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a cura di G.C. - 26 maggio 2006


Montezemolo: "No allo spoil system delle leggi"
Rosaria Amato su
la Repubblica

ROMA - No a logiche da spoil system, sì invece alla concertazione tra le forze politiche e sociali per una modernizzazione del sistema che parta dalle riforme economiche per arrivare a quelle costituzionali. E' il filo conduttore della relazione del presidente Luca Cordero di Montezemolo all'Assemblea 2006 di Confindustria, stamane a Roma. "Le cose da fare - ha detto Montezemolo, che oggi entra nel suo terzo anno di mandato - sono molte e di grande portata.
Evitiamo tentazioni di bandiera. Non mettiamo mano alle cose buone che già ci sono, solo perché sono state fatte da altri. Concentriamoci sulle cose che restano da fare". Che per Confindustria sono naturalmente il riequilibrio dei conti pubblici, una riforma radicale della burocrazia e un sistema di norme che aiuti le imprese a decollare, a cominciare dall'abolizione del cuneo fiscale. Riforme che permetterebbero al sistema industriale di produrre al meglio, assicura Montezemolo: "Gli imprenditori sono pronti, prontissimi a mettersi in gioco, a intraprendere, a innovare, a proiettarsi nel futuro".

Ma dallo Stato, lamenta Montezemolo, gli impedimenti sono tanti. "Viviamo nella Repubblica dei veti. Penso di interpretare il pensiero di tutti nel dire una cosa solo apparentemente semplice - lamenta il presidente di Confindustria - lasciateci lavorare. Lasciateci creare nuove imprese. Lasciateci sviluppare quelle in attività.

E, alle critiche di chi accusa il sistema industriale di immobilismo e scarsa competività, Montezemolo replica, sia pure indirettamente: "L'unico modo per difendere la posizione dell'Italia fra i Paesi industrializzati e lo standard di vita dei cittadini italiani è la capacità di essere tra i primi a mettere sui mercati prodotti innovativi. Devo dire con dispiacere che in questo non facile lavoro ci siamo sentiti troppo soli".

L'autonomia.
Le richieste che Confindustria fa al governo, ricorda Montezemolo, non intendono lederne l'autonomia. Ma l'autonomia (e il ricordo non può non andare allo scontro con l'allora presidente del Consiglio del governo al convegno di Vicenza), è un valore di estrema importanza anche per Confindustria: "L'autonomia è un valore importante per qualunque corpo intermedio della società contemporanea - afferma Montezemolo - Per Confindustria è l'unico modo di essere, è il nostro patrimonio genetico. Se anche un giorno ci trovassimo d'accordo al cento per cento con quello che fa un governo, non per questo potremmo smettere di essere autonomi".

Le cose da salvare: la legge Biagi
. Tra le "cose buone", per Confindustria, c'è sicuramente la legge Biagi, che il nuovo governo non ha fatto mistero di voler perlomeno riformare. "Confindustria - ribadisce Montezemolo - lo ripeto, difenderà questa riforma che va completata con l'importante capitolo degli ammortizzatori sociali". "Noi non vogliamo lavoratori precari né imprese precarie - precisa - Vogliamo invece un sistema di imprese e lavoratori pronti ad assumere le nuove funzioni che si rendano necessarie per competere e crescere insieme".

Anche per non sprecare il sacrificio di chi ha voluto queste leggi, ricorda Montezemolo: "E così renderemo un omaggio vero a chi è stato barbaramente assassinato dai terroristi per essersi dedicato a questi problemi: Ezio Tarantelli, Massimo D'Antona, Marco Biagi. A loro va la nostra memoria e la nostra riconoscenza".

I rapporti con i sindacati. Dal palco dell'Auditorium di Roma Montezemolo lancia anche un messaggio ai sindacati, parlando di "occasioni perdute" in relazioni alla "riforma delle relazioni industriali". "Non possiamo accettare ulteriori rinvii, né diritti di veto - ammonisce il presidente di Confindustria - Sarebbe una fuga dalle responsabilità. Penso a una ripresa forte di iniziativa nelle prossime settimane. Il confronto va riaperto e auspichiamo una posizione unitaria dei sindacati. E' chiaro che però non possiamo attenderla all'infinito".

Il Codice Ambientale.
"Il Codice Ambientale recentemente approvato - afferma con forza Montezemolo - è un passo in avanti positivo e risponde alla necessità di riordino e di semplificazione delle norme in maniera coerente con queste finalità. Non può e non deve essere oggetto di logiche da spoil system. Né possiamo accettare che in materie così delicate si possa ogni volta ripartire da zero, come nel gioco dell'oca. I primi segnali di questi giorni - e non solo in questa materia - ci hanno molto preoccupato. In campo ambientale è stato fatto un buon lavoro che ci avvicina all'Europa e anche per questo va confermato".

Infrastrutture e grandi opere. Montezemolo non parla in particolare di Tav o di ponte sullo stretto, ma su infrastrutture e grandi opere lancia un messaggio preciso: "Le infrastrutture, la Tav, i grandi corridoi non possono essere una questione rimessa al consenso di ambiti locali. Sono temi determinanti per lo sviluppo futuro di tutto il Paese. Abbiamo detto che gli imprenditori giudicheranno il governo sui singoli atti. Sulle grandi opere ci aspettiamo uno scatto in avanti.

La questione settentrionale. La cronica mancanza di infrastrutture, l'incapacità di portare a termine quelle già avviate, denuncia Montezemolo, sta facendo scoppiare "una vera e propria questione settentrionale". "E' il dramma di regioni con tassi di sviluppo industriale fra i più alti d'Europa che incontrano limiti spaventosi alla possibilità di crescita per un deficit di infrastrutture che è diventato insostenibile".

Le cose da fare: il riequilibrio dei conti pubblici. "La prima, grande preoccupazione - ricorda Montezemolo - è quella dei conti pubblici. L'equilibrio della finanza pubblica è la premessa per qualunque politica di sviluppo. E' fondamentale trovare il giusto equilibrio tra risamento dei bilianci pubblici e rafforzamento del potenziale di crescita". Per arrivare al passaggio successivo necessario: l'avvio di una politica economica di rilievo. "E' necessario che il governo riacquisti la capacità di fare politica economica, oggi menomata dall'assillo della quadratura dei conti pubblici".


Privatizzazioni e liberalizzazioni. Nell'ambito delle riforme, ribadisce Montezemolo, sono di particolare importanza quelle tese a privatizzazioni e liberalizzazioni. "Privatizzazioni e liberalizzazioni - dice - rappresentano una strada maestra anche per aprire alla concorrenza settori che in altri Paesi hanno generato imprese, occupazione, reddito e maggiore soddisfazione per i consumatori".

La riduzione del cuneo fiscale. La riduzione del cuneo fiscale è una richiesta di Confidustria di lunga data. Montezemolo la ripropone anche oggi: "Serve una terapia d'urto. La nostra proposta è una riduzione di 10 punti in cinque anni: almeno cinque punti subito, per consentire alle imprese di agganciare la ripresa internazionale, gli altri nel corso della legislatura".

Le riforme istituzionali.
"Le sole riforme costituzionali fatte fino ad oggi - accusa Montezemolo - non hanno ridotto i poteri di veto nell'ambito del governo centrale, mentre li hanno accresciuti nella catena decisionale che si dipana tra centro e poteri locali". Mentre per Confindustria "è necessario affrontare il tema di riforme della Costituzione volte a modernizzare l'organizzazione e il funziomento delle nostre istituzioni pubbliche. In un mondo dove tutto cambia a grande velocità, anche la nostra carta costituzionale può e deve essere oggetto di revisioni ed evoluzioni utili allo sviluppo del Paese".


Gli impegni di Confindustria. Naturalmente gli industriali sono consapevoli delle critiche che arrivano da più parti (anche ieri dal Rapporto Annuale Istat) alla scarsa capacità innovativa delle imprese, che volano molto basso nella competizione mondiale. E, anche se indirettamente, a queste critiche Montezemolo risponde, pur senza eccedere in autocritica: "Noi, all'interno dei cancelli delle nostre fabbriche, abbiamo fatto e stiamo facendo un grande sforzo per investire ancora di più in innovazione e ricerca, per proseguire le ristrutturazioni aziendali e spingere l'internalizzazione. Ma noi imprenditori sappiamo che questo non è mai abbastanza". "L'unico modo per difendere la posizione dell'Italia tra i Paesi industrializzati - ammette Montezemolo - e lo standard di vita dei cittadini italiani è la capacità di essere i primi a mettere sui mercati prodotti innovativi. Devo dire con dispiacere che in questo non facile lavoro ci siamo sentiti troppo soli".


Prodi a Confindustria: intesa strategica su obiettivi comuni
Redazione de
l'Unità

Terapia d´urto. Dice Montezemolo. Vi chiederemo molto, ma ci impegneremo anche a darvi molto. Incalza Prodi. Dialogo a distanza all´assemblea annuale di Confindustria tra il numero Uno degli industriali e il presidente del Consiglio che, al suo "battesimo" pubblico, sottolinea la necessità di regole per lo sviluppo e di un'intesa strategica con l'industria basata su obiettivi comuni.

Secondo il presidente di Confindustria la ricetta per risanare il paese e consolidare i primi segni di ripresa dell'economia italiana, parte dal risanamento dei conti pubblici. Quindi, spiega il numero Uno degli Industriali, occorre puntare su tagli alla spesa corrente invece che su un aumento della pressione fiscale. A questo scopo Confindustria plaude alla proposta del governo di abbattere di cinque punti il cuneo fiscale nel primo anno di legislatura, ma punta a un taglio di 10 punti nell'arco del quinquennio e auspica che il beneficio vada prevalentemente alle imprese. L'intervento, ha spiegato il presidente della Fiat, costerà 2 miliardi per ogni punto di riduzione, ma secondo Montezemolo potrà essere coperto coperta con "la lotta all'evasione ma anche con una diversa distribuzione del carico fiscale e contributivo fra le categorie di reddito, tassando le operazioni a contenuto prettamente speculativo, e con uno spostamento da imposte dirette a imposte indirette".

Il presidente degli industriali ha poi definito "insostenibile" il deficit infrastrutturale italiano ricordando che opere come la Tav e i grandi corridoi "non possono essere una questione rimessa al consenso degli enti locali". E dal nuovo governo ha detto di aspettarsi "uno scatto in avanti sulle grandi opere". Infine, nodo assai caldo, quello della riforma del lavoro. Confindustria continuerà a "difendere" la legge Biagi che ora "va completata con l'importante capitolo degli ammortizzatori sociali" ha ribadito ribadito il presidente degli industriali: "Vorremmo però- tiene a precisare- che almeno per quanto riguarda il mondo delle imprese si abbandonasse la falsa equazione fra flessibilità e precarietà".

Dopo il discorso di Montezemolo tocca al premier Romano Prodi parlare all´assemblea degli industriali. Come primo punto Prodi ribadisce che le tendenze dei conti pubblici nel 2006 si rivelano peggiori dei target ad ogni revisione. "I positivi segni di ripresa sono buone notizie, ma si tratta di dati congiunturali da non confondere con le tendenze strutturali" dice il premier che quindi annuncia: "Nelle prossime settimane il ministro dell'Economia presenterà le revisioni dei dati per il 2006".

Per quanto riguarda la necessità di far ripartire la "locomotiva Italia" comunque Romano Prodi non ha dubbi: "Non ci sarà rilancio se l'industria non si riapproprierà di un ruolo trainante". Infine l´appello alla concertazione: "Chiedo a voi industriali e a tutte le parti sociali – incalza il premier - di essere forti, responsabili e autonomi. È chiaro che spetta al governo la responsabilità delle decisioni ma guai se questa non sarà preceduta da un dialogo e un confronto franco".

Al premier la platea degli industriali riserva un applauso di cortesia. "Un giudizio su Prodi? Vedremo cosa accade..." è la laconica risposta del vicepresidente di Confindustria Andrea Pininfarina.


Il fallimento della classe dirigente
Piero Sansonetti su
Liberazione del 25 maggio

Cosa ha combinato in tutti questi anni la borghesia italiana, oltre a combattere molte lotte di potere interne, oltre a progettare e talvolta realizzare scalate finanziarie, oltre a fare pressioni di ogni tipo sui governanti, per ottenere favori economici, protezione politica, esenzioni dalle tasse, spostamento di risorse a proprio favore?
Non ha fatto nient'altro che queste cose che abbiamo detto. Ed è riuscita tuttavia, grazie al fortissimo controllo che ha sulla stampa e su tutti i mezzi di comunicazione di massa, a farci credere che le cose italiane andavano abbastanza bene se non fosse stato per quel maledetto laccio alla caviglia (un esorbitante costo del lavoro) che impediva alla nostra impresa - unico pezzo davvero sano del paese - di decollare come avrebbe meritato, e di essere davvero competitiva sui mercati internazionali. E allora, per liberarsi di questo laccio, la borghesia italiana ha chiesto nuovi sgravi per le imprese, azioni per ridurre il costo del lavoro (a spese dei dipendenti e dei loro salari e stipendi), leggi che rendessero ordinario e quasi obbligatorio il precariato, in modo da poter pagare di meno la manodopera e soprattutto ridurre al minimo, o a niente, i diritti e il potere contrattuale dei lavoratori.
In questo modo è successo che una porzione molto consistente delle ricchezze nazionali (più o meno il 20 per cento) è passata direttamente dalle tasche dei lavoratori alle casse del profitto e della rendita; è successo che il costo del lavoro è diventato il più basso di tutta Europa; è successo che il sistema delle imprese comunque non riesce ad essere competitivo - perché manca di iniziativa, di efficienza, di rigore, di innovazione, di capacità professionali - e tuttavia l'Italia intera è convinta che la grande borghesia sia la parte migliore del paese, rovinata dai politici incapaci e corrotti e dai lavoratori troppo costosi.
Capite che imbroglio? Un'enormità. C'entra Berlusconi con tutto questo? Certo, naturalmente c'entra, è dentro fino al collo, sia come leader politico e statista, sia come leader di una parte - al momento vincente - della borghesia. Ma certo non c'entra solo lui. Anche il pezzo antiberlusconiano della borghesia italiana - quello, per intenderci amico della Fiat e di Montezemolo - ha responsabilità gigantesche. Forse le maggiori. E adesso vorrebbe tornare a dire la sua, ponendosi come nume tutelare della parte centrista del centrosinistra, e interlocutore di un governo di sinistra moderato, e come “potere forte” per eccellenza. (Vedrete che oggi, all'assemblea di Confindustria, tornerà a esporre queste pretese).
Capite che è impossibile un disegno di questo genere. Il sogno “neocentrista” nasce morto, perché non ha i presupposti sociali ed economici, perché non ha una classe dirigente. Il problema di questo governo sarà quello di costruire un nuovo blocco sociale, meno parassita, meno corrotto, “vivo”, capace di diventare classe dirigente e di essere l'interfaccia di una grande operazione politica di rinnovamento.

Sostituire il precariato con lavoro stabile e qualificato, restituire ricchezza ai ceti più poveri, vuol dire rimettere in vita un organismo che le vecchie classi dirigenti stavano lasciando morire. Per la ripresa dell'Italia è essenziale il rilancio del valore e della qualificazione del lavoro, e non l'arricchimento, per via politica, di ristretti ceti dirigenti privi di qualsiasi visione del futuro.


Debito, Italia sotto osservazione
Redazione de
la Repubblica

ROMA - Debito pubblico italiano sotto osservazione e possibilità di un declassamento del nostro paese. E' quanto stabilisce l'agenzia di valutazione economica Fitch mettendo i conti pubblici italiani in "Rating Watch Negative" e lasciando aperta la possibilità di un declassamento dell'Italia dall'attuale 'AA'. Una decisione che non scompone i rappresentanti del governo Prodi, primo tra tutti il neo ministro dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa secondo il quale il giudizio di Fitch "sarà inserito tra le informazioni rilevanti che contribuiranno alla valutazione della situazione dei conti pubblici italiani recentemente avviata dal ministero".

L'agenzia di rating annuncia che occorreranno dai tre ai cinque mesi per concludere la revisione motivata dal "continuo deterioramento dei conti pubblici" e dalle prospettive sull'andamento del debito" oltre a "un apparente declino della competitività dell'economia" del nostro paese.

L'esame dell'agenzia "si concentrerà sulla possibilità che venga messo in atto un credibile pacchetto di misure di consolidamento di bilancio, sullo stato attuale dei conti pubblici e sulle prospettive di crescita economica a medio termine". La lente è sostanzialmente puntata sul rischio che il nostro paese, in assenza di misure addizionali, sfondi l'obiettivo di deficit del 2006 fissato al 3,8% per il rapporto deficit/pil.

Immediata, ma molto contenuta nei toni, la reazione del governo italiano alla decisione dell'agenzia. Romano Prodi, definendola una "non bella notizia" annuncia "una strategia di risanamento che tranquillizzi le severe strutture di rating". Già dalle prossime settimane l'esecutivo metterà mano al debito pur non essendo ancora chiaro se, per l'occasione, verrà messa in atto una manovra correttiva. Prodi, a domanda dei giornalisti, taglia corto: "Non voglio fare un'affermazione su un provvedimento prima che venga preso".

D'altra parte la decisione di Fitch non sembra cogliere di sorpresa i rappresentanti del centrosinistra che, al contrario, la considerano una conferma di preoccupazioni già ampiamente condivise. Non a caso il vice ministro dell'Economia, Vincenzo Visco, a margine dell'assemblea annuale di Confindustria, liquida come "quasi scontata" la decisione dell'agenzia di rating internazionale. Il segretario dei Ds invece punta il dito sulle responsabilità del governo Berlusconi: "Sta emergendo dalla rilevazione che sta facendo Tommaso Padoa Schioppa una situazione più grave di quella rappresentata da Tremonti. Servono provvedimenti efficaci e rigorosi di risanamento insieme ad un sostegno allo sviluppo. Il governo è impegnato su questo e l'autorevolezza di Padoa Schioppa vuol dire che il governo sta facendo sul serio".


Naturalmente diversa la posizione dell'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti, attuale vicepresidente di Forza Italia, secondo il quale la politica giusta per uscire dalla crisi dei conti pubblici è quella avviata dal governo di centrodestra insieme alla Commissione europea nella Finanziaria del 2006". "Si tratta - conclude Tremonti - di andare avanti seriamente su questa strada. Per quanto riguarda l'azione di Fitch, mi dispiace per l'Italia".


Il Cavaliere disarcionato tenta la rivincita
Sfide nelle metropoli e in Sicilia
Marco Bracconi su
la Repubblica

ROMA - Di sondaggi in giro se ne sono visti pochini. Dopo la catastrofe statistica delle ultime elezioni politiche le previsioni viaggiano sottotraccia, e il mondo politico, ad eccezione del solito Berlusconi, maneggia l'argomento con inedita prudenza. Eppure la tornata amministrativa di domenica e lunedì è un appuntamento di grande importanza. Si vota per i sindaci delle città più importanti d'Italia e per una regione di alto valore simbolico. Si vota a meno di due mesi di distanza dalle consultazioni più controverse della storia repubblicana. Si vota senza il Cavaliere a Palazzo Chigi. Ce n'è abbastanza per farne un test politico di importanza nazionale. Capace di condizionare, assieme al referendum di fine giugno sulla Devolution, la vita dei primi mesi - quelli decisivi - del governo guidato da Romano Prodi.

Roma, Milano, Torino, Napoli. Altri 22 capoluoghi. Otto province. La Regione Sicilia. E' mezza Italia che torna a votare, dopo aver dato, seppure di strettissima misura, il benservito a Berlusconi. Dopo i primi passi, decisi ma talvolta discutibili, della nuova maggioranza, dopo la campagna della Cdl sui "vincitori morali" delle politiche, dopo la martellante insistenza di Lega e Forza Italia sulle irregolarità dello scrutinio di aprile. Tutti gli attori sulla scena, trasversalmente, attendono di sapere se tutto ciò ha avuto una ricaduta, e quale, sull'opinione pubblica.

Berlusconi promette opposizione dura e pura. Grida all'occupazione delle istituzioni. Punta a uno scioglimento anticipato delle Camere. Molto anticipato. Il Cavaliere disarcionato ha deciso di fare delle amministrative una occasione di immediata rivincita. "Siamo avanti nei sondaggi di cinque punti", proclama da giorni. Giorni di spola, da un campanile all'altro, dal Duomo ai vicoli partenopei, da Alemanno a Buttiglione, personalizzando allo stremo questa campagna. "Milano sarà la nostra riscossa", dice l'ex premier. Ma non è il capoluogo lombardo, dove la Cdl già governa, il vero obiettivo. Con Roma già data per persa - impossibile immaginare una sconfitta di Walter Veltroni - è Napoli il banco di prova della ipotetica "riscossa".

Un ribaltone sotto al Vesuvio (dove Berlusconi si presenta capolista) sarebbe un brutto colpo per l'Unione, e una micidiale arma di propaganda per il centrodestra. Rosa Russo Jervolino è favorita, ma il Polo prepara l'impresa da mesi, e non è un caso che la Cdl abbia chiuso al campagna di aprile in piazza del Plebiscito. Dopo le politiche la Campania è un po' meno rossa di prima, e la presenza di un outsider a sinistra come il candidato Rossi Doria, autorizza qualche speranza per il candidato del centrodestra, l'ex questore Franco Malvano. Quelle speranze che a Torino il centrodestra sembra aver già perduto. L'ultimo voto ha detto che il Piemonte è virato - di poco - a destra, ma sotto la Mole Chiamparino sembra saldo. Almeno abbastanza da resistere all'attacco di un ex ministro "straniero" come Rocco Buttiglione salito per l'occasione da Roma.

Il dialogo tanto invocato tra i Poli è appeso anche all'esito di queste amministrative. Se tutto resta com'è nelle grandi citta', la strategia della "tensione a basso voltaggio" voluta dal Cavaliere per logorare l'Unione subirà una battuta d'arresto. Ma se Napoli passa di mano, allora l'apparato di propaganda che recita il mantra della "maggioranza reale" ne uscirà vincente. Con buona pace di Fini e Casini, che non sembrano così entusiasti di legarsi mani e piedi alla sola logica della "spallata". A partire dalla - finora solo abbozzata - trattativa sulle commissioni parlamentari.

La Sicilia fa storia a sé. La sfida che contrappone un uomo discusso come Totò Cuffaro e una donna simbolo come Rita Borsellino è affascinante. Salvo sorprese, sarà ancora la Cdl a governare. Ma il voto nell'isola può essere per l'Unione una occasione da non perdere. L'effetto trascinamento della sorella del magistrato ucciso dalla mafia promette di drenare parecchi consensi, ridando voce a quella società civile che dopo la stagione di mani pulite è finita in letargo. A cose fatte, la Sicilia potrebbe risultare molto meno forzista di come la si conosce ora, e in termini numerici un gap più ridotto tra gli schieramenti servirebbe al centrosinistra per contrastare al meglio la propaganda avversaria.

Romano Prodi sta a guardare. Ha scelto una posizione defilata, lasciando campo libero ai candidati sindaci e presidenti dell'Unione. La sua rotta è stata l'esatto contrario di quella del Cavaliere. Tenere separata la sorte del governo nazionale dal voto negli Enti locali.

Ciò non significa che il Professore sottovaluti l'appuntamento. Il suo esecutivo nasce coi numeri risicati, con una maggioranza eterogenea, e ha di fronte l'urgenza del risanamento della finanza pubblica. Roba da far tremare i polsi. Di tutto ha bisogno il presidente del Consiglio fuorché di tensioni non necessarie. L'obiettivo dichiarato è tenere Roma, Torino, Napoli, e avvicinarsi a Milano e in Sicilia. Magari piazzando un paio di vittorie sonanti al primo turno. Magari a Roma e Torino, dove i campioni del centrosinistra sono in prima fila nel sostegno al partito democratico.

Se ciò avverrà, e se il referendum di giugno finisse con l'abrogazione della riforma costituzionale imposta dalla Lega e digerita tra mille mal di pancia da An e Udc, il quadro politico potrebbe ruotare di 180 gradi. E più di qualcuno, nel centrodestra, potrebbe convincersi che la strategia della spallata non ha prospettive. Se non quelle di tenere bloccato il Paese.


Berlusconi: "Sinistra attenta o scendiamo in piazza"
Redazione del
Corriere della Sera

CASERTA - "Stiano attenti i signori della sinistra, perché se dovessimo portare in piazza l'Italia che io vedo in giro intorno a me in tutte le regioni, male sarebbe per loro". Lo ha detto il leader della CdL Silvio Berlusconi, parlando con alcuni cronisti in un albergo di Napoli, in una pausa del tour elettorale in Campania. Poi l'ex premier ha rincarato la dose: "Non siamo noi che dobbiamo aver paura della sinistra, sono loro che devono aver paura dell'Italia buona. Devono stare attenti a non tirare troppo la corda, perché siamo vicini alla rottura della corda. E se questa Italia che sto conoscendo perde la pazienza, peggio per loro". Infine, dal palco di piazza Matteotti, Berlusconi ha ammonito: "Stiamo subendo attacchi inaccettabili, ma noi moderati, se continua così, finiremo di essere moderati".

NAPOLITANO - "Su Napolitano non dò commenti nella maniera più assoluta. Solo che quando qualcuno dice che bisogna avere meno odio, bisogna che si sappia chiaramente che l'odio sta solo da una parte, cioè a sinistra, e che fa paura, perchè a furia di vilipendere il presidente del Consiglio si incontrano persone che hanno un atteggiamento di rancore e di odio che fa paura" ha aggiunto il premier.

BROGLI - Il leader di Forza italia in mattinata era ritornato sul leit motiv che ha portato avanti da quando il centrodestra ha perso le ultime elezioni politiche: l'esistenza di brogli elettorali. "Se si scoprisse che i 24 mila voti sono una favola, andremmo diritti dal Capo dello Stato per chiedere elezioni anticipate. Sono sicuro che il Capo dello Stato non potrà non concederle: Dio non voglia che non dovesse farlo, perchè abbiamo già deciso che i nostri deputati e i nostri senatori andrebbero tutti a casa, e non potrebbe esserci democrazia senza nuove elezioni" aveva detto l'ex premier nel corso di un comizio a Caserta.

LE OFFESE - Silvio Berlusconi è tornato poi su alcuni episodi di contestazione che lo hanno visto oggetto di insulti nel corso di questa campagna elettorale ed arricchisce l'elenco un ultimo accadutogli giovedì mattina a Caserta. "Mi ha avvicinato - ha detto dal palco del teatro comunale - una ragazzotta alla quale non credo di aver fatto niente nella mia vita, e mi ha dato - Berlusconi lo dice in napoletano - dell' 'omm 'e merda". "Sempre meglio - ha ironizzato - rispetto all'assassino, al mafioso ed altri epiteti riservatimi l'altra sera a Pavia. Questa sinistra - è stato il commento dell'ex premier - sa solo criticare e condannare, a noi non verrebbe mai in mente di disturbare un incontro tra Fassino e i suoi elettori".



I caimani nella palude del pallone
Oliviero Beha su
l'Unità

Debbo esternare tutta la mia ammirazione e presentare le mie scuse pubbliche. La prima è per il caimano, le seconde per Biscardi. Sono affascinato da Berlusconi che dovunque, nelle sedi istituzionali come con chi incontra per strada, a Roma dove pena e a Milano dove moratteggia, e naturalmente in tv dove attua proprio come prima delle ultime (e secondo lui "informali") elezioni, se la prende con la sinistra e il regime, adesso applicato al calcio. Pensare che prima c'era Carraro - alla Federcalcio -,e adesso c'è Guido Rossi. C'era Italo Pappa - all'Ufficio Indagini -,e adesso c'è Francesco Saverio Borrelli. Nel frattempo sono stati decapitati i vertici arbitrali, fioccano le dimissioni meno quella di Galliani dalla Lega (calcio), ogni giorno esce una profluvie di intercettazioni che rimbalzano su internet e sui giornali come elenchi telefonici se non proprio come una "colonna infame".

Ebbene, ce ne sarebbe abbastanza per strapparsi i capelli (non alla lettera..., non lui e Galliani), per l'Italia paese e per l'Italia calcistica ora materializzata nell'Italia squadra nazionale, e preoccuparsi - da vero statista qual è - di come uscire dal buco nero,bianconero, rossonero ecc. No, lui caimanescamente ce l'ha con un duo presentabile, dopo falangi di impresentabili, con uno che è stato più duro con D'Alema di quanto non lo sia mai stato lui caimano, con un altro che ha una carriera specchiata e non prescritta ma semplicemente pensionata per ragioni di età. Ora, il neopresidente del Milan ed ex presidente del Consiglio ha tutto il diritto sfrontato (alla lettera, la fisiognomica non è uno scherzo) di pensare e dire il peggio di Guido Rossi e Borrelli, nello stile in cui ha condotto l'ultima entusiasmante campagna elettorale. In fondo, non tratta tanto meglio neppure Fini e Casini. Ma forse aiuterebbe la sua credibilità di idolum tribus, così carismatica da non aver bisogno di nessuna esemplificazione per i "non coglioni", il premettere delle banalissime note alle bordate contro l'occupazione del calcio da parte del regime sinistro.

Ad esempio: c'era lui, al governo e alla testa del calcio sia pure per interposto Galliani mentre maturava e marciva il pasticcio di Moggi e compagni (compagni... compagni non credo), oppure no? I rapporti con Moggi, a parte Mastella, li hanno avuti due suoi ministri, oppure no? E con Carraro lui c'entra qualcosa? E con i diritti tv, vera forza motrice di tutto l'inghippo non secondo l'opinione di vieti comunisti ma alla lettura delle conclusioni degli inquirenti e dei carabinieri in ascolto (delle telefonate), hanno avuto familiarità Rossi e Borrelli, oppure lui caimano? E via così. L'impressione purtroppo è che come al solito Berlusconi si butti avanti per non essere trascinato indietro. Ha capito che se il nuovo governo dovesse - hai visto mai... - fare presto e bene nel calcio, ne guadagnerebbe in forza politica e in immagine presso tutti gli italiani, milanisti compresi, non realizzando una bonifica "di sinistra" bensì una pulizia concreta e simbolica buona per tutti. Così stride, nella palude, invece che prendere atto del tracollo del paese anche sub specie calcistica, e spera di buttarla "in caciara" ancora e sempre. In questo gli danno una mano i Galliani che non mollano la poltrona, pur essendo palesemente coinvolti nel fango, gli Spinelli, del Livorno e gli Zamparini, del Palermo, che fanno quadrato "a termine" nella palude, i Cannavaro che nello stesso stile si dicono orgogliosi di questo calcio in cui il metodo Moggi era semplicemente la norma. Di non rispettare le norme.

E tra un poco temo che agli schizzi politico-mediatici di Berlusconi si aggiungeranno quelli che arrivano dalle intercettazioni trascritte e non setacciate dai giornali, per cui ormai reati presumibilmente penali, colpe deontologiche e violenze al costume si impapocchiano senza distinzione, favorendo - temo - presto una saturazione da Moggiofobia, dopo i fuochi d'artificio su Moggiopoli. Il che ovviamente mena a un "basta così" auspicato ormai sempre più spesso e sempre più chiaramente da tutti coloro che nello scandalo paludoso hanno banchettato,addetti ai lavori come complici e collaterali nelle varie categorie.

Questo il caimano l'ha già capito benissimo, e mette in pratica la sua peraltro non inedita strategia. Mentre Carraro difende sé attraverso la conservazione degli Europei 2012, che passa per Prodi oggi come passava per Berlusconi ieri. Chapeau, se ci riesce, gli uomini della palude sono formidabili.


A questo proposito, il rischio è che Mastella, scopertosi di recente ministro di "grazie" e giustizia, invocando leggi più severe butti via con l'acqua sporca anche il bambino. Senza intercettazioni, ricordiamolo, staremmo come un mese fa a parlare con gli juventini di complemento in tv di sudditanza psicologica degli arbitri... E in parecchi saremmo rimasti con un'impressione e un giudizio sbagliati sul "processo" di Biscardi, a cui come detto credo di dovere delle scuse dopo averne letto le avventure sul documento pubblicato dall'Espresso, una specie di tutte le intercettazioni parola per parola, per assonanza calcistico-radiofonica. Le pagine dedicate alla trasmissione sono numerosissime, un misto di trascrizioni e di commenti da esse suscitati nel maggiore dei carabinieri, l'Auricchio che redige con casareccia acribia il documento della Procura di Roma, indirizzato ai colleghi di Napoli. Le mie scuse si riferiscono a come in questo quarto di secolo sia stato da molti considerato il "processo", e cioè una carnevalata becera in cui tutti davano il peggio di sé per incassare i dividendi dell'Auditel. Lo stesso, immortale Biscardi in tribunale si era autodenunciato come "cabarettista" per evitare condanne penali causa diffamazione. Si gioca, si insulta, ma è per finta e per il ventre molle dei tifosi, era in sostanza la tesi difensiva del "processo" sostenuta dal suo autore e conduttore, il rossodipelo "avvocato". E moviolisti, giornalisti "stanziali" e ospiti intermittenti stavano al gioco.
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Ma sì,tutto truccato a sentire telefonare Biscardi e gli altri pupi del teatrino,tutto mirato a fortificare ed estendere il sistema-Moggi, tutto strumentale ad avere altro, regali, raccomandazioni, posti di lavoro, visibilità ecc... Che di professionale in senso tradizionalmente accettabile non ci fosse quasi nulla, supplito dal cabaret biscardiano reoconfesso, era in effetti sufficientemente chiaro anche senza intercettazioni. Ma che ci fosse un doppio livello, che i pupari in scala recitassero una parte per ottenere altri risultati, beh, è una scoperta commovente e semioticamente fenomenale. Non sono, non erano cialtroni, erano, sono dei professionisti del magheggio, si sono messi al servizio del "caporale" Moggi con una disponibilità e un impegno assolutamente degni di encomio, conseguendo ciò che si proponevano. O meglio che si proponeva Moggi. Ci sono pagine e pagine in cui noti colleghi si fanno un punto d'onore e di professionalità estrema nel seguire a perfezione le direttive del solito "Licio". Che ne esce alla grande, almeno riferito a quella Compagnia del Giocattolone sub specie televisiva, rimpicciolendo nel fango tutte le altre formine.

Quindi è almeno giusto riconoscere una tecnica a chi veniva liquidato snobisticamente come un coro berciante. Nella palude svolgevano un compito, e lo svolgevano bene. A sentire Berlusconi, in una esegesi omeopatica che getta una luce torva sul passato e sul futuro, ne proveremo nostalgia... Forza, Rossi inteso come Guido...


  26 maggio 2006