
sulla stampa
a cura di P.C. - 20 giugno 2006
Il rumore delle inchieste
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera
È la terza volta nel giro di un anno. L'estate scorsa l'inchiesta su Bankitalia e annessi e connessi. Poi quella sul calcio. Adesso l'inchiesta su Vittorio Emanuele di Savoia e annessi e connessi. Entro pochi mesi, chissà cos'altro. Funziona così. L'inchiesta si sviluppa, esclusivamente o quasi, attraverso una valanga di intercettazioni che finiscono tutte, anche quelle senza rilevanza penale (ma la legge lo vieta. O sbaglio?), dentro gli atti d'accusa. Poi, è come se una misteriosa manina fotocopiasse diligentemente le trascrizioni delle intercettazioni, le mettesse dentro tante belle buste e le inviasse alle redazioni dei principali quotidiani. I giornali non possono che pubblicare, visto che, in un regime di concorrenza, se non pubblica l'uno pubblicherà l'altro. Risultato: grande polverone, mostri sbattuti in prima pagina e schizzi di fango contro chiunque (a condizione che sia un nome noto o, come si dice nel linguaggio dei rotocalchi, eccellente) abbia fatto una qualsiasi telefonata, non importa a quale titolo, a qualcuno che sia indiziato di reato e che, pertanto, risulti inserito nella "rete", o ragnatela, delle intercettazioni. Che poi in seguito tutto ciò sfoci in processi oppure finisca, come ha ricordato Piero Ostellino su questo giornale, in bolle di sapone (è accaduto, in passato, a tante inchieste cosiddette eccellenti) non è poi così importante e comunque riguarda i tempi lunghi. Quello che conta veramente è la quantità di rumore che si riesce a fare qui e ora.
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Qualche tempo fa venne fuori che il vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney aveva avallato un piano di intercettazione degli americani in funzione antiterrorismo. Fu divertente leggere su alcuni giornali del più intercettato Paese dell'Occidente (il nostro) commenti scandalizzati contro le tendenze "illiberali" dell'amministrazione Bush. Era il caso del bue che dà del cornuto all'asino.
Il tutto in un Paese in cui si spendono tanti soldi per tenere in piedi una Authority per la difesa della privacy della quale, però, non si ricordano coraggiose battaglie contro l'eccesso di intercettazioni da parte dell'autorità giudiziaria.
Se la privacy è solo dei politici
Andrea Romano su La Stampa
Che la politica sia cosa diversa dal calcio dovrebbe essere una considerazione di comune buon senso. Ma tanta banalità non basta a spiegare i modi del tutto opposti con cui si è reagito alle due successive ondate di intercettazioni di queste settimane. Le voci catturate al mondo del calcio sono state accolte con un livello di garantismo vicino allo zero, come se ci fossimo finalmente trovati di fronte al racconto di una storia conosciuta da sempre. Quelle che in questi ultimi giorni hanno messo in croce un pezzo di politica italiana stanno invece provocando una spettacolare reazione bipartisan, all'insegna dell'indignazione contro i poteri invasivi di magistratura e stampa ancora una volta unite nell'intento di rovinare famiglie e carriere.
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Se argomentazioni e giustificazioni vi sono, è dovere della politica farne uno strumento efficace di tutela dalla gogna e dal sospetto. Tanto più quando si tratta di sospetti che poggiano su intercettazioni che sono state vagliate e acquisite agli atti processuali. Perché non ha poi tutti i torti Marco Pannella, quando sostiene che "chi assume una carica politica perde il diritto di non essere conosciuto". In fondo, la differenza fra un calciatore e un politico è tutta qui.
Il grande traffico nella TV di stato
Francesco Merlo su la Repubblica
Per noi che non siamo interessati al reato penale, ma allo stile e alla decenza, il punto è che una ragazza maggiorenne ha anche il diritto di vendersi, se le pare, senza trasformarsi, per dirla con finezza... Sottile, in "un bel tipo di porcella". La Rai infatti è un mondo dove quasi tutti vendono se stessi al politico e al suo portavoce di turno, e non solo il corpo ma anche la propria intelligenza, il proprio talento, la propria onestà, le proprie idee, ora per diventare direttore del telegiornale, ora capostruttura, ora semplice redattore, ora conduttore alle 20 della sera, ora titolare di un ufficio di corrispondenza all´estero. Di sicuro non c´è presidente della Rai e non c´è direttore generale, si tratti di un professore alla Bocconi, o di un manager, o di un ex giudice della Corte costituzionale, di un boiardo o di un ex giornalista, che non sia stato fortemente sospettato di avere perduto la testa cercando in Rai "un bel tipo di porcella".
Moltissimi di loro, quasi tutti, sono finiti sulle pagine di 'Novella 2000´, abbracciati alla soubrette, all´attrice, alla velina, alla showgirl, a una di quelle che "Marzullo voleva dare un po´ in pasto; sì sì, la voleva da´ a Flavio, in pasto... "; a una di quelle insomma che "ho bisogno di te, Salvo, perché Giletti si sta fottendo Unomattina!".
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Ribadiamo, a scanso di equivoci e una volta per tutte, che non ci stiamo occupando di reati penali perché sarà il tribunale a decidere e noi ci fidiamo dei tribunali, dei giudici terzi, e dei tre gradi di giudizio che sapranno, come sempre, distinguere tra il moralismo e la morale, tra il giustizialismo e la giustizia, tra gli assatanati debosciati e gli sfruttatori. Aggiungiamo ancora che potrebbe persino esserci una solidarietà di fondo tra l´occhio scandalizzato e bigotto del pubblico ministero e del cronista con quello degli gli sfruttatori, con i portavoce superinfoiati, con il principe ereditario che ancora una volta tradisce e offende innanzitutto i monarchici italiani, gli aristocratici per spirito e non per roba o per toga. E´ vero che di Sottile è piena l´Italia ma di re prosseneti, a quanto ricordiamo, non se ne erano ancora visti. E viene da pensare alla Storia e a tutto quel frastuono che fecero i nostri padri sul referendum repubblica-monarchia. Ne valeva la pena? Secondo noi, se il re fosse rimasto al suo posto, sarebbero stati i suoi stessi cortigiani a cacciarlo dall´Italia a calci nel sedere.
In questo senso, nel senso della storia d´Italia, diventa meno importante l´uso politico o impolitico delle conversazioni private, delle intercettazioni. Comunque vada a finire, è infatti sicuro che l´erede al trono e che la politica italiana si muovono in un giro di spazzatura che è fatta di lanzichenecchi, ciascuno ovviamente con il suo stile, che può non essere quello squallido di Sottile ma non per questo è meno indecente. Insomma, se gli uomini di fiducia dei politici trafficano, non tanto "in bei tipi di porcelle", quanto in incarichi, in assunzioni, in raccomandazioni e in nomine lo fanno per fedeltà al loro Signore che, in cambio, dà loro il diritto di saccheggio. La responsabilità è dei politici, perché la colpa è dei padroni e mai dei camerieri. I politici sono responsabili tanto di Vespa quanto di Sottile, e li difendono perché si autodifendono, dal caso Fazio al caso Consorte, dalle Lecciso a Moggi, dalla Gregoraci alle mille trasmissioni Rai senza talenti, alla tv tutta chiappe e tette. Se la tv è fatta di chiappe e tette non ci si può stupire del linguaggio di Sottile e del suo procacciatore di bei tipi di porcelle: "Si chiama Elisabetta. E´ un bel tipo, ma insomma molto carina; aspetta che m´ha mandato il suo curriculum: un metro e settanta, bionda... Insomma, è preparata".
Ecco dunque che la ragazza "preparata" si presenta alla Farnesina come donna di servizio sessuale, allo stesso modo in cui Vespa si presenta come giornalista maggiordomo, entrambi proni alle voglie del signore degli anelli, della politica, dell´economia, al signore di turno. Quel che li accomuna è l´essere proni e pronti: la prontezza e la "pronità". Pasticciato e cotto nel retrobottega della politica italiana, lo scandalo del portavoce di Fini non è dunque da affrontare con compiacimento pruriginoso, falso moralismo e finto stupore. E anche se forse diventerà celebre ed emblematica solo quella sua frase sui "bei tipi di porcelle", davvero in questa vicenda non c´è nulla di goliardico e di boccaccesco, non c´è la licenziosità di avventure alla Casanova. Siamo invece nella suburra e nella gozzoviglia del potere a viale Mazzini, di un nutritissimo ceto sub politico che come i camerieri delle vecchie case aristocratiche, con il bonario e tacito consenso del padrone di casa, vanno a disputarsi i resti delle mangiate, e, come sempre, alla Rai è tutto uno sgranocchiare e un palpeggiare.
La pochade del trucido al potere
Editoriale su Il Foglio
Roma. Pochade è cosa nobile, Georges Feydeau è troppo oltre. Non è commedia degli equivoci, questa che avvampa e arrapa l'estate italica, casomai più dalle parti di Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio, ma più pecoreccio, molto po' più zozzone. La terrificante sceneggiatura che dilaga sulle pagine di tutti i giornali con il portavoce del politico che esorta troviamo un po' di troie, un re mancato, pure dal letto cascato, che parla di soldi e di mignotte, di solito è per lesinare i primi alle seconde, e si dilunga sul deprecabile andazzo del pompino col preservativo già di suo supera, e di parecchio, i preveggenti dubbi esistenziali di Darla, starletta inventata da Gianni Boncompagni per Macao, e quelli ancora più antichi di Gegia, sculetta sculetta che c'è il direttore che guarda. Prima ben presente nell'immaginario, è la definitiva presa del potere (pagine di giornali, apertura dei telegiornali, chiacchiere al bar che annullano le azioni di Totti e Pirlo a favore di quelle di vallette e portavoce) del Trucido. Colpo di stato a colpi di reni, con il vacillante immaginario nazionale ormai completamente compromesso, così che in televisione e sulla carta stampata è tutto un fiorire di pudichi puntini di sospensione a fragilissima diga che subito si schianta e cede di fronte alla strabordante quantità lessicale: m
è dunque mignotta, f
si capisce che è frocio, c
sta per culo (tipo: io ti spacco il culo), forse coglione, p
alternativamente o puttana o pompino. Darla o non darla, neanche il quesito si pone. E figuarsi se prenderla o non prenderla. La s
(diciamo scopata) al ministero, con la z
(intesa zoccola) da portare a cena, con lei che te la fa vedere e tu la fai vedere per una comparsatina in qualche cacatina di programma Rai. Siccome tutti godono ma nessuno tace, il linguaggio che fu caserma o spogliatoio o bar, ha valicato il confine e si è fatto quotidianità. E quindi non solo commediaccia all'italiana, ma decisamente un passo oltre, con annessa redenzione di Moggi ormai al rango di illustre italianista.
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Figuriamoci, non c'è spazio per eccitati moralismi, ma il disincanto applicato a un pizzico di educazione è come un sorriso accompagnato da un ehi, guarda che così non si fa regalato a un bambino. D'accordo, il realismo ci insegna a pensare male senza fare (troppi) peccati: dunque che la politica, l'economia, il calcio, le trasmissioni in Rai fossero e siano un po' tarocche non è scoperta che deve creare stupore, clamore e fervore. Anche perché poi alla fine la palla è rotonda e forza azzurri. Anche perché poi ogni pubblico ministero indossa la sua cravatta, anche un giudice ha diritto a un parcheggio, tutti abbiamo un amico o un'amica da segnalare, un'aziendina da avviare, ogni giornale ha i suoi lettori più lettori degli altri e ogni paese tiene famiglia, anche se pare tenere sempre meno alla famiglia. In più, certo, tutto fa sempre e comunque parte del gioco, perfino i quotidiani che fingono di scandalizzarsi a pagina venti di quello che pubblicano con risalto a pagina tre. Allora, come al solito, ci distribuiamo i ruoli della recita a soggetto: il garantista sottolineerà i diritti violati, il giustizialista il reato da perseguire, il sociologo il declino della società, il destrorso l'avuma 'na banca, il sinistrorso l'accusa di concussione sessuale, il politologo la necessità di una classe dirigente dall'alto profilo istituzionale. Tutto giusto, spesso di parte, a volte truffaldino, e non resta che sperare che il check and balance involontario tra conflitti d'interesse contrastanti tenga in piedi un sistema e una comunità sempre più fiacchi. Ma ogni tanto viene voglia di non accomodarsi sul divano del tanto si sapeva. Perché è ovvio che si sapeva. Ma non tutto ciò che è ovvio luccica. Anzi, molto di quello che un tempo era soltanto ovvio adesso sta diventando davvero squallido.
La commedia umana è sempre attuale perché si basa su un semplice e comune ed eterno protagonista: il desiderio. Ma tra il voglio e il faccio c'è di mezzo un mare di saggezza. Qualcuno, i più arditi, ci pone spesso perfino il concetto e il peso di un valore, parola che viene voglia, nonostante l'orticaria che procura, di ridire per quanto sia negletta o violentata. C'è chi perfino si avventura a ricordare che può esistere la virtù come freno al precipizio tra volere e fare. C'è chi dovrebbe suggerire la prudenza, se non addirittura la convenienza, per evitare il baratro del più triste ridicolo. Invece ci troviamo nell'ordinaria amministrazione dello squallore, che è invariabilmente deludente. Chi pensa che l'ironia sia la più feroce e utile delle armi, si convince che quell'ironia sia anche il senso del limite. Beh, se qualcuno degli ultimi intercettati o coinvolti esercitasse un po' di ironia su se stesso, rivedendosi, si vedrebbe brutto. Squallido, oltre il limite.
Il lessico della Destra
Michele Serra su la Repubblica
Il pezzo di destra italiana che esce dalle intercettazioni savoiarde di questi giorni (e da altre recenti inchieste giudiziarie) mette soprattutto tristezza. E ravviva il paradosso secondo il quale, in questo strano paese, le ultime tracce residue di una destra risorgimentale e borghese, patriottica e di alto profilo, sono oramai a sinistra, in vecchi statisti come Scalfaro, rifugiato politico come fu il Montanelli degli ultimi anni.
Qui si narra, all´opposto, di un fibrillante vicepotere romano che vive di raccomandazioni e comparaggi, similissimo al vecchio armeggiare democristiano tanto odiato fino a mezza generazione fa dai missini.
Con pochi sedimenti arcaici (e decisamente comici) della sua identità monarchica, tipo il voto delle "Guardie del Pantheon" promesso in dote dall´anziano Savoia al governo Berlusconi in cambio di qualche carta da bollo che accelerasse lo sdoganamento degli ex regnanti e della loro argenteria. E con molte, anzi moltissime concessioni alle ambizioni, insieme piccole e sbracate, della nuova destra populista e mediatica, così populista e così mediatica da risultare un calco peggiorativo del proprio elettorato, quasi una sua parodia, con l´entourage del vicepresidente del Consiglio che sembra avere gli stessi obiettivi e la stessa cultura della claque più periferica. Con il mito della gnocca e del quattrino a fare da catalizzatori, parodie da Bagaglino di quello che fu il vitalismo fascista e oggi è appena un greve darsi di gomito. Con la tratta delle veline sempre in bilico tra vecchio paternalismo e mentalità puttaniera (ma sono le due facce della stessa medaglia). E con l´assillo dei quattrini che dev´essere diventato davvero la malattia del millennio, se riesce a travolgere, ed esporre allo scandalo, anche funzionari governativi con ottimi stipendi.
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Nel disagio da emarginato di lusso quale è sempre stato, in netta difficoltà con la lingua italiana, Vittorio Emanuele sembra cercare l´agio di una complicità di basso rango, diciamo dalla cintola in giù: e lo trova facilmente. Politicamente parlando (ma politica è, nel caso del Savoia, una parola grossa) la saldatura con i suoi amici di An è parecchio vaga, fondata su un anticomunismo che non ha più niente di ideologico e molto di scemo e di razzista, vedi le orrende parole su Giuliana Sgrena (comunista e donna, figurarsi che schifo
). Ma la rimpatriata, il vero ritrovarsi, il sostanzioso ricongiungersi dell´ex famiglia regnante d´Italia con la destra di governo avviene, ahimé con facilità agghiacciante, sul terreno della vanteria sessuale e del business da praticone, quasi che ci fosse un´italianità immutabile sulla quale fare conto comunque, non importa se posteggiatori abusivi o aristocratici gli amici sono sempre amici, i favori sempre favori, le faccende sempre faccende.
Che l´erede della dinastia che ha realizzato l´unità d´Italia appaia, in tutto questo, come un relitto da compatire, può anche essere sorprendente, ma in fin dei conti non è grave. Più grave che uomini di Alleanza Nazionale, cioè nostri contemporanei e concittadini, abbiano condotto a un così infimo livello l´opera di ricongiungimento del vecchio Savoia con la destra italiana
Non per caso Gianfranco Fini, pur se intoccato dallo scandalo (e rispettato dai commentatori) è per metà furibondo con gli inquirenti, ma per l´altra metà con le persone che lo circondano. La credibilità di An come "nuova destra" fondata sui valori tradizionali e il senso dello Stato, magari in competizione con il berlusconismo libertino e menefreghista, subisce un colpo secco da questa connection da stato post-coloniale. Nelle repubbliche delle banane, anche i monarchici hanno il loro posto al sole.
La parola scritta ci salverà
Massimo Gramellini su La Stampa
In principio era il Verbo ed era una cosa seria. Poi arrivarono le intercettazioni. E il verbo, torturato smozzicato e declinato soltanto all'infinito, perse anche la maiuscola e si vergognò. Da creatrice del mondo, la voce si ridusse a gorgoglìo informe e sconnesso. E così la scialuppa del pensiero dovette tornare al vecchio approdo: la Parola Scritta, ultima opportunità offerta alla razza umana, prima di vederla scomparire in un vortice di rutti.
La neolingua orale del nuovo poeta di riferimento, il principe buzzurro, avanza volatile dentro la cornetta, libera da impacci stilistici e gabbie mentali. Non importa se a parlare sia un furbetto, un arbitro o un Savoia. Identico è l'uso di un vocabolario ridotto a cento parole, per lo più scurrili. Identica la frequenza con cui queste ultime si inframmettono nel discorso fino a trasformarlo in una sequela gratuita di "ca" "co" e "cu". Una povertà di linguaggio che si associa alla miseria dei concetti che tenta di esprimere, sorta di balbettio proveniente dal basso ventre: soldi sporchi, manovre losche, sesso mai allegro. Un quadro disarticolato ma davvero democratico, comune a potenti e meschini di ogni epoca. Se Cesare in Gallia avesse avuto un cellulare, avrebbe chiamato un amico per dirgli in quale conto versare il tesoro di Vercingetorige, raccontargli di quanto era zozzone Marcantonio, raccomandargli una vestale. Ma per sua e nostra fortuna, la sera il proconsole non ricaricava la scheda, ma la penna e scriveva il "De bello gallico".
Ecco, nell'anarchia esistenziale in cui ci agitiamo, così ben espressa dal procedere sconnesso della neolingua parlata, la parola scritta rappresenta ancora una ringhiera di regole minime a cui appoggiarsi per non cadere. I pizzini di Provenzano lo hanno fatto sembrare meno ferino di quanto avrebbe rivelato una intercettazione telefonica. E il Ricucci degli sms romantici alla moglie era molto più sorvegliato nella prosa di quello che in viva voce assomigliava al monologo di Alberto Sordi sul "maccarone". Forse anche Moggi e Vittorio Emanuele quando scrivono, ammesso che lo abbiano mai fatto in vita loro, sono meno desolanti e monotoni di quando parlano. Scrivere impone dei limiti e costringe ad assumere uno stile: magari minimo, magari finto, magari esageratamente rigido o insopportabilmente complicato. Ma uno stile. Qualcosa che permetta a chi legge di avere la sensazione di trovarsi davanti a un essere umano, non a un eruttatore di frasi fatte. Scrivere è intimità autentica, perciò aprire una lettera attenta alla privacy molto più che ascoltare una telefonata. La parola scritta riordina le idee, persino a chi non le ha. Non tutto è perduto, allora. Spegniamo la bocca, un segno ci salverà.
AN e l'incubo di finire craxiani
Francesco Bei su la Repubblica
ROMA - Esponente di primo piano della cultura di destra, rappresentante "d´area" nel Consiglio d´amministrazione della Rai (era Annunziata), Marcello Veneziani confessa tutto il suo "sconforto" per la lettura delle intercettazioni telefoniche, per quel sottobosco di favori, corruzione e clientele cresciuto all´ombra di Alleanza nazionale. "E´ come se la destra che va al potere avesse la capacità di attrarre il peggio della società. Vede, nel craxismo - osserva Veneziani - c´erano magari "i nani e le ballerine", ma c´era anche la grande politica. Ecco, in An sembra che la seconda si sia perduta. Uno potrebbe anche tollerare qualche caduta se fosse ricompensata da altro, ma così...". L´intellettuale parla anche per esperienza personale, quella fatta al vertice di viale Mazzini: "Mi sarebbe piaciuto poter tirare un bilancio delle proposte che poi si sono realizzate, ma tutto si è perso nel nulla. C´erano grandi progetti, però gli interlocutori evidentemente pensavano alle squinzie".
Veneziani ci tiene comunque a dire che "si tratta di una storia penosa ma non penale", e la stessa prudenza la usa un uomo simbolo di An e del vecchio Msi come Franco Servello, 46 anni in Parlamento, che difende Salvatore Sottile - il portavoce di Fini agli arresti domiciliari - sostenendo che "non ha mica ammazzato qualcuno: è la normalità della vita che qualche volta vengano fatte delle avances sul posto di lavoro, ma questo non può essere considerato un reato". E tuttavia l´ex vice di Almirante un qualche cambiamento genetico rispetto ai tempi della Fiamma lo vede eccome: "Premesso che non possiamo parlare di reati, dal punto di vista del costume certi atteggiamenti sono da condannare. Noto purtroppo una certa leggerezza, derivata da una non sufficiente autodisciplina: è mancato quel principio di responsabilità che sempre si deve avere, verso se stessi e verso gli altri, quando si occupa una posizione pubblica". Servello ne trae una lezione generale sulla destra al governo, uno sfogo sul cambiamento dalla proclamata "diversità" missina alla destra post-Fiuggi: "Forse la nostra classe politica non è maturata abbastanza e mi riferisco anche ad episodi come quello della "Caffettiera". A parlare di queste cose ho un malessere interiore, perché dal 46 ad oggi sono sempre stato a destra, però non posso non vedere che un certo patrimonio di identità si appanna, viene messo in discussione". Come se ne esce? "Bisogna chiarire bene - scandisce l´anziano leader missino - che i "valori" di cui si parla tanto non vanno solo propagandati ma in primo luogo praticati".
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Mentre i capi si chiudono a ricco nella difesa "dell´immagine del partito", tra le file di An c´è anche chi pretende di vederci chiaro su quanto sta accadendo e chiede a Fini di convocare una Direzione ad hoc "per parlarci un po´ guardandoci negli occhi, a microfoni spenti e senza telecamere". E´ l´ex senatore Michele Bonatesta a dar voce al disorientamento di una parte di An per quanto emerge dalle intercettazioni: "A costo di sembrare una scheggia impazzita, a costo di farmi cacciare, io voglio chiedere spiegazioni a qualcuno per quello che sta accadendo. Io ci credo che Fini non ne sappia niente, ma il presidente del partito mi deve anche garantire che non ci sia niente". Insomma "massima fiducia nel presidente Fini, ma qualche perplessità sul contorno si può anche avere".
Moralizzare la TV? Opera disperata
Alessandra Arachi sul Corriere della Sera
ROMA Marcello Veneziani, l'ha seguita tutta questa sarabanda di intercettazioni?
"Come avrei potuto non seguirla?".
Lei è stato consigliere Rai in quota An. Ha sentito Sandro Curzi che sul Corriere ha detto di voler aprire una questione morale dentro Viale Mazzini?
"Una questione morale? Certo, sarebbe auspicabile. Ma la verità è che moralizzare la Rai è un'opera disperata".
Un'opera disperata?
"Sì, non si può bonificare la Rai perché il sistema marcio non è riconducibile alla legge di un gruppo. È una questione trasversale".
C'è un sistema quindi? Funziona tutto così dentro la Rai?
"Il malcostume è diffuso. Diffusissimo.
Ed è assolutamente trasversale, ripeto. Diciamo che dentro la Rai non ci sono quelli che godono e quelli che soffrono. Ci sono invece quelli che godono e quelli che s'offrono...".
E lei non ne sapeva niente? Quando era consigliere della Rai non ha saputo di episodi come quelli che oggi stanno venendo fuori? Scambi sessuali per ottenere la conduzione di un programma....
"Ho sentito tanti pettegolezzi. Boatos. Chiacchiere. Tante. Ma mai fatti concreti. Circostanziati".
Difficile crederci....
"No, è così, sul serio. Intanto io ero un consigliere che aveva a che fare soltanto con programmi culturali e di certo questi non facevano gola ai ruffiani e alle squinzie che popolano la Rai. E poi la verità è che tutta questa vicenda è un argomento penoso, non certo penale. Non avevamo motivo di indagare a fondo".
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Il suo partito, Alleanza nazionale, non ne esce certo bene da tutta questa vicenda. Non crede?
"Credo, sì. Purtroppo è una brutta immagine quella che sta venendo fuori per An. Soprattutto per le storie legate ai comitati di affari. Mi sembra un linciaggio nei confronti della destra".
Un linciaggio?
"Sì. E per alcuni tratti ricorda quello che successe al Psi. Anche se allora lì c'era un gigante da abbattere che si chiamava Bettino Craxi".
E perché, adesso non c'è un gigante politico che si chiama Gianfranco Fini?
"Direi di no. Con tutto il rispetto. Però non si può proprio dire che gli esponenti della Seconda Repubblica abbiano la statura e la levatura di quelli della Prima".
"Direi proprio di no".
20 giugno 2006