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a cura di G.C. - 25 maggio 2006


La Bce chiede tagli
Massimo Giannini su
la Repubblica

Purtroppo aveva ragione l'Economist. Dopo 5 anni di dissipazione berlusconiana, "la dolce vita" per l'Italia è finita. Stamattina toccherà alla Confindustria di Montezemolo riaprire al Paese le porte di una difficile stagione di "neorealismo" economico. Disavanzo alto e debito altissimo. Crescita bassa e competitività bassissima. Intanto, in attesa di conoscere il deficit ufficiale ereditato dal centrodestra e le tappe del risanamento discusse ieri sera a cena tra Padoa Schioppa e Joachim Almunia, i vertici della Banca centrale europea rilanciano l'appello al nuovo governo di centrosinistra: "L'Italia non perda tempo: serve subito una manovra correttiva di almeno 7 miliardi di euro, per rimettere in sesto i conti di quest'anno. È il segnale forte che tutti si aspettano".

L'appello non è ancora ufficiale. Ma da Francoforte le pressioni sul nuovo governo di Romano Prodi sono già sommessamente iniziate. E al prossimo consiglio della Bce convocato per l'8 giugno, se nulla sarà accaduto nel frattempo, potrebbero tradursi in un invito pubblico. Il ragionamento che si fa ai piani alti dell'Eurotower è semplice: "Salvo ulteriori e brutte sorprese, che nessuno si augura, il 2006 chiuderà con un rapporto deficit/Pil tra il 4,3 e il 4,4%, mentre per il 2007 è realistico un tendenziale del 5%. È uno scostamento preoccupante. Ma quello che è veramente grave - secondo la squadra guidata da Trichet - è che è tornato inesorabilmente a salire il debito. Per questo la manovra aggiuntiva va fatta, e va fatta subito. Il nuovo governo deve dare immediatamente l'impressione di voler riprendere il sentiero virtuoso iniziato nel '96".

"I mercati hanno perso e stanno perdendo fiducia sulla stabilità dei conti italiani", spiegano. Il differenziale tra rendimenti dei Btp trentennali e i Bund tedeschi, da un mese a questa parte, è tornato sopra i 40 punti base. "Se Prodi non lancia un segnale immediato, il declassamento dell'Italia da parte delle agenzie di rating è scontato. Questo vuol dire che la situazione del debito si aggraverà ancora di più".

Il momento è propizio anche dal punto di vista congiunturale: "In Europa i segnali di ripresa si stanno intensificando. Le esportazioni sono in crescita sostenuta, e anche un aumento dell'occupazione aiuta il risveglio dei consumi privati. L'economia di Eurolandia sembra abbastanza solida da poter assorbire eventuali shock, anche di natura valutaria.
Di questo clima anche l'Italia comincia a risentire positivamente. Fare adesso una manovra aggiuntiva, strutturale ma non anticiclica, sarebbe più sostenibile sul piano delle compatibilità macroeconomiche".


"Quello che serve - confermano all'Eurotower - è un'operazione non inferiore ai 7 miliardi di euro, cioè tra lo 0,5 e lo 0,6% del Pil". Quanto basta per riportare il deficit dal tendenziale del 4,3/4,4% a quel 3,8% precedentemente concordato da Tremonti con la Ue. "È molto più credibile varare subito questa "manovrina" di impatto non traumatico - aggiungono dal board della Banca centrale - che non scaricare tutte le tensioni sul 2007, quando l'Italia sarebbe costretta a ripartire da un deficit del 5%, e a fare nel prossimo autunno una Finanziaria, quella sì pesantissima, pari a non meno di 2 punti di Pil".

In alternativa, l'unica speranza potrebbe essere quella di rinegoziare con Bruxelles un rinvio al 2008 del rientro sotto il tetto del 3%.

Ai vertici della Bce non si guarda con particolare ottimismo, a questo tentativo di rimodulare l'agenda degli impegni con l'Unione. "Dovrebbe valere la lezione del '96 - ricordano da Francoforte - quando l'Italia provò inutilmente a fare asse con la Spagna per chiedere un rinvio delle tappe di Maastricht, e si salvò invece raddoppiando l'entità della Finanziaria e puntando dritta all'ingresso nell'Unione monetaria insieme al gruppo di testa...". Oggi, con grandezze finanziarie per fortuna più ridotte, Prodi e Padoa Schioppa dovrebbero adottare lo stesso metodo. È ovvio che questa decisione è gravida di conseguenze politiche. Può reggere una maggioranza numericamente risicata e politicamente eterogenea, ancora in caotica fase di rodaggio, ad una prova così impegnativa? La sfida è tutta qui. E non è un caso che dall'Eurotower si ripete che "l'accordo sulla manovra aggiuntiva è il test per capire se questo governo può reggere o no per l'intera legislatura". Ed è il test che i mercati aspettano, per capire se convenga scommettere ancora sull'Italia.


Ecco perché dall'Italia di Prodi ci si attende una svolta tempestiva e coraggiosa. "L'esperienza - si dice a Francoforte - insegna che i governi riescono a far le cose importanti nei primi sei mesi. Dopo diventa tutto più difficile. I margini per un intervento non recessivo ci sono: in questi ultimi cinque anni la spesa pubblica è cresciuta in termini reali di oltre il 2% ogni anno...".

Una manovrina non sarebbe uno scandalo per nessuno. Neanche per il Polo, che oggi investe sulle paure degli italiani parlando di "stangata imminente", ma che il 9 luglio 2004 fece esattamente la stessa cosa: una manovra bis da 7 miliardi di euro, con inasprimenti fiscali a tappeto per banche e assicurazioni, aumenti d'imposta sulle seconde case e sui mutui e rincari a raffica su sigarette e marche da bollo. A Francoforte i banchieri non l'hanno dimenticato. Sarebbe strano che, per lassismo o pavidità, se ne scordassero a Roma gli incolpevoli successori di Berlusconi e Tremonti.


Napolitano: "Troppo odio, si cambi"
Marzio Breda sul
Corriere della Sera

ROMA - Il bipolarismo all'italiana? Una rincorsa a prevaricare. Così come lo si è visto in questi ultimi anni, "è stato concepito come un sistema nel quale chi ha la maggioranza è onnipotente. Ciò significa la guerra totale, l'incomunicabilità assoluta, nessun impegno comune. Ora, il principio maggioritario non è la dittatura della maggioranza. Esiste un'altra concezione, più civile, di rispetto tra le coalizioni avverse, malgrado le differenze. Il clima deve cambiare. In Parlamento e nel Paese. Si può farlo fondandosi sui valori costituzionali".
Giorgio Napolitano parla dell'Italia e dell'"obiettivo" del suo settennato: "Favorire il disgelo, fare in modo che ci si parli, ci si ascolti, ci si contrapponga in maniera corretta e ragionevole". Una svolta indispensabile per correggere una politica ormai in torsione permanente e che lo ha "molto impressionato" quando, dopo essere uscito nel '96 dalle Aule parlamentari, nell'autunno scorso è tornato a Palazzo Madama da senatore a vita. "Non era più il Parlamento dove avevo lavorato 38 anni. Nessuno ascoltava l'altro. Un dialogo tra sordi. La maggioranza mancava di spirito d'apertura, non cercava di capire gli argomenti dell'opposizione. Dal canto suo, questa non voleva sentire nulla, tenuto conto dell'atteggiamento perentorio della maggioranza. Era veramente molto negativo, sia per i diritti dell'opposizione che per il Parlamento stesso, indebolito nelle sue prerogative. Anche il Paese ne ha risentito. Mai abbiamo avuto un tale clima di scontro. A tratti, con odio".
È una diagnosi senza edulcorazioni, quella che il capo dello Stato affida al settimanale francese L'Express , in un'intervista concepita per approfondire con un'impronta personale il discorso d'insediamento.
Va subito allo spirito del "dialogo", Napolitano. Esprime un giudizio su Prodi ("deve fare del suo meglio per superare la fragilità" della coalizione, ha però tra le "sue qualità, la pazienza e la capacità di unire"), ma "non su Berlusconi" e sulla sua responsabilità nel creare questo clima (del Cavaliere dice solo che "non ha contestato la qualità" della propria candidatura, avendogli però "fatto capire che non avrebbe potuto sostenerla di fronte all'elettorato" azzurro). Anticipa aspettative da europeista ("anche se l'Italia è stata tra i primi a ratificare il Trattato costituzionale, non si è avuta la sensazione di un impegno davvero coerente del governo su questo punto", mentre "l'Europa deve tornare a essere la priorità"). Riflette sul rapporto Nord-Sud, negando un sentimento da "stranieri" tra italiani. E traccia un autoritratto politico.
Le domande, non a caso, partono da qui, dalla "sorpresa" che desta un ex comunista al Quirinale. Napolitano ammette di capire che lo si "presenti così", ma per lui è "più importante" un certo percorso nelle istituzioni, dopo 15 anni fuori dalla politica attiva: presidente della Camera, ministro dell'Interno - e in quella veste spiega d'essersi "sempre preoccupato di dialogare con l'opposizione" -, presidente della Commissione costituzionale dell'Europarlamento.

Insomma, la "minaccia comunista" brandita da Berlusconi non pone problemi al presidente: sono "argomenti di un'altra epoca", non incidono sull'opinione pubblica. Lui, "di fatto", era "già trent'anni fa un socialdemocratico", uno che ha fatto "del proprio meglio per favorire l'evoluzione del Pci" affinché si trasformasse in un partito dell'Internazionale socialista. Ecco perché si è "potuta capire meglio" la sua candidatura invece di quella di "qualcun altro più giovane e più "politico"", (cioè D'Alema).
"Anche se pensavo di essere troppo anziano per un simile ruolo, vedendo lo stato di divisione del Paese, non potevo rifiutare". I poteri di cui il capo dello Stato dispone sono limitati, neutri, e lui lo sa: "Può dare un impulso, orientamenti molto generali, far prova di persuasione". Li userà, per "distendere l'Italia e superare la feroce interpretazione del bipolarismo e del maggioritario".


Caro Zapatero, tornerò premier…
Redazione de
l'Unità

"Caro Josè Luis Rodriguez Zapatero, dopo cinque anni mi accingo a lasciare la guida del governo italiano ma spero di tornare presto... dopo che saranno state verificate le oltre un milione e centomila schede annullate". Mittente: Silvio Berlusconi. Inizia così la lettera che l'ex premier ha inviato da Palazzo Chigi al leader spagnolo il 16 maggio scorso: cinque giorni dopo la sconfitta alle elezioni. Una lettera scritta su carta intestata "Il presidente del Consiglio de Ministri" e pubblicata nel numero di giovedì del settimanale L'Espresso.

Che a Berlusconi la sconfitta non fosse andata proprio giù è cosa nota. "Siamo minoranza in Parlamento, ma maggioranza nel Paese": "Con il riconteggio delle schede annullate, tornerò al governo", "Il risultato deve cambiare": dice Berlusconi in Parlamento, nel salotto televisivo di Vespa "Porta a porta", per strada.

Ma Berlusconi fa molto di più. Secondo quanto rivelato dall´Espresso, cinque giorni dopo la sconfitta elettorale, il premier ormai uscente avrebbe scritto ad alcuni capi di stato europei per salutarli ma soprattutto per ribadire ufficialmente la sua teoria del complotto del centrosinistra.

L´Espresso pubblica per intero la sola lettera a Zapatero ma l´ipotesi, inquietante, è che altre missive, identiche, siano state spedite un po´ a tutti i premier del Vecchio Continente. "Caro Josè Luis – scrive dunque Berlusconi - dopo cinque anni mi accingo a lasciare la guida del governo italiano. Si è trattato di un periodo di stabilità senza precedenti nella storia della Repubblica italiana, che mi ha consentito di varare 36 importanti riforme di ammodernamento del paese e di sviluppare un'esperienza particolarmente importante e positiva nei rapporti con i colleghi degli altri paesi europei".

"Come probabilmente sai - continua l'ex premier con tono vittimistico - per il particolare sistema elettorale italiano, nonostante il mio personale successo (Forza Italia è di gran lunga il primo partito italiano), la coalizione che guido è risultata globalmente maggioritaria in termini di voti ma minoritaria in termini di rappresentanza parlamentare. Come leader dell'opposizione rappresento comunque il 50,2 per cento del paese e spero di tornare presto al governo dopo che saranno state verificate le oltre un milione e centomila schede annullate".

Seguono ringraziamenti, saluti e, tocco finale: "Ti ricordo che hai un amico che Ti vuole bene! Un forte abbraccio". Firmato: "Silvio".


Appello bipartisan "No alla devolution sì alla costituente"
Redazione de
la Repubblica

ROMA - No deciso alla "devolution", ma sì a un nuovo processo costituente. In vista del referendum di fine giugno l´opposizione alla riforma costituzionale varata dal governo Berlusconi accomuna tutto il centrosinistra. Ma 146 tra parlamentari, esponenti di partito, giuristi e intellettuali hanno dato vita a un fronte comune che lancia un appello a tutte le forze politiche. Lo scopo è promuovere l´avvio di un percorso che porti proprio alla modifica della Costituzione.
L´iniziativa è stata lanciata e presentata ieri dal costituzionalista Augusto Barbera, dall´ex leader referendario Mario Segni, dal ministro Giovanna Melandri e dal diessino Franco Bassanini. La loro proposta punta ad alcune modifiche essenziali della carta costituzionale. Quali? Tra le altre, la previsione per legge delle primarie per ogni tipo di candidato, il riconoscimento al primo ministro di poteri come quello di "ricorso anticipato alle urne", la ridefinizione delle competenze da trasferire alle regioni. In più, i referendari pro-costituente chiedono un´immediata modifica della legge elettorale con ritorno al collegio uninominale perfezionato appunto "con il ricorso ad elezioni primarie". E propongono una radicale riforma dell´attuale bicameralismo perfetto. L´iniziativa è nata, come ha spiegato Barbera, perché "nel comitato per il no stanno passando delle posizioni conservatrici per lasciare la Costituzione così com´era nel ´48. E questo non ci trova d´accordo". Tra i 146 firmatari, oltre a costituzionalisti e parlamentari (Filippo Andreatta, Giovanni Bianchi, Willer Bordon, Riccardo Illy, Antonio Polito) anche l´ex presidente del Senato Carlo Scognamiglio, allora forzista, e Paolo Messa, curatore di "Formiche", la rivista della Fondazione presieduta da Marco Follini.


Meglio le primarie E addio ai bilancini
Filippo Andreatta sul
Corriere della Sera

L'accelerazione sul Partito democratico registrata negli ultimi giorni è stata autenticamente significativa, in quanto si è espresso un coro unanime di consenso sul progetto. Sembra ora venuto il momento di affrontare non tanto la questione del "se", ma quella del "come". Non si tratta però di una questione tecnica o secondaria perché la differenza può essere tra un Partito democratico "vero" e uno "falso", una formazione politica autenticamente innovativa e adatta alle sfide del XXI secolo, oppure un travaso di vino vecchio in otri seminuovi senza una rinuncia ai bizantinismi tipici della nostra tradizione politica o alla tendenza (non propria dei soli eredi del Pci) a quello che una volta si chiamava "centralismo democratico". Il rischio maggiore è oggi quindi quello "che tutto cambi perché tutto rimanga come prima". È particolarmente importante in questo senso la dichiarazione "senza se e senza ma" del segretario del maggiore partito di centrosinistra, Piero Fassino, che ha ribadito con coraggio che - dopo la scelta di Prodi - anche il prossimo candidato premier dovrà essere scelto con le primarie. Come ha giustamente ricordato il leader dei Ds, che al Partito democratico crede davvero, dopo il 16 ottobre 2005 non si può più tornare indietro. Stabilito il traguardo del processo, è logicamente necessario identificare il percorso per arrivarvi.
La scelta delle primarie come metodo per individuare il candidato premier comporta anche una strada obbligata per la fase costituente del nuovo soggetto politico. Se infatti il punto d'arrivo dev'essere una formazione aperta e leggera, che coinvolge direttamente nelle scelte cruciali i propri elettori senza le classiche mediazioni delle tessere, delle correnti e dei conclavi tra segretari, allora anche i passi precedenti - a fortiori - non possono prescindere dallo stesso criterio. Un "vero" Partito democratico potrà quindi nascere solo da un'Assemblea di delegati eletti, come fu per le primarie 2005 e come sarà per le primarie 2010, da un'ampia partecipazione popolare di aderenti che sottoscrivano una Carta dei principi e paghino una quota di partecipazione. Già circolano in filigrana ipotesi alternative rispetto a questo progetto. Cofferati ad esempio propone in processo basato su platee eterogenee. In passato questa idea ha portato al principio dei tre terzi: un terzo ai partiti, un terzo agli eletti e un terzo alle associazioni. Ma queste opzioni più complesse, seppur apparentemente ragionevoli, sollevano problemi che rischierebbero di compromettere il parto della nuova formazione. I più farraginosi e meno trasparenti criteri di scelta, la difficoltà a misurare la rappresentatività delle associazioni, l'arbitrarietà della rappresentanza (perché un terzo, un terzo e un terzo? perché non un quarto, un quarto e metà?), la scelta dei delegati in base a divisioni che si vogliono superare, il rischio di una doppia o tripla rappresentanza (un eletto iscritto sia a un partito sia a un'associazione) impedirebbero all'Assemblea di deliberare liberamente per limitarla a un foro meramente celebrativo, magari a voto palese o per applauso.

Se il punto di riferimento del nuovo partito è il "popolo delle primarie" allora l'unico modo per coinvolgerlo è quello di richiamarlo alle urne per esprimersi direttamente, come hanno dimostrato di voler fare con passione e senso di responsabilità 4.311.139 elettori mettendosi in fila, "insieme" e non "contro" ai partiti, di fronte ai gazebo organizzati dall'Unione in quella storica domenica d'ottobre. L'Assemblea eletta con questo metodo sarebbe legittimata dal più basilare dei principi democratici, "una testa, un voto", senza bilancini o quote riservate.
La ragione per cui si deve costituire una formazione politica autenticamente nuova è proprio perché si vogliono recuperare quelle funzioni originarie di partecipazione, di discussione e di confronto aperto che i partiti devono svolgere per una democrazia efficace. Funzioni che nell'emergenza della "transizione continua" sono state troppo spesso dimenticate e che il nuovo partito deve invece poter essere messo in grado di svolgere, per il bene del centrosinistra e del sistema politico italiano.


Un'Italia vulnerabile e immobile
Redazione de
l'Unità

L'Italia è uno dei paesi in Europa con il più alto livello di disuguaglianza tra "ricchi" e "poveri". E con minore "mobilità sociale". Il che significa che nel Belpaese, ancora oggi è difficile passare da una classe sociale all' altra. Soprattutto per quanto riguarda il gentil sesso. Insomma se una donna nasce figlia di operaia è quasi certo che resterà tale. Specialmente se vive al Sud.

La fotografia del Belpaese scattata dal rapporto annuale 2006 dell'Istat (presentato a Montecitorio dal presidente dell'Istituto Biggeri, alla presenza del presidente della Camera Fausto Bertinotti) è quella di un Italia piuttosto immobile e arretrata, specialmente a confronto i paesi del Nord Europa (Norvegia, Paesi Bassi e Svezia). Mentre, magra consolazione, l´immobilismo sociale caratterizza anche Francia, Germania, Irlanda. Certo alcuni segnali di ripresa ci sono, seppure timidi: il pil è cresciuto dello 0,9% nel primo trimestre del 2006.

Ma andiamo con ordine. Se la povertà nel Belpaese è stabile da circa otto anni (7,6 milioni di persone indigenti), secondo i dati Istat, una famiglia su due ha un reddito mensile netto inferiore a 1.670. E ben un milione e mezzo di persone percepisce un reddito mensile basso, mediamente meno 783 euro, e vive in contesti familiari economicamente disagiati. Soprattutto al Sud: le famiglie che abitano nel Mezzogiorno percepiscono infatti circa 3/4 del reddito delle famiglie che vivono al Nord.

Le famiglie del 20% più ricco detengono il 40% del reddito totale.

La situazione non è migliore sul versante redditi dei nuclei familiari. L´Istat sottolinea che nel 2003 il reddito medio per famiglia è stato di 24.950 euro, circa 2.079 euro al mese. Un reddito composto per il 43,1% da lavoro dipendente e per il 32,9% da trasferimenti pubblici (il 92% riguarda pensioni). Le famiglie che hanno come fonte principale il reddito da lavoro autonomo possono contare, in media, su entrate maggiori. Al sud, di solito, c'è una sola persona ad assicurare le entrate economiche per l´intera famiglia, mentre al nord due o più.

Le donne sono quelle che guadagnano meno. Il 28,2% del gentil sesso si posiziona nella fascia dei redditi più bassi contro il 12,3% degli uomini. Lo stesso vale per il 36% dei giovani con meno di 25 anni, il 32% di chi ha un basso titolo di studio, il 21% delle persone che lavorano nel settore privato. E infine, parlando di precarietà: il 40% dei lavoratori a tempo determinato.

Infine per l´Istat sono "povere" 2 milioni e 600mila famiglia: l'11,7% del totale per complessivi 7,6 milioni di poveri. Il dato ai riferisce alla povertà relativa (quella misurata sulla base dei consumi) che dal 1997 al 2004 è rimasta invariata. L'emergenza riguarda il Sud dove una famiglia su 4 è povera e dove le persone povere nell'ultimo anno, un record, sono aumentate di circa 900 mila persone interessando oltre 1.800.000 famiglie.

Infine i dati relativi all´occupazione. Tra il 1995 e il 2005 2,7 milioni di persone hanno trovato lavoro il che significa che in Italia 22.563.000 persone risultano occupate. Però la percentuale di occupati, pur crescendo dal 53% al 57,5% resta molto al di sotto della media europea del 2005 (64,6%). Inoltre se il tasso di disoccupazione nella media 2005 era del 7,7%, in calo rispetto al 9,1% del 2001, l'Istat segnala come questa riduzione sia stata possibile anche grazie alla crescita della popolazione inattiva dovuta alla rinuncia alla ricerca di occupazione soprattutto al Sud.


"Regolarizzeremo 480mila immigrati"
Francesco Viviano su
la Repubblica

LAMPEDUSA - Quasi cinquecentomila extracomunitari che vivono in Italia e che nei mesi scorsi hanno presentato domanda di regolarizzazione della propria posizione otterranno il permesso di soggiorno; quelli poi che si trovano nei centri di accoglienza sparsi in tutto il territorio nazionale e quelli che arriveranno nelle prossime settimane in Sicilia non saranno più rimpatriati verso la Libia. Queste le "svolte" annunciate ieri da due rappresentanti del nuovo governo: il ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero, e Marcella Lucidi, sottosegretario agli Interni, giunti ieri mattina a Lampedusa per una visita nel centro di prima accoglienza, in perenne emergenza a causa dell´arrivo di migliaia di extracomunitari. Affermazioni che hanno subito provocato polemiche e reazioni nel centro destra, che ha definito le dichiarazioni di Ferrero e Lucidi "folli" ed "irresponsabili", suscettibili di alimentare una nuova invasione di clandestini.
"I nuovi flussi di ingresso degli immigrati in Italia si adegueranno alla realtà, e cioè alle persone che hanno già presentato la domanda di regolarizzazione della propria posizione", ha affermato il ministro Ferrero: il riferimento è al quasi mezzo milione di extracomunitari - colf, badanti e altre attività - che nei mesi scorsi hanno chiesto di essere regolarizzati presso gli uffici postali di tutta Italia. Da parte sua il sottosegretario agli Interni Marcella Lucidi annuncia: "Non ci saranno più espulsioni di immigrati verso quei paesi che non sono firmatari della convenzione di Ginevra, fra questi la Libia". Poche ore dopo però, a Roma, il titolare del Viminale Giuliano Amato incontra al ministero l´ambasciatore della Libia presso la Santa Sede, Abdulhafed Gaddur. Il colloquio è dedicato proprio ai flussi migratori provenienti dalla Libia, quasi a "rassicurare" il governo di Gheddafi sulle reali intenzioni dell´Italia. In seguito a questo incontro romano cambia il tono della Lucidi, che precisa: le espulsioni verso Tripoli non saranno "indiscriminate". Sempre la Lucidi assicura che verranno riviste le procedure di espulsione dall´Italia, in particolare quelle che riguardano i clandestini detenuti, i quali, secondo il sottosegretario, "non dovranno più passare dai Cpt prima di lasciare il Paese".
Ma i chiarimenti dei rappresentanti del governo ("non sarà una sanatoria", ha spiegato Ferrero riferendosi alle regolarizzazioni) non sono serviti a attenuare la veemenza delle reazioni del centrodestra. "L´annuncio di Ferrero - ha sostenuto Alfredo Mantovano (An) estensore della legge Bossi Fini - dato prima che il governo illustri il suo progetto sull´immigrazione, otterrà nell´immediato l´arrivo di migliaia e migliaia di clandestini con l´aspettativa di essere messi subito in regola".

E Calderoli (Lega), vice presidente del Senato rincara la dose: "Prodi faccia tacere il ministro Ferrero, se ne ha la forza e l´autorevolezza; gli annunci del neo ministro per la Solidarietà Sociale non portano altro che a promuovere le partenze degli irregolari". Per Roberto Maroni infine, presidente dei deputati della Lega Nord "la sinistra vuole aprire indiscriminatamente le porte agli immigrati extracomunitari. La legge Bossi-Fini invece, tanto biasimata dal nuovo governo, si fonda sul principale strumento di integrazione sociale: il lavoro. La Bossi-Fini è così valida che il governo Zapatero l´ha copiata ed applicata in Spagna, inserendo norme più severe rispetto alle nostre".


Il sogno segreto del calcio: amnesia e amnistia
Beppe Severgnini sul
Corriere della Sera

Vi anticipo la frase storica: "Non possiamo rovinare il gioco più amato dagli italiani!". Nessuno avrà il coraggio di pronunciarla, ovviamente. Sarà sussurrata tra i complici di ieri, buttata lì agli amici di domani, lasciata sospesa come un velo sopra la nazione, che sarà messa di fronte a un ricatto di classe. Rivolete il vostro romanzo popolare? Allora non rompete le scatole. Basta tendere l'orecchio e si sente, il rumore della sabbia che sale. Il suono soffice dell'ansia di rimuovere, della fretta di chiudere, del "bisogna guardare avanti". La nazione eterna, quella del "tutti colpevoli, nessun colpevole" si sta organizzando. Il gioco è riuscito con la politica, col ciclismo, con la sanità privata, con le banche: perché non dovrebbe riuscire col "gioco più amato dagli italiani"?
Qualcuno dirà: ora ci sono Guido Rossi alla Figc e Francesco Saverio Borrelli all'Ufficio indagini! È vero, sono capaci e perbene: ma quando vedranno cosa c'è nel corpaccione del calcio italiano, avranno la mano ferma del chirurgo? Non solo: per loro ammissione, sanno o poco nulla di pallone. Il rischio non è l'incompetenza, ma il fascino. L'entusiasmo di Guido Rossi quando gli hanno regalato la "maglietta della Nazionale personalizzata" la dice lunga. Se i marpioni del calcio s'accorgono di queste debolezze, è fregato. I tifosi - anche i commissari straordinari - sono bambini, e ci cascano.

Amnesia e amnistia sono il sogno segreto di tanti, in questi giorni. Ascoltate il silenzio fragoroso degli allenatori, in attesa (salvo eccezioni) di capire chi vince questa partita. Cogliete il vuoto pneumatico nelle dichiarazioni dei giocatori, nelle ultime ore. Gilardino assicura che a Coverciano "si ride e si scherza". Luca Toni, bontà sua, ammette: "Abbiamo un problemino". De Rossi ammonisce "Lasciate in pace Lippi!". Certo, è umano: Lippi è il (bravo) allenatore che li ha scelti, promossi, lanciati verso il Mondiale; ma era anche la (silenziosa) spalla della Triade torinese. Come chiedere ai giocatori di scegliere? Onestamente, non è facile.
Ma allora: i calciatori no, gli allenatori neanche per sogno, i procuratori meno che mai, i responsabili (?) federali figuriamoci. Chi ci aiuta a cambiare il calcio? I dirigenti delle squadre tacciono e aspettano: neanche nei depositi della Rio Mare ci sono tanti pesci in barile come nella Lega calcio oggi. Resterebbe il Parlamento, ma approfittando delle nomine di Rossi e Borrelli, i nostri rappresentanti l'hanno già buttata in politica. Succederà come con Tangentopoli: tanto fumo, poco arrosto.
Carlo Verdelli, che appena è arrivato alla direzione della Gazzetta dello Sport s'è trovato tra le mani una patata bollente grande come un meteorite, si chiedeva ieri: "Dove sono i Lippi, i Capello, i Del Piero, i Cannavaro? Che ne pensano di quello che sta emergendo? Non si sono mai accorti di nulla? E anche se fosse, non trovano doveroso adesso prendere apertamente le distanze?". La risposta è facile: per ora, no. Resta una domanda: perché non vogliono o perché non possono?



  25 maggio 2006