Per ore il Senato della Repubblica è stato tenuto in ostaggio con tutti i senatori dentro, come un aereo dai terroristi. L'autore del dirottamento di una delle due Camere è il senatore di Forza Italia Malan. Ha lanciato con forza il volume che contiene il regolamento del Senato. Ha mancato la testa del presidente Marini, ma a quel punto al presidente non restava che espellerlo.
Però Malan non è uscito o fatto uscire mentre scrivo. Alle ore 19, è ancora in aula, circondato dai suoi (Malan ha abbandonato l'aula solo alle 20.30, ndr).
Fino alle 12.30 il Senato, in aula da due ore, ha votato la fiducia sul primo dei due decreti del governo (il cosiddetto «spacchettamento» dei ministeri, che si rende necessario perché funzioni prima esercitate da un solo ministro, a volte, nella nuova compagine, prevedono due funzioni). Subito dopo Vannino Chiti, ministro dei Rapporti con il Parlamento, avrebbe dovuto informare l'aula della richiesta di un secondo voto di fiducia. Il regolamento (quello stesso che Malan ha lanciato contro il presidente del Senato) è chiarissimo: il presidente dà la parola al governo, il governo fa il suo annuncio (richiesta di voto di fiducia) e si apre la discussione. Avrebbe occupato l'intero pomeriggio e la mattina di giovedì, dunque, come è naturale, con un ampio spazio per l'opposizione.
La destra sa benissimo di avere ripetuto questo rito ben quarantasette volte, mentre l'Unione era all'opposizione. Sempre obiezioni e proteste mai incidenti. Questa volta invece l'urlo, di tipo calcistico, è stato immediato, non appena Chiti si è alzato per parlare. La pretesa, tipica di quel gruppo di persone, era «prima parliamo noi». Poiché il regolamento dice il contrario, Marini ha tenuto duro. Ma Chiti non ha mai potuto parlare.
La scenata è stata così violenta, maleducata, strana, inutile (tutti avrebbero potuto parlare subito dopo) che si è sentito dire di un malore che avrebbe colpito Schifani, uno dei più impegnati nel tentativo di paralizzare il Senato.
Va notato un fatto che non ha precedenti. Accade che un deputato debba essere espulso, quando, a norma di regolamento, viene ordinato dal presidente di una Camera, e accade a volte che ciò debba avvenire ad opera dei commessi che scortano e - se necessario - forzano il parlamentare riluttante a uscire.
Non è accaduto e, benché testimone oculare, non saprei dire perché. Quando la folla urlante (che non era composta da ragazzi scriteriati ma da senatori della Repubblica) si è diradata, Malan era al suo posto, circondato da una falange dei suoi. Sarei tentato di dire «i peggiori dei suoi», visto che si sono resi responsabili di un atto che, da quel momento, paralizzava i lavori. Come accade in ogni gioco, club o regolamento, qualunque adulto sa che non è il torto o la ragione a decidere, ma la persona di chi ha la responsabilità delle regole.
Qui, adesso, però non è in discussione il gesto teppistico. Ciò che diventa chiaro è il disegno: avendo fallito nelle urne, avendo appena perduto tutto (era merce avariata, ma non avevano altro) con il risultato schiacciante del referendum, passano a vie di fatto. Non hanno un popolo (che da cinque elezioni gli vota contro) e allora cercano di rendere inagibile, con le urla, le scenate continue, se necessario la violenza fisica, l'aula del Senato.
È frequente nel mondo che il Parlamento di un Paese democratico sia diviso da pochi voti. Ma poiché la democrazia è una rete di regole condivise, per funzionare, come in ogni gruppo umano, basta seguire le regole.
Nel Senato americano la maggioranza dei repubblicani di Bush è di due voti. Bush non vince sempre, nel suo Senato, ma non perché qualcuno si abbandona a gesti inconsulti e paralizza i lavori (qualcosa che il contribuente americano non perdonerebbe mai, dato il costo di una giornata a vuoto) ma perché accade che in coscienza, di tanto in tanto, non tutti i senatori del partito di Bush votano per Bush.
Queste tracce di democrazia non contaminano la Casa delle Libertà.
Ci dicono che anche alla Camera i deputati di destra hanno iniziato l'ostruzionismo. Il fatto è nuovo, grave, unico. Costi quello che costi, niente regole e niente democrazia. Altrimenti il Paese, che il popolo italiano gli ha tolto, ricomincia a funzionare. È inaudito - loro pensano - che funzioni senza quelli che si erano abituati a decidere persino quale ragazza dovesse andare alla Rai, e dopo quali prove di talento. Il Parlamento è dirottato, fermo ore in un parcheggio disordinato nelle mani dei dirottatori della Casa delle Libertà. Ci sta dicendo che d'ora in poi non risparmieranno le prove di teppismo e di forza.
Le ultime carte in mano all´Italia
Lucio Caracciolo su la Repubblica
I nostri soldati lasceranno l´Iraq perché altrimenti Prodi smentirebbe se stesso. Allo stesso tempo, consolideremo la nostra missione militare in Afghanistan perché l´alternativa è uscire di fatto dalla Nato. Al netto della propaganda e delle finezze giuridiche, questo è il succo delle scelte che il Parlamento italiano si appresta a discutere.
I nostri interessi in Iraq sono abbastanza importanti soprattutto energetici, in particolare il gas curdo caro all´Eni mentre in Afghanistan sono pressoché inesistenti.
Ma per noi e per quasi tutto il mondo il cuore della regione resta l´Iran, dove abbiamo sostanziosi interessi energetico-commerciali (l´Italia è il primo importatore europeo e il secondo esportatore dopo la Germania) e geopolitici (l´assetto del Grande Medio Oriente, in particolare dei teatri iracheno e afghano, è in buona parte nelle mani di Ahmadinejad). È Teheran il vertice del triangolo Iran-Iraq-Afghanistan. In ordine di importanza. Eppure la nostra politica segue priorità inverse: robusta missione militare con corpose componenti civili in Afghanistan, blanda presenza civile (e forse qualche soldatino camuffato) in Iraq, autoesclusione dall´Iran, dove francesi, tedeschi e inglesi nemmeno fingono di rappresentare l´Europa nel negoziato sul nucleare.
Perché questa inversione? Per le molto cogenti ragioni sopra evocate, nei casi afghano e iracheno. E per il gravissimo errore strategico del precedente governo, in Iran. Berlusconi aveva infatti rifiutato di impegnare l´Italia nelle trattative franco-anglo-tedesche con i persiani, quando l´Italia era presidente di turno dell´Ue e Teheran premeva per averci al tavolo degli europei. Dove, oltre che di nucleare - qui l´ultima parola spetta evidentemente agli americani - si tratta di influenze e di affari. Risultato: se mai si stipulerà un accordo fra Iran e altre potenze - ne siamo ancora molto lontani - l´Italia sarà assente; se si passerà invece alle sanzioni, queste colpiranno anzitutto noi. Con l´effetto combinato di due leggi finanziarie (D´Alema).
L´Afghanistan è la nostra ultima carta. Converrà spenderla bene. Anzitutto stabilendo come stanno davvero le cose nel Paese che fino al 1979 era noto in Occidente quasi solo agli hippy che aspiravano ai suoi pregiati spinelli.
Il processo di ricostruzione istituzionale, sociale ed economica di quel Paese sta fallendo. Certo, esiste un Parlamento eletto, con un governo legittimato e internazionalmente riconosciuto. Peccato che i poteri effettivi siano altrove. Karzai non è nemmeno più il "sindaco di Kabul" ed è considerato una marionetta di Bush. Ma persino gli americani si domandano se non sia il caso di scaricarlo.
A Kabul cresce l´insofferenza popolare per la mano pesante dei militari Usa. Scarseggiano luce e acqua. Il pane costa dieci volte più che ai tempi dei taliban. Nel resto del Paese sono i signori della guerra e della droga - dei quali il fratello del presidente è un esemplare eminente - a regnare sui rispettivi feudi e a disputarsi i territori utili, dove si coltiva l´oppio.
Gli americani hanno capito che l´Afghanistan non sarà una success story. L´obiettivo è impedire che il fallimento diventi totale e soprattutto visibile. Sul piano militare, occorre riportare a casa il maggior numero di soldati possibile. E caricare sulle forze Nato, guidate dai britannici, una parte crescente del fardello della campagna anti-taliban e della repressione delle insorgenze locali. Ma l´estensione dei compiti dell´alleanza prevedeva un quadro di stabilizzazione progressiva, sicché gli americani avrebbero trasferito agli altri atlantici territori emancipati dalla guerriglia e dai kamikaze. Così non è. La coalizione di "Enduring Freedom" non riesce a sfondare. Sicché la Nato dovrebbe installarsi in province tutt´altro che bonificate (nel Sud in luglio, all´Est in ottobre), anche perché sono tra le più ricche di oppio (e di taliban). La differenza fra "Enduring Freedom" - la campagna antiterroristica di marca Usa - e Isaf - la missione di stabilizzazione Nato con copertura Onu cui partecipiamo anche noi - rischia di evaporare.
Questa è la nostra linea rossa. Non abbiamo alcun interesse a essere risucchiati nel conflitto che incendia le province meridionali e orientali e minaccia di estendersi al resto del Paese. Non sarà facile, perché anche nell´ambito dei "Provincial Reconstruction Teams" via via affidati dalla coalizione all´Isaf il confine fra repressione militare e ricostruzione è piuttosto labile.
Il nostro spazio di manovra è dunque compreso fra due paletti ineludibili: la partecipazione alla missione Nato-Isaf e la non partecipazione alla guerra ai taliban. Almeno finché sarà possibile distinguere fra le due operazioni. Qui non servono ipocrisie o ingegnose formule retoriche, come quelle a suo tempo inventate per bombardare la Jugoslavia in nome della "difesa integrata". Servono fatti. Anche banali, come insistere sul basso profilo nell´approccio alle popolazioni locali, evitando l´esibizione di muscoli e di grinta all´americana. I nostri soldati non sono e non possono passare per occupanti.
Afghanistan e Iraq: perché i problemi sono diversi
risponde Sergio Romano sul Corriere della Sera
Ma è davvero così diversa la situazione dell'Afghanistan da quella dell'Iraq? Perché il ritiro dall'Iraq viene giustificato mentre suscita molte perplessità, anche a sinistra, il ritiro dall'Afghanistan? In entrambi i casi abbiamo due governi che cadrebbero immediatamante con il ritiro delle potenze occupanti. In che cosa consiste la maggiore legittimità del governo dell'Afghanistan rispetto a quella dell'Iraq?
Non sarebbe opportuno cambiare completamente strategia, considerato il fallimento dell'Occidente in entrambi i Paesi?
Pietro Ancona
Caro Ancona, se la giustificazione delle due guerre americane è la lotta contro il terrorismo, esiste fra i due Paesi una fondamentale differenza. L'Iraq di Saddam Hussein non era, contrariamente a quanto sostennero gli Stati Uniti, alleato di Al Qaeda nella grande jihad islamica contro i «crociati» dell'Occidente. E non aveva armi di distruzione di massa. L'Afghanistan, invece, era diventato da alcuni anni il quartier generale di Osama e il centro di addestramento delle sue milizie. Quando la presidenza Bush chiese al governo talebano di espellere lo sceicco yemenita e chiudere le sue basi, la richiesta degli Stati Uniti, sul piano del diritto internazionale, era perfettamente giustificata. Le ricordo che alla vigilia dell'invasione si tenne una riunione del Consiglio Atlantico e che i membri dell'Alleanza invocarono l'art 5 del trattato in cui è detto che un attacco armato contro uno di essi sarebbe stato considerato «come un attacco diretto contro tutte le parti». Al Qaeda aveva attaccato gli Stati Uniti. L'Afghanistan ospitava Al Qaeda ed era quindi obiettivamente complice dell'attacco alle torri. L'America aveva il diritto di reagire e i suoi alleati il dovere di assicurarle la loro solidarietà. Si può sostenere che anche l'Italia, pur senza partecipare alle operazioni militari, sia entrata in guerra formalmente contro l'Afghanistan nell'ottobre del 2003. Credo che gli americani abbiano commesso alcuni errori. Hanno vinto grazie all'appoggio dei «signori della guerra»: baroni feudali decisi a conservare il controllo delle loro province e a sfruttarne le risorse. Hanno inviato in Afghanistan un corpo di spedizione troppo piccolo per il controllo di un territorio che è il doppio dell'Italia ed è attraversato da impervie catene di montagne.
A Kabul, nel frattempo, la situazione è quella descritta da Gianni Riotta nel Corriere di ieri. Vi è un presidente dignitoso e rispettabile, Hamid Karzai, circondato da una élite riformista che lavora alla ricostruzione civile ed economica del Paese. I finanziamenti promessi dalla comunità internazionale sono stati inferiori alle aspettative e una parte della burocrazia è corrotta, ma qualche progresso è stato realizzato. Ed esiste una forza della Nato composta da circa 20.000 uomini a cui l'Italia partecipa con un migliaio di soldati. Se lasciasse il Paese, abbandonerebbe gli afghani a una coalizione composta da talebani, seguaci di Osama, mujaheddin della resistenza antisovietica e baroni della droga. È questa, caro Ancona, la differenza tra Iraq e Afghanistan. A Bagdad, dove la responsabilità resta interamente nelle mani degli americani, gli europei non hanno né i poteri né i mezzi per raddrizzare una situazione che appare ormai fortemente pregiudicata. In Afghanistan, sotto il cappello della Nato, possono forse cercare di evitare che il Paese scivoli nel caos della guerra civile o ritorni nelle mani di una nomenklatura fondamentalista.
ALLA ricerca del caporale israeliano Ghilad Shalit, rapito domenica da un commando palestinese, l'esercito di Gerusalemme ha lanciato ieri una vasta offensiva di terra, entrando con i carri nella Striscia di Gaza. Il presidente palestinese Abu Mazen ha gridato all'aggressione, ma il premier israeliano Ehud Olnert ha assicurato: «Non abbiamo alcuna intenzione di tornare a occupare Gaza» da dove le truppe con la stella di David si sono ritirate l'anno scorso dopo un'occupazione durata 38 anni.
A Washington, infatti, sembra sia tornata la diplomazia. E lo assicura Strobe Talbott, ex vice segretario di Stato di Clinton e presidente della prestigiosa Brookings Institution. L'affermazione di Talbott, fatta in margine ad una conferenza tenuta alcuni giorni fa in California, può stupire ma corrisponde a segnali sempre più chiari venuti da Washington in questi ultimi mesi. La ferma direzione mantenuta da Condi Rice, da quando è diventata segretario di Stato, verso la ripresa del dialogo con gli alleati europei, l'attenzione manifestata dallo stesso presidente Bush verso l'Unione Europea, sia in occasione del suo primo viaggio in Europa dopo la rielezione, sia in occasione del vertice Usa-Ue di Vienna e, a controprova, le evidenti difficoltà con i media americani di Rumsfeld e del vice presidente Cheney, sono tutti elementi che implicano che a Washington sta prendendo corpo una svolta politica di prima grandezza.
Davanti agli altissimi prezzi della strategia dei neocon sostenuta da Rumsfeld e Cheney, si sta affermando l'urgenza di un ritorno alla diplomazia tradizionale, quella (è ancora Talbot a parlare), «dei dieci presidenti precedenti». Il drammatico stallo iracheno e la situazione in via di deterioramento in Afghanistan sembrano indurre Washington a ritornare alla politica del multilateralismo. Se è così, per l'Europa si presenta un'occasione da non perdere, quella di recuperare il rapporto alquanto deteriorato negli ultimi anni con gli Stati Uniti, ma anche quella di contribuire ad una strategia comune che ormai in tutto l'arco della crisi mediorientale, dall'Iran alla Palestina passando per l'Iraq e l'Afghanistan, ci riguarda tutti e tutti inevitabilmente ci coinvolge nella ricerca di quella pace e quella stabilità che costituisce oggi il primo e maggiore obiettivo dei governi sulle due sponde dell'Atlantico.
La nuova intesa tra Italia e Germania, due Paesi i cui dirigenti «pensano da europeisti», che si sta profilando può essere il nucleo attorno al quale ricreare quella visione comune dei problemi internazionali nonché quella volontà di azione che permetta all'Europa di riprendere con autorevolezza il dialogo interrotto con l'alleato americano e di dare un contributo significativo al ristabilimento della pace.
Manovra bis, è pronta
Correzione di 1/2 punto del Pil
Prodi: «Farà ripartire l'Italia»
sommari de l'Unità
È pronta la manovra bis. Il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa la illustra alle parti sociali. Dalla manovra bis una correzione da mezzo punto di Pil fra il 2006 ed il 2007 e comprenderà anche gli interventi per Anas e Ferrovie. Prodi rilancia la concertazione: «Ce la faremo». Un po' scettici i sindacati. Angeletti, Uil: prendere soldi da chi li ha accumulati. Epifani, Cgil: il paese è fermo, si è speso male. Bonanni, Cisl: no a moratorie sugli statali.
Padoa-Schioppa: «Necessaria una cura da 40 miliardi di euro»
Chiara Bussi su Il Sole 24 Ore
Una cura da 3 punti di Pil, pari a 40 miliardi di euro, tra manovra-bis e Finanziaria 2007, per i conti pubblici italiani «malati sotto il profilo della crescita, della stabilità e dell'equità».
Il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi con le parti sociali alza il velo sulle prossime mosse del governo. Il premier Romano Prodi non nasconde le proprie preoccupazioni («non sono state giornate semplici, sappiamo qual è lo stato dei conti pubblici», afferma) ma è convinto di potercela fare: «Faremo ripartire il Paese puntando sull'equità e sulla fiducia. Lavoreremo per far rinascere l'Italia». E sottolinea che «le svolte economiche si fanno con la concertazione». Mentre il viceministro dell'Economia Vincenzo Visco assicura che «non ci sarà alcun aumento delle tasse».
Dei 3 punti di Pil - spiega Padoa Schioppa, secondo quanto riferiscono fonti presenti all'incontro - lo 0,5% servirà per la manovra bis che sarà approvata dal Consiglio dei ministri del 7 luglio insieme al Dpef. La correzione sui conti pubblici che l'esecutivo si appresta a varare, sottolinea il ministro, «sarà prevalentemente fondata sulle entrate e sul recupero di una serie di brecce aperte nel sistema delle imposte per recuperare base imponibile e gettito. Ci sarà una parte di sviluppo con il rifinanziamento per permettere che continuino i lavori di Anas e Ferrovie». Tre le parole su cui si fondano il Dpef e la correzione dei conti pubblici: «Risanamento, equità e sviluppo», senza tagli a enti locali, pensioni, pubblico impiego e sanità. «L'economia ha un problema di crescita strutturale da 10-15 anni - afferma il responsabile di via XX Settembre - dobbiamo rimettere ordine nei conti pubblici (da lui definitivi «peggiori di quelli del 1992»). La crescita spetta principalmente alle parti sociali». Nel Dpef, assicura Prodi, verrà inserito il taglio del cuneo fiscale. «È solo un problema di come farlo - afferma - ma sicuramente si farà».
Anas, settant´anni di asfalto e tangenti
Le denunce del ministro Di Pietro hanno svelato l´ultimo capitolo del più incredibile conflitto d´interessi di tutti i tempi. Un immenso potere autoreferenziale con 7 e più miliardi di euro da spendere ogni anno. Dal cinquantennale pascolo di Dc e Caf al contratto di Berlusconi con gli italiani.
Alberto Statera su la Repubblica
Per dirla in dipietrese stretto, all´Anas «si sono mangiati pure il Colosseo». E l´ex Pm di Mani Pulite, adesso ministro, per una volta è persino troppo misurato nel definire gli usi e gli abusi che dal 1946, data di fondazione dell´Azienda Nazionale Autonoma delle Strade Statali (nata sulle ceneri dell´Azienda Autonoma per la Strada), si sono accumulati sul più accreditato marchio «tangentaro» nell´Italia di tutte le repubbliche.
fino alla casa di tolleranza - leggasi bordello - dell´architetto Antonio Lombardo, funzionario Anas di Milano che ha documentato (31 arresti) una delle ultime Tangentopoli stradali conosciute dell´ormai mitica epoca Berlusconi-Lega-Lunardi, quella che doveva dotare l´Italia di superbe infrastrutture, per le quali adesso che il governo è cambiato non c´è più un soldo in cassa.
Ma la fotografia più nitida è quella immortalata da Giovanni Maria Flick, avvocato e nel 1996 ministro della Giustizia nel governo Prodi, che ha dato un nome di famiglia alle pratiche incestuose di via Monzambano, la strada di Roma intitolata alla località dove nel 1800 Napoleone sconfisse gli austriaci e dove l´Anas ha sede: «Gustavo Dandolo e Godevo Prendendolo». I cognomi di Flick sono al singolare, ma naturalmente vanno declinati al plurale, perché trattasi di tangenti.
E´ lì, in via Monzambano, che prospera e via via s´ingrossa da sessant´anni il più incredibile conflitto d´interessi di tutti i tempi, come se una volpe fosse stata messa a guardia delle galline, dal momento che oggi l´Anas, al tempo stesso, costruisce strade e autostrade, le gestisce, le dà in concessione e controlla - si fa per dire - i concessionari. Un immenso potere diffuso e autoreferenziale, con 7 e più miliardi di euro da spendere ogni anno, sospeso tra la politica, gli affari, la clientela e la corruzione. E´ lì, non a caso, che s´innescò il capitolo forse più corposo di Mani Pulite, il cartello delle imprese, la «cupola», gli appalti truccati, i soldi ai partiti, ai faccendieri, ai singoli politici.
Dopo il cinquantennale pascolo ininterrotto della Dc e del Caf, venne la seconda Repubblica fattiva e moralizzatrice del berlusconiano "Contratto con gli italiani". Il ministro Pietro Lunardi, specialista in progettazione di gallerie stradali, tra i primi atti, silurò il Consiglio d´amministrazione dell´Anas, da poco nominato, profondendo molti miliardi di lire in liquidazioni, per allocarvi al vertice Vincenzo Pozzi, amministratore delegato della Rav valdostana, ruolo nel quale l´ingegnere di Lecce aveva affidato appalti miliardari alla società Rocksoil di proprietà della famiglia del ministro stesso. Con il Collegato alla Finanziaria 2002 e le due leggi varate per le Grandi Opere promesse da Berlusconi sulla lavagnetta di Bruno Vespa venne il peggio: la progettazione, il finanziamento, l´esecuzione e la gestione delle opere affidate a un´unica impresa General contractor, come avviene ancora nei paesi del Terzo Mondo, senza alcun controllo dei costi, in un sistema di appalti e subappalti aperto a spartizioni e corruzioni, ad affari e politica. Con nuovi protagonisti della presunta Seconda Repubblica.
Come Giuseppe Bonomi, ex deputato leghista ed ex presidente dell´Alitalia, nominato consigliere d´amministrazione dell´Anas e accusato di pilotare gli appalti delle imprese «padane» amiche che, come ai tempi di Tangentopoli, avevano fatto cartello, con ribassi decisi di comune accordo prima delle gare.
Se poi partecipava alla gara qualche incauta impresa fuori dall´accordo, con la complicità di alcuni funzionari del Compartimento di Milano indagati e arrestati nell´ambito dell´operazione denominata "Robin Hood" «c´era pronta la sonda chirurgica, un apparecchio medico piccolissimo con telecamera che veniva fatto penetrare nelle buste per scoprire le cifre dell´offerta. «Roma ladrona» fa scuola in Padania e l´università è in via Monzambano.
Per non dire della sentina delle consulenze, 67 milioni di euro nel 2004-2005, e dei collaudi incrociati, affidati sempre alle stesse persone, l´uno all´altro e viceversa.
Il futuro del pallone
Giuseppe D´Avanzo la Repubblica
Non è vero che Luciano Moggi abbia deluso nella sua prima sortita pubblica dall´inizio dello scandalo. Il maggiore degli imputati conferma le conclusioni di Francesco Saverio Borrelli, il "poliziotto". Nel calcio, l´illecito è strutturale. Per dirla con le parole di Moggi, è un mondo abitato da "diavoli", dove soltanto manovre "indiavolate" permettono di vincere o pareggiare contro le molte lobbies che condizionano i campionati, la spartizione dei diritti televisivi, il Parlamento, l´accesso al credito bancario, la terzietà degli arbitri, la trasparenza della Federazione, la gestione della Lega. Se quella di Borrelli è la conclusione di un´indagine, le parole di Moggi sono l´analisi della patologia del calcio italiano, e coincidono. È un paradosso soltanto per i cantori dello status quo.
In realtà, è la conferma che il calcio non è il "mondo a parte" che si è voluto costruire, ma una delle facce di un´anomalia nazionale: come in molti angoli del capitalismo italiano, nell´industria del football si è cristallizzato un sistema organico di poteri costituiti, professioni e lobbies che hanno interesse a eludere le leggi anziché rispettarle.
Nel giorno in cui, allo stadio Olimpico, comincia dinanzi agli occhi del mondo il processo al calcio, la domanda è dunque questa: quale processo dobbiamo attenderci? Il dibattimento può essere il primo passo per avviare un rigoroso risanamento capace di eliminare per la convenienza di tutti l´illecito strutturale oppure il giudizio potrà diventare il consueto (e maramaldo) rito di degradazione di alcuni "diavoli".
Stefano Palazzi, l´accusatore in aula, ridimensiona l´invasività dell´illecito frazionando gli episodi e gli attori. Non accetta di cogliere gli uni e gli altri nelle connessioni strutturali e oscure che sono il fondo fangoso dell´industria del football.
Le difese dei quattro club (Juve, Milan, Lazio, Fiorentina) non sono da meno in leggerezza. Non pare che i consigli di amministrazione di queste società abbiano scelto una coraggiosa trasparenza. Non condividono la scelta di fondo, la necessità di dar pulizia alla casa dalle cantine alla soffitta. Sostengono che non deve essere un processo al "calcio", ma un processo ad alcuni dirigenti "infedeli" che, nella ignoranza di azionisti e proprietari, hanno taroccato il gioco per ambizione personale. La Juventus si candida a guidare la pattuglia dei "minimalisti". Il collegio difensivo del club bianconero mette in dubbio che se il direttore generale di una società "compra" una partita, il club ne debba rispondere oggettivamente e direttamente.
Se la Juve apre la strada, dietro la società bianconera gli stessi argomenti si colorano di farsa. È il caso della Lazio che punterà a separare le responsabilità del presidente Claudio Lotito da quelle della società, come se la Lazio non vivesse del denaro, delle iniziative, dei maneggi, dei debiti, dei "contatti" di Lotito. Come se Lotito non fosse la Lazio e la Lazio Lotito.
In questa aria di banalizzazione del dramma, un ruolo rilevante svolge come sempre l´informazione. La Gazzetta dello Sport pare aver già chiuso i conti con il passato. Appena sabato scorso ha spiegato che il finale di questa brutta partita non sarà poi così devastante e le sentenze saranno "commestibili". Juventus in B e soltanto penalizzazioni per le altre. 13/20 punti per il Milan. Almeno 21 punti per la Fiorentina. Per la Lazio addirittura meno: in fondo, Lotito si accordava con Carraro e Mazzini, presidente e vice della Figc, dunque con le "istituzioni".
Nel corso del tempo è apparso chiaro che il mondo del football non è stato capace di gestire l´autonomia che i pubblici poteri gli hanno assegnato. Ogni istituzione, territorio, regola o legge, che è stata sfiorata dal calcio, si è deprezzata, si è squalificata, è diventata inattendibile. La Borsa, la finanza, le banche, i bilanci, la giustizia, la sanità, la fiscalità, i pronostici, l´informazione, la reputazione internazionale del Paese. Tutto quello che ha toccato il calcio ne è uscito compromesso. Al di là del processo e delle sue regole, ci si attende che tutte le parti coinvolte (imputati, collegi di difesa, società) siano consapevoli del passato catastrofico che si lasciano alle spalle. Che dimostrino di aver finalmente capito che soltanto una radicale mutazione "genetica" proteggerà il calcio, la sua credibilità e l´autonomia che chiede e pretende.
La doppia voce di Hamas
I tank israeliani sono a Gaza. Olmert: pronti ad azioni estreme per liberare il soldato prigioniero. I caccia sorvolano la capitale siriana Damasco. Arrestato Barghouti, ministro palestinese.
Benny Morris sul Corriere della Sera
La crisi attuale tra lo Stato d'Israele e i palestinesi innescata da mesi di attacchi missilistici di terroristi stanziati a Gaza contro città e villaggi israeliani e, recentemente, dall'ardito attacco dello scorso weekend da parte di una squadra terrorista a una postazione di confine dell'esercito israeliano in territorio israeliano fa giungere molti nodi al pettine.
L'estate scorsa, quando l'ex primo ministro Arik Sharon ordinò all'esercito e ai coloni di lasciare Gaza, cedendo ai palestinesi il controllo di quel minuscolo territorio densamente popolato, sperava che si potesse arrivare a una certa tranquillità lungo la frontiera tra Israele e Gaza, e che questo potesse essere il primo passo di un più ampio ritiro da gran parte della Cisgiordania che portasse alla pace e alla creazione di uno Stato palestinese arabo indipendente accanto a Israele.
I mesi passati hanno confermato gli allarmi e i timori espressi in quel frangente dalla destra israeliana che il ritiro desse l'opportunità ai gruppi terroristi e di guerriglia palestinesi di lanciare attacchi verso Israele con relativa impunità. Da allora, infatti, i primitivi missili Qassam fatti in casa continuano a piovere sulla città di Sderot, sulle periferie di Ashkelon e su vari kibbutz al confine. Il ritiro è stato evidentemente interpretato dai palestinesi come un segno di debolezza da parte di Israele e gli occasionali attacchi missilistici di rappresaglia o prevenzione da parte di Israele contro auto e case di terroristi a Gaza che hanno a volte provocato la morte di innocenti, oltre che dei colpevoli non sono riusciti a por termine alla violenza.
Ma il ritiro da Gaza ha avuto un altro risultato. La fondamentalista Hamas, che aveva guidato la lotta palestinese (la seconda Intifada) contro Israele negli ultimi cinque anni, è stata mandata al potere dall'elettorato palestinese con il voto dello scorso gennaio. Gli israeliani di tendenza pacifista e gli occidentali hanno sperato che questo avrebbe indotto Hamas a una maggiore moderazione, nonostante il suo atto costitutivo del 1988 proclami la volontà di distruggere Israele attraverso la jihad (guerra santa), assumendo a giustificazione considerazioni palesemente antisemite, tratte in gran parte (ed esplicitamente) dai «Protocolli dei Savi di Sion».
Ma quel che succede è che Hamas si comporta come Yasser Arafat, il noto leader palestinese scomparso, che, come un ventriloquo, parlava contemporaneamente con due voci, una rivolta ai liberali europei e israeliani, prodiga di rassicurazioni e intenzioni pacifiche, un' altra rivolta ai terroristi, cui ordinava o permetteva di continuare gli attacchi contro Israele. In modo simile Hamas ha annunciato di accettare la sospensione delle ostilità, allo stesso tempo permettendo ad altre fazioni, come la Jihad islamica, di continuare gli attacchi e inviando i suoi militanti ad aiutarli.
L'assalto condotto da Hamas nel weekend alla postazione dell'esercito israeliano di Kerem Shalom (in ebraico «vigneto della pace») potrebbe indicare l'emergere nei ranghi di Hamas di fazioni dissidenti (alcuni biasimano la leadership «esterna» di Hamas, capeggiata da Khalid Mashal, di stanza a Damasco) o potrebbe essere semplicemente un altro esempio del multiforme modus operandi di questa ambigua organizzazione.
È troppo presto per valutare i possibili effetti dell'attuale incursione delle forze israeliane a Gaza. Quel che è chiaro è che i due-tre giorni concessi da Israele alla diplomazia cioè alla mediazione europea per ottenere la liberazione del soldato israeliano catturato non hanno portato a nulla (dimostrando ancora una volta l'impotenza europea e la sua irrilevanza nel conflitto arabo-israeliano). Il primo ministro Ehud Olmert spera, anche se probabilmente non ci scommette, che la pressione militare, che nei prossimi giorni verrà gradualmente aumentata, possa raggiungere lo scopo o almeno permetta a Israele di far pagare un alto prezzo ai palestinesi per le loro continue aggressioni contro Israele. Ma nulla di tutto questo servirà alla causa della pace.
Benny Morris, professore alla Ben-Gurion University, Beersheba, Israele, autore di «Vittime» e «1948» (Rizzoli) (Traduzione di Maria Sepa)
Noi sottoscritti, appartenenti a diversi orientamenti culturali, politici ed etici; laici, credenti e non credenti, siamo però uniti nel ritenere necessaria, urgente e non più procrastinabile la calendarizzazione parlamentare di un provvedimento di amnistia, per interrompere la flagranza di reati contro la costituzione e il diritto internazionale di cui milioni di cittadini italiani sono vittime a causa della crisi strutturale della giustizia e del sistema penitenziario.
Oggi come non mai, di fronte alla insostenibilità delle condizioni di detenzione e ai ritardi della giustizia, un gesto di clemenza equivarrebbe ad un'azione di giustizia e di ragionevolezza, rendendo possibile al legislatore l'attuazione di riforme di ampio respiro, che certo risentirebbero negativamente del permanere dell'attuale situazione di grave emergenza.
Facciamo dunque nostri gli obiettivi e le proposte del grande satyagraha per la legalità, perché riteniamo che soltanto attraverso la concessione di un'amnistia ampia e generalizzata, che riduca ad almeno 5 milioni i 10 milioni di processi pendenti, si possa ripristinare quel minimo di legalità costituzionale senza la quale è del tutto velleitario e inconsistente qualsiasi tentativo di riforma strutturale.
L'Italia è il quinto Stato per il numero di ricorsi dinanzi alla Corte europea dei diritti dell'uomo ed è il primo in termini di condanne, la quasi totalità per violazione del diritto fondamentale, costituzionalmente garantito, ad una ragionevole durata del processo.
Il 30 novembre scorso il Consiglio d'Europa ha denunciato che «i ritardi della giustizia in Italia sono causa di numerose violazioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo sin dal 1980», ritardi che «costituiscono un pericolo effettivo per il rispetto dello stato di diritto in Italia».
Sono 10 milioni i processi in attesa di giudizio la cui durata media (8 anni per i processi civili, 5 per quelli penali) aumenta di anno in anno. Secondo le stime del rapporto del Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Alvaro Gil-Robles, il 30% della popolazione italiana è coinvolta in un procedimento giudiziario.
Dal 2000 al 2005 più di 1 milione di processi sono stati annullati per prescrizione a causa della loro eccessiva durata. Una vera e propria amnistia strisciante, destinata ad ampliarsi grazie all'approvazione della legge ex Cirielli.
Ma se molti sono i reati che vengono prescritti, assai di più sono quelli neppure perseguiti: nel 2005 i delitti denunciati sono stati 2.855.372, tra cui circa un milione e mezzo di furti, la quasi totalità dei quali resta impunita per essere rimasti ignoti gli autori. Da questi dati emerge che il sistema attuale di contrasto alla criminalità nel nostro paese, bene che vada, riguarda oggi solo il 10 o 20 per cento dei reati.
La crisi della giustizia delineata da questi numeri rappresenta la più grave questione sociale del nostro Paese, perché colpisce direttamente decine di milioni di persone vittime della lentezza dei processi e di reati che restano impuniti, e perché mina alle fondamenta il principio stesso di legalità e certezza del diritto.
In questo contesto, il carcere diviene sempre più uno strumento di perpetuazione dell'ingiustizia, specchio della condizione di emarginazione di interi ceti sociali, piuttosto che della certezza del diritto nel suo aspetto punitivo. Vi vengono reclusi soprattutto gli individui meno in grado di utilizzare la paralisi del sistema giudiziario a proprio vantaggio, attraverso ad esempio l'istituto della prescrizione, o gli autori di reati legati a grandi fenomeni sociali che lo Stato aggrava con leggi inadeguate a risolverli.
Nelle carceri italiane sono reclusi 60mila detenuti, contro una capienza regolamentare di 43mila. In queste condizioni, diventano impossibili le attività tese al recupero del detenuto e viene meno anche il dettato costituzionale secondo il quale «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Non a caso, il tasso di recidiva per gli imputati che scontano la pena in carcere è molte volte più alto di quello di chi usufruisce di pene alternative. In queste condizioni il carcere produce crimine invece che colpirlo.
È ora di cominciare a dare risposta alla straordinarietà di questa crisi sociale e istituzionale del nostro paese con un provvedimento straordinario di clemenza e di buon governo, già invocato con forza dallo stesso Pontefice e dal Suo Predecessore.
Occorre varare la più straordinaria, forte, ampia, decisa e rapida delle amnistie che la Repubblica italiana abbia avuto dalla sua nascita per poter immediatamente ridurre di almeno un terzo il carico processuale della Amministrazione della Giustizia perché essa possa, liberata da processi meno gravi, proficuamente impegnarsi a concludere quelli più gravi.
È necessario un indulto che possa sgravare di un terzo il carico umano che soffre in tutte le sue componenti - i detenuti, il personale amministrativo e di custodia - la condizione disastrosa delle prigioni.
Nessuna giustizia e nessuna certezza della pena possono essere assicurate se uno Stato per primo non rispetta la propria legalità ed è impossibilitato a garantire la certezza del diritto.
Primi firmatari
Don Antonio Mazzi
Marco Pannella
Francesco Cossiga
Comunità di Sant'Egidio
Giuliano Vassalli
Don Andrea Gallo
Emanuele Macaluso