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sulla stampa
a cura di P.C. - 18 luglio 2006


Salvare Israele
Piero Fassino su
La Stampa

A Lucia Annunziata che si chiede se lo Stato ebraico non sia oggi davvero in pericolo di esistenza, la mia risposta è sì. E i segni di questo enorme pericolo sono tanti: le ripetute dichiarazioni del Presidente iraniano, non un fanatico isolato, ma un uomo eletto a quella carica da milioni di iraniani e dunque "rappresentativo"; la legittimazione politica e la libertà di azione di cui gode in Libano Hezbollah, un movimento che dichiaratamente predica la distruzione di Israele e ogni giorno agisce militarmente per questo; il rifiuto di Hamas di riconoscere esplicitamente il diritto di Israele a esistere e, dunque, il rifiuto a negoziati diretti di pace; la campagna quotidiana, capillare, ossessiva messa in essere da una rete di associazioni islamiche che ogni giorno istillano in milioni di persone odio nei confronti degli ebrei e di Israele.
Insomma, sono cresciute nel mondo islamico pulsioni integraliste e fanatiche che vedono nella negazione di Israele il segno del riscatto dell'Islam nei confronti di un Occidente vissuto come corruttore di costumi, oppressore politico e espropriatore di ricchezza (il petrolio).
Avere questa consapevolezza significa che ogni Paese democratico, e quindi anche l'Italia, deve rendere chiaro al mondo islamico e alle sue classi dirigenti - non solo agli estremisti, anche ai moderati e ai riformatori che non sempre arginano con determinazione le derive fanatiche - che mai il mondo democratico, e in primo luogo l'Europa, accetterà qualsiasi forma di messa in causa o anche solo di precarizzazione dello Stato di Israele e della sua esistenza.
Solo in quanto si renda garante dell'esistenza di Israele, l'Europa ha titolo anche per sollecitare il governo israeliano a non ignorare che nell'uso della forza - anche quando per difendersi - non si può smarrire un principio di proporzionalità.
Ed è questo anche il modo più limpido per rendere evidente che in Medio Oriente non sono in conflitto un torto (degli israeliani) e una ragione (dei palestinesi), ma due ragioni.
E' una ragione il diritto dello Stato di Israele a vivere sicuro, riconosciuto e senza paura dei propri vicini.
Ed è una ragione il diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato indipendente. Quelle due ragioni "simul stabunt, simul cadent": ciascuno dei due popoli potrà vedere riconosciuto e affermato il proprio diritto solo in quanto riconosca la pari legittimità del diritto dell'altro e operi per una soluzione di reciproca soddisfazione.
Insomma, la pace, la sicurezza, la democrazia non basta invocarle, occorre affermarle assumendosi le responsabilità che comportano. Vale per il Medio Oriente, vale anche quando si tratta di scelte difficili, come essere presenti in teatri di conflitto come l'Afghanistan.
Una scelta che - contrariamente a quanto sostiene una parte, sempre minore, della sinistra radicale - non è affatto in contraddizione con l'Articolo 11 della Costituzione. Quell'articolo dice no alla guerra, ma dice anche no al terrorismo e no alla negazione dei diritti universali delle persone. Ripudia la guerra, ma dichiara l'impegno dell'Italia a concorrere alle azioni promosse dalle istituzioni internazionali per il mantenimento della pace e della democrazia. D'altra parte chiunque sia intellettualmente onesto deve riconoscere quanto sia forzato rappresentare come "guerra" azioni e interventi che hanno in realtà il carattere di "polizia internazionale" a tutela di valori, di diritti e principi essenziali per la sicurezza del mondo.
Anche così, con atti limpidi e coerenti, una sinistra riformista dimostra la propria cultura di governo.


La grande impotenza
Editoriale su
Il Foglio

Bruxelles. “De-escalation” è la nuova parola d'ordine della comunità internazionale per mettere fine alla guerra tra Israele e Hezbollah. Bisogna fare tutto il possibile per “arrivare a una de-escalation della situazione e non entrare in una dinamica di azione-reazione”, ha detto l'alto rappresentante per la politica estera dell'Unione europea, Javier Solana, appena rientrato da un viaggio a Beirut, dove gli ha dato il cambio il premier francese, Dominique de Villepin. I ministri degli Esteri dei Venticinque – con l'eccezione di Massimo D'Alema, assente al Consiglio affari generali di ieri – hanno ascoltato il resoconto dell'incontro con il primo ministro libanese, Fouad Siniora. Solana ha avvertito del rischio di “iranizzazione” dell'insieme dell'area a causa “dell'uso sproporzionato della forza da parte di Israele”. Le sue parole hanno trovato eco nelle conclusioni del Consiglio che, su iniziativa francese, ha chiesto “un'immediata cessazione delle ostilità” a entrambe le parti, senza porre ulteriori condizioni.
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La rude schiettezza di Bush
La storia tuttavia impone altri insegnamenti. Chirac ha ricordato che “abbiamo già avuto in passato” una forza internazionale e “non era andata male”. Il presidente francese – come gli altri leader europei – forse ha scordato la fuga nella primavera 1984 della Forza multinazionale in Libano, impotente di fronte alla guerra civile e mortalmente colpita dagli attentati orchestrati da Iran e Siria. Allo stesso modo, l'Ue finge di ignorare l'attuale presenza dell'Onu nel sud del Libano. Creata nel 1978, composta da duemila militari (compreso un contingente italiano) e 400 civili e comandata dal generale francese, Alain Pellegrini, la Forza temporanea dell'Onu (Unifil) ha il mandato di “confermare il ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano (già completo nel 2000), restaurare la pace e la sicurezza internazionale e aiutare il governo libanese a restaurare la sua autorità nell'area”. Ma l'Unifil “serve solo a proteggere gli Hezbollah”, come aveva spiegato al Foglio un portavoce dell'Idf, due settimane prima che le milizie sciite attaccassero Israele. Nel 2000, la forza onusiana era rimasta coinvolta nel rapimento di tre soldati israeliani da parte delle milizie sciite con uniformi e targhe dell'Unifil. Hezbollah ha l'abitudine di installare i suoi avamposti al fianco delle postazioni dell'Onu per evitare le reazioni israeliane, mentre il governo libanese ha usato l'Unifil come alibi per non inviare il suo esercito alla frontiera. Il suo mandato scade il 31 luglio e gli europei vogliono che il Consiglio di sicurezza ne rafforzi il contingente come deterrente agli attacchi di Israele contro Hezbollah. “L'ironia – come ha detto ieri George W. Bush a Tony Blair davanti a una bruschetta al burro – è che quello che devono fare (gli europei) è persuadere la Siria a convincere Hezbollah a fermare questa merda. Ed è finita”.


La trappola di Damasco e Teheran
Bernard Guetta su
la Repubblica

Se ci fossero solo Israele e i palestinesi, se ad arroventare di nuovo il Medio Oriente non fosse che l´eterno conflitto tra questi due popoli, sarebbe tutto molto più semplice. Su un terreno conosciuto, le grandi potenze sarebbero meno impotenti di quanto lo sono oggi davanti a questa crisi. Ma quello che ora s´infiamma è un nuovo Medio Oriente: un po´ dovunque, dopo il rovesciamento di Saddam tutto è cambiato.
In pochi mesi, la morte di Arafat, il ritiro israeliano da Gaza, l´uscita di scena di Sharon, l´affermazione dell´Iran, il ritiro siriano dal Libano, la crescente rivalità tra sciiti e sunniti sono venuti ad aggiungersi al caos iracheno – e tutto questo sullo sfondo della paralisi degli Stati Uniti, un tempo arbitri nella regione, oggi impantanati a Bagdad.
L´incendio divampa, ma da che parte affrontarlo? Le sue cause sono così complesse e concomitanti, i focolai così molteplici, le poste in gioco tanto diverse che nelle grandi capitali ancora ci si interroga sull´ingranaggio che l´ha provocato. Le analisi divergono, ma una cosa è certa: la prima scintilla è scaturita da una speranza di pace, una speranza immensa, che preoccupa tanto la Siria quanto l´Iran, i due primi coreografi di questa danza sopra il vulcano.
Facciamo un passo indietro.
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Prese tra due fuochi – da un lato il ricatto siriano, dall´altro la determinazione di Israele a non accettare nessuna tregua finché il Libano non abbia disarmato un´organizzazione dotata di armi sempre più sofisticate – le grandi potenze si ritrovano paralizzate. Non possono forzare la mano a Israele, che vede in gioco la propria sicurezza e ritiene di trovarsi indirettamente confrontato con i siriani e gli iraniani; e neppure possono far recedere la Siria senza concessione alcuna, visto che Damasco pensa di non aver nulla da perdere e tutto da guadagnare.
Siamo già lontani, lontanissimi da Israele e dai palestinesi. In piena ricomposizione del Medio Oriente, e quel che è peggio per gli occidentali, la Siria dispone qui di un alleato del calibro dell´Iran di Mahmud Ahmadinejad.
A questo punto non si può non tornare all´avventura irachena, poiché questa guerra, e il caos che ne è seguito, hanno fatto spuntare le ali alla Repubblica islamica.
Grazie alla cortesia di George W. Bush, l´Iran, sbarazzato dei suoi due nemici regionali, i Taliban e Saddam Hussein, è divenuto la prima potenza del Medio Oriente. Ormai al sicuro dagli attacchi dei vicini, provvisto di poderose teste di ponte tra gli sciiti iracheni, con la certezza che gli Stati Uniti siano troppo occupati a Bagdad per aggredirlo, l´Iran si è sentito tanto forte da lanciarsi nella corsa agli armamenti nucleari.
Per larga parte dei suoi dirigenti, si tratta solo di instaurare un rapporto di forze con l´America, e di poter scambiare un giorno la rinuncia alla bomba contro un riconoscimento del regime iraniano e del suo ruolo regionale. Ma il presidente della Repubblica, eletto un anno fa, coltiva ambizioni assai maggiori.
Non è per semplice capriccio che Mahmud Ahmadinejad invoca regolarmente la distruzione di Israele e nega la realtà del genocidio degli ebrei. A fronte delle capitali arabe che hanno accettato il fatto israeliano, intende fare dell´Iran il campione dell´intransigenza, l´eroe del radicalismo islamico, e unificare così dietro l´Iran sciita le masse musulmane sciite e sunnite.
Una strategia ben meditata; e di fatto ognuna delle sue uscite contro il "sionismo" accresce la sua popolarità nella regione. E a poco a poco dà corpo a una grande idea: quella di far leva sul mondo sciita – la maggioranza sciita irachena, oggi ai comandi grazie all´intervento americano, la minoranza sciita al potere in Siria e gli Hezbollah libanesi – per finire di destabilizzare i regimi sunniti e affermarsi come nuovo Saladino, contro Israele e gli occidentali.
A Teheran infuria la guerra tra due clan del regime islamico, ma certo ai servizi segreti iraniani, controllati da Mahmumnd Ahmadinejad, la provocazione degli Hezbollah è stata tutt´altro che sgradita. Se non l´hanno incoraggiata, possono solo rallegrarsi dei suoi risultati, che oltre alle mire della Siria servono quelle del loro presidente.
La preoccupazione dei regimi sunniti è tale che l´Arabia Saudita per poco non dimenticava di denunciare Israele, mentre ha attaccato pubblicamente "l´irresponsabilità" degli Hezbollah e di "chi sta alle loro spalle". L´Europa, desiderosa di riprendere fiato, reagisce in ordine sparso, mentre gli Stati Uniti, a quattro mesi dalle elezioni parlamentari, sono più impotenti che mai.
Damasco e Teheran - in ogni caso almeno per il momento -guidano le danze.


“No al partito del tuttavia”
Dino Martirano sul
Corriere della Sera

ROMA — Alla fine anche uno al di sopra di ogni sospetto, come il filopalestinese Marco Rizzo dei Comunisti italiani, dice che Giuliano Amato ha "allo stesso tempo torto e ragione a parlare di "partito del tuttavia"" riferendosi a chi, nella sinistra italiana, "fa troppi distinguo su Israele". Spiega dunque Rizzo: "Amato ha torto perché oggi ci sono ragioni grandi come una casa per fare dei distinguo sulla politica del governo israeliano. Ha ragione perché la politica italiana è fatta da chi dice vorrei ma non posso, faccio questo perché mi conviene, dico questo ma poi ne avrò un vantaggio?
Ecco, la politica fatta così ha giustamente la reprimenda del ministro Amato".
Se Marco Rizzo — che condanna l'invasione del Sud del Libano sottolineando che "a nessun Paese al mondo verrebbe permesso di fare altrettanto" — trova un formula accattivante per commentare le considerazioni di Amato, per il sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti (Dl) — sostenitore da sempre della bandiera con la stella di Davide — il ministro dell'Interno ha centrato il punto. Amato, a suo parere, ha smascherato chi non tiene conto di una lunga lista di fatti: "Israele è un Paese democratico che aspira a una vita normale, che non ha mire espansionistiche e per questo vale la pena ricordare il ritiro dal Libano del 2000, il ritiro da Gaza del 2005 e il programmato ritiro unilaterale dalla Cisgiordania come stabilito nel programma elettorale di Olmert". Va avanti Vernetti: "Il ministro della Difesa, Peres, è leader dei socialisti israeliani e membro dell'Internazionale socialista. Israele sta subendo un attacco senza precedenti da organizzazioni finanziate e sostenute da un Paese come l'Iran il cui presidente vorrebbe cancellare Israele dalla carta geografica". Conclude il sottosegretario: "Non credo che oggi si possa, come dire, non considerare questi fatti".
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Per il socialista Bobo Craxi, davanti alla perdurante crisi mediorientale, l'approccio deve essere equo: "Ecco, io dico che non può esistere un "partito del tuttavia" come non può esistere un "partito delle certezze assolute". Tutte queste ricette, che noi in Italia siamo maestri a confezionare, alla fine indeboliscono Israele più che rafforzarlo". Si spiega meglio il sottosegretario: "La cosa che mi indigna è che se qualcuno muove qualche obiezione verso Israele diventa automaticamente un amico dei terroristi e un nemico di Israele. E questo non è giusto perché di certo esistono i fanatismi inaccettabili e questi esistono in tutti e due i campi".
Bobo Craxi, dunque, respinge al mittente la tessera del "partito del tuttavia": "Io non sono iscritto a questo partito. Semmai è vero il contrario: è esteso infatti il partito che raccoglie le ragioni di sicurezza di Israele per il quale il fine giustifica i mezzi. Ma io dico che a questo partito non bisogna mai iscriversi perché il fine non giustifica mai i mezzi". E questo è il frutto, "di una concezione tutta italiana per la quale si deve dividere il mondo in due come una mela. Ma così perdiamo di vista l'obiettivo: cioè provare a fare qualcosa per stabilizzare il Medio Oriente".


La tempesta perfetta
Domenico Siniscalco su
La Stampa

La crisi politica e militare in Medio Oriente, scoppiata con il rapimento di un soldato israeliano il 25 giugno e allargatasi violentemente al Libano dall'11 luglio, si aggrava di giorno in giorno. I resoconti dall'area e da San Pietroburgo, dove è riunito il G8, fanno temere una scalata devastante del conflitto nell'area, anche perché Israele vede minacciata la propria sopravvivenza. Gli appelli alla pace, sinora, sono rimasti privi di conseguenze e la tensione non recede.
La dinamica del conflitto, improvvisa ma in parte prevedibile, è destinata ad avere profonde ripercussioni geopolitiche, non solo sul Medio Oriente. E al di là degli aspetti politici la crisi potrebbe avere serie conseguenze economiche e finanziarie globali.
A tutt'oggi, le variabili fondamentali dell'economia mondiale, come la crescita, il commercio estero o i tassi di interesse a lungo termine appaiono molto solidi, con l'unica eccezione del tasso di inflazione che genera inquietudini sui mercati. In questo contesto, relativamente tranquillizzante, è peraltro possibile che la crisi del Medio Oriente si combini con il recente nervosismo dei mercati e provochi una situazione di difficoltà ancora oggi impensabile.
La storia passata insegna lezioni importanti sull'interazione tra instabilità geopolitica e crisi finanziarie.
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Ovviamente oggi non siamo nel 1914. Come si accennava, l'economia mondiale presenta una fondamentale solidità: il prodotto lordo cresce in tutte le principali aree, i tassi di interesse a lungo termine sono bassi, la globalizzazione è molto avanzata nel mercato dei prodotti, dei capitali e del lavoro. Gli stessi mercati finanziari sono incomparabilmente più ampi e sofisticati di allora, e dunque in grado di assorbire contraccolpi.
Eppure anche oggi gli investitori sono nervosi e non apprezzano pienamente i rischi, gli operatori temono l'inflazione, le banche centrali possono commettere errori, deprimendo il valore di investimenti fondamentali (come Borsa e settore immobiliare) mentre tentano di raffreddare con i tassi le aspettative inflazionistiche. Anche oggi, per quanto con bassa probabilità, è dunque possibile che si determini una "tempesta perfetta" in cui fattori diversi e apparentemente sconnessi generano profonde ripercussioni negative sui mercati globali.
Anche per questo motivo il montare della crisi in Medio Oriente, al di là delle fondamentali valenze politiche e umanitarie, va fermata prima che diventi incontrollabile. Prima di riscoprire a nostre spese che geopolitica, economia e mercati sono strettamente legati e non esistono problemi "altrui".


La breve estate dell'economia
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera

È stato un anno faticoso per i politici dell'Unione. In autunno le primarie, poi una lunga campagna elettorale. Dopo le elezioni, le trattative per il nuovo presidente della Repubblica e per formare il governo, il mese scorso il referendum, i decreti Visco e Bersani e il Dpef. È normale che si tiri un sospiro, si assaporino i successi e si guardi a metà settembre, quando riaprirà il Parlamento e si scriverà la Legge Finanziaria. E tuttavia lasciar trascorrere due mesi senza fare praticamente nulla potrebbe essere fatale.
Le liberalizzazioni sono tutt'altro che acquisite. Se la tensione si allenta le corporazioni si riorganizzano e difficilmente si faranno cogliere di sorpresa una seconda volta. Il presidente Mao diceva "colpirne uno per educarne 100": bisogna fare l'esatto contrario. Come ha scritto Mario Monti sul Corriere, guai a dare l'impressione di essersi accaniti contro alcuni salvando altri. Non cedere al ricatto dei tassisti è essenziale, ma non basta: occorre andare avanti.
Il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa dice che la Finanziaria interverrà sul pubblico impiego. Le retribuzioni lorde dei dipendenti pubblici crescono un punto all'anno più di quelle del settore privato, e non mi pare che la produttività dei dipendenti pubblici giustifichi quel divario. Negli anni Novanta la spesa per i dipendenti pubblici era stata ridotta dal 12 al 10,5% del pil; ora è risalita all' 11. Davvero per fermarla occorre aspettare gennaio quando entrerà in vigore la Finanziaria? Non c'è neppure un ufficio superfluo, una funzione eliminabile, un ente inutile? Il Governatore Draghi ha annunciato che chiuderà l'Ufficio italiano dei cambi (a 17 anni dalla fine dei controlli valutari, meglio tardi che mai): coraggio, ministro!
Un anno fa Prodi delineò, in un'intervista al Sole 24Ore, un ampio progetto di riforma delle Autorità: eliminazione di Isvap e Consip, rafforzamento della Consob, creazione di una nuova Autorità per le reti. L'indebolimento delle Autorità è stato uno dei colpi più gravi che il governo Berlusconi ha arrecato alla concorrenza. Basta tradurre quella bella intervista in un articolato e farlo approvare in Parlamento dalla maggioranza: ora, non fra otto mesi a Finanziaria approvata.
Le privatizzazioni sono il grande assente nel Dpef: cinque righe in un documento di 160 pagine. Io comprendo che il ministro dell'Economia non abbia ancora avuto il tempo di studiare le carte, ma quanto bisogna studiare per convincersi che il Poligrafico dello Stato deve essere messo all'asta? Ora, non dopo che sarà ristrutturato, come ha scritto nel Dpef (p. 57): sono 15 anni che il Poligrafico è in ristrutturazione, una furbizia per non mandare a casa presidente e amministratori. Il Bancoposta è la più grande banca italiana: davvero deve rimanere pubblica? Non potrebbe iniziare proprio da lì il consolidamento delle banche italiane sollecitato dal Governatore?
Il ministro Mussi ha annunciato che la valutazione sarà il perno della nuova università, e che creerà un'agenzia indipendente per la valutazione. Una buona idea, ma temo che richiederà molti mesi, e intanto nell'università nulla cambia. (È proprio chi teme il cambiamento che vuole la nuova agenzia). Valutazioni degli atenei già le aveva concluse il ministro Moratti. Se davvero Mussi vuole migliorare l'università, perché non annuncia che dal prossimo anno i fondi verranno assegnati in funzione dei risultati conseguiti in quelle valutazioni?


Stop alle proteste dei taxi
Barbara Ardu su
la Repubblica

ROMA - "Vi tolgo il cumulo delle licenze se raggiungiamo insieme l´obiettivo. Fatemi fare e tra sei mesi ci misuriamo". Pierluigi Bersani ha convinto così ieri sera i tassisti. Quattro ore di colloquio al ministero dello Sviluppo economico. Un incontro tranquillo dal quale tutti sembrano usciti vincitori. "Un pareggio che mi soddisfa molto - ha dichiarato Bersani - perché mi stava a cuore soprattutto il miglioramento del servizio per i cittadini. I tassisti all´inizio chiedevano lo stralcio del decreto o una moratoria di sei mesi o ancora la trasformazione in legge delega. Ma quando hanno visto che noi tiravamo dritto e che c´erano problemi di gestione della piazza si è arrivati all´accordo. Non abbiamo ceduto sui punti fondamentali, abbiamo fatto solo aggiustamenti formali". Per Lorenzo Bittarelli, dell´Unione radiotaxi italiana, il sindacalista più oltranzista si tratta comunque di "una vittoria". Cos´ha fatto il ministro? Ha riscritto parte di quell´articolo sei del decreto sulle liberalizzazione che aveva portato in piazza migliaia di auto bianche.
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"Si offre ai Comuni - ha spiegato il ministro Bersani - un menu di soluzioni adatte alle diverse realtà". In particolare l´accordo raggiunto prevede la possibilità di ampliare i turni giornalieri dei tassisti, con la possibilità di far girare le auto anche per tre turni avvalendosi di dipendenti o familiari. Per quanto riguarda la possibilità di attivare bandi straordinari per assegnare nuove licenze questo potrà avvenire nei Comuni in cui la programmazione numerica è insufficiente o non idonea e non garantisce un buon livello di servizio. I nuovi bandi potranno avvenire sia in forma gratuita sia in forma onerosa. Nessuno deprezzerà dunque le licenze perché bisognerà comunque pagare per ottenerne una nuova. L´80% degli introiti andrà ai tassisti, il 20% ai Comuni per finanziare un potenziamento del servizio. La doppia targa non scompare del tutto, ma sarà prevista solo in via sperimentale e solo per particolari categorie (i disabili per esempio). L´emendamento prevede inoltre servizi innovativi come quelli a chiamata. Viene infine introdotta la tariffa a forfait su specifiche tratte. Sperimentazione che rimarranno in mano ai consorzi e alle cooperative di tassisti. Che cantano vittoria e promettono di riprendere il servizio. "Non ci sono né vincitori né vinti - commenta Fabio Parigi, portavoce di Confartigianato Taxi - è una scommessa per la categoria che dovrà dimostrare di crescere e di offrire un servizio più efficiente".


Luce, bus e servizi: rivoluzione nelle città
Marco Patucchi su
la Repubblica

ROMA - Romano Prodi ha immaginato per loro una partnership con il colosso russo Gazprom che presto sbarcherà nel nostro Paese e venderà gas alle famiglie e alle imprese italiane. Ma la vera svolta all´orizzonte delle aziende dei servizi pubblici locali è tutta nelle due paginette della legge-delega che rivoluzionerà il sistema delle utilities municipali e che da qualche giorno campeggia, minacciosa, sulle scrivanie degli amministratori delle varie Acea, Aem, Hera e della miriade di aziende locali di trasporti, energia, smaltimento rifiuti. Quando diventerà legge dello Stato, finirà l´era degli affidamenti "in house" dei servizi, la formula magica sulla quale si è consolidato un neo-statalismo municipale sempre più forte e che consegna direttamente a società controllate dal Comune la gestione di beni o servizi pubblici, fuori dall´obbligo di procedere a gare aperte a tutti. Si crea così un conflitto d´interessi dell´amministrazione che svolge il ruolo di regolatore ed è anche proprietaria dell´impresa di servizi.
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La legge prevede alcune deroghe all´obbligo della gara, nel caso di "particolari situazioni di mercato" (ad esempio eccessiva frammentazione o scarsa propensione all´investimento da parte dei privati), ma norme e clausole assicureranno un "efficace controllo pubblico per evitare possibili situazioni di conflitto d´interessi". Senza contare che le municipalizzate con affidamento diretto "non potranno acquisire la gestione di servizi diversi o in ambiti territoriali diversi da quelli di appartenenza".
Brandendo questa legge-delega, dunque, il governo si lancia in una battaglia dagli esiti incerti, vista la prevedibile resistenza della politica locale che ha già dimostrato la propria forza bipartisan nelle querelle della Tav o dei rigassificatori. La sfida è notevole, come attestano i numeri dei servizi locali a rilevanza economica, un comparto che fattura ogni anno più di 22 miliardi di euro (1,8% del Pil) e dà lavoro a 160 mila persone: gran parte delle municipalizzate è stata trasformata in spa ed è gestita con criteri privatistici, eppure solo nel 3,4% di queste aziende i privati controllano la maggioranza del capitale, mentre nel 73% il Comune è l´unico proprietario e nel 23,6% l´ente locale ha la maggioranza.
Il governo Prodi vuole ridisegnare i connotati di questo ritratto, ma è sempre l´Antitrust a mettere in guardia da facili ottimismi: "La possibilità che l´impresa effettivamente più efficiente vinca la gara - sottolinea Catricalà - dipenderà dal modo in cui saranno redatti i bandi. La competizione, infatti, può essere distorta dalle indicazioni e dai parametri, soprattutto qualora questi contengano elementi che possono favorire il vecchio monopolista locale".


   18 luglio 2006