prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di P.C. - 23 giugno 2006


Le bufale referendarie
Luca Ricolfi su
La Stampa

Dunque domenica si sceglie. Ridotto all'osso il dilemma è questo: dire sì a una riforma che non funzionerà (quella del centro-destra), o tenerci una riforma che ha già dimostrato di non funzionare (quella del centro-sinistra)?
E' paradossale, ma la realtà è che i due schieramenti riconoscono che le rispettive riforme costituzionali, entrambe imposte a colpi di maggioranza, "sono migliorabili", un eufemismo che nel linguaggio della politica traduce il più crudo "sono un pasticcio". Nello stesso tempo, anziché dirci in modo esplicito come intenderebbero correggerle, impiegano tutte le loro energie nel terrorizzare gli elettori su quel che accadrebbe se vincessero "gli altri".
Il risultato, come sempre in questi casi, sarà che la maggioranza degli italiani non andrà a votare, mentre la minoranza che andrà a votare si dividerà abbastanza equilibratamente fra la sub-minoranza che corre alle urne perché teme che tutto cambi in peggio, e la sub-minoranza che corre alle urne perché teme che nulla cambi in meglio.
Esiste un'alternativa? No, però, almeno una cosa possiamo cercare di farla: sgombrare il campo da bufale e specchietti per le allodole.
...
Così si torna al problema iniziale: i nostri politici ci vogliono far scegliere fra due soluzioni che essi stessi giudicano insoddisfacenti. Sicché viene naturale chiedersi: come mai non hanno pensato di mettersi d'accordo prima del voto su una terza soluzione, impegnandosi solennemente a sostenerla quale che sia l'esito del referendum?
La risposta è semplice: perché qualsiasi soluzione ben definita avrebbe creato divisioni sia nella maggioranza sia nell'opposizione, e né Prodi né Berlusconi vogliono rischiare la propria leadership assumendo posizioni chiare e impegnative. A dispetto del continuo richiamo al dialogo, quel che i leader dei due schieramenti ci stanno chiedendo è solo una delega in bianco: fateci vincere, e poi penseremo noi a usare nel modo migliore la forza che voi ci avrete dato.
Niente di strano, è la politica. Ma la politica non può stupirsi se il gioco non ci appassiona più di tanto.


La cultura del compromesso
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

Continuo a sperare che la Rai diventi una azienda giornalistica, amministrata con i criteri della gestione privata, ma soggetta ad alcune servitù pubbliche (una convenzione con lo Stato) e "vigilata", anziché da una commissione parlamentare, da un collegio di galantuomini. In questa Rai il consiglio d'amministrazione non sarebbe la replica di un consiglio dei ministri o di una commissione parlamentare. In questa Rai la nomina del direttore generale sarebbe il risultato di scelte tecnico-amministrative, e nessuno cercherebbe di scoprire nel suo curriculum le tracce della sua appartenenza politica. Ma la Rai d'oggi, come tutti sanno, è un'altra cosa. Non è un bene pubblico, è una preda politica. È una azienda a libertà vigilata che ogni governo cerca di controllare, in cui i partiti cercano di collocare i loro pupilli e che la classe politica gestisce, nella migliore delle ipotesi, come un condominio. E allora, se le cose stanno in questi termini, il miglior modo per gestirle è quello di trovare, per le sue funzioni direttive, persone che raccolgano il maggior numero di consensi.
...
Vi sono circostanze in cui la maggioranza ha il diritto-dovere di far passare le proprie decisioni. Ma ve ne sono altre in cui il compromesso favorisce una gestione più equilibrata e soprattutto risparmia all'istituzione il clima litigioso delle reciproche accuse e recriminazioni. Quello che è accaduto alla Rai può essere ripetuto con successo in molte altre sedi. Il metodo del compromesso può presentare un altro vantaggio: quello di contrastare la cultura dell'appartenenza. Mi spiego. Finché qualsiasi maggioranza (nazionale, regionale, comunale) avrà il diritto di collocare i "suoi" in tutte le caselle di cui dispone, gli italiani saranno persuasi a iscriversi, per soddisfare le loro ambizioni, nel grande "registro delle appartenenze". Siamo uno dei Paesi in cui è più alto il numero dei professionisti (persino i medici, persino gli architetti) che hanno, come usa dire, un "referente". Il metodo del compromesso, se applicato su larga scala, avrebbe il merito di allargare l'area della società in cui il lavoro ben fatto non ha necessariamente un colore politico.


Ciampi: perché votare no al referendum
Massimo Giannini su
la Repubblica

"L´ho già detto pubblicamente, e non ho mai avuto dubbi: andrò a votare al referendum, perché sono un cittadino italiano. E voterò "no", per difendere la nostra Costituzione, che è bella, è viva e più attuale che mai". Nel giorno della qualificazione della nazionale italiana ai mondiali di calcio, e a due giorni dal referendum sulla riforma del Polo che riscrive ben 54 articoli della nostra Carta fondamentale, in casa Ciampi circola un´aria di sano "patriottismo costituzionale", secondo la felice definizione di Jurgen Habermas rilanciata ieri su questo giornale da Pietro Scoppola e sul "Corriere della Sera" da Claudio Magris.
L´ex presidente della Repubblica non fa mistero della sua soddisfazione per la vittoria degli azzurri, ma non nasconde la sua preoccupazione per i ripetuti tentativi, sempre più frequenti in queste ultime ore, di politicizzare e insieme svalorizzare la Costituzione. Di piegarla a strumento di propaganda politica. Di farne un uso "congiunturale", di parte e di partito.
...
Ciampi l´ha detto più volte nel corso del suo settennato, ed oggi ne è ancora più convinto: "La nostra Costituzione è viva e attuale, perché in essa gli italiani si riconoscono ogni giorno".
Questo non vuol dire che l´ex Capo dello Stato appartenga alla schiera dei cultori del "dogma dell´inviolabilità della Costituzione". Nel corso del suo settennato ha ripetuto più volte, e oggi ne è ancora più convinto, che si possa anche "pensare di ritoccarla, di fare delle correzioni, ma nel rispetto della sua essenza". E purchè se ne rispetti il "valido telaio sul quale operare le modifiche necessarie in un mondo che cambia, senza disperderne i principi e i valori fondamentali". Insomma, Ciampi rifiuta lo schema demagogico e ideologico di chi, sul versante dell´attuale opposizione, oggi sostiene che votare sì al referendum significa essere "progressisti e moderni", mentre votare no equivale a qualificarsi come "vecchi e conservatori".
"Le modifiche alla Costituzione - ragiona in queste ore l´ex Capo dello Stato - sono possibili nei limiti previsti dall´articolo 138 combinato con l´articolo 139". Modifiche di portata più ampia, come ha detto durante la sua permanenza sul Colle e come continua a dire anche oggi, "non possono essere affidate solamente ad una parte, sostenendo che vi è una maggioranza che ha i voti e le fa passare a tutti i costi, salvo poi fare ricorso al referendum finale del cittadino". E comunque qualunque modifica dovrebbe assicurare "la coerenza e la funzionalità del quadro costituzionale, nel suo insieme e in tutte le sue parti".
E´ esattamente questa, la coerenza che manca al disegno "pseudo - riformatore" della Cdl. Che invece, come afferma Casavola e come conviene Ciampi, mira solo a "scambiare per Costituzione un´autorizzazione a governare, per interessi congiunturali o particolari". Ecco perché, una volta di più, il senatore a vita, domenica prossima, scriverà sulla scheda il suo no. Un no che non vuole chiudere, ma semmai aprire una fase di confronto. Rimettere in moto un processo di revisione coerente con i valori irrinunciabili di uno Stato costituzionale. Ci ha lavorato per sette anni, purtroppo inutilmente. Far dialogare i due poli, per garantire una "difesa dinamica dei nostri valori costituzionali".
Quel dialogo andrebbe ripreso. Il no al referendum lo consente, il sì rischia di precluderlo per sempre. Sarebbe il peggiore dei mali, secondo Ciampi, convinto insieme a Casavola che "la Costituzione non è di destra né di sinistra, ma è di tutti e per tutti". Si finisce da dove tutto era cominciato: "patriottismo costituzionale". Non c´è altra formula, per descrivere le parole e i pensieri di Ciampi alla vigilia del referendum. C´è giusto il tempo, prima del voto di domenica prossima, per brindare al raddoppio di Inzaghi contro la Repubblica Ceca. "Bella partita", commenta il senatore a vita.
Allora, forza Italia. Ciampi sorride, ci pensa un attimo e poi aggiunge: "Sì, sì, forza Italia. Ma non equivochiamo: lo dico in senso calcistico".


Berlusconi-Fassino duello sulla riforma
Lorenzo Fuccaro sul
Corriere della Sera

ROMA — Silvio Berlusconi e Piero Fassino faccia a faccia nel salotto televisivo di Bruno Vespa, comprimari Rocco Buttiglione e Franco Giordano. Poteva essere un confronto aspro, e invece è stato un confronto pacato, tutto giocato sul merito del referendum costituzionale sul quale i cittadini si pronunceranno domenica e lunedì prossimi. C'è stato anche lo spazio per l'autocritica. Entrambi si sono rammaricati di avere detto o fatto qualcosa che oggi non rifarebbero. Berlusconi si è detto dispiaciuto "per essere stato male interpretato per quanto detto durante la manifestazione della Cdl a Roma, in realtà volevo dire che un cittadino italiano deve sentirsi protagonista e quindi per essere degno deve andare a votare esprimendo il sì o il no". Fassino ha ammesso che il centrosinistra ha commesso "l'errore" di avere riformato da solo il titolo V nel 2001.
...
Questa impressione la si coglie quando Fassino replicando a Berlusconi giudica "tardivo" il proposito di cercare il dialogo. "Se qualcosa nel meccanismo attuativo non convince la sinistra - dice l'ex premier - abbiamo cinque anni per partire non da niente ma da una riforma fatta con fatica e con merito". "Apprezzo questo approccio - risponde Fassino - e prendo atto che il tono è un altro, ma mi sembra un po' tardivo". Berlusconi però, insiste: "Ai signori della sinistra dico: non buttiamo via questo sforzo e questo risultato della nostra maggioranza per una riforma organica e vasta". Fassino replica ancora: "Questo tono me lo sarei augurato prima ed invece nel Parlamento per mesi non c'è stata alcuna disponibilità. E poi però non credo che sia possibile toccare alcunché se prevalessero i sì, dato che sarebbe ben difficile modificare ciò che è stato approvato dal popolo, così come avevano previsto i padri costituenti mediante il referendum confermativo".


Moriremo intercettati e felici
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

Le cose sollecitano un ragionevole presagio: moriremo intercettati e felici. C´è molto frastuono – è vero – ma non succede niente, in fondo. Non c´è da preoccuparsi. Come sempre quando si parla di politica e giustizia, siamo divisi in Polemici e Apologetici e recitiamo l´ordinaria, insensata commedia tenendoci ben lontani dal cuore del problema. Che, coram populo, a quanto pare è: intercettare, sì o no? E come, con quale intensità? Che farne di quelle frasi rubate? Pubblicarle tutte o con modica quantità? Come punire gli eccessi? Con il carcere, forse?
Che abusi ci siano, tra la bulimìa istruttoria e il voyeurismo mediatico, nessuno lo nega. Ma – si dice – ben vengano anche gli abusi, se ci svelano lo stato di salute del nostro Paese. Anche un campione dei diritti come Marco Pannella si adegua. Le intercettazioni, dice, "possiedono una forza invasiva potenzialmente democratica: quei colloqui danno un grande contributo alla conoscenza delle cose che accadono". Chi può negarlo? Ha ragione Pannella. Ma è proprio, in questa triste logica, che affiorano un paio di questioni irrisolte, molto più serie dell´ardore sessuale-estorsivo di un minuscolo potente. Non scuote alcuno che la comprensione del nostro Paese debba essere affidata all´origliamento. Non c´è chi si chieda perché ci siamo ridotti così, con l´occhio al buco della serratura per osservare che cosa accade dalle nostre parti.
Ammesso, poi, che sia vero che le intercettazioni ci facciano scoprire la realtà. La potenza rivelatrice delle intercettazioni è soltanto un luogo comune utile a mediocri commedie. Le intercettazioni, in realtà, non ci dicono nulla di più di quanto non sappiamo già. Permettono di punire, non di sapere.
...
Come tutti, anche Petruccoli sa che nel sottobosco politico c´è chi pretende uno jus primae noctis per indirizzare ai funzionari della Rai bellezze da ingaggiare. Ora che le benedette intercettazioni gli hanno fatto esplodere il problema sul tavolo, potrebbe (dovrebbe) sentire da "presidente di garanzia" la responsabilità pubblica di denunciare, correggere o almeno temperare quel meccanismo che ha avvilito la maggiore industria culturale del Paese a teatrino di tette, cuochi e commercio sessuale. Non è così. Petruccioli, impegnato nella battaglia del potere per la direzione generale, non trova il tempo per dire una sola parola su come intende impedire, da oggi, che la sua azienda continui a essere, nelle stanze più illuminate, una "casa malfamata". In questo vuoto di parole, di gesti, di idee, di responsabilità e doveri pubblici c´è un nodo che si tarda a sciogliere ormai da due decenni: il sistema politico e sociale appare incapace di autoriformarsi e autoregolarsi. È troppo debole e contaminato per dare risposte politiche e soluzioni amministrative alle cause genetiche del suo degrado. È troppo "malato" per proteggere i meriti e le capacità, la concorrenza, la libertà, la correttezza dei comportamenti pubblici. È troppo fragile per rafforzare un sistema di controlli intermedi che sappia curarne la depressione. Di tanto in tanto così, il "lavoro sporco", enfatizzato presso l´opinione pubblica dal discredito della politica, sarà affidato a giudici che, come è ovvio, finiranno per interpretare se stessi come i custodi della salute pubblica. Con il sostanzialismo che ne segue e che, a volte, tracima perché il potere punitivo ha sempre, come tutti i poteri, una vocazione ad espandersi oltre i limiti definiti dalle norme che lo regolano. Questa politica che non riesce a rendersi presentabile - che pare non sapere nemmeno di doverlo essere - meriterà sempre l´intervento giudiziario, piaccia o meno agli appassionati del palio tra Polemici e Apologetici. Quindi, tranquilli. Moriremo, intercettati e felici. A quanto pare, è l´unico modo per tenere pulito il cortile di casa.


Mazzini e Cattaneo la sfida virtuale
Giovanni De Luna su
La Stampa

Il No e il Sì hanno a lungo duellato sugli aspetti più prosaici della consultazione referendaria, e il centrodestra ha sollecitato l'attenzione dell'opinione pubblica soprattutto sulla questione dei soldi risparmiati grazie alla diminuzione del numero dei parlamentari. Ma mettere mano a cinquanta articoli su 139 vuol dire riformulare l'impianto complessivo della Costituzione, delineando un momento costituzionale che ha pochi precedenti nella nostra storia. Nessuno dei due schieramenti sembra però invocare alberi geneaologici e progenitori, quasi che tutti chiedano al presente, e solo al presente, la legittimazione delle loro posizioni. Ora, prima con il tema della maturità, poi con il riferimento di Napolitano, si è parlato di Mazzini, sottolineandone gli aspetti di "apostolo dell'unità d'Italia". Sul fronte del Sì, silenzio. E d'altra parte, il richiamo ai padri nobili del federalismo italiano (Cattaneo soprattutto) ha segnato solo la fase del processo d'impianto della Lega, quando nella seconda metà degli Anni Ottanta, Bossi subì il fascino di quella lontana esperienza "lombardo-veneta": il vasto programma di riforme politiche proposto da Cattaneo tendeva ad assicurare gradualmente al Lombardo-Veneto l'indipendenza nell'ambito di una federazione di popoli soggetti all'Austria, primo passo verso una federazione indipendente del popolo italiano (programma allargatosi nel 1848 a quello degli Stati Uniti d'Europa).
...
Il suo modello di politico ideale guardava a un uomo svincolato da ogni interesse materialistico, compiutamente realizzato solo all'interno del suo popolo, così come i popoli potevano realizzarsi pienamente solo in una fratellanza universale, essendo l'anima dei popoli la manifestazione stessa di Dio. In questo senso, la libertà prima di essere un diritto era un dovere, coscienza di non poter essere uomo se non a quella condizione, un impegno di azione spinta se occorreva al sacrificio della propria persona, senza nessun altro scopo che quello di lasciare una forte testimonianza morale della propria vita. Una concezione destinata a essere travolta dalla politica postnovecentesca.


Brutta e vincente
Gianni Mura su
la Repubblica

AMBURGO - Una brutta Italia fa sognare. La più brutta, da quando siamo arrivati qui in Germania, però ha vinto, e sognare è facoltativo, non obbligatorio. Lunedì a Kaiserslautern ci tocca l´Australia.
Ieri, il 2-2 con la Croazia, in una partita tra le più belle ed emozionanti viste finora, ha premiato meritatamente la squadra di Hiddink. Una squadra non di grossi nomi, ma una squadra vera, combattiva, organizzata. Comunque andasse, per l´Italia era in programma un ricordo di quattro anni fa. O la Croazia, che ci batté in Asia, oppure una squadra di Hiddink, come la Corea che ci eliminò dal torneo. L´Italia vista coi cechi è stata tutto, fuorché una squadra. Il risultato c´è, ma sul piano del gioco sono stati fatti molti passi indietro.
...
Delle tre, è stata decisamente la peggiore partita dell´Italia. Questo mi stupisce, non certo il risultato. Faceva fresco, sui 20 gradi, l´ideale per giocare a calcio in questo caldissimo giugno tedesco. Si riparte da Amburgo con più sicurezza in difesa: da Buffon che ha parato su Baros all´inizio e poi sempre su Nedved, a Cannavaro, a Materazzi che non ha sbagliato un intervento, né commesso un fallo (incredibile visu), a Zambrotta e Grosso che hanno fatto discretamente il doppio lavoro sulle fasce. Questa è la buona notizia. Un´altra è che Pirlo ha fatto la terza partita consecutiva di buon livello, anche se una certa anarchia del settore non lo ha certo agevolato. Avrebbe anche segnato un gol memorabile (alla Mazzola, per chi ricorda la partita col Vasas) se un rimpallo non avesse deviato il tiro. Gattuso, destinato a Nedved, ne ha date e prese, lottando alla sua maniera. Molto imprecisi Perrotta e Camoranesi.E veniamo a Totti. Lippi continua a mandare messaggi chiari, lo ha fatto giocare anche se non è in condizione, lo ha lasciato in campo per tutta la partita. Totti ha sbagliato la misura di molti lanci e passaggi, si è incaponito a cercare il "cucchiaio" contro un portiere alto quasi due metri. I compagni lo hanno cercato poco, specie nel primo tempo, forse per non metterlo in ulteriore difficoltà, un po´ di più nel secondo quando i cechi lasciavano larghi spazi al contropiede. Resto della mia idea: sarà molto bello, in futuro, vedere Totti che si carica in spalla la squadra, ma attualmente questa squadra non è in grado di caricarsi in spalla lui. La formula del finto tridente non ha funzionato. Gilardino è stato isolatissimo. Inzaghi s´è mosso in condizioni più favorevoli e le ha sfruttate. Non per fare i difficili, ma un gol su azione a largo respiro l´Italia qui deve ancora segnarlo. Poco male, visto che ha raggiunto ugualmente l´obiettivo minimo. Ma è un particolare che deve far riflettere.


Una vita all'italiana
Massimo Gramellini su
La Stampa

Non sappiamo se quello espresso ieri dalla Nazionale sia "il grande calcio pulito" decantato dal commissario straordinario Guido Rossi. Di sicuro è l'unico che ci riesce bene: il piccolo calcio all'italiana. Brutto da vedere, ma efficace e soprattutto fatto in casa, con ingredienti semplici come la prudenza e la furbizia.
I simboli dell'Italia nel mondo non sono soltanto il Colosseo, la Ferrari, i film di Fellini e il vino rosso. C'è anche l'immagine di dieci maglie azzurre chiuse a riccio davanti a un portiere che rimbalza da un palo all'altro come Nembo Kid, finché una di loro, la più astuta e veloce, schizza proditoriamente oltre la marea degli avversari e corre a infilzarli in "contropiede", parola inventata non a caso da un italiano, uno che ogni tanto si vergognava di esserlo, ma non al punto da dimenticarsene: il sommo Gianni Brera. Quanto sarebbero piaciuti al Maestro gli "acciaccapesta inenarrabili" che ieri si consumavano dalle parti di Buffon. E non avrebbe mancato di sottolineare una coincidenza forse solo apparente: che proprio nel giorno in cui l'Italia prendeva coscienza delle proprie miserie, deferendo alla giustizia sportiva alcuni dei club più potenti, i suoi atleti ritrovavano la vera identità nazionale, racchiusa in un Dna forgiato dai millenni: il Difensivismo.
...
Intendiamoci, si è perso anche giocando in difesa, come in Corea con Trapattoni, perché neppure il catenaccio può trasformare dei brocchi in campioni. Si limita a tirar fuori dagli italiani il meglio di quello che hanno. Se possono contare su Conti, Rossi e Tardelli, gli fa vincere il Mondiale. Se invece ci sono solo Inzaghi e un Totti così così, li porta comunque alla finalissima degli Europei 2000 o agli ottavi di questa avventura tedesca.
D'accordo, non sarà il massimo della meraviglia vincere con il colpo di testa di uno stopper e un golletto in contropiede. E ci sono divertimenti più gaudiosi che vedere la propria squadra difendersi a fatica contro avversari stanchi e ridotti in dieci. Ma l'essenza di un popolo non tiene conto dei giudizi emotivi. Gli esperimenti genetici sono belli finché si scherza: le due punte, i tre fantasisti, gli schemi d'attacco. Cose da brasiliani presuntuosi o da dirigenti megalomani e da ieri deferiti. Noi siamo un altro mondo: inquieti, tignosi, incapaci di fare gioco di squadra, ma spietati nello sfruttare quello altrui. Inferiori sotto ogni punto di vista, tranne che nella coscienza dei nostri limiti, quando le circostanze ci obbligano a prenderne atto. La nostra suprema abilità consiste nel saper creare un continuo stato d'emergenza che ci induca a restare fedeli a una missione che, in politica come nel calcio, non consiste nell'inseguire il cambiamento con persone logore e anziane, ma nel lanciare dei giovani che continuino a tener fede al passato.


   23 giugno 2006