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sulla stampa
a cura di P.C. - 26 giugno 2006


Referendum, il Nord fa salire l'affluenza
Roberto Zuccolini sul
Corriere della Sera

ROMA — Finora un dato è certo: nella prima giornata alle urne l'affluenza al referendum sulla riforma costituzionale è stata superiore rispetto al previsto: 35 per cento contro il 34,1% del 7 ottobre 2001, quando si svolse la precedente consultazione confermativa, quella sul federalismo targato centrosinistra. Se si aggiunge il fatto che allora si votava in un solo giorno e che siamo alla fine di un caldissimo giugno, si può facilmente dedurre che l'appello al voto è stato più sentito di cinque anni fa. Tanto che, nonostante per questo tipo di referendum non serva il quorum, c'è chi scommette che alle 15 di oggi, alla chiusura dei seggi, ci si potrebbe avvicinare se non superare il 50 per cento. Meno facile è dire se il calo dell'astensionismo favorirà il "sì" o il "no" alle riforme approvate nel novembre scorso dalla Casa delle Libertà. Perché sia a destra che a sinistra ieri regnava la prudenza.
I DATI Come in ogni competizione elettorale il Nord ha votato più del resto d'Italia: alle 22 il settentrione registrava il 41% di affluenza contro il 37 del centro, il 25,8 del Sud e il 27,5 delle isole. Tra le regioni il record spetta all'Emilia Romagna con il 44,1% seguita dalla Lombardia (42,7), il Veneto (40,8) e la Toscana (40,4). Ultima nella classifica è la Campania con il 23,9%. Secondo il sondaggista Nicola Piepoli "la maggiore partecipazione è dovuta ad un fenomeno di imitazione reciproca, perché la campagna elettorale ha fatto temere la vittoria dell'avversario in caso di rilevante astensionismo".
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AL SEGGIO A differenza di altre occasioni non tutti i leader politici hanno scelto di recarsi alle urne nella prima giornata di consultazione. Lo ha fatto il Presidente Giorgio Napolitano, all'istituto professionale di Via Panisperna, fermandosi a chiedere come andava l'affluenza. E ugualmente ha già votato Romano Prodi a Bologna. Silvio Berlusconi e Umberto Bossi hanno invece scelto di andare al seggio oggi in mattinata. Come anche il leader di An Gianfranco Fini. Il leghista Roberto Calderoli si è recato alle urne con i bermuda che indossava a Lorenzago, la località del Cadore dove con altri rappresentanti della Cdl scrisse il testo delle riforme. Ed ha accusato Sky Tg24 di fare propaganda a favore del "no" con interviste fuori dei seggi. Risposta dell'emittente: "Le interviste ruotavano soltanto attorno all'importanza di andare a votare". E oggi le urne resteranno aperte dalle 7 alle 15.


I valori mutati della sinistra
Ernesto Galli della Loggia sul
Corriere della Sera

È singolare come a volte la sinistra dimentichi in fretta i suoi eroi e le loro idee: per esempio come essa si sia dimenticata in fretta di Pier Paolo Pasolini. Dopo averlo trasformato in una vera e propria icona di spregiudicatezza intellettuale, oggi sembra non ricordarsi quasi per nulla di ciò che egli disse nell'Italia della grande trasformazione degli anni Settanta. La ragione sta forse nel fatto che lo scrittore friulano vide allora in anticipo quell'insieme di processi sociali che nei decenni seguenti avrebbero mutato completamente il volto non solo del Paese ma soprattutto della sinistra italiana stessa, e li analizzò in modi che, proprio perché poi confermati dalla realtà, oggi risultano alquanto imbarazzanti. Come si è visto nella recente discussione sulla fine del "cattocomunismo".
Tre i temi di fondo di quell'analisi, sviluppata da Pasolini specialmente negli "Scritti corsari". Riduco all'essenziale: 1) Sono i ceti medi i veri protagonisti della modernizzazione del costume italiano, i cui valori da "sanfedisti e clericali" di un tempo divengono ora quelli dell'"ideologia edonistica del consumo" a sfondo individualistico con l'inevitabile appendice del "laicismo" e della "tolleranza"; 2) ma questo mutamento non ha alcun significato politico-ideologico di tipo democratico o comunque progressivo, così come non ce l'ha la vittoria del "no" al referendum sul divorzio o la battaglia per l'aborto. Si tratta di un puro e semplice adeguamento ai tempi: "Oggi — scrive Pasolini — la libertà sessuale della maggioranza ( il corsivo è mio) è in realtà (…) un obbligo, un dovere sociale"; 3) la Chiesa cattolica, "gettata a mare cinicamente" dai ceti medi insieme ai valori tradizionali, è la principale vittima sociale del nuovo panorama ideologico; fino al punto che lo scrittore auspica che essa, invece di "accettare passivamente la propria liquidazione", passi "all'opposizione": "la Chiesa potrebbe essere la guida grandiosa ma non autoritaria di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico (…) falsamente tollerante".
Come negare che queste affermazioni descrivano in nuce ma con sufficiente esattezza alcuni mutamenti dell'antropologia italiana, i quali a loro volta hanno inciso profondamente sulla composizione sociale, i valori e gli orientamenti ideologici della sinistra, in particolare di quella postcomunista? Invece proprio da questo orecchio la cultura della sinistra non vuole sentirci. Pasolini, insomma, deve restare un santino da omaggiare, ma nulla di più. Tutto ciò che in qualche modo richiama le sue idee va respinto con sdegno: il dire per esempio che oggi la sinistra politica è diventata per molta parte lo schieramento dei ceti medi dai valori individualistico-libertari; l'affermare che in questa posizione non vi è nulla di particolarmente "coraggioso", "democratico" o "anticonformista" ma semmai il contrario, dal momento che quella è la posizione di gran lunga maggioritaria in tutta l'area occidentale; che, di conseguenza, sono coloro che in qualche modo vi si oppongono, a cominciare dalla Chiesa, a sostenere un punto di vista socialmente minoritario e dunque, se non altro per questo, più coraggioso.
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Una voce di sinistra
Chiara Saraceno su
La Stampa

Perchè colpisce che Napolitano abbia scelto di denunciare l'intollerabilità, nel 2006, delle morti sul lavoro? Esse sono, purtroppo, molto più frequenti di quanto non sarebbero se molti luoghi di lavoro prevedessero un sistema di prevenzione minimamente efficiente e l'osservanza delle norme di sicurezza. Ma raramente hanno la prima pagina e tantomeno sono oggetto della stessa attenzione che viene spasmodicamente dedicata ad ogni sospiro... della variegata popolazione di chi "sta in pubblico": dal Papa ai cardinali, dai politici agli imprenditori, passando per stelle e stelline di ambo i sessi.
Forse proprio per questo, in un'estate in cui le pagine dei giornali sono piene di calcio - in tutte le sue versioni, inclusa quella degli imbrogli - di scandali principeschi e meno, discorsi e conflitti politici di cui non sempre è chiaro il senso e scopo, la denuncia di Napolitano, nella sua ovvietà, appare insieme quasi rivoluzionaria e tranquillizzante.
Rivoluzionaria perché sembra stabilire almeno in parte una gerarchia, o almeno una simmetria. Che si muoia sul lavoro è in effetti meno tollerabile che morire in guerra, o in missione di pace, benché anche queste siano, a loro modo, "morti sul lavoro". Ma, appunto, non c'è confronto tra quanto la retorica pubblica presenti le seconde morti come insieme impreviste e intollerabili, mentre lascia per lo più passare sotto silenzio le prime. E' stato perciò opportuno e doveroso che il Presidente della Repubblica per una volta le ricordasse e le immettesse nel discorso pubblico, anche se solo per lo spazio di una dichiarazione.
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Ciampi nel suo settennato aveva sviluppato, tramite i suoi interventi, una sorta di pedagogia pubblica attorno ai temi dell'unità nazionale, della cultura civica, della parità tra uomini e donne, in parte della laicità dello Stato. Non so se questa dichiarazione di Napolitano preluda a una analoga intenzione di sviluppare un discorso pubblico, questa volta sui temi della giustizia sociale. Comunque fa pensare - per lo stato della nostra cultura politica e del nostro discorso pubblico - che la denuncia del Presidente dell'intollerabilità di una morte sul lavoro venga fatta risalire al suo essere, come Pertini, uomo di sinistra.


L'Italia divisa in due
Gigi Padovani su
La Stampa

Si vota ancora oggi fino alle 15, ma già dalla prima giornata di consultazione popolare sulla nuova Costituzione varata dalla Cdl l'Italia esce nettamente divisa in due: al Nord hanno votato circa 8 milioni e 700 mila italiani, contro circa 4,4 milioni del Sud e delle Isole.
Una differenza che peserà probabilmente sul risultato finale, in quanto i sondaggisti hanno previsto una vittoria del "Sì" nelle regioni settentrionali, dove c'è una forte prevalenza del centrodestra e molte aree di radicamento leghista, favorevoli alla devolution. La percentuale di affluenza alle urne di ieri sera alle 22, che in Italia si è assestata al 35 per cento, cioè più alta del previsto, e potrebbe arrivare vicino al 50 per cento: un andamento che contribuisce ad aumentare le preoccupazioni del centrosinistra per un risultato che invece fino a qualche settimana fa pareva scontato a favore di Prodi.
Ma con il Nord al 41 per cento, il centro al 37 (cioè pari a 3,3 milioni di schede) e il Sud intorno al 25, mentre Sardegna e Sicilia si attestano al 27 dell'affluenza, il rischio di un risultato a "sorpresa" cresce, considerando che in un referendum contano i voti e non ci sono seggi da attribuire come nelle politiche. Poiché non c'è alcun quorum - a differenze dei referendum abrogativi di una legge -, anche una minoranza di cittadini potrà determinare come cambierà la vita politica nei prossimi anni. Sulla scheda arancione - c'è tempo ancora oggi dalle 7 alle 15 - si deve rispondere con un "Sì" o un "No" alla riforma costituzionale più importante della nostra storia repubblicana, che modifica 54 articoli su 139 e porta più poteri alle Regioni, toglie importanza al Capo dello Stato e aumenta il peso del primo ministro, con una diminuzione dei parlamentari dal 2016 e una diversa organizzazione di Camera e Senato.
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Così il voto del Nord pesa di più di quello delle regioni centrali, chiamate al "soccorso rosso" per Prodi. I leghisti ieri sera "annusavano l'aria" di una possibile vittoria almeno nel settentrione, che per loro è essenziale, mentre nelle sedi dei partiti dell'Unione cresceva la preoccupazione. Nessun exit-poll sotterraneo a dare qualche senso in più all'attesa, tutto si giocherà dalle 15 alle 17, prima della partita. Si saprà solo questa sera quanti, in effetti, hanno deciso di andare a votare. Certamente saranno di più dell'ultimo referendum dello stesso tenore di questo: si votava per decidere sulla riforma della Costituzione (il Titolo V con i poteri delle Regioni) che il centrosinistra fece passare a maggioranza in Parlamento.
La conseguenza fu che il "Sì" passò con il 66,1% contro il 36%. Andarono ai seggi soltanto il 33,9 degli elettori. Si votava in un solo giorno. Già ieri quel limite è stato superato. E questo, nonostante il caldo abbia fatto la sua parte al Sud, con i seggi presidiati più da ventilatori e bottiglie d'acqua fresca che dagli attivisti di partito. Oggi si dovrà ancora faticare, nella calura, mentre gli altri guardano Italia-Australia.


La manovra secondo il PRC
Enrico Marro sul
Corriere della Sera

ROMA — Nella settimana decisiva per la preparazione della manovra bis e del Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria) gli occhi sono puntati su Paolo Ferrero. Unico ministro di Rifondazione comunista, con la titolarità della Solidarietà sociale, è per forza di cose l'anti Padoa-Schioppa. Anche se assicura che questa volta non andrà come nel '96, quando Rifondazione fece cadere il primo governo Prodi proprio sulle questioni economiche. "Ora abbiamo un programma comune", sottolinea Ferrero che, pur proponendo una vera e propria contromanovra rispetto a quella che sta mettendo a punto il ministro dell'Economia, sostiene che questa "risponde pienamente al programma".
Ministro, che manovra verrà decisa tra un paio di settimane?
"Per ora nel governo l'unica cosa concordata è che ci sarà questa manovrina, a causa del buco significativo nei conti pubblici che ci ha lasciato Berlusconi. Per il resto, non mi risulta che il ministro Padoa-Schioppa abbia fatto cifre".
Ai sindacati ha detto che ci vuole un aggiustamento di 3 punti di Pil, cioè almeno 40 miliardi di euro, di cui due punti per il risanamento e uno per rilanciare lo sviluppo.
"Siamo d'accordo nel cominciare subito e sulla dimensione dell'intervento, ma Rifondazione dice al ministro che questo deve essere spalmato su 30 mesi anziché 18, cioè fino alla fine del 2008 e non del 2007".
Ma come si fa ad avere il via libera della Ue?
"Si può avere se le misure messe in campo sono strutturali e partono subito"
Non mi dirà che lei è d'accordo con i tagli strutturali della spesa pubblica.
"Infatti non lo sono per nulla. Per noi il risanamento non può essere a carico di chi ha già pagato, cioè di lavoratori e pensionati. Bisogna invece puntare sulla lotta all'evasione e all'elusione fiscale e contributiva, all'emersione del nero e alla regolarizzazione degli immigrati già presenti nel nostro Paese: sono circa 300 mila e si potrebbero avere nuove entrate per circa un miliardo di euro. Agire sui tagli significherebbe invece realizzare una distribuzione a sfavore dei più poveri, che sono quelli che hanno maggiormente bisogno dei servizi pubblici".
Ma la lotta all'evasione è difficile che produca subito nuove entrate. Padoa-Schioppa è a caccia di circa 10 miliardi entro il 2006.
"Il viceministro dell'Economia, Vincenzo Visco, mi ha assicurato che possono esserci subito entrate dalla lotta all'evasione. Inoltre, ricordo che nel programma c'è la reintroduzione della tassa di successione e l'aumento delle aliquote sulle rendite. Colpire la rendita, finanziaria e immobiliare, fa bene all'economia. Tagliare le pensioni no. Questo per dire che Rifondazione vuole una manovra che tenga insieme risanamento, equità e sviluppo".
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Lei ha detto che le pensioni non si toccano.
"Esatto. Si completi invece la riforma attuando una proposta che c'è nel programma dell'Unione".
Quale?
"Consentire ai lavoratori, se vogliono, di destinare il Tfr all'Inps. Sono convinto che molti che non si fidano di dare i loro risparmi alle assicurazioni sfrutterebbero questa possibilità, con un beneficio certo per le loro pensioni".
Forse arriveranno tagli anche per i capitoli di spesa che la riguardano.
"No. Anzi, ho chiesto a Padoa- Schioppa mezzo miliardo in più nel 2006 per il Fondo sociale. C'è da affrontare l'emergenza degli anziani e dei non autosufficienti".
Se la manovra sarà, come probabile, molto diversa da questa contromanovra che chiede lei, Rifondazione uscirà dal governo?
"Non chiediamo una contromanovra, ma solo l'attuazione del programma. Non siamo più al '96 quando col governo c'era un rapporto di contrattazione. Ora noi ci battiamo e ci batteremo per attuare quello che abbiamo scritto".


“No alla mistica dei sacrifici”
su
l'Unità

"No alla mistica dei sacrifici" e alla detassazione degli incrementi contrattuali. È questo il messaggio a Prodi e ai suoi ministri da parte del segretario generale della Uil Luigi Angeletti che, nella sua relazione al XIV Congresso del sindacato, ha "consigliato" il Governo di non "riproporre la mistica dei sacrifici", appunto. Angeletti ha detto che la Uil si accinge a dare la disdetta formale dell'accordo del '93 e pensa che "alla fine Cgil e Cisl si convinceranno della realtà". "L'accordo nei fatti non viene applicato da due-tre anni - ha osservato Angeletti - ma ogni volta viene usato come pretesto. Ci accingiamo a darne disdetta formale in modo che tutti si accorgano che servono nuove regole". Secondo il leader della Uil i punti principali da modificare devono seguire l'obiettivo di "evitare che i lavoratori si impoveriscano ed ampliare la contrattazione di secondo livello, ripartendo così la produttività e la ricchezza che viene prodotta dalle imprese".
Una relazione iniziata ricordando la vittima dell'incidente nel cantiere sulla Catania-Siracusa con poche parole: "Basta con gli incidenti sul lavoro! E' un dramma che non possiamo più accettare". Il leader sindacale sostiene che "le leggi sul mercato del lavoro devono semplicemente essere migliorate e completate". La legge sul lavoro va modificata quindi per "favorire l'incontro tra domanda e offerta di lavoro, costruire un nuovo e più efficace sistema di ammortizzatori sociali, evitare che ritornino fenomeni inaccettabili come quello dei Co.Co.Co.". Per Angeletti "è necessario che il lavoro flessibile costi un po´ di più di quello ordinario, in tal modo gli imprenditori farebbero ricorso ad esso solo in presenza di effettive necessità organizzative e produttive ma non più per abbassare i costi".
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Le reazioni
"Nessuno fa la mistica dei sacrifici, qui si tratta di salvare il Paese", ha replicato il viceministro all'Economia, Vincenzo Visco. "Qui si tratta di salvare un paese che rischia molto seriamente", ha concluso. La proposta di Angeletti dare la disdetta dell'accordo del '93 è "rispettabile e legittima – dice il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni - , ma i sindacati devono riunirsi e vedere ciò che va salvato e ciò che va dismesso".
"Credo che da questa relazione possano venire utili indicazioni per il confronto tra parti sociali e il governo - commenta il segretario dei Ds, Piero Fassino - e per l'adozione di misure capaci di tenere insieme risanamento, rilancio degli investimenti e coesione sociale". Giudizio positivo alla relazione anche da parte di Francesco Rutelli. Il vicepremier apprezza "l'importante apertura ad una maggiore flessibilità per la politica previdenziale". Al Congresso della Uil è arrivata anche il messaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: "Ad un rallentamento della crescita dell'economia e al rischio di un abbassamento dei livelli di benessere - si legge - occorre saper rispondere con uno slancio rinnovato per superare nodi e debolezze del sistema paese".
Martedì i lavori proseguiranno con il dibattito e una serie di interventi, tra cui quello del premier Romano Prodi, atteso verso le 10, dei ministri del lavoro, Cesare Damiano e del ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero.


Mastella meravigliaci
Carlo Federico Grosso su
La Stampa

Mastella dovrebbe presentarsi domani al Senato e poi alla Camera per affrontare il suo primo dibattito parlamentare sulla giustizia. Dovrebbe finalmente emergere quantomeno ciò che il governo propone sui problemi iscritti nell'agenda delle urgenze/giustizia. Ma non è tuttavia sicuro neppure questo, considerata la diversità di opinioni emerse nei giorni scorsi nella variegata coalizione politica che sostiene il governo e nella stessa compagine ministeriale.
I problemi caldi sono almeno tre: la modificazione dell'inaccettabile riforma dell'ordinamento giudiziario votata dalla Casa delle libertà nella scorsa legislatura, il problema delle intercettazioni, l'amnistia e l'indulto.
Si sapeva da tempo che la prima di tali questioni avrebbe dovuto essere affrontata con urgenza, poiché i decreti delegati che avrebbero reso operativa la riforma sarebbero entrati in vigore tra fine giugno e fine luglio. La seconda è tornata di attualità con la pubblicazione degli scandali che hanno travolto settori del mondo del calcio, hanno aperto il maleodorante vaso di Pandora dei traffici di Vittorio Emanuele, hanno rivelato che la corruzione continua a dominare trasversalmente il mondo della politica. Il terzo è stato attualizzato dallo stesso Guardasigilli, con la sua improvvisa sortita a Regina Coeli, che qualcuno ha giudicato coraggiosa, altri quantomeno avventata.
Affrontare i problemi menzionati non sarà facile: sia perché non sono emerse fino ad ora opinioni univoche nella stessa maggioranza, sia perché, con una superiorità numerica evanescente in Senato, non sarà comunque agevole per il governo fare passare una eventuale linea condivisa al suo interno, sia perché è prevedibile che l'opposizione ostacolerà strenuamente qualunque decisione o farà pagare a caro prezzo eventuali condiscendenze.
Del resto, già con riferimento alla prima questione non sono mancati errori e debolezze. Rinunciando a bloccare i decreti delegati con un decreto legge, e presentando un normale disegno di legge che prevede la loro sospensione soltanto fino al prossimo marzo, si è imboccata una strada sdrucciolevole: due decreti delegati sono già entrati in vigore; lo stesso ministro ha già preannunciato l'eventualità di dovere porre la fiducia sul disegno di legge presentato; poiché è difficile che in soli otto mesi la maggioranza riesca ad approvare una nuova disciplina dell'ordinamento giudiziario, v'è il rischio, già denunciato dal Csm, che a fine marzo la riforma della Cdl, nella paralisi della coalizione che sostiene il governo, entri comunque in vigore.
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Nel difficile frangente il Guardasigilli ha cercato fino ad ora di destreggiarsi come poteva. Ha blandito i magistrati, ma non è riuscito ad evitare che essi dichiarassero lo stato di agitazione; ha cercato di fare ragionare i penalisti che hanno minacciato scioperi ad oltranza nel caso fosse bloccata la separazione delle carriere; ha riaffermato la priorità della politica nelle scelte in materia di giustizia e dichiarato che non si sarebbe fatto condizionare dalle corporazioni; consapevole della debolezza della maggioranza politica che lo sostiene, ha affermato che avrebbe cercato di trattare comunque con l'opposizione per cercare soluzioni condivise.
Intenzioni, queste due ultime, senz'altro lodevoli, anche se mi attendo assai poco, per il momento, dai tentativi di ampie convergenze politiche. Aspetto comunque con interesse l'ormai prossimo dibattito parlamentare e le iniziative prossime e venture del governo. Chissà che un Guardasigilli anomalo, che conosce verosimilmente poco le materie sulle quali è chiamato a decidere, ma che è notoriamente dotato di un certo fiuto politico e di abilità manovriera, riesca ad avere successo là dove un ministro tradizionale avrebbe quasi certamente fallito. Il mio scetticismo è grande. Se il Guardasigilli dovesse per caso riuscire nei suoi intenti con soluzioni ragionevoli, diventerebbe tuttavia davvero il ministro delle meraviglie.


L'affare d'oro delle miniere dismesse
Davide Madeddu su
l'Unità

La Regione sarda vende all´asta le miniere dismesse che si affacciano sul mare. E scoppia la protesta delle associazioni e una parte dei sindacati che teme eventuali speculazioni o una nuova colata di cemento sulle coste, proprio al posto delle vecchie aree minerarie. Una sorta di gioielli di famiglia lasciati in eredità dalle società minerarie che si potrebbero portare via con alcune decine di milioni di euro. Pochi spiccioli per imprenditori con grosse disponibilità finanziarie. Per essere più precisi, con una quarantina di milioni di euro si possono comprare aree minerarie, inserite nel contesto del Parco Geominerario (il contenitore benedetto dall'Unesco che riunisce e valorizza le aree minerarie dismesse della Sardegna occupandosi anche delle bonifiche delle aree degradate e danneggiate), distribuite tra Masua, Monte Agruxau, Ingurtosu, Pitzinurri e Naracauli situate nella Sardegna sud-occidentale tra il Guspinese e il Sulcis Iglesiente.
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Non è comunque l'unico caso. "Qualche mese fa anche l'imprenditore Ligresti è stato accompagnato dal governatore nelle aree di Masua - fanno sapere ancora dallo staff del presidente - mentre è recente l'interessamento di altri imprenditori come l'Aga Kan e Tom Barrak, il patron della Colony Capital, l'azienda che ha rilevato la Costa Smeralda". Interesse confermato anche dallo staff di Barrak il finanziare libanese che due anni fa ha preso dimora nel nord Sardegna, che, attraverso l'ufficio relazioni esterne chiarisce: "Mister Barrak, in questo momento, preferisce non entrare nel merito, in ogni caso ha manifestato interesse per il bando internazionale delle aree minerarie, però ha mostrato interesse per quell'area". Cosa poi si potrebbe realizzare nelle volumetrie delle miniere dismesse è ancora un mistero. "Su questo la linea che si adotta è quella del silenzio anche perché non si sa ancora nulla del bando. In ogni caso qualsiasi intervento sarà effettuato nel rispetto della legge e della norma salvacoste varata dal governo Soru che mister Barrak ha, più volte e pubblicamente, manifestato di apprezzare e di voler rispettare".
Non è tutto. Qualche altro elemento sugli eventuali progetti del finanziare libanese comunque trapela. "L'idea sarebbe quella di realizzare strutture diciamo moderne che valorizzano e recuperano quanto già esiste anche perché una situazione di miniere vicino al mare è forse unica al mondo". L'operazione promossa dal governatore della Sardegna però non risparmia le polemiche. Le rassicurazioni del governatore che spiega come "con questo intervento non sarranno cancellati o danneggiati monumenti storici e non ci saranno altre colate di cemento o speculazioni", non placa il fronte dei contestatori.
A criticare duramente l'operazione "soprattutto per la mancata concertazione con gli abitanti delle aree minerarie e con le parti sociali" è la Cisl, che rompendo il fronte sindacale annuncia una mobilitazione a oltranza. "Se si vendono queste aree minerarie che fine fa il Parco geominerario - chiede Fabio Enne, segretario della Cisl - e soprattutto chi dovrà occuparsi delle bonifiche ambientali finanziate dai fondi nazionali?". Sulla stessa linea o forse ancora più diffidenti anche le associazioni come la rete Lillinet sarda che ha annunciato inziative di protesta, o ancora il Social forum che ha attivato i suoi militanti per promuovere "una serie di iniziative volte a trovare soluzioni alternative".
E non risparmia critiche al progetto di vendita dell'area neppure il fronte ambientalista. Massimo Manca, ex assessore comunale all'ambiente con la giunta di centrosinistra al Comune di Quartu Sant'Elena per cercare di contrastare l'iniziativa ha realizzato un sito internet e iniziato una campagna di sensibilizzazione con conferenze stampa e iniziative pubbliche. "Si sta vendendo un pezzo di storia e una fetta di territorio che è un paradiso naturale" ripete. A fargli eco anche altri rappresentanti delle associazioni che per il 30 giugno hanno deciso di realizzare una manifestazione di protesta davanti al villaggio minerario di Masua. La protesta comunque continua.


   26 giugno 2006