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sulla stampa
a cura di G.C. - 30 maggio 2006


Roma, Napoli e Torino subito all'Unione
Il centrodestra tiene Milano e la Sicilia
Lorenzo Fuccaro sul
Corriere della Sera

ROMA - Il quadro politico dopo questa tornata amministrativa che ha coinvolto venti milioni di cittadini non cambia. L'avviso di sfratto che secondo Silvio Berlusconi gli elettori moderati avrebbero dovuto inviare alla maggioranza di centrosinistra non c'è stato. Le giunte delle principali città coinvolte nel rinnovo dei consigli non mutano di segno politico e i rapporti di forza tra gli schieramenti restano sostanzialmente inalterati.

PROIEZIONI - Lo spoglio delle schede procede a rilento ma stando alle proiezioni la situazione sarebbe la seguente. Milano resta al centrodestra con l'ex ministro Letizia Moratti (51,2%) che ha prevalso su Bruno Ferrante (47,7%) in campo per l'Unione. A Torino il diessino Sergio Chiamparino (66,6%) viene riconfermato sindaco con una schiacciante vittoria sullo sfidante il centrista Rocco Buttiglione (29,4%). Nella capitale il sindaco diessino Walter Veltroni (61,7%) prevale su Gianni Alemanno (36,8%) di Alleanza nazionale, mentre a Napoli dove la Casa delle libertà attendeva che il suo candidato, l'ex questore ora senatore azzurro, Franco Malvano, andasse al ballottaggio, è stato confermato il sindaco uscente del centrosinistra, Rosa Russo Iervolino (Margherita): 58,1% contro 37%.
L'altro appuntamento rilevante è stato il rinnovo della presidenza della Regione Siciliana. Il governatore uscente Salvatore Cuffaro (Cdl) ha sconfitto la sfidante dell'Unione Rita Borsellino: 53,1% contro 41,6%. In Sicilia si è registrato in maniera marcata il fenomeno del voto disgiunto e ciò ha avvantaggiato la Borsellino che ha guadagnato circa cinque punti percentuali in più rispetto ai partiti coalizzati nell'Unione che si sono fermati al 36,6%, mentre un fenomeno opposto ha coinvolto Cuffaro: la Cdl, infatti, ha totalizzato il 60,9%, ossia otto punti più di quanti ne abbia conquistati il presidente della Regione. Più in generale si può dire che tranne per Torino città, i rinnovi dei consigli comunali e provinciali nell'Italia Settentrionale vede prevalere il centrodestra. A Treviso passa Leonardo Muraro (Cdl) su Lorenzo Biagi (Unione).

In Toscana il centrosinistra mantiene la provincia di Lucca. Cambia di segno politico il Comune di Arezzo: dal centrodestra al centrosinistra. E a Orbetello diventa sindaco l'ex ministro dell'Ambiente Altero Matteoli (An).

AFFLUENZA - Un altro elemento significativo di questo appuntamento elettorale è che si è svolto in due giorni e non in uno soltanto, come avvenne nel 2001. C'è da dire però che la tornata amministrativa di cinque anni fa era abbinata alle politiche. E forse, anche per questo motivo, l'affluenza di domenica e lunedì è stata davvero bassa: 71,2% per le comunali contro l'80,6% del 2001 (ma si votava in un solo giorno) e la flessione è stata ancora più marcata rispetto alle politiche di aprile dato che in un mese e mezzo sono venuti meno circa 12 punti percentuali.

In ogni caso, quando lo spoglio sarà ultimato i gruppi dirigenti dei partiti, in particolar modo quelli dell'opposizione, saranno chiamati a decidere come muoversi in futuro. E nel futuro prossimo, il 25 e 26 giugno, c'è il referendum sulla riforma costituzionale, che, oltre alla devoluzione, tanto cara alla Lega nord, ridisegna il profilo del premier. Ed è un appuntamento sul quale Berlusconi ripone grande affidamento per tentare di dare quella spallata che non è riuscita domenica e lunedì.


La rivincita mancata
Massimo Giannini su
la Repubblica

La rivincita. La spallata. Lo sgambetto. Il calcio nei denti. Qualunque sia la definizione lessicale, il tentativo politico di Berlusconi è fallito. Le elezioni amministrative come strumento di una jacquerie carnevalesca che avrebbe dovuto avviare il processo di definitiva delegittimazione del centrosinistra al governo. Il voto locale come primo passo di una Vandea populista che, attraverso la tappa successiva del referendum sulla devolution, avrebbe dovuto sancire l'irrilevanza del voto nazionale. Se questo era il progetto del Cavaliere, non ha funzionato. Dalle urne di 1.200 comuni, di 8 province e della Regione Sicilia non è uscito nessun ribaltone. I quasi 15 milioni di italiani che tra domenica e lunedì sono andati a votare non hanno invertito il risultato del 9-10 aprile. Al contrario.

Hanno consolidato il successo dell'Unione, che alle politiche era risultato millesimale, ma che a questo punto si rivela un po' più solido e un po' meno effimero di quanto non era apparso un mese e mezzo fa.
Il centrosinistra, a questo punto, non ha più alibi. Non gli resta che governare. Con la ragionevole prospettiva della legislatura. Può contare su un asset in più, oltre a quei 130.793 voti di maggioranza che ha ottenuto un mese e mezzo fa. Ha una base su cui costruire: circa 2,9 milioni di voti dei giovani, che secondo uno studio di Paolo Segatti appena pubblicato dall'Università di Milano hanno votato in massa per il centrosinistra. Ha un patrimonio da valorizzare: la lista unitaria dell'Ulivo, che anche in questa tornata locale ha dato un ottimo raccolto, e che a questo punto sarebbe un delitto non far fruttare nel partito democratico.

Il centrodestra conserva solo la Sicilia con Cuffaro, e si tiene a fatica Milano con la Moratti. Il centrosinistra vince nelle grandi città, prevale nei comuni minori e strappa al Polo Arezzo, Grosseto, Benevento, Crotone e la provincia di Reggio Calabria. Nel complesso, nei 23 comuni-capoluogo in cui si partiva da un rapporto di 12 a 11, i rapporti di forza si rovesciano: ben 14 all'Unione, solo 4 al Polo e 5 destinati al ballottaggio.

Non era un risultato scontato. Dopo il trionfo alle politiche del 2001, una "stangata" di ritorno toccò anche alla Cdl nelle comunali dello stesso anno, e soprattutto alle regionali del 2003. Stavolta la riscossa dell'opposizione era persino più giustificata. La partenza di Prodi è stata confusa e faticosa. La maggioranza unionista ha sprecato un mese a discutere organigrammi e a oscurare programmi. Il governo è nato tra le polemiche, culminate nella querelle geo-politica: l'assenza clamorosa di ministri del lombardo-veneto, cioè di quella metà più moderna e dinamica del Paese che non ha creduto alla scommessa prodiana ed è rimasta aggrappata al miraggio berlusconiano. Ce n'era abbastanza per temere una crisi di rigetto. E invece l'elettorato non solo non ha punito il centrosinistra, ma l'ha premiato con un ulteriore aumento dei consensi.

Sul trionfo di Walter Veltroni a Roma non c'è molto da dire. Si prevedeva un plebiscito, e di plebiscito si è trattato. Non poteva bastare la buona volontà di un ex ministro di An come Alemanno, per fermare la "gioiosa macchina del consenso" veltroniana. Sul fronte opposto, qualcosa in più c'è da dire sulla conferma di Cuffaro alle regionali siciliane. Prevedibile anche questa, ma con uno scarto molto più consistente di quello che si è registrato. Il centrodestra ha perso terreno. Rita Borsellino si è rivelata una sfidante assolutamente all'altezza. I tempi del 61 a 0 sembrano lontani. Il monocolore azzurro, oggi, è visibilmente sbiadito.

Le vere sorprese di questo voto sono altre. Riflettono una realtà locale, ma servono a descrivere una verità nazionale. La prima sorpresa riguarda il Nord, dove il monolite polista mostra crepe tangibili. A Milano l'Unione ha sfiorato il miracolo. Nella "capitale morale", da sempre considerata l'inespugnabile casamatta del potere azzurro, Letizia Moratti ha evitato il ballottaggio con Ferrante grazie a un margine esiguo. La cassaforte del Nord, evidentemente, non è poi così blindata. E questo già dovrebbe bastare, per convincere il centrodestra a una riflessione.

Ma è ancora di più su Torino, che il Polo dovrebbe riflettere. Quella di Sergio Chiamparino, per quantità e qualità, è stata molto di più che una vittoria. Oltre tutto, ottenuta a spese di un altro ministro del governo uscente come Buttiglione. È un premio alla buona amministrazione, certo. È il dividendo del progressivo risanamento Fiat e delle Olimpiadi invernali, senz'altro. Ma è anche un segnale preciso: in quel Profondo Nord, dove pulsa il cuore della ricchezza italiana e della biografia berlusconiana, il centrosinistra ha ancora ottime chance, se solo si convince a parlare il linguaggio della modernità e del riformismo.

La seconda sorpresa riguarda Napoli. La bella vittoria di Rosa Russo Iervolino vale molto di più della semplice riconferma di un sindaco. A Napoli Berlusconi era capolista. Le uniche, tonitruanti scorribande tipiche delle sue campagne elettorali il Cavaliere le ha fatte proprio nel capoluogo campano. Ben tre volte ha attraversato la città partenopea, dal Vomero a piazza del Plebiscito. Ma comizi pirotecnici e bagni di folla festante non sono bastati a far vincere Malvano. Per l'ex premier, che ha costruito la sua avventura sulla mitopoiesi del vincitore, è insieme una sconfitta politica e una disfatta personale. Anche in questo caso, per il centrodestra c'è materia per riflettere.
...

Il leader carismatico, personalizzando il conflitto e caricandolo di ideologia, smuove dal torpore l'Italia di mezzo, trascina al voto una parte di quel 10% di "elettori apatici" che non votano e non si interessano di politica. È quello che è avvenuto il 9-10 aprile su scala nazionale, e spiega la formidabile rimonta del Polo. Ma alle amministrative l'ingranaggio si inceppa. Dove la politica si sposa con il territorio, il profilo del Cavaliere o è assente e dunque non traina (come è successo a Milano) o è troppo ingombrante e quindi fa ombra ai candidati locali (come è capitato a Napoli).

Se la riflessione si fermasse qui, il centrodestra potrebbe continuare a confidare nelle inesauribili doti taumaturgiche del suo capo, aspettando le prossime elezioni politiche. Ma quanto può reggere questa formula marcusiana di "alleanza a una dimensione", che il Polo ha costruito intorno alla figura del suo fantasioso "maieuta"? Alle politiche di aprile Forza Italia ha già perso 2 milioni di voti rispetto al 2001. A queste amministrative, il partito personale del Cavaliere è crollato ancora. Di schianto in città come Torino e Roma, ma comunque di misura nel resto dei comuni e delle province. La Lega è sempre più rinchiusa nella ridotta Padana, pronta a consumare le sue vendette autonomiste dopo il referendum di giugno. An tiene, l'Udc continua a guadagnare voti.

Fino a quando Fini e Casini saranno disposti a rimandare la resa dei conti?



Troppa fretta cavaliere
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera

Va a votare poco più del 70 per cento degli elettori, quasi il dieci in meno non delle elezioni politiche, ma delle ultime amministrative. E come (quasi) sempre quando l'affluenza è scarsa, annotano molti esponenti del centrodestra, le cose vanno peggio per la Casa delle Libertà. Vero. Un'esperienza ormai consolidata, però, insegna pure che il centrodestra riesce a portare in massa i suoi sostenitori alle urne e fare il pieno dei voti solo quando c'è in campo in primissima persona Silvio Berlusconi, e in gioco il governo del Paese. Può darsi che, in un futuro imprecisato, questa regola non scritta decada. Ma per il momento è in vigore. E dunque c'è da chiedersi perché mai Berlusconi abbia voluto attribuire con tanta enfasi a questo voto il significato di una rivincita.
Come se l'esito delle ultime elezioni politiche non fosse ancora pienamente agli atti, e la Casa delle libertà pensasse di poterlo rovesciare rapidamente, quasi si trattasse di un risultato provvisorio. Per quel che è dato capire, gli elettori (quelli di centrodestra per primi) non la pensano esattamente così. Danno, piuttosto, l'impressione di voler tirare un attimo il fiato e di essere comunque poco disposti a impegnarsi in uno scontro frontale prolungato all'infinito. Niente rivoluzioni elettorali: piuttosto, salvo rare eccezioni, conferme. Di spallate non ce n'è traccia. E nemmeno di terremoti. Basta guardare alle contese più significative, anche dal punto di vista simbolico. Il centrosinistra, che pure le sue preoccupazioni della vigilia le ha avute, riguadagna di slancio tutte o quasi le posizioni, quelle certe (Roma, Torino) e pure quelle (valga per tutti l'esempio di Napoli) che sembravano, nelle ultime settimane, essersi fatte meno sicure. Un po' poco per parlare di quella luna di miele con gli elettori che dovrebbero vivere i vincitori nei loro primi cento giorni al governo, abbastanza per tirare qualcosa più di un sospiro di sollievo.

Il centrodestra riconquista, come era nelle previsioni, il suo granaio siciliano. E quasi certamente Milano, ma in questo caso con un risultato inferiore alle aspettative. E molte delle sue roccheforti in un Nord che comunque sembra più complesso e sfaccettato di quanto dicessero, dopo le elezioni politiche, molte analisi sulla questione settentrionale. Farebbero bene a rifletterci su, i leader della Casa delle libertà, e in primo luogo Berlusconi, che ha voluto dare a questa prova elettorale le caratteristiche di una decisiva partita di ritorno. E' difficile immaginare una rapida correzione di tiro, una realistica presa d'atto della necessità di abbandonare le illusioni sulla guerra lampo per predisporsi, invece, a una campagna lunga e complessa, cominciando con il riconoscere la vittoria, seppure striminzita, del centrosinistra, e la piena legittimità di maggioranza e governo. Anche perché non si può nemmeno escludere che il 25 giugno a dare il segnale della riscossa sia un successo del sì nel referendum sulla riforma costituzionale. Berlusconi ci fa affidamento, ma, specie dopo questo voto, sembra molto più probabile che le cose vadano in senso opposto.



Avviso di sfratto a Berlusconi
Antonio Padellaro su
l'Unità

Due dati saltano agli occhi. L'Unione non solo vince nella maggior parte delle città, ma con i suoi candidati raccoglie dei veri e propri plebisciti. La Cdl prevale in Sicilia e Letizia Moratti è in vantaggio a Milano ma quasi dappertutto il centrodestra arretra rispetto a cinque anni fa. Due conclusioni si possono già trarre. Dal punto di vista amministrativo, l'Italia è sempre più di centrosinistra. Dal punto di vista politico la spallata a Prodi, che Berlusconi aveva chiesto a gran voce, non c'è stata. Mentre, nel centrodestra, sono molte, adesso, le voci che contestano il cavaliere azzoppato e la sua strategia del muro contro muro. Ma vediamo meglio cosa è successo.
Il sindaco di Roma Walter Veltroni, quello di Torino Sergio Chiamparino, quello di Napoli Rosa Russo Jervolino, quello di Ancona Fabio Sturani, per citare le città più importanti, vengono confermati con percentuali a dir poco imbarazzanti. Nella capitale, l'ex ministro Alemanno (tra i più presentabili della stagione berlusconiana), subisce una memorabile sconfitta; e ciò in una metropoli dove in passato la destra è sempre stata ben radicata e in grado di competere per il successo finale. Merito certamente della grande popolarità, trasversale, accumulata dal sindaco che rafforza in questo modo una leadership che supera i confini del Campidoglio.
Colpisce la dichiarazione dello sconfitto ("abbiamo evitato lo sgretolarsi del centrodestra"), quasi soddisfatto che il suo insuccesso non abbia raggiunto dimensioni catastrofiche. Contento lui.
A Torino si registra l'umiliazione elettorale di un altro ex ministro, Rocco Buttiglione, mandato alla sbaraglio dal capo supremo in maniera perfino ingiusta, gettato sul ring all'ultimo momento. Il candidato della Cdl è finito al tappeto, quasi doppiato da Chiamparino che al termine dello spoglio ha cercato cavallerescamente di non infierire. A Napoli, malgrado gli sforzi profusi da Berlusconi la Jervolino ha prevalso bene e al primo turno sull'ex questore Malvano, uomo d'ordine ma in qualche caso sostenuto da personaggi non esattamente integerrimi. Sono risultati che mettono in evidenza la diversa consistenza delle due classi dirigenti. Quella del centrosinistra, che rafforza la propria credibilità nel governo delle città candidandosi per ruoli nazionali. Quella del centrodestra, maltrattata dal Crono miliardario che invece di investire sui migliori li divora.
Letizia Moratti è l'unico ex ministro che sembra farcela a Milano. Ha rischiato, però, visto che i sette punti di vantaggio che l'ex sindaco Albertini le ha lasciato in dote si sono ridotti a non più di un paio. Nella capitale industriale l'Unione dell'ex prefetto Ferrante ottiene un risultato al di sopra delle aspettative; ma non abbastanza per annullare quell'effetto Nord che da più di un decennio consente alla destra una sorta di rendita di posizione. Ma è dalla Sicilia che arriva il segnale più inatteso. Nell'isola dove soltanto cinque anni fa la destra aveva preso di tutto e di più, il presidente Cuffaro, formidabile collettore di preferenze, festeggia fino a un certo punto una vittoria che dovrà condividere con gli esigenti autonomisti di Lombardo. La novità è il 43 per cento di Rita Borsellino, candidata-simbolo della lotta per la legalità e in grado di condurre l'Unione alla riscossa e a un risultato di forte valenza politica.
Sono elezioni amministrative ed era impensabile che potessero avere conseguenze politiche (nel bene e nel male) sul governo Prodi al lavoro da soli dieci giorni. Di politico resta lo smacco di Berlusconi che ancora una volta non ha risparmiato insulti e minacce alla controparte sperando in un recupero bis, come alle politiche. Questa volta, tuttavia, quegli stessi elettori che il 10 aprile egli aveva quasi materialmente convinto a seguirlo ai seggi hanno preferito restarsene e casa.

Nella Cdl si cominciano a fare i conti e se anche il referendum del 25 giugno sulla devolution dovesse andare male la coalizione potrebbe cominciare a perdere i primi pezzi, come del resto già preannunciato dalla Lega. E così queste elezioni che dovevano dare lo sfratto a Prodi sembrano destinate a creare molti problemi a Berlusconi.


Il marchio di fabbrica nella città dei danée
Paolo Berizzi su
la Repubblica-Milano

Quelli che Milano "l´è inscì, tuta d´ora e dané". Quelli che "tanto si sapeva". Quelli che l´ottimismo progressivo (per la serie: dai e dai, prima o poi, un giorno, chissà...). Quelli che la Moratti è la Moratti, e poi il modello azienda, e la tecnocrazia, e Berlusconi, e la rivincita.
Quelli come Confalonieri: "Se non vincevamo neanche qui, era l´addio!". A che cosa non ha specificato. Quelli che la macchina elettorale e il senno di poi. Bisognava candidare tizio, anzi no, Ferrante andava bene, però... Ci sono tanti modi di accogliere un verdetto. E altrettanti per frullarlo. Il più "fazioso", per sua stessa ammissione, è quello di Enzo Biagi. "Una volta le signore si dedicavano al ricamo o agli orfanelli - chiosa il giornalista dal suo pensatoio sospeso in Galleria - . La signora Moratti ha deciso di darsi alla politica. E suppongo che abbia deciso di essere di destra per ragioni economiche". Sottile. Come il filo di lana che per molte ore, troppe secondo i novelli fautori dell´election day, ha tenuto col fiato sospeso una città divisa. Di più, frammentata. Pezzi di morattiani e ferrantiani. Freddino il centro. Periferia più energica, più allenata nell´uscire di casa per andare alle urne. Dentro questo ennesimo lunedì di passione, si fa per dire, dentro questa Milano sfinita dalla stagione elettorale, per metà nauseata per metà distratta, i grandi elettori sono rimasti tutti lì; nel chiuso dei loro uffici, dei loro atelier, solo un poco distratti dai consigli di amministrazione, dai bilanci da far quadrare, dalle beghe aziendali e dai progetti da far lievitare. "Allora, quanto stanno?", chiede prima delle sette della sera il finanziere Francesco Micheli. A quell´ora tira ancora aria di pareggio. Quarantanove e nove, quarantotto e sei. Lo attende un Pollini alla Scala, ma l´imprenditore dedica un pensiero alla scarsa affluenza (ai seggi) dei milanesi. "La gente ne ha piene le tasche delle risse politiche, di votare continuamente. Questo è il risultato". Uscito dal Piermarini Micheli ne apprende un altro di risultato. Il cappello di Donna Letizia è posato sulla vittoria: "Farà molto bene. Ci conosciamo fin da ragazzini. La stimo molto, così come stimo molto Ferrante". Ecumenico. Ma a sera, a urne chiuse, di milanesi pronti a schierarsi ce n´è molti.
Che il centrosinistra potesse fare il miracolo nella città dei danée - almeno a sentirli adesso - erano in pochi a pensarlo. Uno di questi, forse, era Piero Bassetti. Pare davvero amareggiato l´ex presidente della Lombardia: "Tifavo Ferrante, non è un mistero. Ma alla fine la città si è di nuovo piegata al modello padronale, che evidentemente tira ancora". Uno che ha sempre la battuta pronta, Bassetti. Oggi però non è giornata. C´è allora Fedele Confalonieri, altro campione nell´arte lieve dello sdrammatizzare. "Meno male che alla fine la Moratti si è ripresa - scherza a metà pomeriggio, coi suoi collaboratori, il presidente di Mediaset - Altrimenti qui era la fine del mondo". A chi gli chiede (siamo sempre nel momento parziale del pareggio) "e se ci fosse stato lei al posto di Letizia?", Fidel risponde come un fulmine: "Ofelée fa el to meste". Riconoscerà più tardi Confalonieri che molto merito va anche a Berlusconi: "Dopo le ultime elezioni, ha voluto dare una bella mano a Milano".
Già, l´effetto rivincita. La riscossa che parte dalla roccaforte di sempre. Milano col cuore a destra e la mano al portafogli. "Il modello del ricco e potente qui non muore mai - dice ancora Biagi - Non c´è niente da fare. Questa città vuole stare sotto i padroni". Parte dal palcoscenico del Franco Parenti il partito dei ferrantiani delusi, piega verso lo spazio Krizia, attraversa le sezioni di partito, i casermoni di periferia, i depositi dell´Atm. S´irradia negli studi degli intellettuali, dei professoroni. Andrée Ruth Shammah del teatro Franco Parenti è l´anima. È afflitta da una tosse feroce. Dice a malincuore: "Forse avere lasciato Milano al centrodestra è salutare... Così restiamo coi piedi per terra. Perché stravincere fa male". Dice che alla Moratti adesso bisogna chiedere di non usare la città come lo spazio della rivincita. Di fare molto per la cultura, "alla quale peraltro lei non è mai stata insensibile". Di modernizzare. E qui entra in campo Aldo Bonomi, sociologo, direttore del consorzio Aaster. "In questa città resiste l´idea che il centrosinistra non sappia interpretare i processi di modernizzazione - ragiona - . Ma il punto vero è un altro. Io avrei preferito altri candidati. Da una parte e dall´altra. Gente che sta dentro il mutamento sociale della città".



Grandi opere, cantieri vicini alla chiusura
Maria Zegarelli su
l'Unità

Due, tre, forse quattro settimane, poi i cantieri di Anas e Fs rischiano la chiusura. Non ci sono i soldi. Il grande bluff di Silvio Berlusconi è svelato in tutta la sua drammaticità. Aveva previsto tutto. L'uomo immagine che grida ai brogli altrui e prepara in silenzio i suoi: nell'ultima Finanziaria 2006 aveva stanziato risorse per le infrastrutture necessarie ad arrivare alla campagna elettorale. Solo dopo si sarebbe aperto il baratro. E così è stato. Soltanto per l'anno in corso lo sbilancio di Anas e Fs è di 3 miliardi di euro. Era stata la stessa Anas a scrivere all'ex ministro Pietro Lunardi annunciando che, se non fossero arrivati finanziamenti, i cantieri avviati avrebbero rischiato la chiusura e ieri Pozzi, durante una conferenza stampa con il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, lo ha ricordato.
Se non arrivano 1,1 o 1,2 miliardi di euro entro luglio si chiude. Berlusconi come Wanna Marchi, dice Di Pietro: "Ha illuso gli italiani. Faccio una denuncia pubblica", ripete il ministro. "Me li diano loro i soldi, o li vado a prendere in Sardegna", polemizza.
Ieri mattina ha visto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta. Nessuna lite, ma un incontro nato "per decidere la strategia migliore da perseguire, viste le difficoltà economiche in cui versa il Paese e il rischio di chiusura di molti cantieri già avviati, paventato in questi giorni dal ministro Padoa-Schioppa".
"Ci siamo incontrati - ha detto il ministro - per cercare di salvare il salvabile rispetto a tante opere già avviate. I lavori e le grandi opere li vogliamo realizzare anche noi, ma siamo anche abituati ad affrontare le questioni in maniera seria e cioè prima di tutto vedere quali e quante sono le risorse economiche disponibili e poi dare il via a ciò che sappiamo essere possibile realizzare".

Serve una ridefinizione del piano infrastrutturale, perché adesso come adesso è a rischio anche la manutenzione ordinaria di palazzi e caserme. Oltre a cantieri come il Grande Raccordo anulare di Roma, la Salerno-Reggio Calabria (46 interventi suddivisi in 7 macrolotti) e l'Alta velocità con il Passante di Mestre e la linea Torino- Milano.
Romano Prodi da Bruxelles ha detto che si farà del tutto per non bloccarli, ma la situazione è grave. L'Anas nel 2005 ha avviato cantieri per circa 11,781 milioni di euro per i quali nell'anno corrente erano necessari 3,6 miliardi di euro per andare avanti. La Finanziaria ne ha stanziati 1,9. La società non è più in grado neanche di accendere mutui per andare avanti.
In una nota dell'Anas si avvertiva che la Finanziaria 2006 avrebbe provocato un ammanco di circa 1.208 miliardi. Tra le opere a rischio blocco entro il gennaio 2006 elencate nella nota figurano l'Aurelia Bis la Grosseto-Fano, la Catania-Siracusa, l'Asti-Cuneo, la Orientale Sarda e la Tangenziale di Forlì. Tra le opere previste, decise anche con procedure già espletate che rischiano di non partire - per 800 milioni di euro - figurano tre tratti della Salerno-Reggio Calabria; l'autostrada Palermo-Catania, la Salaria-Monterotondo Castelnuovo di Porto.
All'Anas dicono che faranno di tutto per non chiudere, ma sono sicuri che si aprirà un contenzioso con le ditte appaltatrici perché, in mancanza di fondi, l'allungamento dei tempi di consegna dei lavori sarà praticamente inevitabile.
Sul fronte Fs non va certo meglio: nel corso del 2006 si prevede una perdita di oltre un miliardo di euro. L'amministratore delegato Elio Catania, che ieri ha incontrato il ministro dei Trasporti Bianchi, ha denunciato i danni del taglio di circa 600 milioni di euro in conto capitale e dello stop a 3 miliardi di investimenti. Le Fs non possono reggere più di 12 mesi senza risorse. In conto spese c'erano 2 miliardi di euro per la Tav che avrebbero dovuti essere sborsati dalla Cassa Depositi e Prestiti, ma sono stati bloccati.
L'unico taglio che non si potrà fare, dice Catania, è su manutenzione e sicurezza. L'Anas, aveva chiesto a Berlusconi di emanare un decreto entro 30 giorni dall'entrata in vigore della Finanziaria per permettere l'accesso all'indebitamento. I tagli sono rimasti e il decreto non è mai arrivato.



"Patto Gnutti-Consorte sulle scalate estive"
Luca Fazzo e Marco Mensurati su
la Repubblica

MILANO - Al secondo giorno del suo tour de force giudiziario, Gianpiero Fiorani senza giri di parole mette nel mirino Giovanni Consorte. L´ex presidente di Bpi, interrogato ieri dal giudice Clementina Forleo alla presenza dei difensori dei suoi coimputati, torna a puntare il dito contro l´ex presidente di Unipol. Già venerdì, al primo giorno di interrogatorio, Fiorani non era stato tenero con Consorte: tanto che quest´ultimo aveva ritenuto necessario replicare con un comunicato. E ieri è arrivata la seconda dose. Consorte, secondo Fiorani, non solo era perfettamente al corrente dei progetti di Bpi e dei suoi alleati per scalare Antonveneta, ma aveva stretto un accordo scritto con Emilio Gnutti - complice di Fiorani nell´assalto alla banca padovana - per sostenersi a vicenda in vista della scalata di Unipol a Bnl.
Si conferma l´impressione del primo giorno: un Fiorani lucido e preciso, che dosa attentamente accuse e cautele. Dove può, Fiorani evita di affondare il colpo verso chi ancora può uscire in piedi da questa vicenda. Mentre non risparmia chi ormai è fuori dal giro. Primi tra tutti l´ex governatore di Banca d´Italia Antonio Fazio - nei confronti del quale nemmeno ieri Fiorani ha lesinato le accuse - e Consorte. E poi rapidi accenni ai soldi pagati per ingraziarsi la politica: quelli finiti in tasca direttamente ai destinatari - qui Fiorani cita Aldo Brancher e Roberto Calderoli - e quelli invece indirizzati verso comuni "amici": è il caso di Fabrizio Palenzona, pagato per orientare le scelte dell´esponente repubblicano Giorgio La Malfa.
L´ACCORDO. La principale novità emersa dall´interrogatorio di Fiorani è quella dell´esistenza di un accordo scritto tra Gnutti e Consorte. Un accordo che legava a doppio filo le due scalate.

I CINQUE MILIONI. Fiorani ha poi ricostruito minuto per minuto l´incontro avvenuto all´aeroporto di Bologna con gli allora vertici di Unipol. "Ero all´aeroporto di ritorno da Ginevra. Mi incontrai con Consorte e Sacchetti. Fu in quella occasione che spiegai loro che ritenevo importante che la loro partecipazione in Antonveneta fosse irrobustita". Nel corso della conversazione si stabilirono anche le dimensioni di questo irrobustimento: "La loro quota doveva aumentare dal 2 per cento al 3,5". L´affare si poteva fare. A patto, però, che ci fosse un ritorno economico per Consorte e Sacchetti. "Ricordo che mi chiesero: "e a noi cosa viene?". Fu così che si decise di dare un riconoscimento a titolo personale di cinque milioni di euro. La cosa era importante non solo per l´acquisizione delle azioni e per la posizione che aveva Unipol ma anche per ragioni politiche vista la vicinanza con esponenti di sinistra necessari come D´Alema e Fassino".
TRANQUILLI CON TREMONTI. Fiorani ha anche descritto nei dettagli le sue avances verso i politici di primo piano per ottenere il sostegno al mandato a vita del Governatore, sia per il via libera all´affare Antonveneta. Tra i Ds, oltre a Pierluigi Bersani, anche Luciano Violante avrebbe respinto le pressioni di Fiorani. Mentre con il ministro dell´Economia non c´erano problemi: "Con Tremonti eravamo tranquilli in quanto l´Hopa (la holding bresciana di Gnutti, ndr) era cliente del suo studio".


Addio alle armi o benvenuti diritti?
Lettera di Massimo D'Alema al
Corriere della Sera

Caro Direttore,
confesso che non ho ben capito il senso dell'articolo di Gianni Riotta ("Addio alle armi", Corriere del 28 maggio); ma avendo una grande stima dell'autore sono portato a credere che la confusione del messaggio possa derivare anche dal fatto che noi non siamo stati abbastanza chiari circa le intenzioni del governo italiano a proposito del nostro impegno in Iraq. Partiamo dal punto fondamentale. Riotta ricorda che il governo Berlusconi aveva già annunciato il rientro del nostro contingente dall'Iraq entro il 2006; il centrosinistra aveva fatto da tempo di questa scelta un punto irrinunciabile del proprio programma elettorale.

Cosa c'è di tanto sorprendente nel fatto che il governo confermi tale decisione? In realtà questa scelta era assolutamente scontata e attesa anche dai nostri alleati; né si può ragionevolmente sostenere che la sua attuazione riveli un "pericoloso cedimento alla sinistra radicale" trattandosi invece, come è evidente, della attuazione di un impegno assunto da Prodi e da tutta la coalizione. Intendiamo discutere il rientro del nostro contingente con il nuovo governo iracheno e quindi con gli Stati Uniti (nel già previsto incontro con Condoleezza Rice). Nei prossimi giorni lo stesso presidente del Consiglio avrà occasione di parlarne con Tony Blair. E' una scelta che sapremo gestire tenendo conto delle conseguenze per il popolo iracheno e della necessità di coordinarci con le forze della coalizione nel quadro delle responsabilità cui l'Italia fa fronte in Iraq.

Come già previsto prima delle elezioni, a metà giugno la nostra presenza in Iraq scenderà a 1600 uomini dai 2700 attuali. Stiamo valutando "un pacchetto" di iniziative per rafforzare il nostro impegno sul piano economico, civile e politico a sostegno della ricostruzione democratica dell'Iraq. Di questo intendo discutere personalmente con i rappresentanti del governo iracheno. È evidente tuttavia che le nostre iniziative non potranno essere tali da richiedere la presenza in Iraq di una rilevante forza di protezione militare. Che senso avrebbe prevedere il rientro dei militari e poi rimandarli per la protezione dei civili? Ritengo che in questo modo si darebbe l'impressione di ingannare semplicemente gli elettori e la opinione pubblica. Gianni Riotta nel suo articolo si riferisce più di una volta all'etica; la coerenza fra gli impegni che si assumono con i cittadini e le cose che si fanno è a mio giudizio un aspetto cruciale del rapporto fra etica e politica. Non voglio tornare sulle ragioni del nostro dissenso rispetto alla guerra in Iraq e alla lunga catena di "errori" che si sono succeduti nel corso del drammatico dopoguerra e che ora vengono riconosciuti anche dai principali protagonisti. Noi vogliamo marcare una discontinuità a proposito dell'Iraq.

Ma questo non autorizza certo a pensare, come sembra dedurre Riotta, che l'Italia stia per modificare il suo atteggiamento generale verso le missioni di pace o l'impegno per la difesa dei diritti umani e per la gestione delle crisi. Abbiamo impegni importanti in Afghanistan; abbiamo una presenza decisiva nei Balcani; siamo — non da ieri, ma dagli anni in cui il centrosinistra era al governo — uno dei Paesi più impegnati nel mondo con le proprie forze armate: il sesto per numero di militari impiegati all' estero. Altro che addio alle armi! I nostri soldati e i nostri carabinieri hanno guadagnato all'Italia il rispetto della comunità internazionale, servendo con grande coraggio e capacità. E continueranno a farlo con il governo di centrosinistra. Ho trovato assai intelligente e pertinente il riferimento di Riotta alle radici culturali della sinistra e alla "dialettica della storia". Ma bisogna fare attenzione rispetto ai rischi di un cattivo storicismo. In effetti nella cultura antica della sinistra c'era l'idea che lungo il cammino della costruzione di una società più giusta anche la violazione dei diritti umani, la tortura e il massacro dei civili potessero essere considerati come eventi accettabili. Noi ci siamo liberati di queste convinzioni, che sembrano sopravvivere in una certa concezione "muscolare" dell'espansione della democrazia con la forza.

Vorrei mettere in guardia il mio amico Gianni Riotta da questi entusiasmi ideologici che nel corso di questi anni si sono scontrati amaramente con la realtà, costringendo gli stessi ideologi neoconservatori a ridimensionare la loro fiducia nella teoria della guerra preventiva e dell'uso unilaterale della grande potenza americana.


Massimo D'Alema


Soldati Usa sparano sulla folla a Kabul
A. Ni. sul
Corriere della Sera

KABUL - Il rumore degli spari è arrivato per primo. Ma pochi ci hanno fatto caso perché a Kabul ogni giorno esplode qualcosa. Poi invece è scoppiato il silenzio e tutti hanno capito che stava succedendo qualcosa di grosso. La polizia blocca il traffico. La notizia vola di bocca in bocca: "Gli americani hanno investito dei civili. Ci sono stati dei morti. I passanti hanno protestato e gli americani hanno sparato".
Mentre i carretti della verdura venivano spinti via a mano, l'ambasciata italiana diramava l'allarme via mail: "State nelle vostre sedi". Quindi è arrivata la folla. Disordinata, feroce. "Morte agli americani, morte al loro burattino Karzai", grida.
Volano sassi. Le vetrate degli alberghi e delle guesthouse per gli stranieri vanno in frantumi. Qualcuno dentro si fa prendere dal panico.
Le garitte dei vigili urbani bruciano, i ripetitori dei cellulari sono in tilt. La folla dilaga, rovescia le auto, devasta i bazar, assedia le ambasciate. E di nuovo ecco il fragore delle pallottole. E' la polizia afghana che spara ad altezza uomo. Ci sono dei cadaveri per strada. Diciotto diranno le autorità locali e più di cento i feriti.
Aveva ragione l'ambasciata: l'obiettivo sono gli stranieri. Un medico della cooperazione italiana cerca riparo dietro un check-point americano, ma i soldati non lo fanno passare nonostante la targa diplomatica. Cambia strada e fa in tempo a vedere un occidentale trascinato fuori dalla sua auto e pestato a sangue. Le sedi delle Ong sono sprangate e i volontari dentro tremano al pensiero di un'incursione. A quasi tutti è andata bene. Ad alcuni no. Come i britannici di Care International e di Oxfam.
Portoni abbattuti, uffici razziati e due inglesi nascosti sul tetto fino all'intervento degli agenti afghani che (ancora) sparano per liberarli.
E' stata la peggiore giornata vissuta da Kabul da cinque anni a questa parte. Peggio ancora delle manifestazioni di inizio anno contro le vignette danesi su Maometto. Il presidente Karzai parla di "sobillatori". Il comando statunitense ammette che "dopo uno scontro causato da un guasto, almeno una nostra vettura ha fatto fuoco in segno di avvertimento", ma per le voci di Kabul le responsabilità Usa sono ben più pesanti. "Un loro camion ha travolto 12 vetture - racconta al Corriere Jawid, un ufficiale di polizia che sostiene di aver visto tutto -. Non si è fermato, ma non ha neppure sparato ai civili. Poche centinaia di metri dopo, però c'era un nostro posto di blocco. Gli abbiamo intimato l'alt, ma per risposta ci hanno sparato addosso uccidendo due agenti. Il lancio dei sassi è cominciato quando è arrivata una seconda pattuglia americana".
Come sia andata davvero sarà difficile stabilirlo. Ma è significativo che in città tutti credano d'istinto alla versione che accusa Washington. La zona dei primi scontri è nell'estrema periferia nord, verso la valle del Panshir. E' un quartiere abitato da tajiki, l'etnia che più si sente discriminata dal governo Karzai e dai suoi protettori americani. Non deve essere stato difficile lì accendere la miccia. Poi, mentre i manifestanti calavano sui quartieri ricchi e sulle ambasciate, altri scontenti sono andati a ingrossare la protesta contro chiunque non fosse afghano.
Altissima la preoccupazione alla Farnesina.



  30 maggio 2006