La Corte suprema degli Stati Uniti ha definito illegali i tribunali militari speciali per i detenuti di Guantanamo: «Violata la Convenzione di Ginevra». «I processi sono illegali per la giurisdizione americana e la convenzione di Ginevra». Tra le motivazioni della sentenza anche «l'eccesso di autorità». «Non metterò in strada degli assassini», ha replicato il presidente.
La protesta del G8 per i palestinesi detenuti
La frase sulla «preoccupazione» inserita su richiesta di D'Alema
Maurizio Caprara sul Corriere della Sera
MOSCA «La detenzione di membri elettivi del governo palestinese e del Parlamento solleva particolari preoccupazioni». Sugli arresti compiuti da Israele per reazione al sequestro del caporale Gilad Shalit, così hanno scritto i ministri degli Esteri della Russia e dei sette Paesi più sviluppati del mondo. O meglio, così si legge nel documento che da tutti e otto è stato firmato in una riunione del G8 ieri a Mosca, ma a proporre di aggiungere la frase è stato Massimo D'Alema, a nome dell'Italia.
«Esortiamo il governo palestinese a far cessare la violenza terroristica e a prendere misure immediate per liberare il soldato israeliano», hanno scritto i ministri del G8. «Condanniamo i gruppi estremisti responsabili di questi atti e tutti coloro che mettono a rischio le prospettive per la pace. Esortiamo Israele alla massima moderazione», si legge nella dichiarazione.
Nella dichiarazione del G8, al governo di Hamas viene ribadita la sollecitazione a riconoscere Israele. Considerato che siete i rappresentanti dei Paesi più potenti del mondo, perché le vostre pressioni sui palestinesi non riescono a ottenere il rilascio del caporale israeliano? A questa domanda del Corriere ai ministri del G8, Condoleezza Rice ha risposto che «una grande azione diplomatica» era in atto: «Rivolgiamo un appello a tutti i gruppi palestinesi per la liberazione dell'ostaggio. Azioni del genere devono cessare. Vedrete che negli sforzi sono impegnati dirigenti palestinesi».
EHUD Olmert, il successore borghese del soldato Sharon, sta rivelando una grinta insospettata. Nella notte tra mercoledi 28 e giovedi 29 giugno ha fatto arrestare in Cisgiordania più di sessanta responsabili di Hamas, tra i quali il Presidente del Consiglio legislativo palestinese (Parlamento), otto ministri, una ventina di deputati eletti in gennaio al suffragio universale, altrettanti sindaci pure loro eletti, e funzionari vari. Tutti accusati da Benyamin Ben Eliezer, un ministro israeliano che interviene nei momenti cruciali con il suo linguaggio diretto, di appartenere a «un´organizzazione d´assassini il cui capo si trova a Damasco».
Per essere più precisi, Hamas è un partito legittimamente al governo in Palestina, ma giustamente iscritto nelle liste dei terroristi, oltre che in Israele, negli Stati Uniti e in Europa.
Un´ambivalenza che lo mette al bando, che lo rende infrequentabile, fino a quando non si sarà ravveduto riconoscendo in modo esplicito lo Stato ebraico, come gli si chiede. Ehud Olmert ha colpito Hamas al vertice (anche il capo del governo, Ismail Haniyeh, potrebbe essere arrestato, e per questo si nasconde) proprio mentre sembrava sul punto di compiere un primo passo in quella direzione. Un primo passo troppo ambiguo per il governo israeliano.
È un tragico rito: alla vigilia di quella che potrebbe essere una svolta verso un compromesso, se non proprio verso la pace, la corda si spezza. E a spezzarla contribuiscono entrambe le parti: israeliani e palestinesi.
Il riassunto dei fatti è eloquente. Comincio dal referendum.
Il quale dovrebbe stabilire se i palestinesi sono disposti a riconoscere Israele, come ha fatto Al Fatah, oppure si rifiutano, come Hamas. Per Hamas, formalmente al governo dopo la vittoria di gennaio, potrebbe essere una sconfessione. Il referendum potrebbe rivelare che gli elettori, pur avendo votato Hamas, sono pronti ad accettare lo Stato ebraico per avere infine la pace, e con essa il promesso Stato palestinese. Abu Mazen, presidente dell´Autorità palestinese (di fatto capo dello Stato) ha indetto la consultazione per dirimere la questione, che l´oppone, con spargimento di sangue, a Ismail Haniye, primo ministro ed esponente di Hamas. Nell´attesa del referendum, forse temendo di perderlo, Ismail Haniye, alla testa di una corrente di Hamas meno intransigente di quella guidata da Khalid Mashal (in esilio a Damasco), cerca un compromesso. Si prepara a sottoscrivere un documento che equivale a un primo passo verso il riconoscimento di Israele. La notizia è clamorosa. Annuncia la conversione di Hamas? Comunque rivela una disponibilità della corrente moderata al governo, ansiosa di essere accettata dalla società internazionale, che in larga parte le gira le spalle.
Rifiuta ogni contatto. E non le dà un centesimo.
Il documento viene chiamato «dei prigionieri», perché è stato redatto nelle carceri israeliane, dove scontano lungo pene, da noti esponenti dei due movimenti palestinesi.
Porta la firma di Marwan Barghuti (Fatah) e di Abdul Khalek Natché (Hamas). Per alcuni si tratta di un documento di grande rilievo, perché vi si chiede la creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, entro i confini del 1967, e ci si impegna a impedire gli attacchi all´interno di Israele. Il riferimento ai confini del '67 equivarrebbe a riconoscere di fatto lo Stato ebraico cosi com´era prima della guerra dei «sei giorni», avvenuta quarant´anni or sono. Altri scorgono invece nel documento una inaccettabile ambiguità, perché non c´è una esplicita accettazione di Israele, e vi si parla di «diritto al ritorno» dei palestinesi, che, se avvenisse in massa, significherebbe la sua fine.
L´accordo viene concluso martedi 27 giugno, dopo estenuanti trattative, ma è subito giudicato insufficiente dal governo israeliano. Stati Uniti ed Europa lo accolgono con prudenza. Non pochi esperti lo interpretano come un´importante svolta di Hamas. Ma nel week end precedente, domenica 25 giugno, quando già si aspettava l´annuncio, l´accordo è stato neutralizzato. Minato. Distrutto prima di venire alla luce. Una non ancora identificata unità palestinese armata, proveniente da Gaza, ha attaccato una postazione israeliana, a Kerem Shalom (Vigneto della pace), e ha rapito un caporale, Gilad Shalit, con la doppia nazionalità, israeliana e francese. Chi ha compiuto l´impresa non poteva ignorare la reazione israeliana. Il principale obiettivo non era di rapire un semplice caporale, ma di sabotare l´accordo tra Hamas e al Fatah.
Il governo palestinese, ossia Hamas, si dichiara estraneo al rapimento, ma appoggia la richiesta delle famiglie di detenuti palestinesi che chiedono lo scambio di Gilad Shalit con donne e minorenni rinchiusi nelle carceri israeliane. Da qui la denuncia di complicità. Il ritrovamento del cadavere di un colono di 18 anni, Eliahou Achéri, rapito domenica 25, lo stesso giorno dell´attacco a Kerem Shalom, contribuisce ad arroventare l´atmosfera.
L´arresto dei ministri, dei deputati e dei sindaci di Hamas era stato pianificato da tempo. Assai prima del rapimento del caporale di Tsahal. Ma è soltanto mercoledi, il giorno successivo all´accordo tra Hamas e al Fatah, e mentre si mette in moto la Pioggia d´estate», che Menachem Mazuz, l´Attorney General, dà la sua approvazione. La Giustizia è d´accordo. E subito dopo Yuval Diskin, il capo dello Shin Bet, il servizio di informazioni, presenta al primo ministro la lista delle persone da arrestare. La coincidenza è straordinaria: da entrambe le parti, in Israele e in Palestina, si muovono puntuali forze che annullano la possibilità di un compromesso.
Arika Eldar scrive (su Haaretz) che, se avesse veramente coraggio, Ehud Olmert dovrebbe proporre di scambiare Gilad Shalit contro la liberazione di Marwan Barghuti e di Khalek Natché. I due detenuti che, il primo per al Fatah e il secondo per Hamas, hanno firmato il «documento dei prigionieri», in cui ci sarebbe l´implicito riconoscimento di Israele. In questo modo il primo ministro infliggerebbe un duro colpo a Khalid Meshal, il capo estremista di Hamas, che da Damasco si dice pronto a combattere Israele fino «all´ultima goccia di sangue» dei ragazzi kamikaze palestinesi.
Il suggerimento è troppo semplice, candido, per una terra tanto complicata.
Fini sulla Casa delle Libertà «Ormai è finita un'epoca»
La mossa del leader: An da rifondare, serve un codice etico
sommari de Corriere della Sera
Acque agitate in An. «La Casa delle Libertà come l'abbiamo conosciuta finora è da considerarsi un'esperienza conclusa», dice Gianfranco Fini ai suoi uomini, riuniti per cinque ore nell'esecutivo del partito. Per il leader di Alleanza nazionale, che parla anche di un codice etico, «è finito un periodo storico, dopo 12 anni dobbiamo ripensare il partito, esistono delle difficoltà organizzative, ma non solo. Bisogna riflettere sul futuro della coalizione, ma anche della destra».
La sindrome del tradimento fa perdere il lume della ragione, ma purtroppo anche il senso delle proprie ragioni. E' per forza un inconfessabile «inciucio», è un indecente favore al governo dire sì, dall'opposizione, al finanziamento della missione militare italiana in Afghanistan? O non è invece un apprezzabile gesto di coerenza, anche dinanzi allo spettacolo rissoso offerto dalla maggioranza di governo, ribadire con il voto ciò che si è sostenuto per anni nella legislatura precedente, quando l'attuale opposizione era al governo? Ed è davvero così scontato che opposizione sia sinonimo di muro contro muro su qualsiasi argomento, di duelli rusticani in Parlamento a scadenza quotidiana, di urla, pianti, melodrammi di piazza e di palazzo?
Il leader del centrodestra, Silvio Berlusconi, proprio quando annuncia una sua mozione per non avvalorare l'impressione di un subitaneo disinteresse sulla questione afghana, cionondimeno squalifica come un indegno «soccorso» al governo la decisione dell'Udc di Casini di garantire con il suo voto parlamentare la permanenza dei nostri soldati in missione a Kabul. Prevale in lui il mito della spallata a un governo già in affanno, la tentazione della prova di forza, addirittura la mistica dello scontro frontale. Potrebbe essere solo un veniale (e autolesionistico, come si è visto con la batosta referendaria) errore di valutazione. Ma è soprattutto una paralizzante cultura del sospetto che affiora incontrastato, dove ogni disaccordo nella coalizione viene degradato a torbido tramare e ogni prospettiva di accordo bipartisan su temi circoscritti e comunque sensibili al tema dell'interesse nazionale viene travolta con gli epiteti dell'infamia, come il preavviso di un oscuro «ribaltone»,
E il persistere tenace di una persuasione che pure potrebbe rivelarsi fatalmente frustrante («Prodi non durerà», sembra essere il nuovo mantra berlusconiano) impedisce di modulare progetti e strategia politica sui tempi lunghi, tra gli ostacoli di una dolorosa «traversata del deserto» che pure Berlusconi, nel precedente quinquennio ulivista, seppe compiere con una tenuta politica e psicologica riconosciuta come tale persino dai suoi più severi detrattori. E' questa rimozione della lunga durata che rischia di inghiottire un centrodestra incapace di elaborare il lutto di una sconfitta elettorale, sia pur subìta per una manciata di voti. E che induce inesorabilmente a una regressione culturale in cui l'opposizione potrebbe non riuscire nemmeno a concepire che alcuni «sì», come ha spiegato Sergio Romano su queste colonne, rappresentano un'elementare prova di responsabilità e non, mentre al Senato si intonano le fanfare della battaglia, un cedimento al nemico.
Quei «no» sull'Afghanistan
Furio Colombo su l'Unità
Ammiro chi vuole votare subito no contro tutte le guerre e dunque il ritiro da tutto, non solo l'Iraq ma anche l'Afghanistan, non solo l'Afghanistan ma anche le altre missioni più o meno riuscite ma che sarebbe difficile definire di guerra. Li ammiro perché possiedono una invidiabile serenità interiore che consente di occuparsi solo di un pensiero alla volta. Non vogliono sentirsi dire che il loro voto avrà una serie di effetti diversi in campi diversi, tutti cruciali ma non la pace. Per esempio, la domanda è se può restare in piedi il governo per la cui esistenza milioni di italiani hanno dato ansie, fatiche e voto. Per esempio l'arrivo a sostegno di questo governo di voti della ex Casa della Libertà che vorranno spazio e qualcosa in cambio, perché è improbabile che diano niente per niente.
Non sto parlando di coloro - tanti che pensano che tutta la parte militare di queste missioni sia un errore e anzi un incentivo alla continuazione indefinita della lotta armata. Non sto parlando di chi dice brutalmente e chiaramente: non servono soldati, mandateci medici. E aggiunge: «Non illudetevi che i soldati possano svolgere missioni umanitarie anche se si affidasse loro quel compito, perché sono armati e fatalmente attraggono, dovunque vanno, non bambini affamati (o non solo) ma gente armata» (cito Gino Strada).
Per queste persone il percorso tra ciò che pensano e ciò che fanno è sempre stato slegato da ciò che è accaduto o è stato deciso prima, da altri governi e da apparati militari con cui non hanno e non vogliono avere alcun legame. Sto parlando di senatori e deputati che sono un potere dello Stato, quindi hanno scelto, facendosi eleggere, di essere dentro, non fuori, la sequenza di decisioni politiche che arrivano anche alle Forze Armate. Questa posizione non chiede alcuna rinuncia ideale, tanto più che molti di noi hanno detto chiaramente la parola pace a chi li ha eletti.
Ma se sei eletto, sei parte di uno dei tre poteri della democrazia, il potere legislativo.
Noi siamo stati eletti con un governo che vive delle nostre idee, resiste col nostro sostegno e che non ha cambiato politica, rispetto alla campagna elettorale fatta insieme. Al contrario, sta lavorando a cambiare la politica del governo precedente.
Il governo precedente ha spinto l'Italia nella guerra in Iraq con una doppia violazione della legalità: perché la guerra è ripudiata dalla nostra Costituzione. E perché i soldati italiani, benché intenzionati a svolgere una missione di pace, sono stati messi agli ordini di due armate combattenti, quella inglese e quella americana. Ricevono ordini da chi non deve rispondere al nostro Parlamento e scortano in missioni di guerra, pagando con la vita, i convogli di altre forze armate la cui politica o strategia non conosciamo. Sulle modalità del ritiro continueremo a impegnarci perché sia netto e rapido. Ma senza fingere di non sapere che un governo, votato da cittadini che sono contrari alla guerra, non può smontare tutto in una mattina, così come non può riparare in una mattina il disastro economico, benché tutti, al governo, e tutti, fra coloro che sostengono il governo nel potere legislativo, desiderino e vogliano la ripresa economica il più presto possibile.
L'Afghanistan ci pone davanti a un compito più complesso perché, in quel Paese il governo italiano, se non è quello di Berlusconi, se non ha la fatuità dell'ex ministro della Difesa Martino e la leggerezza dell'ex ministro degli Esteri, Fini, conta, ha un peso, può cambiare le cose. Per cambiarle deve fare alcune mosse. Quelle mosse si compiono se si ha autorevolezza e sostegno della parte democratica del proprio Parlamento.
Un governo zoppo, umiliato dal voto di altri e offeso dalla mancanza dei voti propri non può fare nulla. Ovvero tutto resterà come adesso, con indefinite azioni di guerra.
Il fatto è che il mondo è spaventosamente in disordine, e questo tipo di disordine porta a una immensa sofferenza. Se sei medico curi, se sei prete consoli. Ma se passi attraverso il territorio della decisione politica devi per forza disegnare un percorso per arrivare a un nuovo tipo di intervento. Non una santa e assoluta estraneità in cui altri decidono tutto (e sappiamo come), ma una faticata presenza senza pretendere di avere il potere di Mandrake di cambiare tutto in un istante. La contrapposizione tra pace e guerra esiste da sempre. Ciò che non esiste ancora è il disegno politico della pace. Per disegnarlo bisogna avere un governo, voti compatti e puliti, e un infinito massacrante lavoro.
Liquidare tutto ciò con un no preliminare che lascia intatte le cose così come stanno, che apre la strada al trionfo anche mediatico di chi vuole che le cose restino così come stanno, è una strada breve ma è una strada pericolosa. È tempo di impossessarsi del compito politico di fare la pace. Quel compito si svolge dentro, dura a lungo. È faticoso, pieno di trappole. Ma la trappola più grossa è non farlo. I passaggi politici della pace sono tutti da inventare. Non saranno praticabili se ci dichiariamo fuori.
Lo ha detto Paolo Prodi in uno splendido articolo, «Vedi alla voce Esercito» (l'Unità 25 giugno 2006): la realtà non si cancella con gesti magici. Si cambia a pezzi e con fatica. L'importante è esserci e non rinunciare.
L´eterno ritorno dell´estremismo
Mario Pirani su la Repubblica
Risale al 1920 il celebre saggio di Lenin su "L´estremismo malattia infantile del comunismo". Quasi un secolo è passato ma quel morbo infetta pur sempre la sinistra come un marchio genetico congenito, oggi come alle origini del movimento socialista. Esso riemerge come una polla carsica ogniqualvolta le vicende della storia portano la sinistra al governo o nelle sue vicinanze. Un moto di ricorrente ritorno che si produce proprio perché si tratta di un fenomeno della psiche, prima che politico.
Eterno fanciullo, l´estremismo e chi lo incarna rifiuta non solo la realtà ma la dialettica della vita che l´obbligherebbe a crescere, ad assumere le responsabilità scomode dell´adulto, chiamato a farsi carico degli altri, in primo luogo dei figli, destinato, quindi, a tener conto del mondo reale, delle sue contraddizioni, degli inevitabili compromessi per non soccombere, del senso, talvolta deludente, del limite. L´eterno fanciullo sfugge alle responsabilità, sfoggia imperterrito le sue idealità, esalta orgoglioso la sua purezza d´animo ed è sprezzante dei padri, impegnati dalle incombenze dell´esistenza, a fronteggiare gli avversari e a far quadrare il bilancio della famiglia.
L´estremismo ha così puntualmente contribuito in maniera decisiva ai peggiori disastri della sinistra italiana. Nel 1922, pochi mesi prima della marcia su Roma, Filippo Turati si dichiarò disponibile a una coalizione coi cattolici e i liberali per sbarrare la strada al fascismo alle porte, ma l´astratta e inconcludente coerenza classista della maggioranza del Psi, dominata dalla corrente massimalista, che vietava la collaborazione con la borghesia, vi si oppose, escludendo i riformisti dal partito. La fine è nota. Nel 1964, all´epoca del primo centro sinistra che realizzerà importanti riforme (dalla nazionalizzazione dell´industria elettrica alla scuola media unica, dal nuovo diritto di famiglia allo statuto dei lavoratori), l´ingresso organico dei socialisti nel primo governo Moro, provocò la scissione della corrente di sinistra, i cosiddetti "carristi" (perché plaudenti ai carri armati sovietici che avevano represso la rivoluzione ungherese) che dettero vita al Psiup, fedele alleato di un Pci ancora intriso di stalinismo. Nel febbraio del 1991, quando il Pci di Occhetto tenta di operare un mutamento salvifico, cambia nome in Pds, imbocca la strada del riformismo e getta le premesse per candidarsi al governo del Paese, ecco che puntuale l´ala nostalgica di una ideologia fallimentare sotto tutti gli aspetti, si scinde e approda con Cossutta, Bertinotti ed altri a "Rifondazione comunista".
Risparmio altri esempi, che pur vi sono, e vengo all´oggi. Il centro sinistra, dopo il degradante quinquennio berlusconiano (che proprio i gruppi più radicali intesero come un regime consolidato) è tornato, se pur con esigua maggioranza, al governo. A differenza della volta precedente anche Rifondazione comunista e svariati rappresentanti della sinistra alternativa hanno accettato di far parte organica della maggioranza di governo. Un approdo propiziato dalla maturazione politica e ideale di Fausto Bertinotti, che appare ormai ben lontano dai tempi nefasti quando provocò la caduta del primo governo Prodi.
Un programma unitario è stato sottoscritto. Un Esecutivo di 102 ministri, vice ministri, sottosegretari è stato costituito in maniera tanto pletorica, perché giustificata dalla esigenza di fare spazio ai nuovi condomini. Si poteva, dunque, immaginare che questa partecipazione alle incombenze di governo implicasse non un ripensamento ideale quanto la consapevolezza delle obbligazioni derivanti dall´assunzione di una responsabilità nazionale in un ambito collegiale.
Non sembra sia così e non solo per le minacce, forse effimere, degli 8 senatori che vorrebbero votar No al rifinanziamento della nostra missione in Afghanistan, quanto per le reiterate prese di distanza sui più svariati argomenti cui si sono abbandonati numerosi esponenti della sinistra radicale che seguitano a parlare come se non abitassero i palazzi del governo ma una qualsiasi assemblea no global o un centro sociale alternativo. Due vice ministri, Antonio Gianni, dell´Economia, e Patrizia Sentinelli degli Esteri hanno minuziosamente esposto linee apertamente contrarie a quanto avevano affermato i loro ministri. Altri hanno avanzato proposte insensate come quella di derubricare penalmente i reati commessi nelle manifestazioni pacifiste e simili. Colpiscono ancor più le richieste di chi esige a ogni pié sospinto questo o quell´atto di «discontinuità» e invoca pronunciamenti puramente simbolici, quasi per acquietare l´«angoscia da governo», inedita sindrome dell´estremista che per una volta si è lasciato tentare dall´appello della ragione.
Occorre all´uopo una riflessione spregiudicata e autocritica sul fatto che i voti per il No hanno rivelato un elettorato molto più avanzato e consapevole di quella che si auto definisce classe dirigente. Un elettorato portatore di valori che i gruppi dirigenti hanno rimosso o contraffatto. In primo luogo l´unità d´Italia come portato insostituibile della nostra Storia, insidiata da un federalismo d´accatto in cui destra e sinistra si sono spese e svenate per inseguire le fantasie eversive di un Bossi. In secondo luogo la Costituzione repubblicana, da salvaguardare nella sua essenza, affidando i punti da aggiornare e rivedere a studi congiunti, rapidi e non invasivi delle tempistiche per governare. Guai se ci si abbandonasse di nuovo a stagioni infruttuose dominate dalla riforma costituzionale. Solo così potremmo smentire la desolante conclusione dell´impeccabile articolo di Marc Lazar su "Repubblica" di mercoledì: «La sinistra sa come battere la destra ma non sa bene che fare della sua vittoria».
L'evocazione del Lombardo-Veneto come entità storica, presuntivamente indipendente, è l'ultima mistificatoria provocazione di Umberto Bossi. Con furbesco cortocircuito collega l'orientamento maggioritario pro-devoluzione, registrato nelle due regioni lombarda e veneta, alla trasfigurazione di una realtà storica che ha cessato di esistere 150 anni fa.
Il Lombardo-Veneto infatti come entità politico-amministrativa non esiste più rispettivamente dal 1859 (quando la Lombardia si aggrega all'Italia nel processo di unificazione) e dal 1866 (quando il Veneto si ricongiunge al Regno d'Italia).
Ma evidentemente l'entità Lombardo-Veneto è rimasta latente come mito in una certa subcultura che oggi rispunta nelle parole bossiane. I miti - si sa - sono incorreggibili con strumenti razionali. Ma se non altro, quello lombardo-veneto ha un fondamento storico, a differenza della pura invenzione della Padania. A prezzo tuttavia di colossali equivoci. Il Lombardo-Veneto infatti non era affatto autonomo, in nessun senso «leghista» del termine. Ma pesantemente dipendente dalla Monarchia asburgica, una potenza esterna per la quale la Lombardia e il Veneto erano province dell'Impero come la Croazia o la Boemia. «Bene amministrate» - si aggiunge subito con zelo - confondendo la gestione ordinata dell'esistente con la necessaria modernizzazione delle strutture economiche che avrebbe garantito lo sviluppo delle due province. Ebbene, con buona pace del nuovo revisionismo austriacante, il Lombardo-Veneto, se fosse rimasto sotto dominio austriaco, avrebbe sofferto della stessa micidiale crisi involutiva dell'Impero che nessun mito letterario dell' «Austria felix» può salvare.
Inutile aggiungere, infine, che un Lombardo-Veneto come «nazione» - fantasticato dai leghisti - era letteralmente inconcepibile sia per i lombardi che per i veneti.
Ma perché usare argomenti storici, culturali, razionali, quando oggi è in gioco la pura mitologia?
Ok alla manovra bis. Prodi: «Lasceremo invariate le aliquote»
Parte la cura del governo Prodi per i conti pubblici italiani: il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla manovra bis.
C.B. su Il Sole 24 Ore
La correzione di bilancio, spalmata su due anni, il 2006 e il 2007, sarà di mezzo punto di Pil, pari a circa 7 miliardi di euro, cui si aggiungeranno 1,8 miliardi per l'Anas e un miliardo per le Ferrovie. «Ci sono i soldi per tenere aperti i cantieri», afferma il ministro per le Infrastrutture, Antonio Di Pietro. I provvedimenti varati comprendono anche il pacchetto Bersani sulle liberalizzazioni di banche, ordini professionali, taxi e farmacie, definito da Prodi «una vera e propria rivoluzione». E in conferenza stampa il premier rassicura: «Non ci sarà nessuna variazione delle aliquote» mentre ci sarà «recupero di base imponibile» e «un controllo della spesa dello Stato in modo stabile e duraturo».
Le entrate - spiega il ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa - garantiranno 3,5 miliardi nel 2006 e 5,5 miliardi nel 2007. La correzione riduce il deficit di mezzo punto del Pil «interamente con misure strutturali»: i suoi effetti saranno «pieni» nel 2007 e «limitati» («un pò più della metà») nel 2006. La manovra bis, aggiunge, «nei confronti di Bruxelles è un passo verso la discesa sotto il 3%. Ne ho già parlato con il commissario Almunia e la prossima settimana potrò fare una presentazione completa». Ma poi chiarisce: «Siamo consapevoli che l'Italia non avrà un aggiustamento strutturale dello 0,8% sul 2006. Sarebbe stato impossibile». Padoa-Schioppa sottolinea che il governo «ha ereditato una Finanziaria che non realizzava la correzione dello 0,8%, come dal piano concordato con Bruxelles».
Interventi a tutto tondo sul fronte delle liberalizzazioni, dalle farmacie alle banche, dai taxi agli ordini professionali, esclusi quelli dei medici e dei giornalisti. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla vendita dei farmaci nei supermercati. Ma non è finita qui: i comuni potranno bandire concorsi pubblici o riservati per assegnare a titolo oneroso nuove licenze per i taxi. L'obiettivo - chiarisce Bersani - è «evitare il commercio di queste licenze». Per la compravendita di auto non sarà più necessaria la firma del notaio e sarà possibile fare il passaggio di proprietà in Comune, mentre sulle Rc Auto è previsto l'indennizzo diretto, ovvero «chi riceve un danno si rivolge direttamente alla propria assicurazione e un'altra novità è il superamento degli agenti monomandatari. Buone notizie anche per i correntisti bancari: gli istituti di credito non potrannno modificare unilateralmente le condizioni di contratto, ma dovranno comunicarle prima al cliente. A quel punto, spetterà a lui decidere, nell'arco di tempo di 40 giorni, se accettare o meno oppure disdire il contratto senza costi aggiuntivi. Decisa anche la liberalizzazione alla produzione di pane. Via libera infine dal governo all'abrogazione delle norme che prevedono la fissazione di tariffe obbligatorie fisse o minime da parte degli ordini professionali. «Queste norme - spiega il ministro - assumono le forme di decreto perché crediamo ci sia un'urgenza di intervento dettata dalle esigenze economiche e sociali. Questi interventi sono su questioni o materie sulle quali è aperta una procedura di infrazione da parte dell'Unione europea o di istruttorie da parte dell'Antitrust per presunte violazioni alla concorrenza».
Le misure sollevano un coro di sì da parte dei consumatori. Per il Presidente del Codacons Carlo Rienzi il pacchetto Bersani «recepisce le più importanti e annose battaglie» dell'associazione. «Decisamente favorevoli» sono anche Federconsumatori e Adusbef. Per l'Adiconsum «finalmente ci sarà un abbattimento dei costi di quei servizi che fino ad oggi erano in mano alle lobby».
«Salta il mio festival, colpa di Berlusconi»
Il regista annulla la manifestazione «Bimbi belli» al Nuovo Sacher dedicata ai giovani autori italiani. Moretti: rappresaglie per «Il Caimano». Medusa: un equivoco, può avere i nostri film
Maurizio Porro sul Corriere della Sera
Quest'anno niente «Bimbi belli». La popolare rassegna estiva dal metaforico ed ottimistico titolo organizzata da Nanni Moretti ormai da quattro anni al Nuovo Sacher, dove presenta e dibatte alla presenza degli autori i film degli esordienti italiani della stagione, quest'anno non si farà. Anzi non s'ha da fare, almeno a quanto dice il regista del Caimano che ieri ha annunciato la drastica decisione di annullare la manifestazione a Roma seguita da un attento pubblico di giovani cinefili. Moretti definisce «una rappresaglia» la decisione del gruppo Medusa, controllato dall'ex presidente del Consiglio Berlusconi, di negare la proiezione di alcuni film sia per la programmazione estiva del nuovo Sacher, il cinema del quartiere di Trastevere di proprietà dello stesso Moretti, sia per la specifica rassegna italiana.
E oggi, secondo Nanni, ecco le conseguenze. Racconta: «La Medusa distribuzione, cui ogni anno ho chiesto alcuni film per la programmazione estiva dell'arena, per rappresaglia me li nega. Mi dispiace quindi di non poter mostrare al pubblico La guerra di Mario, I giorni dell'abbandono, La terra, Match point e altri film». Non si tratta qui di debutti, ma di film di autori noti come, nell'ordine, Capuano, Faenza e Rubini, oltre al film di Woody Allen. Ma la conseguenza più dolorosa per Moretti è un'altra. «Mi dispiace molto aggiunge aver dovuto cancellare la quarta edizione della rassegna di esordi italiani "Bimbi belli", dato che su 8 film selezionati, quattro sono distribuiti dalla Medusa. E comunque, buona estate». Stupore.
I titoli che Nanni aveva richiesto per il suo festival erano: Texas di Fausto Paravidino, con Scamarcio e la Golino, prodotto da Procacci e dato alla Mostra di Venezia con un certo successo; In ascolto l'interessante ma commercialmente sfortunato buon debutto di Giacomo Martelli sul tema multinazionale del Grande Orecchio, della privacy delle intercettazioni politiche ad altissimo livello; -4-2, il gioco più bello, un film a episodi di giovani sul mondo del calcio, uscito proprio durante l'inizio dello scandalo, con poco successo; E se domani, cinica commedia-giallo sentimentale con le iene della tv Luca e Paolo. Non sono film campioni d'incasso, allora che ragione c'è di negarli a una rassegna? Risponde la casa di distribuzione: «Medusa Film smentisce categoricamente di aver utilizzato forme di rappresaglia nel caso denunciato da Nanni Moretti. La richiesta del Nuovo Sacher si è evidentemente bloccata per un disguido tecnico interno, non certo per forme polemiche nei confronti del regista, non appartenendo a Medusa Film certe metodologie di esclusione, di censura, di ritorsione. Tutti i film richiesti sono perciò a disposizione del Nuovo Sacher, così come lo sono stati sempre nelle precedenti edizioni della rassegna». Un ultimo commento lo fa Elio De Capitani, il Caimano del film, che dice: «Peccato per la rassegna che non si fa. Nanni ci ha sempre creduto molto in queste cose, il mio cuore è con lui, sono pochi quelli che si occupano degli altri e lui l'ha sempre fatto».
Maurizio Porro