vittime civili di Gaza e del Libano non valgono quanto lamorte di un solo soldato israeliano. E in questo, i sovrani del mondoappoggiano Israele. L'offensiva contro Gaza è stata pianificata per distruggere Hamas, per aver osato vincere le elezioni. La "comunità internazionale" è rimasta lì a guardare Gaza in agonia. Sono morte dozzine di civili. Tutto ciò non ha significato niente per i leader del G8. Subdole parole come "sproporzionato " sono state occasionalmente tirate fuori. Ma nulla è stato fatto. Per dissolvere ogni dubbio, Condoleezza Rice ha chiarito la posizione di Washington su Fox Tv suggerendo che "l'offensiva venga prolungata". La spregiudicatezza di Israele ottiene sempre il semaforo verde da Washington. In quest'ultimo caso, gli interessi coincidono: vogliono isolare e rovesciare il regime siriano assicurandosi il Libano come protettorato israelo-americano. Il Libano contemporaneo, è vero, è rimasto in largamisura la creatura artificiale del colonialismo francese di sempre. La scacchiera confessionale del paese non ha mai permesso un censimento accurato, per il terrore di rivelare che una maggioranza sostanzialmente musulmana - forse ora come ora persino sciita - è preclusa da una adeguata rappresentanza nel sistema politico. Tensioni settarie, incalzate dalle condizioni in cui versano i profughi palestinesi, sono esplose negli anni '70 nella guerra civile, fornendo la scusa per l'ingresso e permanenza delle truppe siriane nel Libano col tacito benestare degli Stati Uniti - col ruolo pretestuoso di tampone fra le comunità in guerra e deterrente contro l'avanzata totale di Israele, una possibilità emersa con le invasioni israeliane del 1978 e del 1982, quando ancora Hezbollah non esisteva. L'uccisione del corrotto Hariri ha provocato vaste proteste della media borghesia che ha chiesto l'espulsione delle truppe e della polizia siriana. L'impeto è stato sufficiente a forzare il ritiro siriano ma Hezbollahnon è stato disarmato e la Siria non è caduta. Questa offensiva israeliana è designata per la presa del castello. Funzionerà? Una lunga guerra coloniale è in vista dal momentoche Hezbollah,comeHamas, gode del supporto delle masse. Non possono essere liquidati come "terroristi", esattamente come l'Olp o l'Anc o la Fnl algerina o iMauMau.Nelmondoarabo sono percepiti come combattenti per la libertà che combattono la più lunga occupazione coloniale del ventesimo secolo. Ci sono 7000 prigionieri politici arabi nei gulag israeliani. E' per questo che vengono catturati i soldati israeliani e che, in passato, vi sono stati scambi di prigionieri. Incolpare Iran e Siria dell'ultimaoffensiva in Libano è semplicemente ridicolo. Finchè la questione palestinese non verrà risolta, l'occupazione in Iraq conclusa, non ci sarà pace in tutta la regione mediorientale.
Se concertare non si può
Giuseppe Berta su La Stampa
Comunque si giudichi la conclusione del contrasto che ha visto contrapposti l'esecutivo e le rappresentanze dei tassisti, va detto che quel confronto ha significato un mutamento nel modo e nelle procedure con cui i governi si sono misurati con gli interessi di categoria. Le consultazioni e il negoziato si sono svolti dopo che il ministro Bersani aveva annunciato i provvedimenti, senza precedere il varo delle misure governative. Un'innovazione di cui è difficile non tenere conto nel contesto di un Paese in cui l'incidenza e la capacità di mobilitazione degli interessi organizzati sono state soppesate con cura prima di ogni intervento legislativo e anche soltanto amministrativo. Sarà il corso degli eventi a stabilire se e fino a qual punto il governo riuscirà a essere conseguente in questa linea d'azione, garantendo l'efficacia delle sue decisioni anche di fronte all'opposizione delle categorie.
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In un'arena della politica economica dominata dall'agenda odierna, esistono ben pochi margini da destinare a una concertazione che riconosca al sindacato un ruolo di protagonista positivo. Il tema delle pensioni è oltremodo spinoso per le confederazioni, perché penalizza i suoi aderenti ben più del contenimento salariale. E poi, può per esempio il sindacato contribuire a raffreddare la dinamica retributiva del pubblico impiego, che ha corso più di quella dei dipendenti privati?
Si tratta di questioni che non possono probabilmente essere affrontate mediante il metodo della concertazione perché prevedono momenti di confronto e forse anche di scontro fra politiche e interessi non conciliabili a priori. Non necessariamente un male, se ciò permetterà di identificare meglio funzioni e responsabilità distinte.
20 luglio 2006