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sulla stampa
a cura di G.C. - 29 maggio 2006


Il Papa a Auschwitz "Il popolo tedesco usato da criminali"
Luigi Accattoli sul
Corriere della Sera

AUSCHWITZ - Il "Papa tedesco" non poteva "non venire qui", ad Auschwitz, per sostare "sconvolto" e "oppresso" in "sbigottito silenzio", davanti alla "innumerevole schiera" delle vittime di un "cumulo di crimini" che non ha "confronti nella storia" e per alzare poi una "domanda ad alta voce di perdono e riconciliazione": così ha parlato ieri pomeriggio Benedetto XVI in visita ai campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau, a conclusione del viaggio in Polonia.
Il Papa tedesco si è richiamato alla visita che a questi campi aveva fatto il Papa polacco nel 1979 e i suoi gesti e le sue parole sono state all'altezza di quell'evento - al quale aveva partecipato da cardinale - e come da esso ispirati. Si è interrogato sul "silenzio" di Dio: "Dov'era in quei giorni? Perché egli ha taciuto?". Per dire la sua angoscia di fronte alla tragedia del popolo ebraico ha citato un salmo e ha pregato con un altro - il 23: "Se dovessi camminare in una valle oscura" - presentandolo come "un salmo di Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità". Ha citato tutte le lapidi che ricordano i 21 popoli (compreso l'italiano) che qui ebbero deportati e vittime e ha fatto una "commemorazione speciale" per ebrei, polacchi, sinti e rom, russi, tedeschi.
Ma la venuta di Papa Ratzinger "in questo luogo di orrore" non poteva non essere caratterizzata dalla sua nazionalità tedesca, di questo ha parlato e su questo non aveva la copertura del predecessore ed è forse qui che si appunteranno le critiche: perché ha attribuito la diretta responsabilità dello sterminio a "un gruppo di criminali", scagionandone il popolo che da esso fu "usato e abusato".
Ecco le parole di Benedetto XVI, che ad alcuni suoneranno generose e ad altri insufficienti: "Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco. Figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di recupero dell'onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell'intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio. Sì, non potevo non venire qui".
Ha ricordato d'essere già stato ad Auschwitz-Birkenau come arcivescovo di Monaco nel 1979 con Papa Wojtyla e nel 1980 con una delegazione di vescovi tedeschi: "Sconvolto a causa del male e grato per il fatto che sopra queste tenebre era sorta la stella della riconciliazione".

Dal dibattito tra storici e interpreti del nazismo e della Shoah si possono prevedere obiezioni all'espressione "usato e abusato" e anche alla richiesta di "riconciliazione" e non anche di "perdono". Forse egli con la parola "usato" intendeva anche dire che si è "lasciato usare".
Analogamente per il Papa teologo il concetto cristiano di "riconciliazione" presuppone il "perdono" "chiesto e ottenuto", come affermavano i messaggi che i vescovi tedeschi e polacchi si sono scambiati tra il 1965 e il 1980 e di cui gli arcivescovi Wojtyla e Ratzinger erano promotori.
Altro possibile focolaio di polemiche: l'assenza, nel testo anticipato ai giornalisti, della parola Shoah, che poi in verità il Papa ha pronunciato: "Il luogo in cui ci troviamo è un luogo della memoria e nello stesso tempo il luogo della Shoah".
Nel primo testo il riferimento era solo alla "memoria", ma il concetto di Shoah c'era: "I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità, eliminarlo dall'elenco dei popoli della terra".
Come già Papa Wojtyla, Papa Ratzinger ha pregato (restando però in piedi) davanti al Muro della morte ed è sceso nella cella dove morì Kolbe. In più del predecessore, Benedetto XVI ha incontrato le dodici carmelitane del Centro di dialogo e di preghiera (realizzato fuori del recinto di Auschwitz nel 1992) e ha partecipato a Birkenau a un incontro di preghiera interconfessionale con un gruppo di ex prigionieri, nel corso del quale è stato cantato il Kaddish, un cantico funebre ebraico. "Fai che quanti si sono combattuti possano riconciliarsi nel nome di Cristo", ha detto il Papa in un'ultima invocazione, prima di accendere un cero.



Un Papa revisionista
Furio Colombo su
l'Unità

Per la prima volta un Papa riflette sul passato del suo Paese e del mondo con parole che non sono di religione, non sono di magistero e non sono - non vogliono essere - universali.
Benedetto XVI, cresciuto in Germania sotto il nazismo, e ieri in visita alla più tremenda reliquia dell'invasione nazista in Europa - ciò che resta dei campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau - ieri ha parlato da tedesco che ricorda la storia tedesca, probabilmente al modo di molti altri tedeschi della sua generazione.
Bisogna pur convivere col passato, anche quando quel passato è assurdo e impossibile da guardare in faccia come la memoria di una grande, efficiente, meticolosa macchina di sterminio. I governi tedeschi del dopoguerra, e la gran parte degli intellettuali di quel Paese, hanno scelto la strada dura del guardare in faccia l'impossibile verità, e anzi di impedire - per legge, con l'insegnamento, con intere biblioteche di testimonianza - che la tremenda verità possa essere negata. Hanno lavorato molto (più intensamente, con più tenacia di altri governi e altre culture europee) per impedire che si potesse dare una versione mite, riduttivistica del nazismo. E hanno tenuto ferma in tutti questi anni la cruda e incancellabile definizione: un regime di sterminio, una meticolosa politica di sterminio, largamente sostenuta e condivisa anche attraverso poderosi apparati di indottrinamento e di propaganda, diretta contro molti nemici ma soprattutto contro il popolo ebreo di tutta Europa.
Mai nessuno avrebbe potuto dire in Germania ciò che si è detto con disinvoltura in Italia: che i fascisti non erano poi tanto cattivi e mandavano gli avversari a prendere il sole nelle isole.
D'altra parte è probabile che molti cittadini tedeschi abbiano trovato, in privato, una scorciatoia per non convivere con un passato vergognoso e inaccettabile. Per esempio, non parlare (o parlare il meno possibile) di Shoah, per esempio mettere insieme le tante sventure di quel massacro che è stata la Seconda guerra mondiale. E - se possibile, quando è possibile - parlare più di Stalin che di Hitler.
Benedetto XVI, di fronte ai cancelli di Auschwitz e Birkenau, ha usato due sole volte la parola che rappresenta il destino assegnato dai nazisti agli Ebrei, la Shoah. Ha nominato Stalin fra i mali del mondo (ha certamente ragione, ma ha dimenticato che sono state le truppe sovietiche ad abbattere i cancelli del luogo di sterminio tedesco-nazista da cui stava parlando). Non ha mai nominato Hitler.
Ha voluto lui stesso avvertire il mondo della differenza rispetto al suo predecessore. Giovanni Paolo II era polacco. Questo Papa è tedesco. Ha parlato da cittadino medio, nato e per un po' vissuto nell'epoca spaventosa del nazismo. Come tanti della sua generazione ha usato i due più diffusi argomenti per rendere la memoria meno invivibile, per neutralizzare l'immagine che da sessant'anni è impressa nella memoria del mondo e che è stata nitidamente rappresentata dal titolo del non dimenticabile libro di Goldenhagen, "I volenterosi carnefici di Hitler".
Evidentemente il cittadino tedesco settantanovenne Josef Ratzinger, come molti altri tedeschi della sua età, non ha apprezzato quella descrizione di un passato di cui ha fatto parte, nell'unico Paese d'Europa senza alcuna Resistenza al nazismo e al fascismo. Qualcuno ricorderà che c'è un eccezione, nella storia tedesca: il piccolo ed eroico gruppo cattolico della "Rosa Bianca" . Purtroppo quel gruppo, nel discorso del Papa, non è stato ricordato.
E allora il cittadino tedesco Ratzinger ha detto che la Germania, nel periodo che noi chiamiamo nazismo, è stata vittima di un imbroglio. Cercava onore e dignità per la patria ed è caduta nelle mani di un gruppo di criminali. È finita sotto un governo cattivo e dispotico. Ecco, secondo Ratzinger la storia della Germania e dell'Europa dal 1933 al 1945 è tutta qui. E poiché il tremendo progetto dominante di distruggere gli ebrei, fino all'ultimo vecchio, fino all'ultimo bambino (un progetto così dominate da mettere la Germania in condizioni di perdere la guerra pur di portarlo a compimento) è troppo grande da sopportare, facciamo seguire una lunga lista di tante diverse nazioni e popoli e vittime, una lista in cui gli ebrei non sono neppure al primo posto. Tutti travolti da una brutta guerra e da un governo cattivo che ha agito da solo.

Seguendo questo percorso Benedetto XVI non solo si è scostato dal suo predecessore, che ha guardato in faccia il male del mondo, senza distinzioni, e senza citare un male piuttosto che un altro. Benedetto XVI si è scostato da se stesso, dal suo frequente e solenne mettere in guardia contro le propagande, le persuasioni, le seduzioni pericolose.
Può il male di Auschwitz essere spiegato come una disavventura tragica ma senza altri colpevoli che alcuni criminali che lo hanno voluto?



Quei silenzi di Ratzinger
Marco Politi su
la Repubblica


Dal cuore delle tenebre Benedetto XVI lancia la domanda lacerante: "Dov´era Dio ad Auschwitz? Perché ha taciuto?". Un interrogativo drammatico, che il pontefice tedesco affronta con la forza intellettuale e la finezza che gli sono proprie, avendo il coraggio di rivolgersi direttamente al Signore per chiedergli di non permettere mai più che si ripetano simili orrori.
La barbarie di ieri serva da monito per impedire gli orrori di oggi, commessi dai nuovi corifei della violenza e dell´odio, perpetrati da chi abusa del nome divino per uccidere innocenti.
La memoria di questo inimmaginabile cumulo di crimini contro Dio e contro l´uomo sia d´impegno per favorire pace e riconciliazione, sapendo che violenza genera solo violenza. Convincendosi che la vittoria è del perdono e del ravvedimento, non dell´odio.
Benedetto XVI si è recato ad Auschwitz e Birkenau come figlio del popolo tedesco e confessa apertamente di sentirne tutto il peso.
Per questo, dall´inferno dei lager, gli sale rafforzata e convinta l´invocazione alla pace e nel silenzio di Dio, acutamente, egli vede anche una sfida ai cuori degli uomini e delle donne perché nell´ora della prova non si lascino affondare nel fango dell´egoismo, della paura, dell´opportunismo.
Ogni riga del discorso da lui pronunciato è soppesata e cesellata fino all´ultimo, al punto che lo stesso tipo di carta usato nelle copie distribuite dai giornalisti rivela che Joseph Ratzinger è stato a lavorare sul testo, quando già era partito da Roma.
C´è un passaggio nel suo intervento, pronunciato dinanzi al Memoriale di tutte le vittime provenienti da ventidue nazioni, che assume un significato cruciale. "Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio. Vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia". È un pensiero tipico di Benedetto XVI. Ma se il mistero di Dio è tale per definizione per credenti e non credenti, non così per la Storia. È dai tempi di Tucidide che gli uomini giudicano fatti, omissioni, scritti e pensieri di chi ha partecipato in qualche modo alle vicende storiche. Si tratti del re o del semplice fantaccino.
Alcune delle parole di Ratzinger ad Auschwitz – luogo simbolico dell´Olocausto, della barbarie nazista e di tutto ciò che si è fatto o non fatto per arrestare la follia di Hitler e del suo sistema – aprono interrogativi su cui vale la pena di riflettere.
E anche alcuni dei suoi silenzi.
Il Papa tedesco non parla mai di anti-semitismo. Eppure è un veleno fluito attraverso secoli di storia. Negli anni Trenta il primate polacco August Hlond (candidato alla beatificazione) proclamava: "Il problema ebraico resterà aperto finché ci saranno degli ebrei... Sono l´avanguardia dell´empietà, del bolscevismo, della sovversione". Si può dimenticarlo? Si può ignorare la virulenza dell´antisemitismo popolare diffuso in Germania e in Austria ben prima che l´imbianchino Hitler salisse al potere? E poiché un interrogativo tira l´altro: fino a che punto Ratzinger può mettere tra parentesi l´antigiudaismo cristiano che ha nutrito l´odio anti-ebraico sfociato nella "soluzione finale" perseguita dal nazismo? Sarebbe sbagliato, con una persona di livello intellettuale come Benedetto XVI, semplificare il suo discorso. Ma proprio perché è un pensatore sottile, non guardare le sfumature dei suoi interventi o le sue omissioni sarebbe fargli torto. Fatto sta che la parola antisemitismo non c´è e l´unico accenno alla Shoah è stato inserito all´ultimo momento poche ore prima di andare ad Auschwitz.
Fa problema anche la descrizione del popolo tedesco come fuorviato dal nazismo, manipolato da una banda di criminali, in ultima istanza ingannato. Lo si voglia o no, finirà per essere letto come una forma di deresponsabilizzazione. Nessuno pensa certo a colpe collettive, ma l´impressione è che l´intervento di Auschwitz rimuova mezzo secolo di riflessione autocritica in Germania e nella Chiesa sul ruolo e la responsabilità che ciascuno ha potuto avere nell´aprire la strada al sistema sfociato nella macchina di morte dei lager.

Non se ne trova traccia nel pellegrinaggio del pontefice tedesco ad Auschwitz.
Poiché tutti conoscono la ferma posizione contro l´antisemitismo di Ratzinger e il suo profondo legame con l´ebraismo, porsi questi interrogativi è ancora più giustificato.
È come se ci fossero blocchi di Storia che qualcuno nella gerarchia cattolica fatica a elaborare. Come se dinanzi alla radicalità dell´Olocausto ci fosse in certi strati ecclesiastici la tentazione di inserire il progetto nazista di liquidazione degli ebrei nel novero più ampio delle "altre persecuzioni" contro le vittime più diverse.
Alla fine emerge la sensazione che la coraggiosa stagione wojtyliana degli atti di pentimento sia finita per davvero.


Prodi scelga le riforme
Giavazzi sul
Corriere della Sera

Cinque anni fa Silvio Berlusconi si giocò la legislatura nei primi tre mesi di governo. Anziché approvare subito una riduzione delle tasse - il vero motivo per cui aveva vinto - trascorse le settimane in una sterile polemica sui conti pubblici. Quando finalmente si decise, la coesione nella sua maggioranza già cominciava a venir meno: chi voleva tagliare le tasse alle imprese, chi alle famiglie, chi solo ai poveri, chi anche ai ricchi. Risultato, non fece nulla e alla fine perse le elezioni. Oggi il rischio che Prodi lasci trascorrere i giorni senza far nulla non c'è, se non altro perché la situazione dei conti pubblici è più difficile di quanto non fosse cinque anni fa. Ma c'è un rischio altrettanto grave. L'illusione che per tornare a crescere basti metter ordine nella finanza pubblica e rispettare i parametri di Maastricht.
Le difficoltà dei conti pubblici sono una conseguenza del virus che ha colpito l'Italia, non la causa prima. Il virus è la caduta della produttività (in cinque anni abbiamo perso 7 punti rispetto alla Germania, 5 rispetto alla Francia). Su 10 italiani, meno di 6 lavorano, contro quasi 8 in Svezia. I giovani continuano a laurearsi a 26-27 anni e a quell'età il numero di coloro che lavorano o cercano un lavoro è il 10% in meno rispetto agli Stati Uniti. Per aprire un'attività produttiva servono 16 pratiche amministrative (con allegato obolo al notaio) e per completarle si impiegano 62 giorni lavorativi: le pratiche richieste in Danimarca sono 3 e richiedono 3 giorni. Le imbarcazioni di lunghezza superiore ai 17 metri iscritte al registro nautico sono 65 mila, in un Paese in cui solo 17 mila 141 contribuenti dichiarano un reddito superiore ai 200 mila euro (dati del 2002). La giustizia civile impiega in media 1.390 giorni per completare le procedure necessarie per recuperare un credito: in Francia la causa si chiude in 75 giorni (dati della Banca Mondiale). L'aspirina costa il doppio che in Gran Bretagna perché qui si può comprare solo in farmacia, e intanto da settimane i farmacisti acquistano pagine e pagine sui quotidiani per spiegare quanto sarebbe rischioso lasciarci liberi di acquistare tanta aspirina quanta vogliamo (mai capitato che un farmacista si sia rifiutato di vendermi un'aspirina).
Un negozio su tre ha una superficie inferiore ai 400 metri quadri, mentre i grandi magazzini rappresentano solo il 22% della distribuzione: in Francia, il Paese dei prodotti doc, i piccoli esercizi sono il 3% e i grandi il 53% (dati AC Nielsen). La Esselunga di viale Piave a Milano non può aprire la domenica perché sta dalla parte sbagliata della strada, mentre la Unes che le sta di fronte sì. In 8 anni il prezzo delle assicurazioni è aumentato di 2,14 volte, mentre in Germania saliva di 1,15. Le imprese pagano l'energia elettrica 13 euro per 100 chilowatt, contro 11 in Germania...
Certo, anche la spesa pubblica è un problema, ma per ridurre la spesa occorre cambiare le regole: i decreti taglia-spese non servono a nulla. Caro ministro Mussi, prima di promettere - come purtroppo Lei già ha fatto - più soldi all'università legga gli studi del professor Perotti sul funzionamento dei nostri atenei: si convincerà che dare più soldi a questa università vuol solo dire aumentare le rendite dei baroni che ancora la controllano.
In Lombardia il ticket medio per ricetta medica è sceso da 3,2 euro nel 2003 a 2 euro nel 2005 e il numero di ricette esenti da ticket è passato da 400 mila nel 2004 a 1,2 milioni nel 2005. Illudersi di ridurre la spesa sanitaria tagliando il Fondo sanitario nazionale senza cambiare i diritti dei cittadini è evidentemente un'illusione. Quaranta anni fa il 75% del bilancio del Senato serviva per pagare gli stipendi dei senatori: oggi quella voce è scesa al 25%. Non mi pare che gli stipendi dei senatori siano stati tagliati, invece si sono moltiplicati i palazzi e i dipendenti, senza che il Senato sia diventato più efficiente nel produrre leggi.
La forza di un governo è massima il giorno in cui vince le elezioni. La maggioranza è coesa e le elezioni successive sono lontane. È in queste settimane che si possono fare scelte coraggiose: sprecare questa forza per correggere i conti senza cambiare le regole sarebbe un grave errore. Fra due anni l'aggiustamento finanziario si rivelerebbe effimero, ma a quel punto Prodi non avrebbe la forza che ha oggi e affrontare i nodi strutturali sarebbe molto più difficile: Berlusconi docet. Meglio negoziare con Bruxelles un rientro dilazionato, impegnandosi nel frattempo a un percorso di riforme.

E allora: riforma di notai e farmacisti approvata dal Parlamento entro giugno. Luglio dedicato a compiere un passo avanti rispetto alla legge Biagi. Per ottenere un po' più di flessibilità occorrerà investire qualche risorsa negli ammortizzatori sociali, un ottimo investimento se in cambio il ministro Damiano riuscirà a modificare qualche regola nel mercato del lavoro. Risparmiare sugli ammortizzatori e non cambiare le regole sarebbe una scelta miope.
Sempre in luglio vendere il 30% di Enel che lo Stato ancora possiede (dopo aver separato dall'azienda alcune centrali da vendere a parte, per evitare di cedere ai privati il controllo della Borsa elettrica). In agosto il via a tre rigassificatori, altrimenti prima o poi finiremo alla mercé di Putin che insieme agli algerini può decidere di lasciarci al buio. In settembre la Finanziaria, con un'innovazione importante. Poiché sanità e commercio sono competenze comunali e regionali, i trasferimenti a questi enti dovrebbero essere proporzionali ai progressi che essi compiranno su ticket e liberalizzazioni: se le regole non cambiano i trasferimenti dal bilancio dello Stato si riducono. Lo stesso per le società municipali: i comuni e le province che si considerano abbastanza ricchi da acquistare autostrade riceveranno di meno. Sarebbe un processo analogo a quello che ci ha portato nell'euro, ma incentrato sulle riforme strutturali, non su un aggiustamento finanziario effimero.


Amaro ritorno nell'Euroclub
Andrea Bonanni su
la Repubblica

Non è certo la nostalgia che riporta oggi Romano Prodi a Bruxelles nella sua prima visita all´estero come capo del governo italiano. È, semmai, la volontà precisa di mandare un segnale forte all´interno e all´esterno su quelle che sono le nuove priorità politiche del Paese. Con la visita di Prodi e Bonino a Bruxelles, l´Italia ritorna in Europa dopo cinque anni di eclissi berlusconiana. Cinque anni durante i quali siamo stati isolati, afoni e spesso umiliati ad un tavolo che, pur essendo comune e condiviso, non è per questo meno competitivo e impietoso.
Romano Prodi, che delle umiliazioni e delle gaffes di Berlusconi è stato spesso testimone diretto e impotente quando presiedeva la Commissione, queste cose le sa bene.
Ma sa anche che la pesante eredità berlusconiana lo pone ora nella doppia morsa di una tenaglia da cui non sarà facile sottrarsi.
Da una parte, infatti, il nuovo capo del governo deve restituire fin da subito all´Italia il prestigio e lo status perduti. Deve ridefinire i rapporti con una Commissione che ci ha spesso trattati alla stregua di "clientes" petulanti ma secondari. Deve riportare il Paese al centro del dibattito sul futuro della costruzione europea creando un ponte con Germania, Belgio, Spagna, Lussemburgo in modo da supplire alla temporanea latitanza politica dei francesi e all´ormai lungo smarrimento degli olandesi. Deve potersi presentare già al prossimo vertice di metà giugno come un attore che ha un ruolo ben definito e di rilievo sulla scena europea, e non come un esordiente che ancora non conosce la propria parte.
Tutto questo sarebbe già di per sé abbastanza difficile. Ma l´altro fardello dell´eredità berlusconiana, il dissesto dei conti pubblici, rende il compito di Prodi ancora più improbo. Con quale credibilità ci si può presentare a reclamare il posto che spetta all´Italia in Europa, quando ci si trova seduti sopra un deficit fuori controllo, un debito in aumento e un avanzo primario che è stato letteralmente divorato dalla "finanza creativa" del governo di centrodestra?
Per cercare di trovare una risposta a questo interrogativo, Prodi ha convocato ieri sera a cena i due vice-premier, Massimo D´Alema reduce dal suo primo vertice dei ministri degli Esteri e Francesco Rutelli, oltre a Padoa-Schioppa, Bersani ed Enrico Letta. Ma è evidente che, al di là di una ferma volontà di rispettare gli impegni assunti in Europa e di rimettere il bilancio in ordine, Prodi oggi non sarà ancora in grado di spiegare a Barroso e al presidente dell´Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, quale sarà la strategia italiana in materia di conti pubblici. E questo fino a che non sarà stata completata la verifica sullo stato reale delle finanze e non sarà dunque chiaro il quadro della situazione.
Apparentemente, una volta completata la verifica, il governo si trova di fronte ad un´alternativa. Può lanciare subito una manovra correttiva per recuperare almeno in parte l´extra-buco lasciato da Tremonti e cercare così di rispettare l´obiettivo di risanamento entro il 2007 su cui lo stesso Tremonti si era impegnato. Oppure può rinunciare a contenere lo sbandamento in tempi brevi, accettare che la Ue avvii un´ulteriore fase della procedura di deficit eccessivo, come ha già fatto con la Germania, e cercare di ottenere una proroga fino al 2008 per riportare il deficit sotto il tetto del tre per cento.
La scelta che Tommaso Padoa-Schioppa sarà chiamato a fare in questo campo dipenderà sostanzialmente da due fattori: la reale entità del disavanzo e l´atteggiamento dei mercati internazionali verso il debito italiano. Se lo sfondamento ulteriore del deficit fosse ragionevolmente contenuto rispetto al 3,5 per cento promesso dal piano di stabilità di Tremonti e al 4,1 previsto dalla Commissione, e se le agenzie internazionali di rating si mostrassero disponibili a non declassare il nostro debito pubblico aggravandone così i costi di rimborso, la scelta di una manovra correttiva a tempi brevi potrebbe rivelarsi vantaggiosa. Se invece lo stato dei conti fosse tale da indurre un abbassamento automatico del rating del nostro debito pubblico, all´Italia potrebbe convenire cercare di ottenere dall´Ue un anno in più anche a costo di vedersi aprire una ulteriore fase della procedura per deficit eccessivo.
Purtroppo, però, l´eredità del dissesto berlusconiano potrebbe rivelarsi talmente grave da costringere il governo ad adottare entrambe le soluzioni.



Media e potere
Furio Colombo su
l'Unità del 28 maggio

C´è ancora in Italia chi ti spiega che la televisione non conta. È come dire a Newton che la mela cade dall´albero per capriccio e non per la legge di gravità.

Eppure un segnale dovrebbe pur venire da uno che se ne intende, l´ex premier Berlusconi, che per apparire dovunque in televisione ha violato (e disprezzato ad alta voce) leggi, consuetudini, pratiche consolidate delle democrazie dei Paesi avanzati, occupando per tutto il tempo, tutti gli spazi, ora dopo ora di illegale invasione delle reti, guadagnando voti fino a una quasi vittoria.

Il segnale dovrebbe venire dalla stampa internazionale che, senza alcuna eccezione, non separa mai l´immagine di Berlusconi, e la tremenda e umiliante campagna elettorale che abbiamo appena vissuto, dal fatto, clamoroso e unico, che in questo Paese qualcuno ha governato (e cercato fino all'ultimo di farsi rieleggere) disponendo di tutte le televisioni e usandole. Il segnale dovrebbe venire da una incontrovertibile evidenza: avendo molti avversari in tutti i settori della vita pubblica, Berlusconi ha scelto di colpire giornalisti, direttori di giornali e leader di opinione. Ha cominciato subito, con il fare fuori Indro Montanelli, prima ancora del famoso editto di Sofia contro Enzo Biagi, prima ancora di chiudere fuori Santoro e di stroncare ogni forma di satira. Dove? Fra i leader di opinione dei grandi giornali. E subito dopo in televisione.

Certo, per Berlusconi è venuto alla fine anche il momento di attaccare con furore gli industriali. Ma persino il caso Della Valle è stato celebrato in televisione. Un presunto avversario è stato accusato e dileggiato, senza alcuna possibilità di risposta, con tutto il clamore di una "diretta" televisiva, di fronte a milioni di spettatori. Esemplare, anche per future lezioni di giornalismo televisivo, il modo in cui Berlusconi ha scelto di usare la sua dichiarazione conclusiva dopo il secondo dibattito con Romano Prodi.

A causa di un curioso "errore" mai verificato, l´ultima parola è toccata a Berlusconi. In qualunque dibattito l´ultima parola serve a enfatizzare e confermare gli argomenti dibattuti.

Invece, in questa Italia, in questa campagna elettorale, in questa televisione uno dei due contendenti, al momento di chiudere un dibattito (che vuol dire ripetere, confermare o chiarire il proprio pensiero) ha improvvisamente introdotto un argomento del tutto nuovo. Ha lanciato un annuncio non discusso e non più discutibile. Ha detto che il governo eliminerà una tassa che non è di governo ma comunale.

È stato efficace il colpo di mano Ici? L'opinione prevalente assegna un buon peso a quella trovata. Ma se si omette di notare che quella trovata costituisce un abuso grave, amichevolmente tollerato, in stato di vera e propria complicità, nella trasmissione Rai che avrebbe dovuto essere calibrata dalle regole fino ai dettagli, si perde il senso di tutta la campagna elettorale.

Il senso è questo. Un governo fallimentare e disastroso che ha portato l´Italia a zero è stato battuto con uno scarto di pochi voti non perché metà degli italiani siano tuttora travolti dall´amore per Berlusconi. Ma perché per metà degli italiani - o almeno per molti di essi - il vero stato delle cose è stato quasi del tutto oscurato, camuffato, contraddetto, da un uso latino-americano (ma parliamo di una vecchia America Latina golpista) della televisione. E questo uso golpista della televisione è stato reso possibile dal dominio privato e dal controllo pubblico di tutti i mezzi di comunicazione. Gli stessi che sono stati usati per ondate successive di dati falsi, notizie false e calunnie personali.

Nessun dettaglio è stato trascurato in alcuna edizione del Tg1 e del Tg2. Ciascuno di noi ricorda che durante tutte le settimane della campagna elettorale il candidato Prodi è sempre apparso brevemente e in strada (sempre, senza eccezioni, come se vivesse camminando con carte sottobraccio e una frase neppure finita da mandare in onda con sonoro imperfetto. Intanto Berlusconi aveva a disposizione larghe folle, lunghe frasi e i cieli azzurri degli interni preparati con cura dalle regie personali che il premier è sempre stato in grado di imporre a tutti i suoi media, privati e di Stato.
* * *
Ora proprio coloro che negano che la televisione abbia avuto un peso (posizione bizzarra che si riscontra esclusivamente in Italia e quasi solo nelle aree giornalistiche in cui si è cavallerescamente pronti a offrire tutte le carte possibili e tutta la comprensione possibile a favore del primo ministro più vendicativo della storia d'Europa) ti chiedono con la dovuta severità che cosa pensi della Rai e del come va riformata. E ti intimano che, se è vero quello che stiamo dicendo (in compagnia della stampa del mondo) allora l'unica soluzione è vendere tutto ai privati.

Poiché in questo Paese i mitici "privati" che dovrebbero garantire una nuova e libera televisione sono tutti residenti nella stessa area d'affari del gruppo privato Mediaset (e Diego Della Valle ha sperimentato quale trattamento ti spetta, in pubblico e senza replica, se ti scosti dall´abitudine di stare vicino a Mediaset) è dubbio che si possa ottenere una nuova stagione di rinascita liberale della Rai attraverso la svendita all´ingrosso di impianti e persone.

E poi, se mai, il problema è che troppe persone di una grande e rispettabile azienda pubblica sono già state parte di una vasta e accurata campagna acquisti da parte del servizio privato che fa capo all´ex presidente del Consiglio. È vero che Berlusconi non è più a Palazzo Chigi, e sta dimostrando in modo esemplare, come in un dramma di Brecht, quanto sia vera e palpabile quella estraneità alla democrazia che tanti, da questo giornale ai girotondi, da Sabina Guzzanti a Nanni Moretti, avevano denunciato preannunciando il pericolo anti-democratico con cui stiamo ancora vivendo.

Ma se - come dobbiamo risolutamente credere - ha vinto la democrazia (e infatti c´è un nuovo capo del Governo, c´è un nuovo Capo dello Stato) si pone il problema di riportare subito fuori dall'area infetta i mezzi di comunicazione di massa in Italia.

Questo impegno viene prima di riforme e cambiamenti, al modo in cui la cura di una malattia grave che minaccia la vita di una persona viene prima dei consigli sul come dovrà in seguito, se sarà salvo, cambiare il suo stile di vita.

L´Italia è al momento sotto la minaccia di televisioni ostili che hanno consentito a un candidato fallimentare di accumulare voti (sia pure perdenti) che non avrebbe mai avuto se la pura e semplice immagine giornalistica di ciò che ha fatto e distrutto in questi anni fosse apparsa, come è in realtà, come la raccontano la stampa e le televisioni del mondo: ridicola e tragica. Si veda, infatti, il voto degli italiani all´estero che, di fronte a un´altra stampa e a un´altra televisione, si sono ben guardati dal votare per Berlusconi. Si tenga conto di un prodotto, se volete marginale, ma molto importante della televisione ostile. Per tutti questi anni ha rovesciato la scena e ha fatto apparire strani, fuori posto, esagerati gli oppositori, li ha messi in condizione di essere irrisi.

E - se oggetto di persecuzione - quella persecuzione non appariva così assurda perché essi erano visti come la contraddizione ostinata e stupida alla verità.

* * *
Evidente dunque la necessità di agire subito, prima di presentare piani di eventuale riforma della televisione pubblica. Il problema è nella situazione di monopolio che blocca la democrazia italiana (la definizione è di Romano Prodi). In apparenza si tratta di duopolio, Rai e Mediaset che controllano tutto il mercato. In realtà le due grandi strutture formano un cartello nelle mani di una sola persona che, a lungo, si è riservato di utilizzare indifferentemente l´una o l´altra struttura sia nelle notizie che nella scelta dei programmi.

Questo cartello è stato cementato sia dal forte interesse politico di dominio sia dal controllo di quasi tutta la pubblicità in tutti i settori che si servono del mercato pubblicitario.

Dunque sono necessari interventi immediati, diretti però a restituire democrazia, non ulteriori forme di controllo, sia pure con il buon proposito di far finire il dominio assoluto di Berlusconi, che altrimenti non sarebbe finito per il solo fatto di avere perso le elezioni.

Può essere utile riflettere sui punti che seguono.

Primo. Nessuna epurazione, neppure quelle più clamorose richieste dal pubblico esasperato, dovranno avvenire alla Rai. Con questa legislatura deve finire il ballo umiliante delle finte affinità politiche, delle sottomissioni dei nuovi credenti. Ciò vale tanto più per i conduttori di talk show radio e tv vistosamente compromessi col passato regime.

È giusto desiderare che, nella televisione di Stato di un Paese tornato libero persino il conduttore di "Zapping" , che ha passato cinque anni a svillaneggiare in diretta chiunque osasse mostrarsi anche cautamente ostile a Silvio Berlusconi e ai suoi associati, resti al suo posto e nella sua trasmissione.


Secondo. È inevitabile che tornino subito, e tornino senza nessun tipo di condizione, ma anzi con scuse - e, se del caso, risarcimento del danno subito - tutti coloro che sono stati cacciati per clamorose (e del resto dichiarate e vantate) ragioni politiche, durante e a causa del conflitto di interessi di Berlusconi, da Biagi a Santoro a Guzzanti e senza alcuna esclusione. Qualche ritorno è già in corso, ma noi ci crederemo quando li vedremo sullo schermo.

Terzo. Smettiamola di parlare di punizione, penalizzazione o vendetta nei confronti di Mediaset. Nessuna buona impresa televisiva del mondo ha mai beneficiato di essere allo stesso tempo proprietà privata e riserva di potere del capo del governo. E nessuna impresa televisiva del mondo è mai stata danneggiata dal non essere protagonista di un clamoroso conflitto di interessi come quello italiano.

Tutto ciò che è accaduto a Mediaset non ha nulla a che fare con i professionisti che vi lavorano. Ma sanno tutti, in Europa e fra gli specialisti di media nel mondo, che i proprietari di Mediaset hanno immensamente beneficiato della condizione di doppio domino, commerciale e politico. È questo beneficio indebito e pericoloso che dovrà cessare, non il buon lavoro, del resto radicato sul mercato, delle reti Mediaset.

Quanto al numero e alla dislocazione delle reti, per l´uno o per l´altro protagonista del duopolio ci sono state sentenze della Corte costituzionale che non sembrano di carattere vendicativo o eversivo, e corrispondono alle regole nel resto del mondo. E ci sarà una legge sul conflitto di interessi che sarà doveroso fare subito, con la migliore esperienza giuridica e mediatica, italiana e internazionale. Gli esperti di indiscussa qualità non mancano (basti citare un politologo come Giovanni Sartori che alla Columbia University è titolare di una cattedra prestigiosa come un premio Nobel).

Si tratta di urgenti impegni preliminari. Poi si dovrà ricostruire un Paese che è stato giuridicamente, economicamente, moralmente vandalizzato e deliberatamente spaccato in due, in modo da poter continuare a reclamare il potere perduto.

Credo che, a questo punto, si possa osare una scommessa.

Date all´Italia un anno di pace e di normalità nel sistema delle informazioni, dei telegiornali, fate finire i commenti guidati, i falsi incontri stampa senza domande, i monologhi di autocelebrazione un po´ ridicola e un po´ esaltata dell´ex premier. Date questo intervallo di pace al Paese. E il Paese, pur restando legittimamente arricchito da una visione e da un progetto conservatore che si contrappongono al progetto di solidarismo e riforme, che adesso guida il governo, non sarà più spaccato. Si potrà tornare a definirlo semplicemente "democratico".

In questi cinque anni e in questi ultimi giorni si è fatto di tutto perché cessasse di esserlo.


La terza Italia
Renato Mannheimer sul
Corriere della Sera

I primi dati indicano, per le amministrative in corso, una crescita dell'astensione. Naturalmente, per una valutazione definitiva occorrerà conoscere l'entità complessiva dell'afflusso alle urne. Che, specie a fine maggio, può assumere dimensioni significative anche nella giornata di lunedì. Ma, sin d'ora, questa tendenza, se confermata, può suggerire alcune considerazioni di carattere più generale sulla partecipazione politica degli italiani e sulle sue motivazioni. A prima vista, la crescita delle astensioni sembra "contraddire" quanto è accaduto il mese scorso, alle politiche, ove l'afflusso alle urne è stato relativamente elevato.
In realtà, contrariamente a quanto alcuni hanno inizialmente affermato, si è comunque manifestata una erosione rispetto alle politiche precedenti: ma la partecipazione è risultata in ogni caso superiore alle aspettative della gran parte degli osservatori. Per quel che riguarda invece l'elezione in corso, si sa che, da sempre, l'astensione alle amministrative è superiore a quella relativa alle politiche e che, ormai da molti anni, vi è, per tutte le elezioni (comprese, come si è ricordato, quelle del 9-10 aprile), una generale tendenza verso una crescente diserzione dai seggi. Ciò nonostante, una così significativa disparità del tasso di partecipazione nell'arco di poche settimane non può non colpire. In realtà, essa è in larga misura legata alla diversa intensità della cosiddetta "mobilitazione drammatizzante" della "terza Italia" politica. Quest'ultima è costituita da una quota sempre crescente di popolazione, scarsamente interessata alla politica e caratterizzata da "lontananza" e, spesso, da ostilità nei suoi confronti.
I suoi componenti reputano generalmente eccessivo l'impiego di energie connesso alla partecipazione elettorale (dicono: "non vale la pena di votare" o "un partito vale l'altro") e tendono di conseguenza ad astenersi. Possono però, in certi casi, essere spinti a partecipare: accade se vengono persuasi che l'esito delle elezioni abbia un effetto sulla loro personale condizione di vita o sui loro interessi: ciò avviene assai più facilmente per le consultazioni nazionali che per quelle "locali". Naturalmente, trattandosi di soggetti molto distanti dal linguaggio della politica, la comunicazione loro rivolta non può che essere semplice —talvolta semplicistica— e diretta. Lo fu, ad esempio, il "meno tasse per tutti" adottato con successo da Berlusconi nel 2001. Come lo è stato, qualche settimana fa, l'"abolirò l'Ici" dello stesso Cavaliere. Aiutato, nei suoi effetti comunicativi, dalle paure suscitate, a torto o a ragione, dal centrosinistra riguardo alla tassa di successione e a quella sulle abitazioni: le stime più prudenti suggeriscono che, a seguito del "combinato disposto" di questi stimoli, la settimana precedente il voto si sia "mobilitato" il 2-3% di elettorato, dapprima orientato all'astensione e poi per lo più spinto a preferire il centrodestra.
In queste amministrative, viceversa, la comunicazione, pur annoverando promesse palesemente non mantenibili, ha, per fortuna, assunto raramente toni drammatici, né ha evocato, trattandosi di elezioni locali, possibili catastrofi o "regimi" in caso di vittoria dell'avversario. La conseguenza è consistita in un calo della partecipazione, specie da parte della "terza Italia" politica, meno stimolata a recarsi alle urne.



Il modello Roma vince ma in casa ds è punito
Mario Pirani su
la Repubblica

Tra stasera e domani si saprà l´esito delle elezioni a Roma e in molte altre città, grandi e piccole.
C´è da augurarsi che i cittadini premino o penalizzino i sindaci per come hanno amministrato, senza lasciarsi influenzare né dalla chiamata alle armi di un Berlusconi in compulsiva crisi di astinenza dal potere, né dalla insania verbale, manifestata da sottosegretari e ministri di seconda fila che quotidianamente si abbandonano a dichiarazioni e annunci, velleitari quanto provocatori, animati da quella cupidigia del "facciamoci del male" evocata da Nanni Moretti.
Chi non dovrebbe temere gli effetti nefasti del "fuoco amico" è Walter Veltroni, visti i risultati oltremodo positivi di un´ opera che ha portato la Capitale ad un tasso di crescita del 4%. Se, però, ne parlo non è per illustrare i dati del pil quanto per la felice riuscita – pur nel permanere delle difficoltà, ad esempio il traffico, tipiche di una metropoli – di un progetto di sviluppo indicativo per l´intero Paese. Quel tipo di sviluppo, appunto, che dalle colonne di "Repubblica" (il 15/5 us) Giorgio Ruffolo auspicava venisse fatto proprio dal governo Prodi, assumendo come volano "la valorizzazione della risorsa sulla quale non dobbiamo temere competizioni: l´immenso patrimonio territoriale storico, culturale, artistico dell´Italia. Ciò richiede - aggiungeva - una netta inversione di tendenza... con priorità per i grandi progetti di risanamento ambientale e urbano, specie nel Sud: di infrastrutture, di organizzazione turistica, di promozione culturale".
Una parte della sinistra, ancora intrisa di una filosofia tardo industriale, ha difficoltà ad intendere questo discorso e non poche volte scatta una specie di riflesso condizionato, una nostalgia della centralità metalmeccanica di fronte alla prospettiva (falsa) di ridurre gli italiani ad un popolo di camerieri.
Per contrastare questa pigra ostilità l´assessore al Bilancio della giunta capitolina, il prof. Marco Causi, ha tra l´altro pubblicato un documentato saggio intitolato "La cultura è un lusso?" in cui dimostra il nesso che si è venuto creando in questi anni tra patrimonio culturale e sviluppo economico.
Non si tratta, infatti, di solo turismo o di solo cultura ma altresì della loro interconnessione col terziario avanzato, con le reti informatiche, con la modernizzazione delle infrastrutture, con le opere di restauro e di recupero urbanistico e paesaggistico, con l´agricoltura tipica e di qualità, con la formazione di giovani generazioni colte e professionalmente preparate.
Dall´intreccio di questi filoni, che dal 1993 ad oggi ha visto l´impegno delle giunte Rutelli e Veltroni, è scaturito quel "nuovo Rinascimento romano" dove la cultura non è più un momento "effimero", come fu, pur nella sua piacevolezza innovativa, l´"Estate romana" di Nicolini, ma una stabile rete di cui l´Auditorium-Parco della Musica costituisce il pivot centrale. Attorno un sistema espositivo di musei rinnovati (i Capitolini, palazzo Braschi, ecc.) e di nuovi spazi espositivi (dalle Scuderie del Quirinale al Vittoriano, dal Chiostro del Bramante alla discussa Ara Pacis), completati dalla Casa delle Letterature, del Jazz, del Cinema, dell´Architettura.
Infine il rilancio delle biblioteche comunali, messe in rete e potenziate con un afflusso di pubblico senza precedenti (da 357.000 presenze nel 2001 a 1.391.000 nel 2004). Dalle "notti bianche" ai Festival delle Letterature, della Filosofia e, ad ottobre, del Cinema, una poliedrica attività anima queste ed altre strutture. "L´investimento nella cultura - si legge nel Bilancio sociale 2001-2005 del Comune - significa valorizzare il patrimonio di Roma quale ricchezza moltiplicatrice dell´economia della città, con effetti benefici sulla occupazione e sul reddito prodotto". Ebbene ci si sarebbe aspettati che il modello Roma venisse assunto come guide-line per il centro sinistra ma così non sembra. Non solo: gli uomini che l´hanno impersonato sono stati sacrificati al gioco delle correnti.

"Come se la caverà Rutelli senza un solo sottosegretario competente in beni culturali e spettacolo?", scrive ora invano Vittorio Emiliani sull´"Unità". Ovverosia il merito punito.


"Nassiriya una missione senza progetto"
Guido Rampoldi su
la Repubblica

Ancora la settimana scorsa, quando a Roma un emissario di Condoleeza Rice incontrò diplomatici della Farnesina, dirigenti della Margherita e politici dei ds, con lui nessuno mise in dubbio quel che da almeno due mesi pareva ormai sicuro: non tutto il contingente italiano in Iraq sarebbe rimpatriato. Una frazione, 800 soldati, si sarebbe trasformata nella scorta d´una missione civile inquadrata nella Coalizione come team provinciale per la ricostruzione (Prt). Ma adesso questo non sembra più l´orientamento del governo italiano. Anche se nessuna decisione è stata ancora presa, Roma propenderebbe per il rimpatrio dell´intero contingente, com´è nei desideri della sinistra radicale. Quest´ultima ha puntato i piedi ed in quarantott´ore è riuscita quantomeno a rimettere in discussione una scelta che sembrava presa. Il successo del forcing comunista avrebbe cause diverse. Non solo l´esiguità numerica della maggioranza, e il rischio che per Prodi diventi impossibile tenerla unita nel caso d´un nuovo attacco mortale ai soldati italiani; ma anche l´obiettivo deteriorarsi della situazione in Iraq, in particolare nel sud, dov´è Nassiriya, e il dubbio che trascina: è sensato rischiare vite e capitali in una ricostruzione sempre più improbabile, ammesso che sarebbe questo il vero obiettivo d´un´eventuale permanenza italiana in Mesopotamia? Di quel che sta accadendo in Iraq, e delle scelte tecniche che ha davanti l´Italia, parliamo con Marco Calamai, l´ex consigliere speciale della Coalizione a Nassiriya. Si dimise tre anni fa, in totale dissenso con la strategia e i metodi degli americani. Oggi sappiamo che Calamai aveva ragione, ma all´epoca non furono molti a difenderlo dagli insulti del Polo.
Quando Calamai lasciò l´Iraq il sud sciita era tranquillo.
Ora ribolle. Attentati, attacchi al contingente britannico, masse in rivolta contro la Coalizione. E per gli italiani, rischi crescenti. Secondo Calamai la situazione precipita per due ordini di motivi. "V´è innanzitutto il malessere d´una popolazione che ormai ha difficoltà a soddisfare perfino esigenze elementari". La raccolta dei rifiuti, l´erogazione dell´acqua potabile e dell´energia, perfino i rifornimenti di benzina alle pompe, tutto peggiora invece che migliorare. "E la delusione degli iracheni dà slancio alla capillare penetrazione iraniana, anche a Nassiriya".
Gli iraniani hanno legami storici con lo Sciri, il maggior partito iracheno, di cui hanno formato il braccio armato. Ma soprattutto, le loro organizzazioni umanitarie fanno quel che avrebbe dovuto fare in questi tre anni la Coalizione. "Sono attivissime. Ovunque si presentino, i loro emissari riuniscono le personalità più autorevoli della città, concordano i criteri d´intervento, formano le liste degli assistiti ed erogano subito gli aiuti. Rapidi, diretti, efficaci". Tutto l´opposto d´una Coalizione che in questi anni ha sottovalutato l´importanza della ricostruzione, e per scelta o per necessità ha concentrato gli sforzi su altre priorità, dal contrasto alla guerriglia alla protezione delle infrastrutture petrolifere.
L´attivismo iraniano e la diffidenza o l´ostilità della popolazione appaiono in controluce anche dietro l´ultimo attacco mortale portato contro i soldati italiani a Nassiriya. Avrebbe richiesto una preparazione che non poteva sfuggire agli abitanti della strada, e forse neppure al commissariato di polizia lì vicino. L´ordigno, sospettano i servizi segreti italiani, rimanderebbe a tecnologia iraniana. Da allora, in sintonia con una Coalizione che si rinserra sempre più nei suoi fortilizi, gli italiani hanno rarefatto le sortite dalla loro base. Quest´ultima, Camp Mittica, è ospitata in una gigantesca base aerea americana a 20 km da Nassiriya. E questa coabitazione è un problema per un contingente che ha cercato in ogni modo di esprimere un profilo proprio, una diversità. Ancora Calamai: "I soldati italiani hanno dimostrato una sensibilità e una flessibilità, nel rapporto con la popolazione, che li distingue dai militari americani e britannici.
Ma fisicamente sono all´interno della base americana, gerarchicamente dipendono dalla divisione britannica e dal comando americano, e tutto questo limita e caratterizza la nostra presenza". E i notabili iracheni che ci chiedono di restare, con i proclami assai pubblicizzati dal governo Berlusconi? Non rappresentano forse i sentimenti amichevoli della popolazione?
Secondo Calamai, nei costumi pubblici iracheni c´è un´abitudine alla doppiezza che dovrebbe suggerirci prudenza. "E´ difficile capire cosa pensino davvero i nostri interlocutori". Dopotutto, il notabile di Nassiriya che a parole più di ogni altro ci vuole in Iraq è noto come spia iraniana, e anche d´un certo calibro.
Questa la situazione. Dunque cosa fare? O più tecnicamente, come riformulare l´impegno italiano in Iraq? Attraverso l´Onu o attraverso la Coalizione? Nel primo caso nessun italiano resta in Iraq, né militare né civile. Calamai la considera la soluzione più saggia. In coordinamento con le Nazioni Unite l´Italia potrebbe varare progetti d´aiuto che tendono alla formazione di giornalisti, di giudici, di amministratori. Nessun rischio, costi ridotti e secondo Calamai, un contributo alla stabilità dell´Iraq.
L´alternativa: l´Italia resta nella struttura civile della Coalizione, i Prt, con un team di tecnici e due battaglioni di scorta. "Concretamente - nota Calamai - resta all´interno della base americana, d´un sistema guidato dagli americani che suscita diffidenza o ostilità nella popolazione, e d´un progetto di ricostruzione quantomeno vago". Tutto incontestabile. Se però il governo Prodi mantenesse un piede nella Coalizione (cioè con 800 soldati, sia pure chiusi nella base di Nassiriya), avrebbe titolo per tentare di incidere, o per partecipare ai processi che potrebbero decidere il futuro della regione. In proposito Calamai è scettico. La presenza italiana in Iraq gli pare persa dentro un gioco molto più grande del nostro Paese e della nostra capacità d´influire. E non vede alcun processo politico all´orizzonte. "Né gli americani né altri sanno più cosa fare". Intanto larghe zone dell´Iraq diventano `etnicamente pure´. La ragionevole tesi di Calamai è che esista "un´incompatibilità strutturale tra il modello democratico all´occidentale e la possibilità di tenere unito l´Iraq: o nasce un governo autoritario oppure il Paese sarà tripartito". Nell´uno o nell´altro caso, vedremmo scorrere molto altro sangue.



  29 maggio 2006