Mettetevi al posto suo. Ha passato dodici anni a combattere contro la Procura di Milano, ha speso decine di miliardi per pagare legioni di avvocati, ha sudato sette camicie per non fare la fine di Previti, e adesso legge che hanno nominato Francesco Saverio Borrelli capo dell´Ufficio Inchieste della Federcalcio.
Borrelli! Il capo di Di Pietro, il custode di Mani Pulite, l´uomo che scandì «Resistere, resistere, resistere!». Mettetevi per un attimo al posto suo: non sareste un tantino nervosi, pensando che come presidente del Milan potreste essere ancora una volta tra i possibili bersagli di Borrelli? Chiunque, al posto suo, lo sarebbe. E dunque diamogli subito (gratis!) le attenuanti generiche. Però tutta l´umana comprensione per la prevedibile rabbia non permette di capire con chi ce l´abbia Berlusconi quando dice: «Si sono scelti l´arbitro di fiducia, si sono adeguati al metodo Moggi». Loro chi? Dove si annidano i comunisti del calcio? Nell´Inter di Moratti? Nella Roma di Sensi? Nella Juve degli Agnelli? Ormai vittima della sindrome del fuggitivo, il Cavaliere non si ricorda più neanche contro chi sta combattendo: gli basta la faccia di un magistrato incorruttibile per avvertire la presenza del nemico.
Se il galantuomo diventa un nemico
Giorgio Bocca su la Repubblica
Dice bene il regista Moretti: non è cambiato nulla, il paese è sempre sotto l´ala nera di una ondata reazionaria, nemica della democrazia e della giustizia, pronta all´attacco dello Stato e delle istituzioni, pronta soprattutto a considerare i galantuomini come nemici, gli onesti come colpevoli. Alla notizia che Francesco Saverio Borrelli era stato nominato capo dell´ufficio indagini della Federazione del calcio, l´Italia berlusconiana compatta è scesa in campo per accusarlo, in mancanza di delitti compiuti, delle peggiori intenzioni quali giustizialismo sovversivo, interdizione e ricatto verso l´Italia sportiva onesta che sarebbe quella dei notabili ladri e mafiosi del calcio.
Incredibile? Incredibile no ma salutare per capire che la partita non è ancora chiusa, che il recupero della democrazia è ancora da cominciare. Il modo di ragionare o sragionare è sempre lo stesso di Mani pulite e della gestione governativa di Berlusconi: l´esercizio della giustizia, ordinaria come sportiva, è una congiura politica con cui gli "assassini" comunisti e i loro utili idioti cercano di instaurare la loro dittatura.
Non importa che le indagini giudiziarie su Bettino Craxi e sui corrotti della prima Repubblica siano giunte a processi regolari, ritenuti tali dall´Alta corte di giustizia europea, non importa che la refurtiva dei loro furti sia stata recuperata nei caveaux delle banche svizzere o lussemburghesi, bisogna continuare a dire a gridare che Mani pulite fu una operazione premeditata per eliminare, per spezzare il fronte moderato italiano che sino allora aveva governato saggiamente l´Italia e impedito che cadesse nelle mani sanguinanti di una dittatura rossa. I ladri, i mafiosi, i corrotti e corruttori? Specchietti per le allodole, falsi scopi, inganni per il popolo bue, dietro i quali si muoveva implacabile l´armata dei rossi e dei loro stolti alleati. La nomina di Borrelli a dirigere le indagini sul grande scandalo del calcio è la cartina di tornasole, il reagente chimico, la prova della verità, la caduta delle menzogne, il re nudo del popolo berlusconiano che "non molla", che non tollera ritorni alla giustizia, che concepisce la democrazia solo come alleanza delle cosche più forti e più ricche. Eccoli lì tutti schierati come ai bei tempi in cui si gridava allo scandalo di Mani pulite, all´inaudito oltraggio che veniva compiuto perseguendo personaggi altolocati, politici e banchieri, finanzieri e poliziotti presi con le mani nella marmellata o come il povero Chiesa mentre facevano scomparire le banconote nel water del Pio Albergo Trivulzio.
Ha ragione Moretti: il berlusconismo che "non molla" è ancora fra di noi, nei giornali nelle televisioni nei due rami del Parlamento. Con le tecniche di sempre: l´arroganza, la certezza di essere detentori del potere, la diffamazione degli avversari.
«In Italia torna l´uso politico della Giustizia» afferma Gianfranco Rotondi segretario di una Democrazia Cristiana che francamente pensavamo defunta, super berlusconiano. E non poteva mancare la Santanché che attribuisce a Borrelli il motto «retrocedere, retrocedere, retrocedere» per dire che è stato chiamato a quel posto per punire la squadra di Berlusconi... Poteva mancare Stefania Craxi? «Mi auguro che non compia gli stessi errori che ha compiuto quando commissariava il mondo della politica». Quali errori? Quelli di scoprire i conti segreti del socialismo craxiano in Svizzera o i miliardi affidati a un barista di Portofino perché li portasse in Costarica? Non è cambiato nulla in Italia. Contro Borrelli quelli di sempre, con Borrelli quelli che stavano al suo fianco come Gerardo D´Ambrosio: «Sarà sicuramente all´altezza dell´incarico che gli è stato assegnato come ha fatto in passato. In analoghe circostanze si comportò benissimo». Già ma è proprio per questo che non è gradito a lor signori.
BERLUSCONI non è stato programmato per la sconfitta e, come i replicanti di Blade Runner, vuole a tutti i costi perpetuare la sua esistenza in carica. La sua condizione attuale avrebbe la stessa tragica grandezza della missione suicida di un androide scaduto, se non fosse per la comicità involontaria, tipicamente umana, dei suoi accenti brianzoli. Perfino Bruno Vespa ormai gli dà apertamente torto (e poi dicono che non è un giornalista indipendente!) e resta basito di fronte al totale rifiuto del principio di realtà. La necessità di negare l'evidenza, ha inceppato i circuiti del boss di Bossi, creandogli perfino difficoltà di verbalizzazione. Così, si aggroviglia in frasi inestricabili, finendo per dire il contrario di quel che vorrebbe. L'altra sera a Porta a porta, vantando i risultati del suo ex governo, ha sostenuto per esempio che si avviava ormai «verso la piena disoccupazione». In questo stato di confusione mentale, il poveretto non si stanca di contare e ricontare i voti, come Paperone i dollari, sperando che aumentino ogni volta.
I dalemiani: Silvio senatore a vita? Sarebbe giusto
La «Velina rossa» lancia la proposta. Rondolino: «Nominiamolo anche presidente di una nuova Bicamerale e coinvolgiamo Massimo»
Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera
ROMA «Seduto lì, eh?». Seduto lì. «Accanto alla Rita Levi Montalcini...». Esatto. Tra i senatori a vita. «Beh, non so se Silvio Berlusconi accetterebbe un simile ruolo... però, ecco, l'ipotesi ha certamente una sua suggestione politica».
Giuseppe Caldarola, deputato diessino di stretta osservanza dalemiana, forse non casualmente commenta così la proposta avanzata ieri l'altro da Pasquale Laurito sulla Velina Rossa, la nota politica citata persino da Gianfranco Fini nel suo discorso alla Camera, due fogli dattiloscritti di solito ben informati che, secondo gli abituali frequentatori del Transatlantico, sono spesso vicini al pensiero, appunto, di Massimo D'Alema.
«Quella di Pasquale Laurito è, come dire? una proposta farcita di intelligente malizia». Caldarola, dove porta questa proposta di nominare senatore a vita Silvio Berlusconi? «Da nessuna parte, almeno finché non verrà presa in esame dal presidente Giorgio Napolitano, l'unica autorità dello Stato cui spetta la decisione di nominare i senatori a vita. Se però è una proposta che vogliamo considerare come elemento di attrazione...». Perché attrae... «Attrae, politicamente attrae. E direi che, valutata così, è chiaro che potrebbe sancire un primo, importante passo verso un più generale clima di pacificazione nei rapporti tra i due schieramenti». Silvio Berlusconi senatore a vita. Ma con quale spiegazione, ai cittadini italiani... «Ci può stare. È pur sempre il fondatore della nuova destra italiana, o no?».
Ma come no? Assolutamente sì, «l'idea è molto più di una provocazione», aggiunge Fabrizio Rondolino che, come si sa, è un altro dalemiano di ferro, anzi forse qualcosa in più di un semplice dalemiano: dopo essere infatti stato il consigliere di D'Alema ai tempi di Palazzo Chigi (testa pelata lui e teste pelate quelle di Nicola Latorre e Claudio Velardi: i tre si guadagnarono il soprannome di Lothar, l'assistente nero di Mandrake, il mago dal cappello a cilindro) ancora adesso, ecco, Rondolino continua ad essere molto presente e molto informato.
«E precisando che ora parlo però a titolo personale, devo ammettere che l'idea di vedere Silvio Berlusconi nominato senatore a vita non solo mi piace, ma mi convince». Sarebbe un risarcimento per l'ex premier? «Sarebbe giusto. Voglio dire: questo dopo elezioni è stato brutto, c'è una deriva spiacevole...». Può essere più preciso? «Devo mettermi a parlare di Francesco Saverio Borrelli, l'ex grande generale dei magistrati di Mani Pulite nominato capo dell'ufficio indagini della Federcalcio? Che bisogno aveva, il centrosinistra, di esibirsi in questa provocazione? Di riaprire ferite antiche, da prima guerra civile fredda italiana?». Invece Berlusconi senatore a vita... «Sarebbe un segnale simbolico importante. Anzi, posso dire di più...». Di più? «Sì. Avanzo una proposta: nominiamo Berlusconi presidente di una nuova Bicamerale e invitiamo D'Alema, dall'altra parte, a battere un colpo. A fare un passo avanti...».
Un altro ex Lothar, il senatore Nicola Latorre, ascolta in silenzio e riflette solo sulla prima proposta: «Berlusconi senatore a vita? Trovata interessante... tra l'altro, premesso che dal Berlusconi politico mi divide un abisso, ammetto che riconosco la capacità dell'uomo imprenditore e...».
Domani alle ore 12 a Montecitorio presenteremo un documento per il No nel referendum del 25 e 26 giugno, sottoscritto da esponenti politici dell'uno e dell'altro schieramento, da vari studiosi ed esponenti dell'associazionismo cattolico e laico. Ci sentiamo impegnati per il No e nel contempo riteniamo doveroso precisare i tratti di una riforma migliore. Lo spirito di fondo è quello che il Presidente Napolitano, allora semplice senatore, espose nel 2004 al convegno di Orvieto di «Libertà Eguale».
Senza volerlo annettere a fini di parte, è però importante richiamare alcuni pilastri del suo ragionamento di uomo delle istituzioni, alieno da semplificazioni. Diceva il Presidente: «Il progetto della maggioranza (...) presenta delle mostruosità e suscita degli allarmi fondati. Ma per quali aspetti e in che senso? Io non credo che le forze della nascente Federazione dell'Ulivo possano opporvi la difesa in blocco della Costituzione del '48 o, tutt'al più, l'idea di un suo modesto aggiornamento. Vedo che sta prendendo piede questa espressione, un modesto aggiornamento, dopo aver ipotizzato da vent'anni a questa parte una sostanziale riforma almeno della sua parte seconda. Io temo che la Federazione che sta per nascere possa ripiegare su un approccio conservatore sui temi istituzionali».
Non si può credibilmente affrontare la prova elettorale riducendo lo schieramento del No alle minoranze intense ma ristrette che auspicano modesti aggiornamenti. Il No può vincere solo se evoca la prospettiva praticabile di un'altra riforma condivisa, se incrocia quella domanda maggioritaria di rinnovamento che lo stesso centrosinistra ha più volte fatto crescere sin dal primo referendum elettorale, quello del 1991. Su quello può incontrare anche tanti elettori che hanno scelto il centrodestra, ma che nell'occasione specifica del referendum dissentono dal metodo e dal merito, rifiutandosi anch'essi di ragionare in termini di voto sul governo in carica o di slogan commerciali, sostituendo stavolta l'eliminazione dell'Ici con la riduzione del numero dei parlamentari.
Viste le difficoltà di collaborazione nelle attuali Camere, che già dovranno occuparsi di aggiornare la legislazione ordinaria con conflitti inevitabili, e vista l'esigenza di riscrivere insieme parti importanti della Costituzione non solo tra i due poli, ma con espressioni diverse del pluralismo di un Paese ricco di diversità non solo politiche, questa ci sembra la strada migliore. Altrimenti l'esigenza di riforme condivise, rispetto alla conflittualità odierna di un dibattito limitato ai soli schieramenti alternativi, rischia di sfociare solo in un dannoso status quo che non ci possiamo permettere perché farebbe incancrenire i problemi. Proporre credibilmente il No alla riforma che sia un sì a un percorso costituente significa oggi anche e soprattutto disponibilità a innovare sul metodo.
Un Paese vulnerabile ma con segni di ripresa
Nicoletta Cottone su Il Sole 24 Ore
L'inizio del 2006 registra forti segnali di ripresa, trainato dall'aumento della produzione industriale e dalla crescita dei comparti dei beni strumentali e dell'offerta specializzata, ma il 2005 ha segnato un anno nero per l'economia italiana: il Pil ha registrato una variazione nulla.
Peggiora lo stato della finanza pubblica. Lo attesta il rapporto annuale Istat presentato questa mattina a Montecitorio, che scatta una fotografia della situazione e invita a ridurre le aree di vulnerabilità e a far crescere la fiducia. In un messaggio il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha sottolineato l'importanza che l'analisi statistica si svolga in piena autonomia.
Nonostante il buon inizio del 2006 resta debole il contributo dei consumi delle famiglie, in particolare sul fronte dei beni non durevoli. Il reddito disponibile è cresciuto pochissimo per effetto di una contenuta dinamica delle retribuzioni reali e del rallentamento della crescita dell'occupazione. Un'economia ancora fragile, dunque, nella quale la produttività e la competitività delle imprese italiane è ancora modesta. Un sistema caratterizzato da aree di vulnerabilità e da segnali di vitalità.
Il sistema produttivo italiano, si legge nel rapporto, ha «un equilibrio vulnerabile, perché fondato su dimensioni aziendali ridotte che comprimono la produttività e perché meno in grado di assorbire le pressioni derivanti dalle trasformazioni dei mercati e dall'innovazione tecnologica».
Le imprese vincenti sono quelle che innovano: fanno registrare più elevati livelli di valore aggiunto per addetto e hanno una maggiore possibilità di passare nel corso del tempo a classi di produttività superiori. Il rapporto testimonia che le imprese di eccellenza sono presenti soprattutto nel Nord-Ovest e hanno dimensioni medie più rilevanti. Le piccole imprese, invece, quelle a più bassa produttività, hanno difficoltà a innovare. È, dunque, necessario, favorire la cooperazione tra imprese con interventi mirati.
Il rapporto segnala che il modello occupazionale italiano registra tassi di occupazione decisamente inferiori a quelli medi europei e si basa sull'occupazione maschile adulta a tempo indeterminato, con forti livelli di esclusione per giovani, donne e anziani. La diffusione del part time in Italia è ben inferiore alla media europea. Identica situazione per il lavoro a termine. Le forme di flessibilità, spiega il rapporto, sono spesso associate a condizioni di precarietà quando i livelli di capitale umano sono bassi e il sostegno familiare insufficiente.
Un ulteriore elemento di vulnerabilità del sistema è rappresentato dalla scarsa valorizzazione del capitale umano, con diffusi fenomeni di sottoinquadramento che riguardano quasi 4 milioni di occupati. Spesso, soprattutto nel Mezzogiorno, nelle famiglie c'è un solo percettore di reddito e un numero notevole di famiglie (650mila, di cui oltre due terzi nel Sud) non ha occupati. Inoltre 4 milioni di lavoratori sono a basso reddito (al di sotto di 700 euro mensili), un milione e mezzo vive in condizioni disagiate. Il fenomeno dei bassi redditi da lavoro si registra di più fra le donne, fra i giovani al di sotto dei 25 anni, tra le persone con istruzione inferiore alla licenza media e tra i lavoratori che operano nel settore privato.
Forti i divari nel sistema del welfare: a fronte di una spesa sociale di poco più di 3mila euro annui per abitante, si registrano valori maggiori nelle regioni del Centro-Nord e minori in quelle meridionali. Enorme la differenza di spesa sociale fra Regioni: tra quella che spende di più e quella che spende di meno si contano 2mila euro annui. Solo negli ultimi anni si inizia a registrare un aumento della spesa nelle Regioni con livelli minori. Ancora inadeguati i servizi sociali, molto differenziata anche la situazione della sanità, con una larga tendenza alla deospedalizzazione che stenta a consolidarsi in gran parte del Paese.
Sul fronte dell'istruzione superiore cresce il numero dei corsi di laurea di primo e secondo livello e l'offerta formativa delle università, con una spinta al decentramento dell'offerta in tutti i capoluoghi di provincia e nel territorio.
GERUSALEMME Lo chiamano «Napoleone», per la piccola statura e le grandi ambizioni. E perché dalla sua cella è riuscito a rimanere il capopopolo più influente. Che ha avuto successo dove Abu Mazen ha per ora fallito: convincere Hamas (o almeno una parte del movimento) ad accettare uno Stato palestinese nei confini del 1967. Non la tregua di anni che il premier Ismail Haniyeh offre nell'intervista pubblicata ieri dal quotidiano Haaretz, ma il piano per un accordo definitivo che stabilisca dei confini certi con Israele.
Marwan Barghouti ha imbarcato nel suo progetto gli altri leader nella prigione di Hadarim. Quelli che incontra ogni giorno nelle due ore d'aria. Ha discusso per settimane, tra riunioni di gruppo e incontri faccia a faccia. Per riuscire ad avere, lui del Fatah, i loro nomi e le loro firme. «Ho presentato una bozza che abbiamo analizzato insieme spiega Barghouti, 46 anni , mi sono state fatte delle proposte che ho inserito e alla fine il testo è stato approvato all'unanimità».
Diciotto punti per evitare la guerra civile e aprire le trattative con Israele. «È il primo documento sottoscritto da Hamas e dalla Jihad islamica che accetta la nascita di uno Stato palestinese nei territori del 1967. E' molto importante perché unisce le varie fazioni per un obiettivo che ha una legittimità internazionale».
Lo Shin Bet lo considera «l'architetto del terrore» della rivolta scoppiata nel settembre 2000 e in carcere è stato sottoposto a un regime che solo pochi mesi fa gli ha concesso di ricevere le visite regolari della moglie Fadwa e di vedere la figlia Ruba per la prima volta dall'arresto nell'aprile 2002.
Ha dettato le risposte alle domande, durante un incontro nel parlatorio della prigione con l'avvocato Elias Sabbagh. Il suo documento lancia un appello all'unità nazionale. Per ora il governo di Hamas ha giudicato il progetto interessante, senza accettarlo.
«Nel testo dichiariamo che l'Olp è l'unico rappresentante legittimo del popolo palestinese nelle trattative. Hamas e la Jihad islamica devono entrare nell'organizzazione, che condurrà i negoziati assieme al presidente Abu Mazen. Un eventuale accordo verrà votato dalla gente con un referendum». La Jihad islamica non ha sottoscritto la tregua del febbraio 2005 e ha continuato gli attentati kamikaze nelle città israeliane.
«I leader della Jihad nelle carceri vogliono che gli attacchi contro l'occupazione vengano limitati alla Cisgiordania». Hamas e Fatah si stanno fronteggiando a colpi di Kalashnikov per le strade di Gaza.
«Bisogna impedire agli uomini delle forze di sicurezza di entrare nella sfida per il potere tra le fazioni. Il governo e il presidente devono lavorare insieme. Il mio testo prevede garanzie molto importanti in un futuro Stato palestinese: il pluralismo politico, il rispetto dei diritti delle donne, la libertà di stampa».
Khaled Meshaal ha respinto da Damasco la possibilità che Hamas possa riconoscere Israele. Ha invitato il Fatah «a unirsi sotto la bandiera della jihad per liberare tutta la Palestina».
«Hamas controlla il governo e ha la maggioranza in Parlamento. Ma si deve rendere conto che nessuno in questo momento può guidare da solo il popolo palestinese. Deve formare una coalizione più ampia, basata sul mio programma per mobilitare l'appoggio arabo e internazionale verso una causa giusta. Resta il diritto del nostro popolo di resistere all'occupazione».
Con il ritiro unilaterale da Gaza, Sharon ha dimostrato coraggio, anche quello di cambiare idea. È pronto a riconoscerlo?
«Fin dall'annuncio, sono stato sicuro che avrebbe portato a termine l'operazione. E' stata una decisione giusta, un piccolo passo verso la fine dell'occupazione. Sharon ha capito che il controllo su Gaza stava diventando troppo costoso e che Israele non era riuscita a spezzare la volontà dei palestinesi».
Cina e Russia i nuovi despoti
Robert Kagan su la Repubblica
Da quando il liberalismo è apparso sulla scena nel XVIII secolo, il suo inevitabile conflitto con l´assolutismo ha concorso a plasmare la politica internazionale. Quella che James Madison chiamava "la grande lotta dell´epoca tra la libertà e il dispotismo" ha dominato molto del XIX secolo e buona parte del XX, quando le potenze liberali si sono schierate contro varie forme di assolutismo, in guerre sia fredde sia calde.
Molti credevano che questo contrasto si fosse concluso dopo il 1989, con il crollo del comunismo, ultimo pretendente al ruolo di autocrazia "legittima", e credevano che fosse stato soppiantato come principale causa di conflitto globale da antiche intolleranze religiose, etniche e culturali, opinione apparentemente avvalorata dall´11 settembre 2001 e dall´ascesa del radicalismo islamico.
Tuttavia, l´era presente potrebbe configurarsi, insieme ad altre cose, come un ulteriore round del conflitto tra liberalismo e assolutismo. Protagonista principale sul fronte dell´assolutismo non saranno le ottuse dittature mediorientali, prese teoricamente di mira dalla dottrina Bush. Saranno le due grandi potenze assolutistiche Cina e Russia, che rappresentano una minaccia di vecchia data, non prevista nell´ambito del paradigma della nuova "guerra al terrorismo".
Se ciò sembra strano, è perché nessuna delle due potenze ha seguito la traiettoria prevista dalla maggior parte degli osservatori. Alla fine degli anni Novanta, malgrado il fallito operato di Boris Yeltsin, la traiettoria politica e internazionale della Russia pareva andare più o meno in una direzione liberale occidentale.
Fino a tempi recenti come il 2002, la Cina pareva indirizzata verso una maggiore liberalizzazione politica al suo interno e a un´integrazione migliore con il mondo liberale all´estero. I sinologi e gli esperti di politica sostenevano che questo era il requisito imprescindibile per trasformare la Cina in un´economia di mercato di successo, lo volessero o meno le autorità di Pechino.
Oggi queste affermazioni paiono discutibili persino a chi le ha formulate. Le voci di un´imminente democratizzazione in Russia si sono dissolte, così come qualsiasi sentore di integrazione. Come ha detto di recente Dmitri Trenin, Mosca «ha lasciato l´orbita occidentale ed è partita in "volo libero"». La Cina continua a integrarsi nel contesto economico globale, ma pochi osservatori parlano ancora di una sua inesorabile liberalizzazione politica. L´economia cinese è in pieno rigoglio, anche se la sua leadership mantiene salda la propria autorità monopartitica, tanto che la gente parla ormai di un "modello cinese", nel quale autocrazia politica e crescita economica vanno mano nella mano. I leader russi amano anch´essi questo modello, anche se nel loro caso la crescita economica del loro Paese si basa su riserve apparentemente illimitate di petrolio e di gas.
Finora la strategia dell´Occidente liberale è stata quella di cercare di integrare queste due potenze nell´ordine liberale internazionale, per tenerle sotto controllo e renderle sicure per il liberalismo, ma questa strategia faceva affidamento su aspettative precise, quelle di una loro graduale quanto ininterrotta trasformazione in società liberali. Se, invece, nei prossimi decenni Cina e Russia diventeranno solidi pilastri dell´assolutismo, se persisteranno e arriveranno addirittura a prosperare, non ci si potrà aspettare da loro che abbraccino la visione occidentale di un´inesorabile evoluzione dell´umanità verso la democrazia, né tanto meno che pongano fine al loro governo autocratico. Ci si può al contrario attendere che facciano quello che gli assolutismi fanno da sempre: resistere all´avanzata del liberalismo nell´interesse della loro stessa sopravvivenza nel lungo periodo. In piccola parte - in modo alquanto rivelatore, tuttavia - questo è proprio quanto Russia e Cina stanno facendo in luoghi come Sudan e Iran, dove fanno causa comune per ostacolare i tentativi dell´Occidente liberale di imporre sanzioni, e in Bielorussia, Uzbekistan, Zimbabwe e Burma, dove sono diventati solidali con vari dittatori, sfidando apertamente il consenso liberale globale.
Cina e Russia non recepiscono positivamente neppure i tentativi dell´Occidente liberale di promuovere nel pianeta la politica liberale, tanto meno nelle regioni di importanza strategica per loro. Le loro reazioni alle "rivoluzioni colorate" in Ukraina, Georgia e Kirghizistan sono state comprensibilmente ostili e infide.
I liberali occidentali considerano le insurrezioni politiche in questi Paesi come parte di un´evoluzione umana naturale, seppur discontinua, verso il liberalismo e la democrazia. Ma i russi e i cinesi non ci trovano nulla di naturale in questi avvenimenti, li considerano soltanto colpi di Stato appoggiati dall´Occidente e organizzati per assicurare l´avanzare dell´influenza occidentale in zone strategicamente cruciali del mondo.
Commettono davvero un errore di valutazione? La liberalizzazione ucraina portata a termine con successo, sollecitata e sostenuta dalle democrazie occidentali, non potrebbe forse essere il preludio di un ingresso di quella nazione nella Nato e nell´Unione Europea, ovvero in poche parole un modo per l´egemonia liberale occidentale di espandersi?
Non dovrebbe stupire nessuno, pertanto, se in reazione a ciò si palesasse all´orizzonte un´alleanza informale di despoti, assecondata e protetta al meglio delle loro possibilità da Mosca e Pechino. A quel punto occorrerebbe domandarsi quale contromisura potrebbero adottare Europa e Stati Uniti. Sfortunatamente, oggi Al Qaeda potrebbe non essere l´unica minaccia cui deve far fronte il liberalismo, né la più grande.
c. 2006 Distributed by The New York Times Syndicate (Traduzione di Anna Bissanti)
Ebreo e agnostico, difendo la Chiesa dal Codice
Bernard-Henri Lévy sul Corriere della Sera
Il Codice da Vinci non è solo un film desolante. Non è solo una rimessa in gioco puerile il Cristo e sua moglie hanno una figlia del testo delle Scritture. È qualcosa di più, e di peggio, della truffa intellettuale denunciata qui e là da giornalisti che si sono presi la briga di sbrogliare, nel guazzabuglio di quelli che ci sono presentati come «i fatti», la parte di documento e quella di fantasia. È un film che, puntando senza dirlo su alcuni fra i temi più ambigui dell'immaginario politico contemporaneo, flirta anche con il peggio.
Tre libri molto utili sono usciti di recente in Francia, scritti da Pierre-André Taguieff, Philippe Muray e René Rémond.
E poi Le nouvel antichristianisme di René Rémond, che raccomando a tutti coloro che, cristiani o no, subodorano il cattivo profumo di regresso e di oscurantismo massì, di oscurantismo! , di odio del pensiero e della vera scienza che aleggia sui processi istruiti, questi ultimi tempi, contro una Chiesa che, da Pio XII a Benedetto XVI, è ritenuta colpevole di tutti i mali.
Si comincia a sapere che il famoso Priorato di Sion, che nel film occupa un posto essenziale e ci è presentato come un Ordine occulto, fondato mille anni fa da Goffredo di Buglione e votato a preservare quel Santo Graal che sarebbe stato il segreto del matrimonio di Gesù e Maria Maddalena, è un'associazione creata dopo la Seconda guerra mondiale da una banda di scansafatiche nostalgici di Vichy.
Quel che si sa appena un po' meglio è che l'idea paranoica di una verità nascosta fin dalla notte dei tempi da potenti stirpi di congiurati, il credo scientifico alternativo in un governo mondiale con codici che spetterebbe decifrare ad alcuni iniziati rientrarono in tutte le elucubrazioni degli emuli francesi del III Reich: la lotta, non delle classi, ma delle società segrete, vero motore della Storia? Ma sì! Era la convinzione, prima di Dan Brown, del saggista Henry Coston il quale, denunciato negli anni Trenta il «pericolo ebraico», finì la sua vita, sessant'anni più tardi, ossessionato dalle sinarchie, dai governi ombra, dalle trilaterali e da altre internazionali massoniche e neomassoniche.
Ma ricordiamoci che le parole hanno una storia e che, dietro a queste parole, cioè dietro al fantasma di una confraternita di monaci mafiosi e assassini che non avevano altro obiettivo se non di sfruttare sistematicamente l'universo, c'è un peso di delirio e di crimine che evoca ricordi paurosi e contro il quale non è inutile mettere in guardia il pubblico.
Ma questo non significhi, per altri, l'obbligo di tacere anch'essi! Questo non impedisca, qui, ad un agnostico ed ebreo, di dire il disgusto che gli ispira ciò che chiamerà, con Freud, la marea nera del nuovo anticattolicesimo.
(traduzione di Daniela Maggioni)