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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 27 giugno 2006


Staino sull'Unità
  

La favola è finita
Ida Dominijanni su
il Manifesto

La partita più bella l'Italia non l'ha vinta in Germania con un rigore all'ultimo minuto, l'ha vinta in casa, conunpunteggio straordinario, dopo svariati ed estenuanti anni di gioco. Quel perentorio 61,7% di No alla controriforma costituzionale che avrebbe dovuto suggellare l'era berlusconiana acquista tanto più valore con quell'inatteso 53,6% di partecipanti al voto, che dopo dieci anni di quorum mancato riabilita, proprio sulla Carta fondamentale, l'istituto referendario e la vigilanza popolare sulle scelte politiche.



La sconfitta del progetto populista
Ezio Mauro su
la Repubblica

NEL Paese indeciso, diviso e indecifrabile che la politica fatica da più di un decennio a governare, i cittadini hanno compiuto in una domenica di fine giugno una scelta netta e precisa, che è la più importante svolta culturale degli ultimi anni in Italia.

Un voto forte e partecipato (con il 53,6 per cento degli elettori alle urne), ha risposto all'appello del presidente Napolitano e ha riportato il referendum sopra la soglia del quorum, mai più raggiunta negli ultimi undici anni. Un voto positivo, perché bocciando una riforma confusa e pasticciata, che sarebbe stata pericolosa per il Paese, ha scelto la difesa della Costituzione e del suo disegno istituzionale. Un voto, infine, politicamente consapevole e rivelatore, perché non ha soltanto sconfitto la destra, ma ha spazzato via il falso presepio televisivo di un'Italia spaccata a metà, con il nord e la modernità in mano al Cavaliere, pronti a pretendere o imporre a forza le larghe intese: e invece dietro i muscoli berlusconiani di cartapesta c'è una destra a pezzi, senza più una politica, con un progetto delle istituzioni bocciato senza rimedio dal popolo, con un'alleanza senza leader e senza ragioni.
Vediamo le cose per ordine. Prima di tutto, l'interesse del Paese. La posta in gioco era molto alta, con i cittadini chiamati a confermare o bocciare una legge che manometteva la Costituzione più che riformarla, senza un disegno organico, un piano istituzionale, uno spirito costituente, sia pure aggiornato ai tempi. Dal soffio dello Spirito Santo laicamente invocato da Croce alla baita di Lorenzago apparecchiata da Tremonti: il passo era troppo lungo, e i cittadini hanno scelto di dire no. Per farlo, hanno votato con una partecipazione che nessuno aveva previsto, dimostrando la validità dell'istituto referendario, la volontà di prendere parte nelle questioni che davvero contano, la capacità di scegliere e di decidere, anche davanti a quesiti complicati.

Non è una scelta conservatrice, come dice il futurismo arditista dei falsi modernizzatori.

È invece un sì alla Costituzione e all'equilibrio dei poteri che la Carta disegna, con la precisa indicazione alla politica di cercare altrove - e in se stessa - la causa delle disfunzioni, dei ritardi e dei vuoti della nostra democrazia. La Costituzione, com'è ovvio, è riformabile. Ma il referendum dice che per gli italiani la Costituzione non si cambia per aderire all'ideologia di una piccola fazione che ricatta politicamente la metà del Parlamento,

I cittadini hanno messo al riparo i poteri dello Stato, il loro equilibrio, un quadro istituzionale che ha retto la prima e la seconda Repubblica. Non per blindare la Costituzione, ma per sottrarla ad un uso politico contingente, per non trasformarla da cornice a semplice mezzo estemporaneo di parte.

La destra televisiva predicava la parola d'ordine del cambiamento, e la coniugava nel qualunquismo del taglio dei parlamentari. Una miscela che poteva essere esplosiva, unita alla leadership ferita di Berlusconi, alla ricerca di un plateale risarcimento da parte del suo popolo dopo la sconfitta, e all'insediamento ideologico della Lega, ormai arroccato tutto nella parola d'ordine della devolution, sfocata e confusa, ma unica bandiera concreta di una forza in ritirata. Ciò che è stato sconfitto, invece, è proprio l'asse culturale tra Bossi e Berlusconi, quel cemento pre - politico, di vera destra "naturale", che è un'intesa anche umana e antropologica, ed è sempre prevalso sulle tentazioni moderate o istituzionali - peraltro intermittenti - di Fini e Casini. Oggi quell'asse è saltato, facendo saltare nello stesso tempo l'equilibrio e il baricentro che reggeva la Casa delle libertà.

Il referendum dunque ci racconta finalmente un Paese diverso da quello narrato da Berlusconi e manda in frantumi anche la sua stessa rappresentazione della sconfitta, dopo le elezioni politiche.

Una coalizione con il 49,7 per cento dei voti alle politiche ha mobilitato nel referendum appena il 38,7 per cento dei cittadini, mentre la sinistra ha portato alle urne il 61,3 degli elettori. La destra parla a vuoto, con il suo leader indeciso se insultare gli avversari (come puntualmente ha fatto) o ritirarsi nel silenzio per paura della sconfitta e soprattutto per il timore, mostrandosi, di mobilitare l'elettorato avversario, con un talento rovesciato. Come la Lega di Bossi, ormai forza locale non del Nord ma del Lombardoveneto, che ieri ha registrato il fallimento della sua avventura politica di governo. Quando più di 15 milioni di elettori votano contro un tema programmatico della destra, fondativo, addirittura identitario, e solo 9 milioni lo sostengono, il giudizio è senza appello, ed è il giudizio di un Paese tutt'altro che diviso: un Paese deciso.

Soprattutto, nel paesaggio berlusconian - bossiano si spegne la luce del Nord, unica stella cometa di questa destra in declino. Anche nel Nord, infatti, vince il no alla riforma della Costituzione. E lo stesso Nord si fa spaccare in due dal referendum, con Piemonte, Liguria, Valle d'Aosta, Trentino, Friuli ed Emilia - Romagna a favore del no, e soltanto Lombardia e Veneto per il sì: con le eccezioni delle due capitali, Milano e Venezia, per la prima volta ribelli ed eretiche, come ad anticipare un'inversione di tendenza, un cambio di clima e forse di stagione. Dunque, dopo il referendum non c'è più una questione settentrionale. O meglio: c'è, ma da oggi interroga in ugual misura destra e sinistra, è un problema per entrambi i Poli, com'è giusto che sia quando una parte del Paese fortemente dinamica lamenta sottovalutazioni, inadempienze, ritardi nella modernizzazione. Un problema per tutta la politica che in quanto tale cessa di essere un'arma della destra contro la sinistra.

Il referendum ridisegna dunque il profilo del quadro politico, due mesi dopo il voto. I numeri del governo Prodi restano certamente fragili e ancor più fragile resta l'identità culturale del centrosinistra, pronta a dividersi su ogni questione, grande e piccola. Ma dopo la partenza difficile, dopo gli errori dei partiti nell'assemblaggio dell'esecutivo, il referendum poteva essere per il governo una prima sanzione, e invece è stato un successo. Tocca a Prodi usare quel successo per trasformarlo in politica.

Infine, a mio parere, c'è un'ultima lezione da trarre, e forse è la più importante. Da oggi esiste la possibilità che una larga parte dell'Italia si ritrovi su una piattaforma politico - culturale comune e condivisa. Io non so definirla altrimenti che così: una piattaforma costituzionale, repubblicana, europea. Non sarebbe affatto poco, per ricostruire e ripartire. Se il Paese lo volesse, se la sinistra lo sapesse.


L'Italia è salva
Furio Colombo su
l'Unità

Hanno tentato di assestare all'Italia una paurosa botta di secessione, ducismo e caos. Lo hanno fatto coloro che volevano la secessione, coloro che volevano il caos (se non altro per il bene del malaffare) e chi voleva proclamarsi duce. Era la cosiddetta riforma Bossi-Berlusconi. Chi non frequenta la politica non aveva che i Media per capire e per decidere. Chi non legge i giornali (la maggioranza) non aveva che radio e televisione. Le televisioni di proprietà di Berlusconi hanno mentito sempre.
La televisione di Stato, con l'eccezione del TG3, ha trasmesso «schede» che avrebbero reso plausibili anche le leggi razziali. In tali schede si dicevano in rapido elenco i cambiamenti della Bossi-Berlusconi, senza che si potesse capire in cambio di che cosa o a confronto con che cosa. E niente sulle ragioni di votare NO. Nei dibattiti «tagliati su misura come un vestito» (cfr. Bruno Vespa nelle note intercettazioni) i rappresentanti della Casa delle Libertà ripetevano una ventina di volte per sera la storia del taglio dei deputati (appena duecento, e solo nel 2016) spacciandolo per un risparmio. Mai nessuno ha fatto notare che il costo di una inutile e pericolosa polizia regionale di migliaia di uomini e mezzi per ogni regione sarebbe costata mille volte di più del presunto risparmio dei deputati, e per sempre.
L'imbroglio è stato immenso, il pericolo grande perché gambizzare la Costituzione avrebbe significato rendere zoppo e squilibrato il Paese.
Ma il Paese ha ripetuto certi miracoli che avvengono silenziosamente e quasi da soli in Italia. Come in quegli inspiegabili girotondi in cui i cittadini si presentavano da soli a centinaia di migliaia per dire NO alle leggi di Berlusconi (e infatti sono diventati la bestia nera delle destre, anche se non solo delle destre) come quelle inattese e inspiegabili code per votare, pagando un euro, nelle primarie di Prodi (quattro milioni e mezzo di elettori volontari). Accade adesso che, nel giorno più caldo dell'anno e forse del decennio, a scuole chiuse, in una data calcolata apposta perché il più possibile degli elettori, per giunta stanchi e sfiancati da elezioni politiche ed elezioni locali, si trovassero al mare, c'è stato l'afflusso più alto di ogni referendum della storia repubblicana.
C' è stato un risultato che è clamoroso non solo per la cifra assoluta (una valanga di NO che supera il 60 per cento) ma perché quella clamorosa, inaspettata, appassionata corsa al NO e alla salvezza della Costituzione è stata guidata da un vecchio signore - Oscar Luigi Scalfaro, già presidente della Repubblica - che è stato oggetto di isolamento, di scherno, di insulti, di gesti di teppismo (anche al Senato) che non hanno precedenti, salvo che nell'epoca che ha preceduto il fascismo. Per fortuna hanno portato un frutto. Tra Berlusconi e Scalfaro, fra Bossi e Scalfaro, fra Fini e Scalfaro, fra Cicchitto e Scalfaro, gli italiani senza esitazione hanno scelto Scalfaro. E poiché i referendum sono elezioni un po' astratte in cui non tutti e non sempre possono avere sottomano il senso complessivo della materia in discussione, il simbolo visibile e umano di una vita spesa per la Costituzione, dalla Resistenza agli insulti dei dipendenti di Berlusconi, ha immensamente giovato, e spinto tanti italiani alla scelta giusta.
Dunque, il primo pensiero, un pensiero di immensa gratitudine, oggi va a Scalfaro che ha capito subito il pericolo, lo ha fatto senza risparmiarsi un giorno e un'ora di fatica e di impegno, e ha tenuto testa all'insulto con la dignità di chi non ha mai perduto il senso di ciò che ha significato la resistenza. Per capire che cosa intendo dire fermatevi per un istante a pensare all'Italia e alla televisione italiana in cui avessero vinto Bossi, Berlusconi e i dipendenti di Berlusconi. Pensate alle loro frasi, alle espressioni che avrebbero dedicato agli sconfitti, alla Costituzione battuta e al Paese sottomesso alla legge "schifo" (definizione limpida del politologo Sartori), alla legge "porcata", (secondo l'espressione autorevole ed efficace dell'ex ministro Calderoli, quello della maglietta che è costata quattordici morti in Libia), alla legge caos (descrizione del costituzionalista Leopoldo Elia).

Però la pesante eredità di cinque lunghi anni di regime berlusconiano, in cui devi sempre partire da qualcosa che dicono loro (in genere una accusa) per poi passare al resto del tempo a difenderti da quella accusa inventata per l'occasione, lascia ancora il suo segno. Uno dei loro slogan prediletti era: o votare SI e approvate la Bossi-Berlusconi o la Costituzione non si potrà più cambiare. Falso, naturalmente. Ma il peso deformante di questo modo di "dialogare" si è sentito, forse inconsciamente, persino in una domanda di Bianca Berlinguer, nello speciale TG 3 dedicato al referendum rivolta a Franco Giordano e Willer Bordon chiede: «quali garanzie date voi che non lascerete tutto come prima?».
C'è un istante di brivido, perché la domanda implica che "tutto come prima" sia peggio della "porcata" dei quattro di Lorenzago.
Per fortuna c'è in collegamento, proprio in quel momento, Oscar Luigi Scalfaro che risponde netto: "non confondiamo".
Primo, salvare la Costituzione. E l'abbiamo fatto. La Costituzione , così com'è, nella sua integrità, funziona.
Secondo, prima di toccarla ancora, si assicurino coloro che pensano di farlo, di avere una larghissima adesione e condivisione in Parlamento, altrimenti si dovrà tornare al referendum. Il referendum lo abbiamo fatto oggi. E abbiamo detto che, senza consenso largo e condiviso, la risposta è NO».


Come si vede, per gli studi TV, su cui grava ancora l'afosa nebbia berlusconiana, la parola "conservatori" per definire chi ha salvato la Costituzione.

Le dichiarazioni sdegnate dei grandi italiani non sono finite. Sentite che cosa ha da dire Speroni, già capo di gabinetto di Bossi, quando Bossi era ministro delle Riforme (rassegnatevi, è vero, Bossi è stato davvero ministro delle Riforme della Repubblica italiana e Speroni è stato davvero il suo capo di gabinetto): "gli italiani fanno schifo e l'Italia fa schifo perché non vuole essere moderna".
Adesso capisco perché da Torino, in una affettuosa telefonata dalla Casa di Riposo delle anziane signore ebree, Giorgina Arian Levi, anni novantacinque e una straordinaria vita di antifascista, mi ha detto felice:" qui c'è una festa. Tutte le signore hanno votato. Sai che cosa ha unito tanta gente? Hanno votato contro il marciume".
Ha pensato - credo - alle intercettazioni di casa Savoia e di casa Fini. Io in quel momento avevo davanti il televideo, pag. 101, ore 17.32 e ho pensato al rischio di cui si è liberata l'Italia. Il rischio di personaggi al governo come Bossi, come Speroni. L'abbiamo scampata bella. E abbiamo scoperto che la modernità sono coloro che non dimenticano e non si vendono. La modernità è stare lontani dalla televisione dove "tagliano i dibattiti politici su misura" e dove le conversazioni partono dalle verità di regime. Gran Paese l'Italia. Che ne abbia schifo uno come Speroni è una garanzia.


Missione compiuta
Antonio Padellaro su
l'Unità

Con la grande vittoria della Costituzione repubblicana ieri, 26 giugno 2006, la democrazia italiana ha concluso il lungo, difficile viaggio cominciato il 13 maggio 2001 con la sonante vittoria elettorale di Silvio Berlusconi. In questi cinque anni, giorno dopo giorno, voto dopo voto, il centrosinistra ha riguadagnato la fiducia della maggioranza dei cittadini e ha riconquistato il governo del Paese, sia pure con un margine minimo. Nello stesso periodo di tempo il centrodestra ha provveduto a dilapidare il suo vantaggio, impiegato in operazioni di vero e proprio avventurismo politico (oltre che a scassare i conti pubblici).
Come definire altrimenti il tentativo di costruire attorno al padrone quel monumento che doveva farne un sovrano intoccabile e assoluto. Prima assicurandogli la più totale impunità e immunità davanti alla legge. Quindi, garantendogli il ferreo controllo della pubblica opinione, opportunamente orientata e manipolata attraverso il dominio delle televisioni. Infine, attribuendogli un potere mai posseduto prima da nessun altro presidente del Consiglio in sessant'anni di storia della Repubblica. A ciò soprattutto mirava la controriforma di Lorenzago, fondata sul patto scellerato che l'uomo di Arcore aveva firmato dal notaio con Umberto Bossi.
Cioè con il capo di un movimento aggressivo impegnato in un lucido disegno di eversione: separare la Lombardia e il Veneto (la cosiddetta Padania) dal resto d'Italia.
Oggi possiamo dire con certezza che quel duplice attentato al cuore della democrazia è fallito. Silvio Berlusconi appare così ripetutamente sconfitto che viene da chiedersi se possa ancora essere considerato un leader. E di cosa poi, viste le condizioni in cui versa la disastrata Casa delle Libertà? Con gli inquilini An e Udc pronti a fare i bagagli per giocarsi la partita politica dei prossimi mesi e anni, ognuno badando a sé. Quanto alle camice verdi, parafrasando Cadorna le vediamo risalire in ordine sparso quelle stesse valli nelle quali, dall'inizio degli anni '90 in poi, avevano progressivamente dilagato.
Soprattutto a nord di Milano e in ampie porzioni del Triveneto la Lega gode ancora di un profondo radicamento popolare. Dovrà decidere cosa farne adesso che si è dissolto il progetto separatista che la controcostituzione doveva innescare.

Ora però (questa è la seconda riflessione) l'Unione potrà e dovrà concentrarsi sull'azione di governo che nei primi cinquanta giorni non è apparsa così chiara e determinata come ci si augurava. Con la positiva conclusione della lunga stagione elettorale non esistono più gli incubi (e gli alibi) che ancora ieri alle 14 e 59 angustiavano i vertici della maggioranza. La possibilità di una spallata in extremis della destra non esiste più. Completamente sventata appare l'ipotesi di un governo Prodi colpito alle gambe dalla vittoria del Sì; costretto, ha scritto Eugenio Scalfari come quel «cavaliere che andava combattendo ed era morto». Finisce la lunga stagione elettorale. Comincia quella delle decisioni, anche coraggiose, per il bene del Paese.
La terza osservazione riguarda il risultato del referendum. Esso ci dice con chiarezza che la partecipazione al voto, il 54 per cento, è stata la più alta da dieci anni a questa parte, in controtendenza rispetto ai molti altri referendum disertati dagli elettori. Ciò significa che il No è stato rappresentativo delle opinioni degli italiani. E che il voto è stato anche omogeneo in tutta la penisola. Se si eccettuano il Lombardo-Veneto e 23 province, nel resto d'Italia il No ha vinto con percentuali spesso schiaccianti. Se sommiamo il 61,6 di chi ha votato contro lo stravolgimento agli altri due dati, abbiamo una certezza: la grande maggioranza degli italiani vuole conservare e difendere la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Nel momento in cui Prodi offre alla destra sconfitta l'ulivo del dialogo, la voce di quel 61,6 per cento si leva alta e forte e dice di sì alle riforme veramente necessarie. Ma dice anche no ai pasticci. Insomma, va bene ricercare le riforme condivise purché i tavoli non servano soltanto a rianimare la destra barcollante. È già successo un'altra volta e la lezione c'è bastata.
Quanto a noi dell'Unità che abbiamo ricominciato proprio cinque anni fa quando era notte buia, sempre battagliando, senza mai perdere la speranza, oggi finalmente possiamo dire: missione compiuta.


La devolution del Centrodestra
Luigi La Spina su
La Stampa

La prima sconfitta, la notte dell'11 aprile, era stata quasi una mezza vittoria: Berlusconi, con un recupero elettorale imprevedibile, aveva smentito tutti i sondaggi e aveva insidiato, fino all'ultima scheda, il ritorno di Prodi a Palazzo Chigi. La seconda, al test elettorale di fine maggio, invece, era stata netta, ma il terreno sul quale si svolgeva il confronto, quello del voto amministrativo, era, per tradizione, molto difficile per il centrodestra. La terza sconfitta, quella di ieri sul referendum costituzionale, rischia di essere davvero la peggiore per il leader di «Forza Italia». Perché spezza l'asse fondamentale di quella alleanza politica sulla quale Berlusconi prima aveva costruito la rivincita nelle elezioni del 2001 e, poi, aveva governato per tutta la scorsa legislatura: l'intesa con la Lega di Bossi.

E' vero, come ha riaffermato Prodi nel suo commento all'esito della consultazione, che la maggioranza dei votanti, dicendo «no» al progetto di modifica di importanti parti della nostra Costituzione, non ha espresso un giudizio sul suo ministero. Sarebbe quindi sbagliato che il centrosinistra interpretasse il verdetto come l'espressione di un robusto consenso popolare ai primi passi del governo. Ma la notevole e inaspettata affluenza alle urne e il forte distacco tra chi ha voluto la conferma di quella riforma e chi la sua cancellazione ha due, entrambi importanti, significati: il primo, quello più ovvio, di negare alla classe politica la legittimità di operare drastiche modifiche alla Carta che dal 1948 regola le nostre istituzioni senza un'ampia intesa parlamentare e senza un vasto consenso nell'opinione pubblica. Il secondo, non meno essenziale, squassa le fondamenta sulle quali si è retta, negli ultimi dieci anni, la «Casa delle libertà».

La garanzia di riuscire a portare alla piena attuazione il progetto di mutamento costituzionale bocciato invece ieri dal voto popolare, non era solo un espediente tattico per assicurarsi la vittoria alle elezioni. Costituiva il pegno di una alleanza più ampia e più ambiziosa, fondata sulle richieste e sulle speranze di un raggruppamento sociale ben individuato, quello dei ceti che, soprattutto nel Nord, ma non solo nel Nord, chiedevano alla Stato di farsi da parte, per lasciare il campo alle capacità vincenti di un capitalismo sfrenatamente liberista, aggressivo e spregiudicato.

Ecco perché l'esito del voto sul referendum, al di là della sorte della cosiddetta «devolution», lancia un grave segnale a Berlusconi. Indica che la stragrande maggioranza del Sud non accetta più, in nome dell'anticomunismo e del moderatismo, di farsi trascinare dalle pretese autonomistiche del partito di Bossi. Ma la risicata prevalenza del «sì», limitata al Lombardo Veneto e con la significativa eccezione di Milano, suona un altro campanello d'allarme per Berlusconi, persino più inquietante. Vuol dire che è fallita la mobilitazione tra gli elettori del centrodestra più fedeli al progetto originario e costitutivo dell'alleanza. Forse perché quello Stato di cui si chiedeva la sostanziale ritirata, sembra ora utile, invece, per aiutare i cittadini del Nord a competere sui mercati internazionali, adeguando le infrastrutture, assicurando regole non penalizzanti per le nostre merci, proteggendo i più deboli con un welfare, magari più leggero, ma capace di garantire il futuro e la sicurezza dei cittadini.



Esulta il costituente Scalfaro "Ha vinto la Carta del '48"
Grande festa alla Cgil per il comitato del No . L´ex presidente: con me il Cavaliere perde sempre. Bassanini rivela: Bossi aveva invitato me e D´Alema a cena per convincerci a votare Sì
Alessandra Longo su
la Repubblica

ROMA - «Ha vinto la Costituzione del ´48, nata dai sacrifici, dalle lotte, dal sangue! Una Costituzione viva, attuale, che ci ha garantito una vita serena, improntata alla solidarietà, una Costituzione capace, sia pur con qualche sofferenza, di difendere anche il valore della pace...». Il Padre Costituente Oscar Luigi Scalfaro è un uomo felice. Lui, la Carta degli italiani, contribuì a scriverla. Ora, in qualità di presidente del Comitato per il no, è riuscito a salvarla. Che la vittoria sia «indiscutibile, assoluta, giuridicamente rilevante», lo si capisce presto, quasi subito. Il presidente emerito della Repubblica è sorridente, tonico, ringiovanito. Si concede ai microfoni nella sala stampa della sede nazionale della Cgil poco dopo il fischio d´inizio della partita dei Mondiali. Sì, è andata benissimo, sussurra Scalfaro ai compagni di viaggio del Comitato Salviamo la Costituzione, Franco Bassanini, Sandra Bonsanti, Leopoldo Elia:

Dunque la Costituzione è salva, quel pasticcio che tanto piaceva a Speroni e Calderoli, è stato cancellato dalla volontà popolare. «Tamquam non esset», come se non esistesse, sancisce l´ex presidente della Repubblica che ricorda i difficilissimi anni di lavoro del Comitato per il no, e ironizza sulla scarsa disponibilità dimostrata nei suoi confronti dai canali televisivi, in specie Mediaset: «Mi hanno lasciato girare l´Italia nel riserbo più totale. Credo che nelle tivù e sulla stampa ci fosse una speciale disposizione a tenere il sottoscritto in silenzio...».
Ora si prende la rivincita, intervistato da tutti: «Io sono la toga rossa, il comunista, quello che ha fatto dire ad una signora di certo intellettuale: "Voto sì perché Scalfaro vota no". Man mano che arrivano i dati, il senatore a vita vede allontanarsi lo sfregio alla Carta: «Abbiamo sgomberato il tavolo dalla riforma costituzionale voluta dal centrodestra. La loro proposta è stata messa nel nulla dal popolo italiano. Ora il nuovo tavolo è pulitissimo, sopra non c´è niente». Tutto daccapo, si ricomincia, ma da una posizione di forza, modifiche alla Costituzione sì ma «con cautela, con parsimonia» e comunque sempre partendo da una maggioranza di almeno due terzi delle Camere.

Quando l´Italia segna, Franco Bassanini fa quasi una ola: è una di quelle giornate in cui tutto va al posto giusto. L´esponente dei Ds, molto attivo sul fronte del no, ricorda una conversazione di tre quarti d´ora con Bossi: «Voleva convincermi a votare sì! Poi, dopo, facciamo un tavolo bipartisan, mi ha detto. Ha invitato me e D´Alema a casa sua. Siete gli unici con cui si può parlare... Vi faccio preparare un pranzo da mia moglie Manuela che è siciliana e cucina benissimo». Offerta declinata. Scalfaro sorride. Agli avversari manda a dire: «Abbiamo giocato la nostra partita e abbiamo vinto».


I vescovi: chiaro stop al super-premier
l´agenzia della Cei
brevissime di
la Repubblica

ROMA - «I cittadini hanno inequivocabilmente confermato che restiamo in una democrazia parlamentare, sia pure con un sistema elettorale maggioritario». Questa la valutazione del Sir, l´agenzia dei vescovi, al risultato del referendum sulla riforma costituzionale. «Emerge ben chiaro il rifiuto di una riforma così estesa e controversa, in particolare sul tema cruciale della forma di governo, ben più che la cosiddetta devolution al cuore del progetto sottoposto a referendum». Inoltre il fatto che il No abbia vinto anche nell´Italia settentrionale sottolinea che «al cosiddetto malessere del Nord è tempo di dare risposte di alto profilo nel merito». Dato «molto significativo» viene poi ritenuto il fatto che abbia votato il 53,6% degli italiani. Il Sir rileva che, dall´epoca di Craxi, «il vessillo della grande riforma è stato via via raccolto da pressoché tutte le forze politiche, con magniloquenti retoriche, passate negli anni dall´uno all´altro schieramento e risultati sempre assai modesti e spesso contraddittori.



La Cdl cerca nuove vie dal fortino del Lombardo Veneto
Niente congressi straordinari e niente dimissioni, ha detto Umberto Bossi ai suoi.
Sara Bianchi su
Il Sole 24 Ore

I generali restino fermi sulle proprie gambe, perchè «Prodi deve avere paura di un Lombardo Veneto che non molla e spinge per il cambiamento». E in effetti l'esito di questo referendum dimostra che la questione settentrionale, seppur limitata al Lombardo Veneto, resta in piedi. Ma prova anche che la risposta tentata dal centrodestra, costruita sull' asse Lega-Berlusconi, non ha saputo interpretare davvero le necessità di queste aree produttive d'avanguardia. Bossi non molla, pensa al modello catalano e alle battaglie degli irlandesi e degli scozzesi; annuncia che Berlusconi «ha delle idee», ma le comunicherà «quando lui vorrà», perchè «è lui il capo della Casa delle Libertà». Non è solo che le aree del Lombardo Veneto siano diverse, è la tesi della Lega, sono "più avanti" rispetto al resto del Paese, rispetto alle decisioni che vengono prese a Roma. È questa la ragione per cui, lo promette il governatore Giancarlo Galan, il prossimo passo veneto sarà «una spinta fortissima alla destabilizzazione istituzionale», con i comuni che vorranno dei referendum per passare alle Regioni speciali. Roberto Maroni spinge sul modello federalista catalano, ratificato meno di dieci giorni fa da referendum popolare, uno statuto che rafforza l'autogoverno della Catalogna, la definisce nel preambolo "Nazione" e dà alla sua lingua lo stesso peso del castigliano.

E ieri, Romano Prodi ha rilanciato, sulle riforme, il dialogo con il centrodestra, comprendendo subito quanto l'esito referendario indichi la fine delle modifiche costituzionali a maggioranza. Ma l'esito del voto chiarisce anche come gli italiani non gradiscano uno stravolgimento della Costituzione. Sulla strada del federalismo si potrebbe perciò procedere anche attraverso semplici correzioni alle modifiche al Titolo V della Costituzione; mentre resta da costruire la fine del bicameralismo perfetto, attraverso l'istituzione di un vero Senato regionale.

In effetti, l'altra questione che della Riforma della Cdl resterà nel cassetto, sarà quella legata all'attribuzione di maggiori poteri al premier. Romano Prodi pensa piuttosto di lavorare, anche con l'opposizione, a una nuova legge elettorale. Piero Fassino ipotizza modifiche all'articolo 138 della Costituzione, in modo da introdurre la maggioranza qualificata, che induca a cercare larghe intese sulle riforme.



Anas, Di Pietro azzera i vertici
su
l'Unità

Grosso guaio all´Anas, avere per ministro delle Infrastrutture un ex magistrato del pool Mani Pulite. Antonio Di Pietro è andato a ficcare il naso nei conti che non tornavano ed è rimasto allibito. «Mi chiedo: - ha commentato Di Pietro per cercare di spiegare lo sconcerto - ma questi dell'Anas sono impazziti o qualcuno glielo ha comandato? E allora chi e perchè? E loro sono andati ultra petita?». Ultra petita, al di là delle consegne e dei poteri. E anche somme inserite impropriamente fra le economie e quindi impegnate. Una gestione a dir poco "allegra" dei soldi pubblici. Così, carta e penna, Di Pietro ha segnalato la situazione dell'Anas alla Procura della Repubblica, oltre che alla Corte dei conti. E ha proposto il commissariamento.

Al di là delle esigenze finanziarie, c'è «un problema di credibilità patrimoniale per la sussistenza e l'esistenza dell'Anas», ha detto nell´audizione alla Camera sull´emergenza cantieri . A suo giudizio «ci sono ipotesi da valutare sotto l'aspetto delle false comunicazioni sociali e del falso in bilancio».

«Qualcuno – ha chiarito più in dettaglio Di Pietro - ha fatto risultare a bilancio oltre 4 miliardi di euro» che non erano disponibili. Cosicché oggi «il patrimonio netto è minore rispetto all'indebitamento complessivo». Insomma, per il ministro il prossimo amministratore dell'Anas «come primo atto dovrebbe portare i documenti in Tribunale».

Un attacco durissimo ai vertici dell'Anas. Il problema della mancanza di fondi dell'Anas è nato «a cavallo tra il 2001 e il 2002 quando da ente pubblico fu trasformato in Spa», ha spiegato Di Pietro. Un errore dovuto all'aver destinato «gli stessi soldi» ad una «duplice attività». E che oggi fa registrare nel bilancio Anas una «differenza negativa di 3,5 miliardi di euro».

Per Di Pietro da ciò è nato tutto: «questo è il motivo per il quale l'Anas non ha i soldi». Al «31 dicembre del 2005 il professor Laghi ha fatto un'analisi dei fondi da cui risultano 19 miliardi di impegni con una copertura per 15,5 miliardi». E dunque mancano 3,5 miliardi di euro.

Dunque ora non c´è altra via che il commissario straordinario, come per la Parmalat, se così si può dire. «La decisione sarà di concerto tra il ministro dell'Economia e la presidenza del Consiglio» ha affermato Di Pietro aggiungendo che si tratta di « un atto doveroso».


Consiglio d'Europa contro i voli Cia
"Anche l'Italia ha violato i diritti umani"
Approvato a larga maggioranza il rapporto Marty: 14 paesi sotto accusa
Il relatore: "Vogliamo combattere il terrorismo con i mezzi appropriati"
su
la Repubblica

STRASBURGO - Dal Consiglio d'Europa arriva un atto d'accusa formale alla pratica statunitense delle 'extraordinary rendition', ovvero il trasferimento e gli interrogatori, di cui alcuni paesi europei erano a conoscenza, di persone sospettate di terrorismo.

L'assemblea dell'organizzazione europea, con sede a Strasburgo, ha infatti approvato il rapporto Marty sui voli segreti della Cia con una larga maggioranza: 95 sì, 16 no e nove astenuti. Nel testo di raccomanda "con urgenza" il lancio di un'iniziativa che coinvolga espressamente gli Usa per sviluppare "una strategia comune, realmente globale per affrontare la sfida del terrorismo".

"Agenti dei servizi nazionali europei - ha spiegato il relatore, lo svizzero Dick Marty - hanno collaborato a delle consegne e a dei trasferimenti di persone sospettate di terrorismo, è provato''. Il rapporto cita 14 paesi europei per il loro coinvolgimento nei voli segreti della Cia e, nel caso di Polonia e Romania, per aver ospitato dei centri di detenzione clandestini.

Sette di questi paesi (Italia, Svezia, Bosnia-Herzegovina, Regno Unito, Macedonia, Germania e Turchia) sono accusati di ''violazioni dei diritti dell'uomo'' nel corso dei trasferimenti illegali. Altri sette paesi sono invece citati per "collusione" (Polonia, Romania, Spagna, Cipro, Irlanda, Portogallo e Grecia).

Dick Marty, nella sua relazione, ha spiegato quali obiettivi si vogliono raggiungere con questo voto: "Quello che vogliamo è che tutto questo non avvenga mai più in Europa. Noi siamo determinati a combattere il terrorismo ma vogliamo farlo con i mezzi appropriati e non con quelli che invece danno ragione ai terroristi". Noi, ha continuato, "dobbiamo creare un ordine giuridico mondiale per fronteggiare il terrorismo con gli amici e alleati Usa, ma dobbiamo farlo sui valori che sono stati costruiti proprio qui, in questo luogo".



  27 giugno 2006