
sulla stampa
a cura di G.C. - 31 maggio 2006
Il fattore T nelle urne
Curzio Maltese su la Repubblica
La vera differenza fra il voto del 10 aprile e questo di fine maggio non l´ha fatta l´astensionismo, o almeno non solo, ma il "fattore T". T come territorio ma soprattutto come televisione. La campagna delle amministrative si è combattuta quasi per intero nelle piazze dell´Italia reale, sulle questioni concrete. Quella politica non era mai uscita dagli studi televisivi, dalla scena virtuale. La distanza fra i due mondi si allarga. Perfino nei commenti di questi giorni. Nel regno televisivo, virtuale, il centrodestra può ancora sostenere nei telegiornali amici di non aver perso le amministrative. Nell´Italia reale, le piazze festeggiano la vittoria dell´Unione, che non ha compiuto il miracolo di strappare Milano ma intanto ha stravinto a Roma, Torino e Napoli,
conquistando pezzi di Nord, Centro e Sud che parevano inespugnabili. Anche stavolta le previsioni del centrosinistra erano sbagliate ma per difetto.
Dov´è finita l´Italia spaccata in due dell´ossessivo slogan berlusconiano? Nel totale dei voti, il centrosinistra mostra un deciso vantaggio sull´opposizione. Forza Italia, protagonista della rimonta di aprile, arretra ovunque, nelle roccaforti come nelle zone "rosse", perde qualcosa come dieci punti nella capitale, cinque a Torino, Napoli e perfino a Palermo, tiene con fatica a Milano. Paradossalmente il voto amministrativo, con quaranta giorni di ritardo, restituisce la fotografia politica che per mesi era stata dipinta da tutti i sondaggi, con un centrosinistra in vantaggio di quattro o cinque punti e il partito di Berlusconi in forte calo rispetto al 2001. Tutti smentiti, come si sa, la notte del 10 aprile. I sondaggi naturalmente sbagliano. Però è strano che sbaglino tutti insieme e nelle identiche percentuali. Ed è interessante che il voto delle amministrative, a soli quaranta giorni dall´altro, confermi alla virgola le previsioni di allora. Non sarà perché stavolta si è votato "a video spento"?
Le elezioni di aprile sono state le più mediatiche della storia, molto di più che nel 2001. Berlusconi ha puntato tutta la campagna sull´uso di una televisione per metà di sua proprietà e per l´altra metà sotto controllo ed epurata dagli elementi di "disturbo", ovvero d´indipendenza, di cinque anni fa, da Biagi a Santoro. Del pannicello caldo della par condicio, per rispetto all´intelligenza dei lettori, non staremo a discutere. Con questa televisione sotto gli stivali, il Cavaliere è andato a caccia di tre obiettivi. Primo, demonizzare gli avversari e imporre la propria agenda, che partiva dallo stravolgimento del programma dell´Unione. Si è parlato per due o tre mesi soltanto di tasse sui Bot, tasse sulle seconde case e dei Pacs, forse le uniche tre cose che non figurano nel pur monumentale programma di trecento pagine stilato dai consiglieri di Prodi. Secondo, infliggere una massiccia presenza quotidiana del leader e di Forza Italia, anche a danno degli alleati, come testimoniano le ricerche dell´Osservatorio di Pavia e di altri istituti. Il terzo obiettivo, un po´ più nobile, è stato di portare al voto una fetta di elettorato "impolitico", in prevalenza pensionati e casalinghe, che in condizioni normali si sarebbe astenuto ma risulta il più sensibile al condizionamento televisivo. E infatti, sono andati a votare in massa.
Altro che brogli nei seggi. Questo uso contundente, illegittimo e padronale della televisione è il vero, gigantesco broglio italiano, come del resto sostengono da anni giornali e televisioni di mezzo mondo.
Quanto vale allora il berlusconismo senza la forza urto di un apparato mediatico sotto controllo? Lo si è visto il 28 e 29 maggio in tutta Italia. In particolare a Napoli, il cuore della battaglia e della possibile e poi sfumata rivincita del centrodestra. Berlusconi ha seguito tutta la campagna napoletana, ha preso casa in città, si è candidato al consiglio comunale, si è appeso in manifesto in ogni angolo cittadino, ha organizzato tre grandi manifestazioni e la chiusura della campagna elettorale. Il risultato concreto di tanti sforzi, una volta contate e ricontate anche queste schede, è l´aver consegnato alla "zia" Rosa una seconda giovinezza politica e un trionfo personale. E il celebrato carisma del signore di Arcore? Si è spento con lo spegnersi della lucina rossa della diretta, svanito appena varcato l´uscio amico, lontano dal calore servile che lo circonda in ogni salotto televisivo.
Il confronto fra il voto a video spento e quello della campagna televisiva dovrebbe far riflettere il Cavaliere ma anche i suoi alleati, che per la verità lo fanno da tempo sia pure in segreto, e soprattutto la maggioranza. Una riforma del sistema televisivo, l´abolizione dei monopoli, il ritorno a un servizio pubblico di qualità e non lottizzato, non sono richieste da estremisti o, secondo lo stupidario corrente, "vendette personali". Costituiscono una questione democratica fondamentale e purtroppo rinviata da oltre vent´anni. Riguardano il futuro civile del Paese. La democrazia mediatica non nasce con Berlusconi e non morirà con lui. È un processo irreversibile, si tratta di costruire regole per governarlo, com´è in tutti gli altri sistemi politici democratici, oppure inchinarsi ancora una volta al Far West. Per quieto vivere, convenienze più o meno confessabili, deficit di cultura liberale e democratica, per le solite ragioni di sempre. Ma almeno, la prossima volta, abbiano la decenza di non voler sostenere a tutti i costi che "la televisione non conta".
Centrodestra, fine di una stagione
Massimo Franco sul Corriere della Sera
L'affermazione a Milano, in Veneto e in Sicilia permette di perpetuare l'illusione di un quasi pareggio, simile a quello del 9 e 10 aprile. Ma si tratta di un appiglio scivoloso, per il centrodestra. Rischia di travisare una realtà nella quale non è l'opposizione ad assediare il governo; sono l'Unione e l'astensionismo a circondare la ex maggioranza in gran parte del Paese.
La miscela improbabile di leghismo e sicilianità, tenuti insieme dal berlusconismo, rappresenta al massimo l'ennesima acrobazia tattica del Cavaliere; ma difficilmente può dare corpo ad una nuova strategia. E al di là dell'imperativo di non dividersi e di non riaprire dispute sulla leadership, cresce la consapevolezza di "un Polo da rifare". È rivelatore che lo strilli in prima pagina perfino Il Giornale. Lascia capire che non si tratta dell'intollerabile provocazione di qualche alleato "grillo parlante": nelle viscere di Forza Italia è stata registrata e sancita la fine di una stagione. E si avverte la necessità di aprirne un'altra dai contorni che non possono ridursi né a quelli di Silvio Berlusconi, né di Gianfranco Fini e di Pier Ferdinando Casini; e nemmeno di Umberto Bossi, costretto suo malgrado a osservare una Lega acefala.
La transizione da una monarchia declinante a una diaspora silenziosa racconta la parabola non solo di un equilibrio di potere, ma di un'identità. Probabilmente, l'era berlusconiana stava già tramontando prima delle politiche; e solo alcuni errori marchiani commessi dall'Unione in coda alla campagna elettorale hanno risuscitato la suggestione di una rivincita impossibile, trasformandola in sfida all'ultimo voto. Con le amministrative di domenica e lunedì scorsi, si è dissolta anche l'illusione di un ex premier formidabile cacciatore di voti: un Berlusconi capace di portare consensi con la sua sola presenza nel deserto organizzativo e politico della coalizione. A differenza del 2001, è affiorata l'"onda corta" del berlusconismo; e ha rivelato i limiti di un intero schieramento. Le critiche alleate alla "strategia della spallata" contro il governo di Romano Prodi evocano un malessere di lunga data; e così l'accusa di avere "sbagliato candidati a Napoli e Torino ".
E per l'immediato futuro, la strada appare obbligata quanto avventurosa. Lo dimostra il modo in cui ieri Berlusconi si è vantato per la conferma di FI come "primo partito italiano"; e ha liquidato "il fortissimo calo dei votanti " come un fenomeno quasi fisiologico, che colpisce "le forze moderate della Cdl". Significa che è deciso a continuare così. Almeno fino al referendum del 25 giugno sul federalismo, non potrà non replicare ed esasperare il canovaccio della sua Italia contrapposta a quella di sinistra. Solo dopo, se anche la sfida referendaria sarà persa, si assisterà alla metamorfosi di una coalizione che ha plasmato se stessa ma anche l'opposizione: magari verso il mitico "partito unico dei moderati". Certo, sentir dire sottovoce che il sindaco Letizia Moratti dovrebbe adottare a Milano "il modello Veltroni ", dà la misura dello sbandamento. Riflette come minimo una subalternità.
D'altronde, cresce la consapevolezza di un sentiero meno breve di quanto indichi il "quasi pareggio" del 10 aprile; e il dubbio che il leader della Cdl riesca a percorrerlo con l'aura vincente del passato. È un'incognita per tutto il sistema. Solo una crisi della Cdl permetterà di misurare la coesione dell'Unione, smentita dalle esternazioni di alcuni ministri. A compattarla è il muro contro muro di Berlusconi. Senza di lui, non esisterebbe più il centrodestra; ma paradossalmente, forse neppure l'Unione.
Berlusconi, la rivincita è un boomerang
Marcella Ciarnelli su l'Unità
La rivincita non c´è stata. Di "spallata" al governo Prodi non è il caso di parlarne neanche lontanamente. I numeri parlano chiaro.
L´"avviso di sfratto" al centrosinistra, auspicato dal livoroso Cavaliere cui i panni da ex premier stanno stretti come una camicia di forza, per il momento gli elettori non l´hanno mandato. Ed a consolare il leader del centrodestra non può certo bastare la vittoria in Sicilia, contenuta rispetto alle previsioni, e l´aver portato con gran fatica la signora Moratti sulla poltrona di primo cittadino di Milano. "Apprensione" e "fiducia". Provando queste sensazioni Silvio Berlusconi ha aspettato di conoscere i risultati elettorali della mancata rivincita. Una "riperdita" come l´ha definita Massimo D´Alema. Ci aveva puntato il Cavaliere su questa consultazione che coinvolgeva mezza Italia e che, a un mese e mezzo dal voto per le politiche, poteva dargli un po´ di fiato. Si era speso in prima persona mettendosi a capo della lista di Forza Italia sia a Milano che a Napoli assicurando "una consulenza di governo" data la sua nota capacità. Lo potrà fare solo ad Arcore. Aveva fatto blitz e promesse, cercato di galvanizzare i suoi e demonizzare gli avversari. Alla fine si è trovato a doversi rammaricare del risultato di Napoli che gli ha sbattuto la porta in faccia e a doversi pentire di non aver voluto cedere a chi, anche tra i suoi alleati, avrebbe preferito un "election day" invece di far andare continuamente gli italiani alle urne. Ed a contare solo con il segno meno il numero dei voti raccolti da Forza Italia anche dove il centrodestra è riuscito a non perdere. Un segnale molto più preoccupante del risultato complessivo con cui, comunque, dovrà fare i conti. I segnali in questo senso arrivano chiari da An e Udc anche nei commenti al voto senza dimenticare che a fine giugno c´è il referendum, l´occasione per la "spallata" mancata finora. La scadenza cui Berlusconi ha deciso di dare "una forte connotazione politica". "Puntiamo tutto sul referendum" ha detto ai suoi l´ex premier. "Dobbiamo dimostrare che l´Italia è con noi".
Se va com´è andata non c´è che abbia molto da sperare. La lamentazione sull´incapacità di portare gli elettori di centrodestra alle urne è stato il motivo costante delle reazioni di ieri. Il 25 giugno dovrebbero tutti recarsi in massa alle urne. Anche la data scelta ad arte per depotenziare il referendum potrebbe rivelarsi un boomerang. La parola d´ordine imposta da Berlusconi ai suoi, dunque, è di gioire per la vittoria nell´"Italia produttiva che è con noi". Innanzitutto Milano e la Sicilia, regione riabilitata in tutta fretta, dato che solo pochi giorni fa Berlusconi ha ancora una volta ripetuto che il ponte sullo Stretto è un´opera necessaria per far diventare "l´Isola al cento per cento italiana". Importante considerare il bicchiere politico "mezzo pieno".
Berlusconi continua a puntare sul muro contro muro con il governo Prodi. Nonostante non tutti gli alleati siano disposti a seguirlo. Pier Ferdinando Casini anche ieri ha invitato a non radicalizzare lo scontro ma a prepararsi ad una dura opposizione in Parlamento. Ma da questo orecchio Berlusconi non sembra disposto. La prima scadenza che potrebbe dimostrare una inversione di tendenza rispetto al muro contro muro dei primi giorni della legislatura è quella delle presidenze delle Commissioni. Attraverso Maroni si viene a sapere che Berlusconi e Bossi in un summit ad Arcore avrebbero deciso che non c´è alcuna possibilità di dialogo. "Non parteciperemo all´incontro previsto con la capogruppo dell´Ulivo, Anna Finocchiaro". Contrapposizione. Non dialogo.
"Ulivo, non bastano i partiti"
Goffredo De Marchis intervista Fassino su la Repubblica
ROMA - Segretario Fassino, avete tirato un sospiro di sollievo? Non c'è stata la rivincita di Berlusconi. "Direi né rivincita, né spallata. Al contrario vedo un'estensione dei consensi dell'Unione in tutto il Paese. Mi riferisco alle vittorie straordinarie dei sindaci Veltroni, Chiamparino e Jervolino. Poi c'è la conferma di tante città governate dal centrosinistra: Ravenna, Rimini, Ancona, Siena, Cosenza. E ci sono nuove conquiste: Arezzo, Grosseto, Benevento, Crotone, con la provincia di Reggio Calabria. Un quadro confortante che conferma la forza del centrosinistra"
Con l'eccezione di Milano e della Sicilia, che non è poco.
"Anche lì il dato non è deludente, sia pure di fronte alla vittoria di Moratti e Cuffaro. A Milano abbiamo conteso Palazzo Marino fino all'ultimo voto e in Sicilia il divario si è dimezzato rispetto al 2001. E nel successo in tante città va sottolineata la buona performance dell'Ulivo. Dove invece c'erano le liste di partito, i Ds sono la forza trainante con incrementi significativi anche rispetto alle ultime elezioni".
Dal quasi pareggio del 9 aprile alla vittoria più chiara di ieri. Che cosa è cambiato?
"È mancata l'arma segreta di Berlusconi: la legge elettorale. Le amministrative ci dicono che il centrosinistra viene percepito dagli elettori come più affidabile, perché è in grado di proporre personalità sperimentate, che hanno costruito un rapporto molto forte con i cittadini. Il 9 aprile, con le liste bloccate e senza preferenze, il Cavaliere aveva divelto quello che è il nostro punto forte, cioè la maggiore credibilità dei candidati. Le vittorie di Chiamparino e Veltroni ne sono la manifestazione più evidente. Ma anche quella di Sturani ad Ancona, che ha vinto con il 58 per cento senza Prc. Per Berlusconi non ha pagato neanche la ricerca dello scontro frontale, l'assalto all'arma bianca. Mentre lui parlava di brogli i nostri sindaci hanno trasmesso un messaggio di serenità. Mi auguro che questo esito apra finalmente, dall'altra parte, una riflessione sul voto che fin qui non è stata fatta".
Il voto di ieri spiana la strada al partito democratico?
"Il voto rende ancora più evidente quanto una quota ampia di elettori si riconosca nell'Ulivo e quanto sia necessario aprire il cantiere della trasformazione da soggetto elettorale in un vero proprio partito democratico e riformista. È un'operazione ambiziosa, non una fusione a freddo tra Ds e Margherita. I due partiti sono stati i principali azionisti dell'Ulivo, ma se è vero che l'intesa tra di loro è necessaria è anche vero che non è una condizione sufficiente. Alla nascita del partito dell'Ulivo dobbiamo dare un respiro culturale e politico forte. I partiti non nascono a tavolino, sono figli di una società, delle sue aspettative. Apriamo una discussione: che idea abbiamo del futuro dell'Italia, del suo assetto sociale e produttivo, della sua collocazione internazionale? Sulla base di questo definiamo una carta fondativa. Parallelamente riflettiamo su quale dev'essere il modello organizzativo. Nulla sarebbe più contraddittorio, con il tempo dinamico in cui viviamo, del modello rigido e centralizzato dei partiti del '900. Per cui penso al nuovo Ulivo come una struttura federale, con forti leadership regionali e locali, in cui si esercita il ruolo determinante dei sindaci e degli amministratori. Penso a un partito che abbia una vita democratica vera e, sulla base dell'esperienza delle primarie, consenta agli aderenti di pesare e decidere".
Ds, Margherita e chi altro?
"Parte del progetto sono i Ds, la Margherita e non solo. Guardiamo ai socialisti, alla Rosa nel pugno, ad altre forze che si vogliono unire. Ma è importante come ci apriamo all'esterno: il cosiddetto popolo delle primarie, gli eletti a partire dai primi cittadini, il tessuto associativo. L'operazione dobbiamo pensarla così".
Come e dove si realizza?
"Nei prossimi giorni dovremmo avviare la costituzione di un comitato nazionale composto da esponenti dei partiti, eletti, rappresentanti della società, che sia la prima sede nella quale cominciare a sbozzare il progetto. Se il processo è ambizioso dev'essere una fusione calda, suscitare passione, mobilitare energie. Il voto di domenica ci dice che tutto questo c'è, si può fare. E i Ds sono pronti, come sempre. Siamo la forza che ha creduto di più nel processo unitario".
E tutto questo si può realizzare entro il 2007, come dice D'Alema?
"Vedremo. Non mi pare che il problema sia stabilire una data. Non partiamo dalla coda. Avviamo il cantiere, poi sarà lo stesso processo a indicarci le scadenze. Nessuno vuole prendere tempo, ma siamo tutti consapevoli che bisogna fare le cose per bene. Mi ha colpito che Filippo Andreatta, un ulivista convinto, abbia detto: facciamolo ma nei tempi giusti. Sappiamo che questa novità è necessaria e non possiamo ritrarci. Guai se qualcuno fosse risucchiato da un istinto di conservazione. Il progetto però ha bisogno di coinvolgere tante forze per essere solido".
Conferma che alla fine del cammino ci saranno le primarie per eleggere il leader?
"Sgomberiamo il campo da questo equivoco. Il leader è Prodi. Altra cosa è dire che, dopo aver fatto l'esperienza delle primarie, un partito democratico che voglia essere tale, d'ora in avanti sceglie i suoi dirigenti, ai diversi livelli, con forme partecipative che consentono agli aderenti di scegliere".
La sfida del partito democratico ha cancellato il suo rammarico per non essere entrato al governo.
"Ho scelto io di stare qui. Anche se leggo caricature del tipo: Fassino escluso dall'esecutivo o addirittura Fassino sconfitto. Vorrei far notare che dal 2001 a oggi, ho vinto tutto quello che c'era da vincere. Ma nel momento in cui la vittoria del 2006 ci mette di fronte a due grandi sfide, governo e nuovo partito, era giusto distribuire le forze. E io ho scelto consapevolmente di guidare i Ds per contribuire alla costruzione del partito dell'Ulivo. Il rammarico era puramente personale, non politico. Quando si scommette per cinque anni su un obbiettivo, tornare a governare il Paese, è logico poi volersi misurare in prima persona. Ma sono ben convinto della scelta che ho fatto".
Milano miracolo mancato
Dario Cresto-Dina su la Repubblica
Quant´è triste Milano, e quant´è sola. E quanta fatica fa la sua sinistra a fingere che basti sfiorare un sogno per crederlo realizzato. Certo, il segnale c´è stato, ma si è trattato appena di uno squillo di tromba al quale non è seguita la carica della fanteria. L´enclave berlusconiana non sarà più inespugnabile, come ha detto a scrutinio ancora aperto qualche dirigente diessino, ma il "partito non partito" del Cavaliere non solo tiene le posizioni dentro la trincea ma fa un balzo in avanti di quattro punti rispetto alle politiche di un mese e mezzo fa, si mangia un pezzo di An, Udc e Lega grazie a una propaganda mutuata da Bossi meno tasse, meno immigrati, meno Stato e piazza sulla poltrona di Albertini una donna che dai modi sembra uscita dall´Ottocento, che sarà pure l´antitesi della modernità, ma che già da oggi entra nella storia per essere la prima signora a guidare l´amministrazione di Milano.
E la sinistra? Se ne riparlerà nel 2011. Dopo aver utilizzato in questi ultimi quindici anni di delusioni ogni tipo di metafora possibile bisogna alfine pensare che ci sia addirittura qualcosa di quasi mitologico nell´ultima sconfitta del centrosinistra. E come se la vittoria fosse talmente circonfusa di bellezza da risultare accecante, impossibile da guardare. Una dea. In tanti, questa volta, hanno voltato la testa. Lo ha detto ieri, visibilmente amareggiato, il candidato dell´Unione Bruno Ferrante mentre spediva un mazzo di fiori al nuovo sindaco Letizia Moratti e meditava in cuor suo, sbagliando, di non fare il capo dell´opposizione per cercarsi prima di tutto un lavoro: "I partiti che hanno sostenuto la mia candidatura avrebbero potuto credere un po´ di più alla vittoria e invece ho avuto l´impressione che dopo il 9 aprile sia venuto meno molto entusiasmo".
A Milano, come a Roma, si è dato per scontato che solo un miracolo avrebbe potuto strappare la capitale del Nord e della "questione settentrionale" al centrodestra. L´ex prefetto, criticato per la scarsa passione, per le giacche grigie e la punta della cravatta tenuta dentro i pantaloni, in realtà i suoi talenti li ha portati a casa. Ha perso per soli 34mila voti contro un´avversaria che ha speso la cifra record di quattro milioni di euro, ha ottenuto più consensi della coalizione che lo ha sostenuto e ha spinto la sua lista vicina all´8 per cento, ad essere cioè la quarta forza cittadina. Un risultato che ci fa sospettare di non averlo capito fino in fondo. Oggi forse qualcuno gli dovrà le sue scuse.
La verità, come confessa il presidente della Provincia, il diessino Filippo Penati, è che questa volta non ha vinto la Casa delle libertà, ma ha perso il centrosinistra. Gli è mancata la fede. Una fede laica. Oppure, come accusa con la solita franchezza Massimo Cacciari, che vede in Milano il grande buco del Nord, il pozzo buio del centrosinistra, la vittoria possibile è sfumata "per colpa dell´ignavia dell´Unione che ha silurato la candidatura di Veronesi". A Milano, spiega Cacciari, per recuperare consensi servono impegno politico, capacità di comunicazione, programmi che permettano di dialogare con le forze imprenditoriali tipiche del suo territorio: "Si tratta di un lavoro certamente lungo e difficile che pochi cercano di portare avanti e che il centrosinistra non ha compreso".
Quant´è triste Milano e quant´è sola se lo stesso Umberto Veronesi fa notare con eleganza ma prendendosi una piccola soddisfazione che il centrosinistra a Milano aveva le stesse chance di vittoria del centrodestra come pensiero, programma e candidato: "Da amico personale di Ferrante posso dire che, al di là del ruolo politico, la sua figura umana e i suoi grandi valori non sono stati messi abbastanza in evidenza. Come ha detto Veltroni, il sindaco è il primo cittadino e non solo il responsabile della gestione della città. Ecco, forse il cittadino Bruno Ferrante non è stato al centro della campagna elettorale come poteva essere".
Ricominciare dopo la quarta sconfitta consecutiva sarà più difficile. Soprattutto se si lascerà sventolare al centrodestra, come si stanno vantando in queste ore le sue avanguardie, la bandiera dei moderati e del riformismo.
Un vessillo impugnato fin qui con troppa tiepidezza dalla lista dell´Ulivo che ha ottenuto un risultato al di sotto delle attese soprattutto perché gli esponenti di Ds e Margherita hanno dato l´impressione di preferire una campagna elettorale separata a una unitaria. Come intimoriti dal dibattito sul partito democratico e sul futuro di Ds e Dl, confronto che a Milano sta aprendo un solco profondo tra anticipatori e frenatori sia nei due partiti sia all´interno della potentissima Camera del Lavoro. Preoccupati dai loro interessi futuri troppi hanno perso di vista il presente. Ancora una volta la sinistra non ha saputo parlare alla nuova Milano se non con parole vecchie e abusate e, oggi, facendo i conti scopre che, rispetto al 9 aprile, oltre 70mila dei suoi elettori non sono andati a votare. Il 18,32 per cento. Un fronte astensionista appena al di sotto di quello che avrebbe dovuto affossare la Cdl e non l´ha fatto.
Nella dirigenza dell´Unione per ora nessuno parla di dimissioni, e nessuno, salvo qualche voce isolata, le chiede, ma il clima proprio sereno non è.
Referendum, parte la campagna elettorale
Wanda Marra su l'Unità
Dopo il successo delle amministrative entra nel vivo la campagna referendaria per il no alla devolution, varata dal centrodestra. Si vota il 25 e il 26 giugno, domenica e lunedì per respingere una riforma che aumenta moltissimo i poteri del Capo del Governo e dà alle Regioni competenze assoluta in materia di sanità, istruzione e sicurezza. Trattandosi di un referendum confermativo non c'è quorum, ma per attribuire la vittoria si conteggeranno le schede. Per cancellare la devolution si dovrà sbarrare il no, per mantenere la riforma il sì. Mentre il centrosinistra, Ulivo in testa con ipotesi di apposito opuscolo, inizia la campagna per il no, nella Cdl il sostegno al sì è meno compatto, con l'Udc divisa. Tanto che la Lega organizza degli osservatori per valutare l'impegno degli alleati.
Prima manifestazione dei sostenitori del no domani sera a Firenze con una fiaccolata in una data dal valore altamente simbolico (il giorno prima della Festa della Repubblica). Ci saranno, tra gli altri, il Presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro (che si è impegnato in prima persona già nella raccolta delle firme), il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, il sindaco Leonardo Domenici.
Intanto, ieri durante un convegno sulle origini della Repubblica a Montecitorio Fausto Bertinotti ha sottolineato che "non ci potrebbe essere testimonianza migliore della forza e della vitalità della Costituzione e della democrazia che la partecipazione in massa di tutti i cittadini alla prossima consultazione referendaria". Mentre Casini nella stessa occasione ci ha tenuto a ricordare "nell'imminenza di un referendum che deciderà della più ampia e incisiva riforma costituzionale dal 1948 ad oggi" che l'esperienza costituente "non è nel patrimonio di questa o di quella forza politica".
Per lanciare la campagna della Quercia, oggi si riunisce la direzione Ds. Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria, spiega che i Ds esprimeranno "un no di merito e non ideologico ad una riforma che è una miscela di centralismo e separatismo, che impedisce di realizzare quello di cui l'Italia ha bisogno: un vero federalismo democratico, con maggiore chiarezza tra le competenze delle regioni e degli enti locali, con una revisione della riforma del 2001". Quella della Cdl, spiega, "è una riforma che peraltro contiene un vero inganno, quando ad esempio promette una drastica riduzione del numero dei parlamentari, ma a partire dal 2016. Con un vero Senato delle regioni, quale quello che proponiamo noi, sarà invece possibile molto prima". La Margherita dal canto suo, ieri in una riunione, ha proposto di impostare e gestire la campagna referendaria a nome dell'Ulivo. E effettivamente il gruppo dell'Ulivo alla Camera starebbe pensando a un opuscolo. Il libretto potrebbe avere alcune parole chiave come "confusione" o "pasticcio". Altro leit motiv potrebbe essere quello della "lottizzazione" della Carta. Rc sta organizzando assemblee ed iniziative pubbliche per spiegare quali sono i pericoli contenuti nella riforma della Costituzione, Mentre la Iervolino ha messo ha disposizione il suo comitato.
Intanto si è costituito il comitato unitario della Cdl per il sì, con rappresentanti di tutti i partiti, compreso il senatore Giuseppe Naro dell'Udc. Ma tra i centristi la situazione è piuttosto agitata. Follini e Tabacci, tra gli altri, hanno già annunciato il loro no, il partito invece, per bocca del segretario Cesa, ha rimandato ogni decisione formale al 7 di giugno. Casini e Cesa comunque, si muovono verso il sì. Sintomatiche le parole del leader dei giovani centristi, Domenico Barbuto: "La linea dell'Udc sul referendum è a dir poco altalenante". La Lega, invece ha addirittura varato una sorta di task force composta dai dirigenti locali che, oltre a fare campagna referendaria a tappeto dovranno valutare l'impegno dei partiti alleati nella promozione del sì. FI ha dato il via alla mobilitazione online con il sito www.sivotasi.it. E il 6 giugno si terrà l'esecutivo di An, con all'odg le iniziative per il referendum.
Referendum, votare "no" per avviare una Costituente
Augusto Barbera e Stefano Ceccanti sul Corriere della Sera
E' da oltre un mese che, in varie occasioni, abbiamo dichiarato il nostro "no" al referendum costituzionale del 25 giugno. Non è un Ni, ma un No rafforzato che riteniamo più efficace perché allarga il fronte a coloro che pur di avere una riforma qualsiasi sono tentati dal Sì o dall'astensione. Il motivo del nostro No è semplice. Si tratta di una riforma "sgangherata", che raggiunge risultati opposti a quelli che dice di voler perseguire. La funzionalità del governo viene ulteriormente compromessa dal potere di veto concesso a piccolissimi partiti; il bicameralismo non è affatto superato, le differenze tra Camera e Senato aumentano il rischio di paralisi; nulla è chiarito sulla sovrapposizione di competenze della cosiddetta devolution. Perché un autorevole commentatore come il professor Giovanni Sartori sul Corriere abbia definito questa posizione come un "ni" ci è incomprensibile dal punto di vista tecnico e soprattutto da quello politico. Noi sosteniamo, e non da oggi, che nella Costituzione deve essere introdotto il principio della scelta popolare del governo, analogamente a quanto già accade con ottimi risultati nei comuni, nelle provincie e nelle regioni. Crediamo nella necessità di forti garanzie costituzionali, di fronte a un esecutivo che fosse reso più forte. Il professor Sartori sa bene che quel modello è condiviso non solo da vari costituzionalisti, ma anche da scienziati della politica autorevoli quanto lui, a partire da Maurice Duverger. Consideriamo superato e ormai insostenibile il bicameralismo ripetitivo. E infine pensiamo che debbano essere corretti gli errori della riforma del titolo V del 2001, che ha dato la stura a un mare di controversie.
Proprio questi sono gli argomenti politicamente più forti per votare "no". Perché nonostante le buone intenzioni di Calderisi e di Taradash, è chiaro che se vince il "sì" non si cambierebbe una Costituzione modificata in 57 articoli e confermata dal "sì" popolare. Saremmo quindi condannati a un meccanismo farraginoso.
Per cambiare seriamente proponiamo invece un metodo costituente; e anche questa è una novità possibile solo se vince il "no". Neppure questo piace al professor Sartori. Pazienza. Ma a noi interessa rivolgerci alla parte più riformista del Paese; a quelli che dopo la assurda legge elettorale vogliono riprendere la battaglia per il maggioritario e sperano che la transizione si chiuda con una Costituzione che detti le regole per un bipolarismo moderno e una alternanza equilibrata. A questi diciamo che la vittoria del "no" è la strada per un cambiamento vero. E diciamo soprattutto che la bocciatura di questa riforma, mettendo la parola fine all'infausta stagione dei cambiamenti unilaterali della Costituzione, aprirebbe le porte a quella fase "costituente" che il Presidente Napolitano ha indicato sin dal discorso alle Camere.
Chi l'ha detto che una battaglia binaria funzioni meglio se condotta da posizioni estreme o del tutto reticenti sui passaggi successivi? Mai le battaglie referendarie, soprattutto quelle più incerte, sono state vinte sul versante del "no" appaltandole, dichiaratamente o implicitamente, alle minoranze estreme che non si fanno carico delle modifiche comunque necessarie. Ci sembra che così facendo il nostro sia un No rafforzato, sia tecnicamente sia soprattutto politicamente.
Firmano anche:
Natale D'Amico, Enrico Morando Antonio Polito, Mario Segni
Mussi: "Si alla ricerca sugli embrioni"
Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera
BRUXELLES - L'Italia apre alla ricerca europea sulle cellule staminali, comprese quelle estratte dagli embrioni. Il ministro per l'Università e la ricerca, Fabio Mussi, lo ha annunciato ieri a Bruxelles, dove ha partecipato al Consiglio competitività. "Ho ritirato il sostegno alla dichiarazione etica contro lo sviluppo nella Ue della ricerca sulle staminali, firmata nel novembre scorso da Germania, Austria e altri Paesi", ha detto Mussi. La decisione, che ha subito suscitato le polemiche dell'opposizione, ha un'importante ricaduta italiana: "Spero di trovare spiragli per cambiare la legge nel nostro Paese", ha aggiunto il ministro diessino, ottenendo l'appoggio "a titolo personale" dalla collega Emma Bonino (Politiche comunitarie e Commercio estero).
DOPPIO FRONTE - Mussi, dunque, a sorpresa, apre un doppio fronte di intervento, sull'asse Roma-Bruxelles. Nella maggioranza si accende la discussione su come modificare la legge sulla fecondazione assistita, la numero 40 approvata nel 2004 dal centrodestra e uscita indenne dal referendum abrogativo del 12-13 giugno 2005 (non valido per mancanza di quorum). Il presupposto della legge 40 è la massima tutela dell'embrione (l'ovocita femminile fecondato dallo spermatozoo): le norme consentono di utilizzarne al massimo tre per procurare la gravidanza. In altri Paesi (Belgio e Spagna per esempio) non esistono limiti e anzi gli embrioni si possono congelare e utilizzare in un secondo momento, oppure se non sono più necessari per la fecondazione ("sovrannumerari") vengono messi a disposizione dei ricercatori. Ed è proprio qui che Mussi vede "margini di azione" e "possibilità di dialogo anche con le componenti cattoliche della coalizione, basta vedere le recenti aperture di Rosy Bindi". Il ministro diessino tiene a precisare che "bisogna rispettare la legge, ma basterebbe poter destinare alla ricerca scientifica le cellule staminali ricavate dagli embrioni sovrannumerari".
POLEMICHE ITALIANE - Nella scorsa legislatura il leader della Margherita, Francesco Rutelli, aveva presentato un progetto di legge che ammetteva l'impiego per usi scientifici di cellule staminali adulte, fetali, oppure estratte dal cordone ombelicale. Il testo escludeva, però, le cellule embrionali e per questo motivo fu firmato anche da parlamentari dell'Udc, a cominciare da Rocco Buttiglione. Ora Mussi vorrebbe fare "un passo avanti". Le reazioni del centrodestra sono aspre. Lo stesso Buttiglione preannuncia una mozione di sfiducia contro il neoministro, mentre Gianni Alemanno (An) chiede che Mussi riferisca in Parlamento e l'ex titolare delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri (An), si dichiara "sdegnato".
Sull'altro versante interviene a sostegno di Mussi l'oncologo ed ex ministro Umberto Veronesi: "Da anni sostengo che esistono nei nostri centri embrioni sovrannumerari destinati alla morte sicura e che potrebbero essere molto utili alla ricerca scientifica".
Il dibattito su embrione "sì o no" è complesso: alle ragioni etiche si sommano argomentazioni scientifiche di segno opposto. C'è chi sostiene che solo le staminali adulte assicurino risultati nel contrasto dei tumori, di malattie gravi come l'Alzheimer o il diabete avanzato. Ci sono scienziati che, invece, ritengono fondamentale scommettere anche sulle staminali embrionali.
PROGRAMMI EUROPEI - Il confronto, del resto, si sta sviluppando su scala europea. Negli ultimi cinque anni la Ue ha finanziato, con circa 60 milioni di euro, otto progetti (dagli studi cardiovascolari alla cura del diabete) che sfruttano sia le staminali adulte che quelle embrionali. Le regole, però, sono molto selettive: l'utilizzo dell'embrione è consentito, caso per caso, solo se i ricercatori sono in grado di dimostrare, tra l'altro, che non esistono possibilità alternative di sperimentazione. In questi mesi i ministri stanno discutendo se confermare questi requisiti nell'ambito del "settimo programma quadro di ricerca scientifica (2007-2013)". Nel novembre scorso si era formata una "minoranza di blocco" composta da sei Paesi: Germania, Austria, Italia, Polonia, Malta e Slovacchia. Questo schieramento chiede di cancellare tutti i finanziamenti europei per sperimentazioni su staminali embrionali. Adesso l'Italia si sfila e si colloca sul fronte "aperturista" di 15 Paesi, guidato da Gran Bretagna, Francia, Olanda e Spagna. A questo punto dovrebbero esserci i numeri per approvare il "settimo programma quadro", capitolo embrione compreso.
31 maggio 2006