
sulla stampa
a cura di P.C. - 22 giugno 2006
Il bene comune degli italiani
Claudio Magris sul Corriere della Sera
Essi saranno, come già in parte lo sono, compagni del nostro cammino non tanto quali connazionali termine di per sé incerto, perché è difficile per esempio dire quale fosse la "nazionalità" di molti patrioti italiani triestini di origine slava, tedesca o greca bensì quali concittadini; partecipi di un fondamento comune che non è la nazionalità, l'etnia, la religione, men che meno la presunta "razza", bensì lo Stato, la comunità di uomini che si sono associati per fondarlo e dunque la Costituzione, che ne esprime e fissa i valori comuni, sottostanti a tutte le leggi particolari che regolano la vita collettiva.
La Costituzione è la base del patriottismo non soltanto per chi arriva da lontano, ma anche per chi abita da tempi immemorabili un territorio vissuto non solo quale luogo di uno stanziamento, ma quale luogo in cui si assume il proprio posto nel mondo. In tal senso la Costituzione non solo nell'approssimato dibattito di queste settimane ha un valore fondante, racchiude ed esprime il sentimento di un nostro comune riferimento e destino di italiani.
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Probabilmente Habermas individuava e additava nella Costituzione la fonte di questo sentimento anche perché in Germania la coscienza nazionale era stata irreparabilmente lesa dall'immane aberrazione nazionalsocialista, che rischiava di farla apparire, anche a torto, di per sé squalificata a fondare l'unità di un Paese. Il nuovo patriottismo formulato da Habermas andava e va tuttavia al di là dello specifico trauma tedesco ed è destinato a diventare sempre più valido nei Paesi e nei contesti più diversi.
Tempo fa, Angelo Panebianco parlava, sul "Corriere", della nuova società che sta sorgendo quasi dovunque in Europa e dunque pure in Italia, alla cui situazione egli particolarmente si riferiva con i flussi di immigrazione che incideranno sulla fisionomia etnica del Paese d'arrivo. Sta sorgendo, scriveva, una società multietnica, per la diversa provenienza e origine degli attuali e soprattutto futuri cittadini; ma non una società multiculturale, aggiungeva, perché il crogiolo che farà di questi nuovi coinquilini dei concittadini (italiani o di altri Stati occidentali) sarà, sostanzialmente, la nostra civiltà, in cui essi si inseriscono e si inseriranno, modificandola col loro nuovo apporto così come ogni nuovo elemento modifica e innova la realtà, ma riconoscendola e venendone accolti.
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Berlusconi: indegno chi vota NO
Gianluca Luzi su la Repubblica
ROMA - Votate no, e poi discuteremo tutti assieme in Parlamento come riformare la Costituzione. Votate sì, altrimenti non si potrà cambiare più niente. Con questi due messaggi contrapposti, ma che non escludono la necessità di una riforma condivisa, i due schieramenti politici si avviano a chiudere l´ennesima campagna elettorale di quest´anno. E come sempre Berlusconi cerca di incendiarla: questa volta supera il precedente limite del "coglioni" rivolto agli elettori di centrosinistra e definisce "indegni" coloro che voteranno No (salvo poi aggiungere, più tardi, che intendeva riferirsi solo a chi non andrà alle urne). Per il leader dei Ds Fassino, invece, la vittoria del No sgombrerebbe il campo da un "pasticcio" e "si consentirà al Parlamento di riprendere un serio confronto". E anche per D´Alema, se vincerà il No, si dovranno "ricercare intese". Però, avverte Fassino favorevole alla riduzione dei parlamentari, "bisogna fare le riforme giuste e utili e non questo sgorbio che può produrre danni gravi". Quella proposta dal centrodestra e sottoposta a referendum "è una brutta revisione della Costituzione, che riduce i diritti dei cittadini, aumenta i costi, le inefficienze e la burocrazia, e - sostiene Fassino - non dà più poteri alle Regioni e agli Enti locali". Il referendum sulla devolution è l´ultima spiaggia della Lega e nel suo appello al voto Calderoli è apocalittico e anche un po´ surreale: "Domenica nessuno vada al mare: se ci andate, al mare non ci andrete più, perchè se vince il No ci vorrà la tessera della Cgil". Condito con il leggero tocco della sua tradizionale "ironia" rivolta al centrosinistra ("Meglio trombarsi una velina che una banca") e con insulti a Prodi ("Se vince il Sì, le Regioni dovranno fargli un trattamento sanitario obbligatorio perché è pericoloso per sé e per gli altri"). Berlusconi riprende e amplifica i toni che aveva usato nelle due precedenti campagne elettorali. Insomma cerca una nuova occasione per una "spallata" o almeno per un "segnale".
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La conclusione di Berlusconi è un anatema per tutti gli elettori che non voteranno come vorrebbe lui: "Nessun italiano può sentirsi degno di essere tale se non sarà andato a dare il proprio sì alla riforma che darà a questo paese più democrazia e libertà". Quell´"indegno" non piace neanche un po´ a un parlamentare illustre come il presidente emerito Cossiga che chiede a Berlusconi: "E così, oltre che immorale, sono indegno di essere italiano! Ora che altro mi riserva l´amico Silvio? Scismatico, eretico, apostata?". Chissà se anche Andreotti - che ha annunciato il suo No - si sentirà "indegno"?
Il presidente e i partiti
Federico Geremicca su La Stampa
Le rassicurazioni un po' generiche fornite ieri da Romano Prodi a Loyola De Palacio intorno alla realizzazione della Tav e la nomina del nuovo direttore generale Rai nella persona di Claudio Cappon (candidato non precisamente gradito al premier, è stato scritto) possono essere tranquillamente considerate la risultante delle due non risolte questioni politiche che accompagneranno e renderanno presumibilmente accidentato il cammino dell'esecutivo nei prossimi mesi. La prima, e del tutto nota, richiama alla eterogeneità della maggioranza di governo: otto, nove partiti i cui variegati dissensi su questioni non secondarie rendono estenuante ogni decisione su materie che vanno dalla politica estera alla bioetica, dall'economia alle grandi opere (Tav, appunto, compresa). La seconda questione politica del tutto aperta - e che non mancherà di produrre ulteriori tensioni anche nella coalizione di centrodestra - attiene, invece, al cosiddetto conflitto tra partiti e Presidenti, o tra partiti e leader, se si preferisce.
Della prima, in fondo, si è già detto tutto. Segnalata addirittura prima delle elezioni come elemento di intrinseca debolezza della coalizione, l'eterogeneità programmatica ed ideologica della maggioranza di centrosinistra sta ora producendo i suoi primi effetti di fronte allo spietato banco di prova delle cose da fare. Effetti non positivi, naturalmente: che spesso determinano rinvii e ritardi rispetto alle decisioni da assumere. Il caso-Tav, in fondo, è una perfetta cartina di tornasole di queste difficoltà. Non è certo una scoperta di oggi, naturalmente: ma è evidente che mentre sugli impacci di ieri (l'impossibilità, per esempio, perfino di scrivere la parola Tav nel programma dell'Unione) si poteva alla fine sorridere, per lo stallo di queste ultime settimane c'è soltanto da preoccuparsi. Alla commissaria europea, ieri, tanto Prodi quanto Di Pietro hanno assicurato che la Tav si farà, segnando un punto in apparenza fermo. Ma ha aggiunto che va riunito il tavolo tecnico, discusso il tracciato, interpellate le popolazioni, valutato l'impatto ambientale... In sostanza, quel che l'Unione diceva sei mesi fa per celare le proprie divisioni.
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Anche Silvio Berlusconi, dall'altra parte della barricata, ha pagato e sta pagando un prezzo sull'altare di un sistema politico oggi del tutto ibrido: l'aver dovuto accettare il gioco delle tre punte prima del voto e il dover fare i conti con gli smarcamenti di questo o quel partito alleato dalla linea del "muro contro muro", sono solo due dei fenomeni più evidenti di questa difficoltà. Il che testimonia due cose. La prima: di quanto sia necessario - dopo il referendum - metter mano alla riscostruzione di un assetto politico ed istituzionale che abbia un minimo di razionalità. La seconda: che quelle che vengono definite le "spine di Prodi", oggi sono le spine di Prodi ma domani - a situazione invariata - saranno le spine di chiunque. Il che, ovviamente, non significa assolvere il premier dalle sue responsabilità ma riconoscere che, in assenza di nuovi assetti, tensioni e difficoltà frenerebbero l'azione di qualunque suo successore.
D'Alema sbagli tutto, diciamo
Editoriale su Il Foglio
Ieri Bush era a Vienna per raccordarsi con l'Europa sui principali scenari di crisi, a partire dall'Iran. Sempre ieri, il nostro ministro degli Esteri D'Alema incontrava il collega iraniano, Mottaki. La visita stona con la richiesta europea e americana di unità e compattezza, ma formalizza la strategia della Farnesina: l'Italia deve contare al tavolo della discussione sulla questione iraniana. Per questo D'Alema ha riconosciuto all'Iran il suo diritto inalienabile ad accedere all'energia nucleare a scopi pacifici così recita il comunicato stampa e ha tenuto quell'approccio cordiale e aperto che di certo l'Iran, che vuole distruggere Israele, che dà soldi a Hamas e che si prende gioco dell'occidente, non merita. Ma Max ha deciso di contare, costi quel che costi. Perché la Germania sì e noi no?, si chiede col piglio dell'escluso. Siamo il primo partner commerciale europeo di Teheran, dovrà pur significare qualcosa nei pesi e contrappesi della diplomazia.
Certo che significa qualcosa. Significa talmente tanto che è proprio per questo che finora non ci siamo seduti al tavolo del 5+1. Perché una volta lì, dobbiamo accettare le responsabilità del compito, le imposizioni a Teheran, e anche le vituperate sanzioni, che per l'Italia sarebbero un salasso come due Finanziarie per D'Alema e che non appaiono in linea con l'atteggiamento docile che il ministro ha tenuto con Mottaki. Per non dover dire no alla richiesta di sanzioni, per non dover aprire uno squarcio nelle relazioni transatlantiche, sarebbe meglio che l'Italia non si sedesse al tavolo dei negoziati. Ma Max che, se non va cercando lo scontro, certo è a caccia di un modo per affermare una sua autorevolezza internazionale, fa il battitore libero. A sostenerlo c'è un fraintendimento, come ha rivelato il viceministro Intini, che ha descritto il regime degli ayatollah come un governo nazionalista che ambisce a un legittimo ruolo di potenza regionale. La strategia iraniana non è nazionalista, ma punta all'espansione della rivoluzione islamica. D'Alema pensa di salvarsi con l'equivicinanza.
I contrasti nella maggioranza
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Preoccupa il braccio di ferro con la sinistra radicale sulla missione in Afghanistan. Sul "no" referendario l'Unione regge. Ma la sua compattezza su questo tema rischia di spiccare in un panorama slabbrato: a cominciare dalla politica estera. L'epilogo sulla direzione generale della Rai sottolinea un Romano Prodi scavalcato dalla logica dei partiti alleati; e costretto a registrare lo smacco di una candidatura che ha subìto, dopo averla avversata. Come minimo, è il segno dell'assenza di comunicazione fra il premier e la sua maggioranza: col risultato paradossale che la nomina è avvenuta all'unanimità, col voto favorevole sia degli esponenti dell'Unione che del centrodestra. Forse è solo un incidente di percorso, ma la Rai spesso precorre i tempi politici.
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Naturalmente, non è verosimile. L'inquietudine di Rifondazione comunista, che continua a evocare fantasmi neocentristi col segretario Franco Giordano, magari ricompatterà l'Unione. Ma segnala divergenze sulle questioni internazionali e sull'economia, difficilmente sanabili in una semplice logica di alleanza. Se il partito di Fausto Bertinotti sospetta trame fra Unione e Udc, significa che capta la marginalità della sinistra radicale; e agita lo spettro di un "soccorso bianco" per prevenire effetti laceranti. È possibile che il Prc lo faccia per evitare una rottura non voluta. Ma si tratta di gioco d'azzardo.
Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, cerca di rassicurare Bertinotti. Ribadisce che l'Unione non vuole stampelle del centrodestra per puntellarsi sul rifinanziamento della missione in Afghanistan, e invita gli alleati a "rinunciare a qualcosa". La spaccatura, tuttavia, esiste. E non riguarda solo Giordano, che ribadisce il "no" alle richieste della Nato sull'Afghanistan insieme a Comunisti italiani e Verdi. L'insistenza contro l'invio di aerei e nuove truppe e per una "scelta di discontinuità", può essere anche considerata scontata. In assenza di novità, però, rende quasi inevitabile che alla fine palazzo Chigi ponga la fiducia al Senato. Con qualche brivido sul finale.
Gli spazi di compromesso, in apparenza, sono minimi. Prodi, il ministro degli Esteri Massimo D'Alema e quello alla Difesa, Arturo Parisi, non sembrano intenzionati a cedere. Distinguono nettamente rispetto al ritiro dall'Iraq. E danno per scontato che gli impegni assunti a livello internazionale vanno rispettati. Ma se questo sfondo non muta, si materializzerà un braccio di ferro nel quale qualcuno dovrà cedere. Nonostante tutto, l'Unione spera che l'estrema sinistra non vorrà assumersi la responsabilità di rompere. Ma nessuno, ieri, era pronto a scommettere che un'eventuale fiducia sarà votata da tutta l'"ala antagonista".
Lo slalom tra cantieri e partiti
Amedeo La Mattina su La Stampa
ROMA. Tempesta in vista sulla Tav. Romano Prodi ha deciso di tirare dritto per la Val di Susa e si prepara ad affrontare un'altra delle tante battaglie con una parte della sua maggioranza. Il premier dovrà tenere fede a quanto promesso ieri a Loyola De Palacio, ma si trova subito Rifondazione Comunista, Verdi e Pdci con i fucili puntati. "Ma chi l'ha detto che la scelta del governo è quella di fare il tunnel? Se Prodi e Di Pietro hanno confermato alla De Palacio il progetto di Berlusconi - dice Gennaro Migliore, capogruppo del Prc alla Camera - hanno sbagliato: è un errore. E' opportuno che questa vicenda si chiarisca presto".
E rieccoci con il problema della Tav, che non era stato affrontato dai partiti del centrosinistra quando è stato scritto il programma e che ora il governo si trova tale e quale tra i piedi. Senza una soluzione. O almeno, senza una soluzione condivisa. Sì, perchè i Ds, la Margherita, l'Udeur e l'Idv sono pronti a dare il via libera. Contraria tutta la sinistra radicale, con l'eccezione del ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi. Il quale non vuole sentire parlare di Ponte sullo Stretto di Messina, ma alla Torino-Lione non è contrario. "Non possiamo rimanere tagliati fuori - spiega il ministro - dalle grandi direttrici europee". Insomma, una posizione diversa da quella del suo partito di riferimento, cioè i Comunisti di Diliberto che chiedono a Prodi di attenersi al programma: le priorità e le opere da realizzare vanno decise secondo la valutazione ambientale e il rapporto costi-benefici. Per Diliberto vanno escluse quelle opere che servono più a chi le costruisce e non a chi le deve usare. E la Tav in Val di Susa è tra queste.
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Prodi è di fronte a un altro nodo che viene al pettine, oltre a quello dei conti pubblici e del rifinanziamento della missione in Afghanistan. E non sembra che ci sia alle viste una soluzione. Daniele Capezzone, presidente della Commissione Industria della Camera, prova a far capire che "la Tav può essere di sinistra". Dice: "Basta andare a vedere quello che è accaduto in Spagna. Sono stati i governi socialisti a volere le infrastrutture che hanno reso accessibili certe aree della Spagna. L'Andalusia, per esempio, oggi è un polmone di sviluppo. In Italia bisogna adottare il modello Bresso: ascoltare tutti, poi decidere. Spero - conclude il segretario dei Radicali italiani - che Prodi si assuma la responsabilità di una decisione chiara a favore della Tav".
Professione antipatico
Mattia Feltri su La Stampa
ROMA. Rovinato dalla rima e dalla fisiognomica, cioè dal cognome identico alla parola più odiata dagli italiani (fisco) e dalla faccia come specchio dell'anima, Vincenzo Visco ha deciso di diventare simpatico. Ma non si sa come. L'altra volta, quando fu ministro delle Finanze nei governi di Romano Prodi, Massimo D'Alema e Giuliano Amato, l'errore imperdonabile fu di sottovalutare la propaganda, nel senso puro del termine. E siccome il rischio di diventare l'uomo più insopportabile del prossimo quinquennio gli è chiaro, intende scongiurarlo con iniziative mirate. Finora non se ne è vista una, e non essendo in grado di particolareggiare il Visco simpatico che verrà, ci tocca di particolareggiare il Visco antipatico che fu. O che è.
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Visco è così orgoglioso e intrattabile da detestare gli incompetenti (cioè i "pennivendoli") e i giri di parole. Se propone soluzioni impopolari come la tassazione delle rendite è stralunato perché ci si oppone. E' la questione della propaganda di cui si diceva prima. La propaganda può tutto.
Persino spingere qualche goliarda incattivito, pochi anni fa, a mettere nell'ascensore del condominio di Visco, e per giorni, un involucro di carta igienica dal contenuto immaginabile. Visco ne soffrì moltissimo come quando si ricorda, per obbligo di cronaca, una sua piccola disavventura giudiziaria. Si deve sapere che l'unica passione di cui parla è quella per il mare. L'altra è quella per la musica classica, ma non ne parla. Appena si libera, si imbarca per Pantelleria dove possiede una villetta. Prende il sole e si tuffa in mare. A un certo punto trasformò la cisterna dell'acqua in vano abitabile, e s'è guadagnato una condanna per abuso edilizio. Così compare nei siti malvissuti in cui si elencano i pregiudicati del Parlamento.
Oggi dicono sia molto soddisfatto del viceministero cui è stato destinato. E' vice di Tommaso Padoa-Schioppa e ha una forte delega alle Finanze. Però, forse per rimarcare l'autonomia, non ha preso ufficio con Padoa-Schioppa e tutti gli altri in via XX settembre, ma da solo in piazza Mastai. Ha voluto per portavoce un ex pennivendolo di "Panorama", Roberto Seghetti, che si è già calato nel clima e dice cose come: "Non so niente e anche se sapessi non parlerei". Insomma, l'operazione simpatia è urgentissima. I lettori di "Libero" hanno partecipato a un sondaggio da cui è emerso che una foto di Visco conteneva rassomiglianze impressionanti con l'"Urlo" di Edvard Munch.
Però lui lo sa. Lo sa perfettamente. Una volta ha detto: "Se fossi meno spigoloso avrei raggiunto qualche risultato in più". Invece nelle memorie di tutti rimangono i toni involontariamente minatori, l'elencazione agghiacciante delle cifre, la disponibilità al vizio ridotta a qualche mezzo toscano. E l'ipotesi di un carattere tendente al rancoroso già forgiato negli Anni Ottanta, quando da allievo del repubblicano Bruno Visentini era un'avanguardia dell'anticraxismo. Eugenio Scalfari lo indicò come membro di un ipotetico governo "dei capaci e degli onesti". Ministro lo sarebbe diventato solamente nel 1993, nel gabinetto di Carlo Azeglio Ciampi. Ma il giorno medesimo la Camera negò l'autorizzazione a procedere per Craxi, e lui si dimise per volere del partito, e straziandosi il cuore.
La doppia partita
Gianni Mura su la Repubblica
Oggi è il giorno del dentro o fuori. Prima la partita e i Mondiali, poi i deferimenti con relative richieste di pena. Questa città rinfrescata dalla pioggia, col suo grande porto, è l´ideale per simboleggiare arrivi e partenze, approdi e naufragi. Due storie diverse che s´incrociano, ed è già una buona cosa che l´Italia giochi senza sapere nulla della seconda.
Prima ancora che si capissero le intenzioni di Lippi, ho pensato che questa vigilia non mi piaceva. Troppe facce tirate all´ultimo allenamento, magari è concentrazione ma mi è sembrata tensione. I cechi stanno peggio di noi, questo è certo. Non hanno attacco, gli manca il migliore della difesa, hanno preso una sventola più umiliante.
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Non essere al massimo della condizione è un eufemismo. Non è colpa di Totti se non è nemmeno al 50 per cento di quello che richiederebbe un campionato del mondo. Con gli Usa era regolarmente tagliato fuori dal ritmo di gioco, e appena ha provato a contrastare è stato ammonito. Direi: teniamolo da conto, non mettiamolo dall´inizio, può essere più utile se c´è da congelare il gioco. E teniamo presente che la partita conta per noi ma anche per loro. S´è fatto un gran parlare dei ruzzoloni di Nedved, ma non ci sono solo quelli da temere. I cechi sono una squadra anzianotta ma orgogliosa e molto unita. Erano partiti forse meglio di noi, pagano l´infortunio di Koller come noi scontiamo le conseguenze di quello capitato a Totti.
Se ci fosse il vero Totti, non saremmo qui a fare certi discorsi. Non essendoci, o non ancora, è opportuno farli. La mia formazione si discosta da quella di Lippi (se quella sarà) per un solo undicesimo. Terrei Camoranesi sulla linea di centrocampo e confermerei Toni e Gilardino, con Inzaghi pronto a sostituire, e non negli ultimissimi minuti, il meno in giornata dei due. Di un lungo in attacco c´è sempre bisogno, e comunque questa partita la si vince, pareggia o perde col sostanziale apporto della panchina. Bisogna essere pratici e realisti, scegliere in base alla condizione atletica. Quello che conta è andare avanti e ritrovare la strada del gioco, non stare a guardare chi gioca 90 minuti e chi 25. Sulla strada del gioco, per esempio, è confortante aver visto che Pirlo ha giocato due grandi partite di fila, dopo un lungo periodo grigio. Bruckner gli metterà addosso un mastino, come ha fatto Arena e come non ha fatto il Ghana. I cechi ci conoscono bene, hanno gente che gioca in Italia, le studieranno tutte per complicarci la vita. È il minimo che possiamo aspettarci ed è giusto che sia così, è una specie di contrappasso per chi la vita se l´è già complicata con le sue mani o coi suoi gomiti.
Aggiungo una cosa, non in difesa di De Rossi (indifendibile) ma dell´evidenza. Espulso lui, e poi due americani, l´Italia aveva 45´ per vincere la partita in superiorità numerica. Ha fatto poco per vincerla e ha pure rischiato di perderla. Non è successo, ma è divertente pensare a come ci comporteremo adesso con quattro squadre a tre punti. Avendone l´Italia quattro, non capisco tante facce tirate. Un motivo di moderato ottimismo per me è questo: sarebbe molto grave non aver mostrato un buon gioco in queste due partite. Invece nella prima c´era, e ha portato molte simpatie e affetto intorno alla squadra. Non cominciamo a dire che conta solo il risultato e il passaggio del turno. Certo che contano, sono fondamentali, ma solo se raggiunti attraverso un buon gioco. Altrimenti, andremo avanti sì, ma non per molto.
22 giugno 2006