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sulla stampa
a cura di P.C. - 21 giugno 2006


Corruzione in saldo
Luigi La Spina su
La Stampa

Ogni scandalo italiano resta, nell'immaginario dell'opinione pubblica, fissato in un dettaglio. E' una parola, un gesto, una figura. Non è quasi mai la cosa più importante, il giudizio più azzeccato, la conseguenza più grave. Ma è il particolare che ne fissa il ricordo, nell'accavallarsi di vicende di corruzione, diverse nelle circostanze, ma, alla fine, tutte simili nei percorsi grigi dell'animo umano. Così fu per le banconote gettate freneticamente nel water del "mariuolo" Mario Chiesa all'inizio di Tangentopoli. O per l'involontaria autodefinizione di "furbetti del quartierino" che consegnò Ricucci e compagni sia alle patrie galere sia alla galleria degli immortali "tipi" italiani.
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E' inutile perciò ricorrere al moralismo di chi fa finta di meravigliarsi per comportamenti che tutti conosciamo sui nostri posti di lavoro, nelle nostre case, persino nella cerchia dei nostri amici o familiari. Ed è ipocrita gridare alla punizione esemplare, sperando che, questa volta, risparmi la nostra parte e si accanisca sull'avversario. Non servono generici appelli all'etica, nostalgie per le antiche virtù dimenticate, confronti generazionali che si risolvono sempre a vantaggio del passato. Sarebbe forse più proficuo cercare di capire perché il rispetto di se stessi e l'orgoglio di dire "no" valgano così poco sull'attuale mercato pubblico italiano. Sarebbe meglio cominciare a praticare una domestica "tolleranza zero" nel costume privato e sollecitare la nostra classe politica a comportamenti adeguati in quello pubblico.
A quest'ultimo proposito, ricordiamo con piacere la promessa di Prodi, quella di stupire gli italiani. Sarebbe davvero stupefacente se il primo accordo del nuovo governo con l'opposizione, tanto auspicato anche dal Presidente della Repubblica, non avvenisse su questioni fondamentali, come la nostra presenza in Afghanistan o su alcune misure per fronteggiare la crisi dei conti dello Stato. Ma avvenisse, con un accordo trasversale tra tutti i partiti, sulle intercettazioni, come proposto dal ministro della Giustizia Mastella. E' davvero curioso come lo scatto di indignazione parlamentare, unanime e vibrante, sia avvenuto per le modalità della loro pubblicazione e non per i contenuti che rivelavano comportamenti scandalosi. Non vorremmo che, in nome della sacrosanta privacy degli italiani, si volesse soprattutto tutelare la privatezza degli affari sporchi di alcuni di loro.


Fini: un teorema contro di noi
Francesco Bei su
la Repubblica

ROMA - Per la seconda serata di seguito, Gianfranco Fini è costretto a difendere in televisione il suo onore e quello di Alleanza nazionale. Dal salotto di "Ballarò" il presidente di An pronuncia il suo "non ci sto", a una rappresentazione della destra come un covo di nani e ballerine, all´accusa di essersi circondato di gente di malaffare. Fini difende a spada tratta il portavoce Salvo Sottile, il segretario Francesco Proietti e, per la prima volta, fa riferimento a una presunta regìa per affossare An: "Avendo letto gli atti, sono convinto che tutti capiranno che si tratta di un teorema privo di riscontri. Cosa si vuol dimostrare? Che c´è una questione morale che riguarda An? Se è così non ci stiamo!". Fini sostiene che, se ci sono stati "dei comportamenti deprecabili" dovrà essere la magistratura ad accertarli, "ma l´integrità della classe dirigente non può essere messa in discussione né da qualche magistrato fantasioso, né da un evidente desiderio della stampa di assecondare un certo tipo di pubblica opinione".
A Fini brucia soprattutto il coinvolgimento della moglie, Daniela Di Sotto, socia in affari di "Checchino" Proietti: "La cosa che mi ha indignato è che siano stati riportati stralci di intercettazioni senza alcun rispetto per una persona che non c´entra assolutamente nulla e ha l´unico torto di essere mia moglie". Il timore di un complotto, evocato nelle conversazioni private con i capi di An, affiora in superficie: "Non credo che in Italia ci sia la Spectre, ma ci sono fatti che non capisco. Io non sono mai stato nemmeno sfiorato da un sospetto poi, di punto in bianco, vengono coinvolti il mio segretario e il mio capo ufficio stampa...".
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Quanto agli attacchi di Marcello Veneziani, il leader di An è caustico: "Qualcuno che ora è molto critico nei nostri confronti, lo era molto meno quando in quota An entrò nel Cda Rai". Ma non è tutto, perché Fini se la prende direttamente con i giudici di Potenza che "si comportano in modo sciatto" e minaccia: "Il male che si è fatto ad un uomo come Sottile, a una famiglia, a una comunità politica, qualcuno dovrà pagarlo. Possibile che i magistrati siano l´unica categoria che per una ragione o per l´altra non paga mai". Infine la vicenda Laziogate. In un´intercettazione un consigliere comunale di An "confessa" a Sottile di aver manomesso le liste elettorali della Mussolini. Per il presidente di An sono tutte fantasie: "Sottile non mi disse nulla, secondo me anche quella telefonata non significa nulla".


Libertà vo cercando
Massimo Gramellini su
La Stampa

Giornali e commentatori di destra hanno avviato un dibattito sulla legittimità delle intercettazioni telefoniche, come un tempo intorno al ruolo dei pentìti. L'effetto è abbastanza lunare. Davanti ai nostri occhi scorre uno spaccato di società volgare e meschina, che anche quando non è penalmente rilevante appare moralmente disgustoso. Ma ai garantisti di parte toglie il sonno una preoccupazione sola: sarà lecito ficcare il naso nella vita degli indagati? E' una gran bella domanda. Però in una ideale hit parade delle emergenze, andrebbe posta fra l'ottantesimo e il novantesimo posto. Prima sarebbe più impellente discutere se sia lecito rubare, condurre affari loschi, disprezzare le donne, comportarsi con l'arroganza che deriva da una presunzione di impunità e ridurre il proprio orizzonte di vita a una pratica squallida di vizi mediocri e mediocremente esercitati, trincerandosi dietro il padre di tutti i pensieri deboli: "così fan tutti".
E' un'idea infantile e comoda di libertà che porta i suoi cantori a farla coincidere con la salvaguardia della privacy invece che con la responsabilità dei propri atti. La libertà è parola adulta e bisogna meritarsela. A furia di condannare come intrusivo ogni intervento dello Stato sui comportamenti individuali, abbiamo costruito una società in cui nessuno crede più a niente, tanto meno allo Stato, e tutti sono liberi solo di essere infelici. Educare i propri membri a non viver come bruti è un dovere della comunità, non un'imposizione autoritaria. E se la paura di veder spiattellati i propri abissi sul giornale può servire allo scopo, un liberale accetta, sia pur a malincuore, che la privacy retroceda di un passo: ne farà uno avanti quando potrà poggiarsi su gambe meno flaccide.


Arresto per Fitto e Angelucci
Gabriella De Matteis su
la Repubblica

BARI - Una tangente per ottenere un appalto da 198 milioni. 500 mila euro transitati dal gruppo Tosinvest alla "Puglia prima di tutto", il partito fondato da Raffaele Fitto per le elezioni regionali del 2005. E´ grave l´accusa contenuta nelle carte dell´inchiesta della procura di Bari che ha travolto il mondo della sanità e della politica. Il gip Giuseppe De Benedictis ha chiesto l´arresto per l´ex governatore e ora deputato di Forza Italia Fitto e ha disposto i domiciliari per Giampaolo Angelucci, presidente onorario della Fondazione San Raffaele di Roma e consigliere del gruppo Tosinvest, editore. Al centro delle indagini l´appalto per la gestione delle residenze sanitarie assistite, strutture destinate alla cura dei disabili e degli anziani.
La gara viene aggiudicata al consorzio San Raffaele che, sostengono il procuratore aggiunto Marco Dinapoli e i sostituti Lorenzo Nicastro, Roberto Rossi e Renato Nitti, per ottenere la gestione del servizio, avrebbe versato 500.000 euro al partito fondato da Raffaele Fitto, all´epoca in corsa per la riconferma alla guida della Regione Puglia. Gli uomini del nucleo di polizia tributaria delle fiamme gialle hanno ricostruito il flusso di denaro. Duecento mila euro sono transitati sui conti dell´Udc nazionale e calabrese per poi confluire su quelli del movimento "La Puglia prima di tutto".
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Ai domiciliari è finito per questo l´editore della tv Paolo Pagliaro. Raffaele Fitto definisce "leciti" i finanziamenti e dice: "Questo paese deve al più presto recuperare una concezione di legalità effettiva, allo stato resa irriconoscibile dal sinistro tintinnare del manette". Respingono le accuse anche il gruppo Tosinvest e l´imprenditore salentino. In un altro filone dell´inchiesta è coinvolto monsignor Cosmo Francesco Ruppi, presidente dei vescovi pugliesi, ai quali la passata giunta regionale ha erogato finanziamenti per la costruzione degli oratori. Anche lui ha spiegato di essere pronto a chiarire la vicenda.


I nani cambiarono la TV
Aldo Grasso sul
Corriere della Sera

Che peccato, se va avanti così la Rai rischia di passare alla storia non come la più grande industria culturale del Paese. Ma come il più grande "covo di mignottari", giusto per usare l'espressione di Luca Barbareschi. Lui, i suoi amici di destra, li aveva avvertiti, eccome se li aveva avvertiti! In una riunione sul futuro innovativo della Rai aveva sbottato: "La destra alla Rai non ha portato altro che zoccole". Allora fu preso per pazzo, per un risentito che parla roso dalla frustrazione. Adesso sono in molti a dargli ragione, a paragonare la stagione Rai di Alleanza nazionale con quella ben più famosa del Psi di Craxi, Martelli e De Michelis, bollato per l'eternità da Rino Formica come "corte di nani e ballerine".
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Quando nel 1976 i due canali della Rai prendono fisionomie diverse, secondo i dettami della Riforma, la rete che innova è senza ombra di dubbio la seconda, quella "appaltata" ai socialisti. Basta ricordare alcuni programmi: "L'altra domenica" di Renzo Arbore e Maurizio Barendson (affondando le radici nella grandiosa esperienza radiofonica di "Alto gradimento", il programma riesce a creare un clima stralunato e fantastico, tipico dell' improvvisazione a lungo studiata; ma la banda di personaggi sgangherati, l'idea di spettacolo che, fulminea, attraversa gli occhi del conduttore e si propaga dallo schermo alla ricerca della complicità dello spettatore sono una novità assoluta per la tv), "Onda libera" di Roberto Benigni, "Odeon. Tutto quanto fa spettacolo" di Brando Giordani ed Emilio Ravel, "Bene! Quattro diversi modi di morire in versi" di Carmelo Bene, "Supergulp! Fumetti in tv", "Il teatro di Dario Fo" (dopo anni di esilio Fo riesce a proporre i suoi spettacoli da "Mistero buffo" a "La resurrezione di Lazzaro", da "Settimo: ruba un po' meno" a "Isabella, tre caravelle e un cacciaballe"), "Match" il talk show condotto da Alberto Arbasino, "Portobello" di Enzo Tortora, la madre di tutti i programmi delle tv locali. Che di lì a poco sarebbero apparse sulla scena televisiva italiana. Non si tratta qui di trovare un certo numero di "buoni" programmi (per quanto ristretti ai primissimi anni della Riforma) quanto piuttosto di individuare un'idea nuova di tv che si rappresenti come area simbolica di soggetti alla prese con ansie e cambiamenti generalizzati e sempre meno come terreno dove affrontare e risolvere i problemi con un'azione pedagogica collettiva. E la grande destra di Guido Paglia cosa ha portato di nuovo in Viale Mazzini? Nani e ballerine, certo. Poltrone e alcove, certo. Le belle porcelle doc, certo (una vecchio democristiano ha commentato: "È una Rai agreste, è tornato il periodo della monta"). Poi il Premio Almirante, poi il Premio Italiani nel mondo, poi Paola Saluzzi, poi le grandi trasmissioni culturali di Gigi Marzullo, poi i commenti sportivi di Italo Cucci, poi gli approfondimenti di Mauro Mazza, poi il recupero di Enrico Montesano, poi gli sceneggiati storici che Agostino Saccà confezionava apposta per la "memoria condivisa". Poi? Dal 1976 la rete che innovò era la seconda, quella dei socialisti Da Arbore a Benigni, da Bene a Fo: erano loro i programmi


Addio tunnel? Addio Europa
Alberto Ronchey sul
Corriere della Sera

S'ha da fare o no quella controversa Tav, la linea ferroviaria d'alta velocità Torino-Lione? La vertenza si trascina senza un esito prevedibile, in attesa del tavolo di confronto che il governo Prodi ha offerto ai contestatori dopo le prolungate turbolenze in Val di Susa. Non s'era mai discusso tanto per una ferrovia dai tempi della Stockton- Darlington in Scozia, 1825, anno di nascita del primo treno.
Oltre ai sindaci della Bassa Valle, indotti o incitati a temere disastrosi danni ambientali a causa del tunnel di Venaus, avversano strenuamente il progetto due partiti del governo in carica, beneficiari di tanti voti "no-Tav" nelle recenti elezioni politiche. I Verdi e Rifondazione hanno raccolto, da soli, oltre il 43 per cento dei consensi a Venaus, il 27 a Bussoleno, il 23 a Susa. Ma insistono a favore del "corridoio merci" d'alta capacità il sindaco di Torino e i governatori delle regioni Piemonte, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, due su tre schierati nel centrosinistra. Lo stesso Prodi s'è pronunciato a favore, anche se una dichiarazione d'intenti è agevole, mentre procedere nei lavori non è semplice tra dissensi rischiosi nella maggioranza governativa.
Da Bruxelles, intanto, ricorrono le sollecitazioni a decidere. Loyola de Palacio, che per incarico della Commissione Ue deve prendersi cura della questione, s'incontra oggi con Prodi. Ha già dichiarato: "Il progetto è uno dei cinque prioritari scelti dall'autorità europea. Io sono pronta a battermi perché ottenga il massimo dei finanziamenti possibili, ma devo essere sicura del sì italiano. Senza quel sì, la mia battaglia non avrebbe senso". Insomma, le ferrovie italiane rischiano l'esclusione dal grande circuito europeo, mentre già nell'alta velocità subiscono un ritardo storico.
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Si possono elencare innumerevoli vertenze, maggiori o minori e anche paradossali, sull'opportunità di spostare un po' in qua o un po' in là una linea tracciata per l'espansione della rete ferroviaria. Gli ostruzionisti, come testimoniano le cronache degli Anni 90, hanno preteso di tutelare non solo alberi a Ceprano e colture a Ceccano, ma persino specie rare di rospi altrove. Spesso il municipio, indifferente all'opera logistica e tecnologica perché il treno veloce non si fermava nella sua stazione, reclamava propine anche senza il minimo appiglio. E così avanti, ognuno a suo piacimento, da troppo tempo.


Uno strano imprenditore
Editoriale su
Il Foglio

Roma. Immobili, quote societarie, auto e conti correnti bancari per un valore di 55 milioni sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza di Bari su disposizione della procura del capoluogo pugliese. I beni sono di proprietà dell'imprenditore romano leader del gruppo Tosinvest, Giampaolo Angelucci, dell'ex presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto, e di quattro società del gruppo Tosinvest. Angelucci, agli arresti domiciliari, è accusato di aver corrisposto una presunta tangente di 500 mila euro, secondo l'accusa, in parte transitata su conti degli organi regionali dell'Udc. Fitto è accusato di falso, concorso in corruzione e concorso in finanziamento illecito ai partiti, reati legati all'appalto del valore di 198 milioni per la gestione di undici residenze sanitarie assistite (Rsa) affidato al gruppo Tosinvest. L'ordine di arresto per Fitto non è stato eseguito perché deve essere autorizzato dalla Camera, mentre, secondo indiscrezioni, sarebbe indagato anche l'arcivescovo di Lecce, monsignor Cosmo Francesco Ruppi.
Un gruppo con addentellati anche nella finanza e nell'editoria quello fondato alla fine degli anni Settanta dal papà Antonio (a vent'anni portantino al San Camillo con la tessera della Uil), e oggi guidato dal figlio 35enne Giampaolo, con i fratelli gemelli Alessandro e Andrea. Tosinvest, con un giro d'affari stimato in circa un miliardo, è considerato il gruppo leader della sanità privata nel centro-sud grazie a convenzioni e accreditamenti con il sistema sanitario nazionale. Il boom è iniziato dopo l'acquisto dell'ospedale San Raffaele di Roma dalla Fondazione San Raffaele del Monte Tabor di don Verzé.
E' la riabilitazione la maggiore specializzazione delle cliniche Tosinvest. Gli Angelucci gestiscono 20 strutture tra presidi ospedalieri, residenze sanitarie e lungodegenze, concentrate in particolare nel Lazio ma presenti anche in Puglia, Abruzzo e Campania, per un totale di tremila posti letto. Lo sbarco nel salotto della finanza, comunque, è avvenuto a fine 2003 con l'ingresso in Capitalia grazie a una quota che ora è del 2,11 per cento che ha fruttato a Giampaolo Angelucci un posto nel cda del gruppo presieduto da Cesare Geronzi. Ma i rapporti con l'ex Banca di Roma erano iniziati mesi prima, con il passaggio della finanziaria ex Iri, Cofiri, da Tosinvest a Capitalia. Perno dell'accordo è stato uno degli uomini di finanza e di impresa più legati agli Angelucci, oltre che a Capitalia, ossia Ernesto Monti, per anni dirigente di Banca di Roma, già in Cofiri, ora presidente di Finanziaria Tosinvest, oltre che presidente del colosso delle costruzioni Astaldi.
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Nella Casa delle libertà, a livello nazionale, è con l'ex vicepremier Gianfranco Fini che gli Angelucci avrebbero i rapporti più cordiali. Anche grazie alla presenza nel gruppo sanitario di Massimo Fini, fratello del presidente di An, primario in molte cliniche degli Angelucci nonché direttore del dipartimento di Scienze clinico-internistiche di Tosinvest Sanità.
Attraverso Massimo Fini, seppure indirettamente, le inchieste avviate dalla procura di Potenza e da quella di Bari sembrano avere punti in comune. In particolare per la vicenda della clinica Panigea, di cui si parla nelle intercettazioni tra il segretario di Gianfranco Fini, Francesco Proietti Cosimi, e la moglie del leader di An, Daniela Di Sotto, per una convenzione sollecitata e ottenuta dalla regione Lazio quando era governata da Francesco Storace (An). Panigea è posseduta da Poliambulatorio Cave srl, tra i cui soci di maggioranza ci sono Patrizia Pescatori, moglie di Massimo Fini, e Luigi Proietti Cosimi di 26 anni. Tra i soci di minoranza di Poliambulatorio Cave compare anche Finanziaria Tosinvest.


Per chi suona il telefonino?
Gianni Riotta sul
Corriere della Sera

Quando si parla di valori, di ideali, di etica nella vita pubblica, non solo in politica ma nelle aziende, scuole, uffici, nei media e nella cultura, spesso si ha l'impressione di essere o irrisi o compatiti. C'è chi insinua l'eterno, italiano, ipocrita grido di "chi te lo fa fare?" e chi invece suggerisce con un ghignetto il classico "così fan tutti" che trasforma spesso il nostro paese in una deprimente commedia dell'arte. Da un anno ci appassioniamo invece al reality show delle intercettazioni, magnifica commedia umana dei costumi e modi della nostra classe dirigente, o meglio degli Arlecchini, Pulcinella, Balanzone, Capitan Fracassa, Colombina e piacenti Sor Pantalone che si arrabattano a dirigerci.
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Considerare innocenti tutti i coinvolti è per noi esercizio abituale di sereno garantismo. Ma non c'è bisogno di essere Balzac per riconoscere il linguaggio comune della corruzione che, non meno del prodotto lordo in crisi, delle università fatiscenti e delle nascite calanti, parla chiaro del declino italiano. Il canovaccio vede sempre i protagonisti chiedere per sé, per la propria banda e per le bande complici. Non ci sono candidati meritevoli o strategie e progetti migliori, ci sono i propri interessi e crepi il resto. Le regole sono steccati per i poveracci, da ignorare: e i controllori, magistrati, forze dell'ordine, giornalisti, autorità di garanzia, vanno corrotti (con facilità, sembra), coinvolti nella greppia o infine delegittimati, calunniati, isolati, come ingenui, fessi, gente che "non sa stare al mondo". Non è vero che così fan tutti. È vero piuttosto che, finché permetteremo a pochi, in politica, in economia, nello Stato e nella cultura, di consumare come parassiti l'Italia, il Paese non avrà né innovazione né efficienza.
Rida chi vuole, scuotendo la rigogliosa coda di paglia: le persone perbene, capaci di preoccuparsi della comunità e non solo di se stesse, possono bonificare la palude dello status quo improduttivo che ingoia riforme e progressi. Il tempo stringe e la "feccia alata" tesse al telefonino la trama che ci corrode. Non è davvero sequestrando il computer alla collega Fiorenza Sarzanini, rea di avervi fatto partecipi di come vengano divise le spoglie nei ristoranti e nelle tribune d'onore degli stadi, che si salva la Repubblica. È fermando chi non vuole limiti a sé e alla propria lobby che l'antica saggezza di lasciare il frutteto migliore di come l'abbiamo trovato rilancia l'Italia. Ed è grave che i nostri leader guardino a queste baruffe gongolanti quando colpiscono gli avversari, corrucciati quando li favoriscono. Non andate perciò a chiedere per chi suona il telefonino. Esso suona per tutti noi, chiamandoci al referendum cruciale tra libero sviluppo e basso impero delle lobby.


   21 giugno 2006