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sulla stampa
a cura di P.C. - 19 giugno 2006


Il lessico della stangata
Luca Ricolfi su
La Stampa

Nella campagna elettorale i leader dell'Unione non si sono stancati di ripetere che non avrebbero aumentato le tasse, reagendo con stizza a quanti pronosticavano che lo avrebbero fatto. Si sono impegnati a ridurre il cuneo fiscale di 5 punti entro il primo anno di governo, spingendosi a promettere 350 euro all'anno in più in busta paga. A chi chiedeva come avrebbero fatto a mantenere gli impegni, e che razza di idea avevano dello stato dei conti pubblici per fare promesse così incaute, hanno sempre opposto silenzio o parole di nebbia.
Ora il nuovo governo ci informa, settimana dopo settimana, che i conti pubblici non vanno, che il deficit lasciato dal centro-destra è più ampio del previsto, e che forse si dovrà annacquare o spostare nel tempo qualche promessa. Certo nessuno dei nostri governanti ha ancora trovato il coraggio di dire agli italiani che devono prepararsi a fare dei sacrifici, ma i segnali sono inequivocabili. E' come quando un medico sensibile deve annunciare a un paziente una verità scomoda: la prende alla larga, usa termini tecnici, gira intorno al problema, sottolinea l'impossibilità di una diagnosi certa, ma più lui mena il can per l'aia più tu senti perfettamente che il colpo sta per arrivare. Nella politica è lo stesso: c'è un lessico che annuncia immancabilmente la stangata, come le rondini che volano basse alla ricerca di insetti annunciano la pioggia. Le rondini del centro sinistra sono parole come armonizzare, riallineare, aggiornare, riequilibrare (leggi: più tasse), rimodulare nel tempo (leggi: per ora non se ne parla), selettività dei benefici (leggi: non per tutti), rigore, risparmi, razionalizzazione (leggi: tagli ai servizi).
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Un discorso altrettanto drammatico si potrebbe fare sulle grandi opere: fin da febbraio di quest'anno il debito occulto delle grandi opere era stato quantificato in oltre 30 miliardi di euro, con un onere annuo di almeno 10 miliardi nel biennio 2006-2007 (vedi ad esempio La Stampa del 3-4-2006). La conclusione è semplice: la correzione strutturale di 30 miliardi di euro (2 punti di Pil) indicata dal governatore della Banca d'Italia è il minimo che dovremo fare per rientrare nei parametri di Maastricht. In più, come ha capito al volo il ministro Di Pietro, bisognerà trovare parecchi miliardi all'anno per non chiudere troppi cantieri. Anche rinunciando alla riduzione del cuneo fiscale, alle "misure per lo sviluppo", ai nuovi ammortizzatori sociali, il conto - a occhio e croce - è di 2000 euro a famiglia.
Tutti i dati di base della situazione erano noti prima del voto di aprile. Perciò, lo ripeto: perché avete fatto finta di niente per mesi, e ora mostrate di cascare dal pero?


Fenomenologia dei nuovi potenti
Edmondo Berselli su
la Repubblica

La leggera e vagamente irresponsabile allegria provocata dalla lettura delle intercettazioni di Vittorio Emanuele di Savoia forse dipende dal fatto che il Principe è di destra: quindi al suo lessico da Real Casa delle libertà non si può attribuire anche il difetto supplementare di essere "comunista", cioè antiberlusconiano. Per fortuna, nelle telefonate il Savoia manifesta la sua ostilità verso quelle cacche di sinistra che sporcano il Paese, e quindi a suo modo ristabilisce gli equilibri che erano stati alterati in passato dalle simpatie quasi socialdemocratiche di sua madre Maria Josè.
Ma intanto il feuilletton delle telefonate intercettate, il corale romanzo a puntate cominciato con Stefano Ricucci e proseguito con Luciano Moggi ha raggiunto il suo acme, e adesso aspetta soltanto la catarsi finale: che non sarà giudiziaria, perché il fatto che Vittorio Emanuele venga processato ed eventualmente condannato per taroccamento di videopoker o inquinamento di medicinali per il Terzo mondo appare in fondo del tutto secondario rispetto allo scorcio sociologico che il suo linguaggio ha aperto, consentendo a tutti di venire a contatto con il linguaggio e lo stile di un mondo.
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Si tratta a suo modo di una conquista sociale. Il Savoia dimostra con il suo lessico di non essere diverso da Moggi, così come Moggi è soltanto meno spiritoso di Ricucci: ma i valori di riferimento sono sostanzialmente gli stessi, i codici "morali" identici. Oggi sappiamo che esiste nell´Italia contemporanea una classe uniforme e compatta, che condivide linguaggio e valori, si fa per dire, di riferimento.
Lo show personale e sociale offerto da Vittorio Emanuele risulta semmai scadente in chiave estetica o narrativa soltanto perché non c´è una regia: gli episodi che coinvolgono il principe sono materia grezza, episodi sciolti privi di trama (mentre la strategia di Moggi era rivolta alla conquista degli scudetti e quella di Ricucci all´assalto di via Solferino).
Nello stesso tempo, il coinvolgimento del Palazzo, e dei palazzi, farebbe ridere se il sesso alla Farnesina e addirittura a Palazzo Chigi fosse una faccenda sporadica, come la cocaina e i pusher, qualche stagione fa, al ministero dell´economia. Ma se invece questa secolarizzazione estrema del potere, questo disincanto brutale, il vizio privato sostituito di brutto alla pubblica virtù, rappresentassero la condizione normale, quotidiana di questa classe sociale, ci sarebbe da farsi venire il nodo alla gola.
Cioè da restare affranti sul piano civile. Per la perdita di stile, per la caduta di convenzioni: guai a citare la parola regole, in questo démi-monde non si rispettano nemmeno quelle grammaticali. Quindi conviene sperare che il Savoia sia un´eccezione, che l´estorsione sessuale sia una devianza individuale, che gli affaracci loro non sfiorino se non occasionalmente gli affari nostri: anche se il coro che si è levato negli ultimi quindici anni, da Tangentopoli in poi, è tutto intonato sull´aria giustificatoria del "così fan tutti". Sicché viene voglia di crederci davvero, che così fan tutti, come carta canta: e che l´unico modo per riconoscere la qualità delle persone rispetto all´improbabilità delle loro fisionomie sociali sia un´attenzione indiziaria al linguaggio, alle forme, ai gesti, anche alle facce. Per poi ricorrere, di fronte a modi sospetti, agli esorcismi sociali, quelli sì da recuperare, di Totò: lei sarebbe il monarca? Badi come parla. Ma mi faccia il piacere.


Lo slancio che non c'è
Gianni Riotta sul
Corriere della Sera

All'origine di ogni evoluzione politica democratica ci sono sì leader, interessi convergenti, opportunità concrete, individui e gruppi sociali ma c'è, soprattutto, un atto di generosità. Uno slancio ideale capace di cogliere le ragioni e i sentimenti della comunità, prima di quelli dei singoli e degli apparati. Non c'è astuzia, non c'è machiavello di corridoio che prevalgano sulla generosità. Il partito repubblicano americano vive ancor oggi del manto morale di Lincoln, che emancipa i neri, a prezzo di regalare il Sud ai democratici per un secolo. I democratici vantano il blasone dei nuovi diritti, conquistato — con gravissimo handicap elettorale — da Kennedy e Johnson.
È questo lievito ideale che manca finora nella tormentata genesi del partito democratico italiano, di cui il premier Prodi ha ricordato la gestazione durata ormai oltre dieci anni. Il leader della Margherita Rutelli e il segretario dei Ds Fassino sono sostenitori della svolta, come i dioscuri ds D'Alema e Veltroni e la Bonino. Non mancano entusiasmi, talvolta frivoli, nei media, tra intellettuali e imprenditori. Chi però ha davvero a cuore la nascita del partito democratico, per contribuire alla stabilità del sistema politico e alla chiusura dell'anomalia Italia dopo fascismo e Guerra Fredda, non può che notare come una fretta scriteriata, o una troppo lunga marcia, mineranno il progetto.
Nelle scettiche conversazioni romane le resistenze si spiegano con la paura degli apparati davanti al dimezzarsi delle poltrone. Se queste meschinità bastassero, vorrebbe dire che la fusione è un bluff. Il moto collettivo, capace di potare gli egoismi, è sperimentato nella nuova politica, che nel mondo occidentale tenta di trascendere la divisione destra-sinistra seguita alla Rivoluzione francese. Qui la formazione sognata da Prodi muoverà i primi passi.
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Quanto alla sinistra massimalista, incalzata dalla forza riformista unita, dovrà affrontare il dilemma rinviato dal 1989, lavorare nel futuro o vivere di passato, cedendo il passo alle minoranze interne al partito democratico? Il maggiore contributo di Prodi al varo dei "democratici" è governare bene, azzittendo la cacofonia dei personalismi petulanti e dando sostanza alla ricetta sviluppo-rigore di Draghi e Padoa-Schioppa. Rutelli e Fassino affrontano la prova politica decisiva della loro vita: in particolare il leader ds, ferito dalla scissione di Rifondazione che tanti lutti ha portato alla sinistra, deve non perdere nessuno dei suoi al guado unitario, intravisto, in anni ingrati, dal presidente Napolitano. Fassino e Rutelli ricordino la saga delle due mamme che si contendono il bambino davanti a re Salomone. Il saggio monarca (altri tempi quelli!) minaccia di lacerare in due il poppante con la spada, ed è la madre vera che rinuncia al figlio, venendo così riconosciuta. Quando la storia arriva alle scelte drammatiche, la generosità è insieme la strategia più nobile e la più efficace.


“Partiti non soffocate il governo”
Massimo Giannini su
la Repubblica

Un "grido di dolore". Per "l´inadeguatezza della politica". Per "la debolezza dei partiti". Per "le difficoltà del governo". Per "la paralizzante incomunicabilità tra i due poli". Per "le spine sulla via del futuro partito democratico". Da poco più di un mese al ministero dell´Interno, Giuliano Amato è alle prese con i temi più sensibili di questa fase storica, dall´immigrazione alla bioetica. Ma non è di questo che vuole parlare, adesso: "Questa non è un´intervista al ministro dell´Interno. Domani sarò alle Commissioni competenti di Camera e Senato, ed è lì che, per correttezza istituzionale, esporrò le linee programmatiche del ministero che dirigo".
Chiarito questo, il Dottor Sottile non ha perso la voglia di spaccare il capello in quattro, anche a costo di dire cose molto spiacevoli. Non ha perso la passione per l´alta politica, quella che sembra astratta ma non lo è.
Ministro Amato, lei parla di politica alta, ma in giro, a partire dal governo, non se ne vede traccia. Si vede solo la lunga mano dei partiti.
"Non è vero che stiamo vivendo una fase di "strapotere dei partiti". Quella è solo apparenza. La realtà ci dice che i partiti sono deboli, perché debole è la politica. E invece, proprio adesso, abbiamo bisogno di partiti che sappiano esprimere al meglio i bisogni di una società sempre più complessa. Che sappiano andare al di là della frammentazione e della parcellizzazione, che ormai è diventata un fattore paralizzante e di disordine. Ce ne siamo accorti con la formazione delle liste elettorali, che ha fatto emergere l´autoreferenzialità delle strutture interne dei partiti. Poi ce ne siamo accorti nella formazione del governo e quindi nel numero dei partiti che dovevano essere rappresentati. Sa cosa mi ha molto colpito, a proposito?".
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Nel centrosinistra il partito democratico non dovrebbe servire proprio a rifondare su basi nuove questi tratti comuni?
"Già. Ma bisogna concepirlo in questi termini, evitando che l´unico profilo rilevante sia quanti della Margherita e quanti dei Ds entrano nel suo organo direttivo. A parte che questo pone il problema degli altri, che non dovrebbero certo essere tagliati fuori. Fassino è stato l´unico tra di noi ad aver scelto questa missione, e ha fatto bene perché è la missione più importante. Confido nel fatto che si renda conto che, ai fini del partito democratico, gli serve più ascoltare Alfredo Reichlin che non i suoi segretari di federazione. Rispetto alla sfida che abbiamo di fronte, mettere insieme col bilancino Ds e Margherita non è trovare la soluzione, ma vuol dire essere ancora nel problema".
Insomma, la sua tesi è che la politica "moderna" ha fallito. Che i partiti di oggi, per dirla alla Berlinguer, hanno esaurito ogni spinta propulsiva?
"Non dico questo, ma quanto più vedo i partiti rigidi nell´autodifesa di sé, tanto più colgo in loro non forza, ma debolezza. Partiti così rigidi ed autoreferenziali segnalano da soli di essere deboli. Sono loro che ce lo stanno dicendo, e noi non abbiamo alcuna ragione per esserne contenti, perchè se sono deboli rimangono prigionieri di istanze che diventano non negoziabili, rendono difficile il compito del governo, e ci portano ad una Babele di linguaggi, di aspettative e di contraddizioni. Questo, oggi, è il mio grido dolore".


Microfoni e taccuini
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

Siamo travolti dalle intercettazioni telefoniche. Da quasi un anno ci piovono addosso decine di migliaia di frasi rubate. Cominciammo con la moglie del governatore della Banca d´Italia e baci in fronte. Oggi siamo al Savoia e alle sue voglie pazze. Nel frattempo, abbiamo sbirciato molti mondi. Il mondo taroccato di Stefano Ricucci e dei suoi amici del "quartierino". Il pianeta politicamente ambizioso di Giovanni Consorte. E poi il mondo sotterraneo di Luciano Moggi; di arbitri in cerca di gloria; di giudici in cerca di un biglietto di tribuna; di pubblici ministeri in cerca di notizie per l´amico da proteggere. Non si salva nessuno, pare. Pare che non ci sia nulla di più probabile che vedere le proprie conversazioni pubblicate in prima pagina. Scandalizzarsene senza capire che cosa accade, perché accade e per responsabilità di chi, è ipocrita. O, forse, soltanto molto italiano.
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Prima conclusione, allora. Le intercettazioni sono necessarie alle indagini, ma non tutte le indagini hanno bisogno di intercettazioni. E tuttavia se le intercettazioni hanno sempre di più un effetto devastante per il diritto dei cittadini non lo si deve soltanto a quel che finisce negli atti giudiziari, ma all´uso scapestrato e allegro che si fa di quegli atti. La pubblicazione di quelle carte, al di là di ogni necessità, è quasi sempre colorato da una irritante ipocrisia. Per non rimanere tartufescamente nel vago (anche se chi è senza peccato scagli la prima pietra) si può parlare di come il Corriere della Sera ha maneggiato l´affare giudiziario del Savoia.
Editoriale rituale di Piero Ostellino che censura "le gigantesche e rumorosissime inchieste poi finite in una bolla di sapone". Qual è l´inchiesta? In sette pagine piene non si riesce a capire di che cosa si sta parlando, quali sono i fatti che hanno provocato l´indagine e gli arresti. La cronaca dell´affare è infatti soltanto a pagina 6. Non pare essere quello il tassello più importante. Il maggiore rilievo è affidato da pagina 2 a pagina 3 a sbirciare nel buco della serratura. A sbattere nero su bianco chiacchiere telefoniche, nomi, facce, storie di sesso vero o presunto, turpiloqui, vaniloqui, millanterie e arroganza. Sembra essere una curiosità morbosetta il solo interesse pubblico che il giornale diretto da Paolo Mieli attribuisce all´avvenimento. Chi fa sesso con chi. Come. Dove. E quel maritino lì, è contento ora che gli stiamo spiattellando la storia della mogliettina incinta? Diamogli un colpo di telefono e intervistiamolo… (Maritino e Mogliettina, va detto, sono del tutto estranei all´inchiesta penale).
È la seconda questione. Il giornalismo italiano – tutto il giornalismo italiano, nessuno escluso – diffonde a piene mani intercettazioni non per fare informazione, per rispettare quel "patto etico" con il lettore che gli impone di rendere (anche con frasi rubate) comprensibile la realtà, di spiegare per quanto è possibile che cosa è accaduto e perché. Quelle frasi rubate sono pubblicate per mero scandalismo. Per voyeurismo. Il giornalismo c´entra come il cavolo a merenda. A chi fa i giornali non interessa sapere di che cosa è responsabile, se è responsabile, il Savoia e la sua miserabile corte, a ricostruire il contesto che solo rende possibile comprenderne gli errori o i reati. Vuole soltanto raccontarne la vita oscura, le miserie, le volgarità, le voglie, come se ci fosse un delizioso godimento a scoprire il mostro nella faccia dell´altro, nella vita degli altri.
L´abuso delle intercettazioni della magistratura non ha nulla a che fare con l´abuso che ne fa il giornalismo italiano, ipocritamente dissimulato dalle consuete litanie contro la magistratura e da quella stupidaggine che nelle redazioni suona così: "Si pubblica tutto ciò che abbiamo" anche se il più candido di noi sa che è vero per alcune carte ma non per tutte, naturalmente. I due abusi incrociati e sovrapposti provocano la barbarie della civiltà che abbiamo sotto gli occhi. In un Paese dove il crimine di mafiosi e colletti bianchi è patologico, sarebbe necessario un dibattito pubblico che possa tenere insieme le necessità investigative, la tutela della privacy dei singoli (soprattutto se non indagati, soprattutto se le intercettazioni personali sono irrilevanti per le indagini), un diritto-dovere di informare e di essere informati che trovi limiti nell´interesse pubblico e nel diritto altrui. Sarebbe sufficiente soltanto ritrovare le ragioni di codici deontologici che sappiano essere condivisi e rispettati. Finirà, come sempre in Italia, con una nuova legge, con un nuovo reato iscritto nel codice penale. Con la stessa impunità e barbarie.


Peggio i Savoia, o peggio la Rai?
Pierangelo Sapegno su
La Stampa

L'arresto di Vittorio Emanuele è un faldone che ti precipita addosso, un mare che ti annega, che mette assieme mille affluenti, mille rigagnoli. C'è dentro la nostra storia, e il nostro futuro, ci sono il sesso, la Rai, il costume, la politica, le raccomandazioni e le mazzette, Milano e Roma, c'è il sistema, il gioco e la fortuna, l'inganno e il voto di scambio, c'è più di moggiopoli e meno di tangentopoli, e c'è l'irrisolto dilemma sulle intercettazioni telefoniche, se sono giuste o sbagliate, se devono essere pubblicate o no. Certo, adesso che il feuilletton delle telefonate ascoltate dal maresciallo di turno, s'è arricchito anche dei Savoia, sappiamo qualcosa di più. Che siamo italiani anche all'estero, in Svizzera o in Francia, emigrati o in esilio, sangue rosso o sangue blu, al Nord e al Sud. Finiamola di inventarci distinguo e differenze. Siamo tutti uguali, paisà. Ma se è vero che nel pentolone di Potenza, istruito da Henry John Woodcock, c'è riassunto quasi tutto il nostro Paese (compreso il suo giustizialismo eccessivo), qual è la cosa che vi ha colpito di più in tutto questo marasma? Il destino dei Savoia, la Real Casa caduta così in basso (ma la fuga di Pescara non era ancora peggio?), la bufera politica su An, le buste, la prostituzione, le intercettazioni giuste o sbagliate, o mille altre cose, che ne so, il fatto che Vespa concordasse le sue tramissioni, gli insulti (vergognosi) ai sardi e alla giornalista del Manifesto rapita in Iraq?
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Ma secondo voi c'è qualcosa di più grave che emerge da tutto questo? Dobbiamo rispedire indietro i Savoia? Sono accuse che non stanno in piedi? E quel pm di Potenza, Henry John Woodcock, dovrebbe cambiare mestiere, come ha sostenuto Gianfranco Fini? O dobbiamo fare una legge per limitare le intercettazioni telefoniche?


Curzi: “Malcostume in RAI”
Paolo Conti sul
Corriere della Sera

ROMA — "Un anno fa, appena approdato al Consiglio Rai, parlai di un sistema di potere di "incappucciati". Pensarono che mi riferissi a una loggia. In realtà prefiguravo la questione morale Rai. Eccola! Dopo Tangentopoli e Calciopoli temo che scoppi l'intrattenimento Rai. Costi che lievitano a dismisura. Sconosciuti che approdano all'improvviso alla celebrità... Divi guidati da scuderie che passano come palline da Rai a Mediaset". Oggi in Consiglio Rai si parlerà delle "intercettazioni Savoia", il presidente Claudio Petruccioli lo ha fatto sapere ieri. Il consigliere Sandro Curzi sembra pronto a dire la sua.
Ha letto le registrazioni, Curzi? "Breve premessa. Massima attenzione a metodo e contenuti. Ci vuole responsabilità da parte della magistratura e dell'informazione, l'uso distorto può essere pericolosissimo. Detto questo, e per non attaccare un'azienda che voglio difendere, esce un quadro disastroso del Paese". Le intercettazioni immortalano imbarazzanti dialoghi tra Salvo Sottile, Malgioglio e il vicedirettore delle risorse umane Giuseppe Sangiovanni. "Se tutto fosse vero, sarebbe un intreccio osceno di bassissima politica, malaffare e tv. Non conosco quel dirigente. Ma deve avere un gran potere. Sarebbe la prova di quanto sospetto: in molti show non si arriva dall'Accademia di arte drammatica, dalla scuola del Piccolo, dalle scoperte di Arbore o Dandini. Ma in altri modi poco trasparenti. L'universo dello show va rivisto. Perciò urge un direttore generale armato di pazienza e coraggio, che studi elenchi, compensi, curriculum, appartenenze a lobby, a influenti scuderie di artisti". Viene in mente il produttore Bibi Ballandi... "Nulla contro di lui. Ma noto che ormai per la Rai è più potente di tanti partiti politici, piccoli e frammentati. Temo che con quei colossi la libertà di mercato non esista più. Gli interessi in gioco sono enormi".
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A proposito: cosa pensa dell'intercettazione che riguarderebbe Sottile e Bruno Vespa?
"Mi auguro, spero sia falsa. Quando ho letto ho avuto un sobbalzo. Cosa significa "confezionare addosso" a Fini una puntata di Porta a porta? Fosse vero, sarebbe terribile! E questa sarebbe l'autonomia dei giornalisti, di una trasmissione Rai?". C'è la Saluzzi che telefona a Sottile per sfogarsi... "Un tempo i segretari di partito telefonavano ai direttori di tg, come me, per questioni politiche o per una protesta. Ma nessuno indicava questa o quella ragazza o, peggio, chiedeva di sapere chi fosse il giornalista invitato a una trasmissione. Qui una dipendente Rai chiama un signore che non ha una veste ufficiale ma che evidentemente ha molto potere alla Rai. È quasi peggio di Tangentopoli. Perché la tv pubblica, con i suoi prodotti, orienta i gusti degli italiani. E le coscienze... L'intrattenimento è un vero fatto politico-mediatico". Morale, Curzi? "Se ci sono panni sporchi Rai, lavarli in pubblico. E subito. Ultima osservazione. Ho sentito giorni fa chiamare "altezza" Vittorio Emanuele in qualche celeberrimo salotto Rai. Per favore: meglio "signor". Grazie".


Rifondazione in crisi di identità
Maria Teresa Meli sul
Corriere della Sera

ROMA — Ma il gioco vale la candela? O meglio il governo vale il sì alla missione italiana in Afghanistan? Dentro Rifondazione comunista sono sempre di più a chiederselo. E a darsi una risposta negativa. Giorgio Cremaschi, della Fiom, è convinto che la strada, per il Prc, non possa essere, in questo caso, quella del compromesso: "Davanti a noi — spiega — abbiamo una sola scelta: votare no alla missione, qualsiasi siano le conseguenze per la maggioranza. Su questo non possiamo mediare, è la nostra identità che è in gioco. Non possiamo legare le nostre scelte alle contingenze politiche. Non possiamo approvare una guerra perché ora c'è il governo Prodi. Io sono un sindacalista e so mediare e trattare, ma ci sono delle questioni irrinunciabili: se oggi diciamo di sì all'Afghanistan, domani dovremo dire di sì ad altre guerre".
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Sarà quindi difficile per Giordano riuscire a governare un partito in queste condizioni. Lo sarebbe stato anche per Bertinotti. Ma l'assenza del líder máximo, comunque, si sente. L'altro ieri, mentre Giordano faceva fatica a contenere i malumori dei suoi, e ascoltava, stanco e innervosito, Alberto Burgio — deputato dell'Ernesto — che attaccava la "debolezza della linea politica del partito e della segreteria", Bertinotti era a Ischia. In uno dei più begli alberghi dell'isola partenopea, immerso nella vasca dell'idromassaggio insieme alla moglie Lella, il presidente della Camera sembrava lontano anni luce dal suo partito.
Lontano da un personaggio comeGrassi, che avverte: "Rischiamo di non farci capire dal nostro elettorato". Lontano da un Cannavò, preoccupato perché, a suo giudizio, "il Prc rinuncia a contrattare con l'Unione con maggiore forza". Ma il presidente della Camera, in realtà, è meno distante dal suo partito di quanto possa sembrare a tutta prima. Bertinotti sapeva già quali erano i rischi a cui Rifondazione poteva andare incontro imbarcandosi nell'avventura governativa. Rischi che si possono riassumere in questa frase di Cannavò: "Dal punto di vista dei valori siamo un po' scossi". Scossi, sì: i rifondaroli messi alla prova dell'esecutivo sembrano quasi rimpiangere i tempi dell'opposizione, quando non erano necessari compromessi e mediazioni. Ma questo, alla lunga, può diventare un problema per il Prc (oltre che per l'esecutivo guidato da Romano, Prodi, ovviamente).
Un problema di cui Bertinotti è conscio da tempo. Ma a cui porre rimedio è complicato. Se non impossibile. E' anche per questo motivo che i vertici di Rifondazione guardano al futuro, guardano a quella parte dei Ds che si oppone al partito democratico, la sinistra di Cesare Salvi e il Correntone di Fabio Mussi, per intendersi. Una scissione della Quercia e la costituzione di un'area della sinistra più grande, con forze nuove, ed esponenti abituati all'esperienza governativa, è quel che serve al Prc, in debito d'ossigeno e di classe dirigente. Ma è un processo ancora lungo, che prevede diverse tappe. Incluso un passaggio elettorale post-scissione, alle elezioni europee, in cui i transfughi diessini si presenterebbero da soli, per misurare il loro peso e andare alla contrattazione con il Prc da una posizione di maggior forza. Questo, però, riguarda il futuro. Qui e ora il problema di Bertinotti, come di Giordano, è un altro: riuscire a tenere dentro la maggioranza governativa quella pattuglia parlamentare che fa capo alle componenti di minoranza del partito.


   19 giugno 2006