Intanto il neo ministro dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa, rinnova l'allarme sulla situazione dei conti pubblici: «Ci sono alcune somiglianze con la situazione degli anni '90» ha affermato, in riferimento all'elevato rapporto deficit/Pil e ai problemi di competitività. Ora, secondo Padoa Schioppa, bisogna operare su due fronti: per la stabilità e per la cresciuta. E questa è
una sfida nuova perchè è la prima volta che bisogna agire su entrambi gli aspetti. Fino agli anni '90 c'era crescita ma mancava stabilità. Poi, nella seconda metà del decennio, c'è stata una fase di maggiore stabilità in presenza però di una crescita bassa. Ora mancano entrambe.
Il Ministro ha insistito comunque sull'opportunità di approfondire prima bene situazione e cause: una volta chiariti tutti gli aspetti si potranno mettere in cantiere gli interventi.
«La situazione dei conti pubblici, inflazione a parte, è tornata quella dell´inizio degli anni Novanta». La ricognizione sull´eredità lasciatagli da Giulio Tremonti è ancora in corso, ma questo primo giudizio pronunciato ieri dal neo-ministro dell´Economia è già da brividi. Tommaso Padoa Schioppa non è una delle tante figure del teatrino politico, che sovente non resistono alla tentazione del colpo di scena con frasi ad effetto. Alle sue spalle ha uno straordinario "curriculum" di servitore dello Stato in ruoli eccellenti dalla Banca d´Italia alla Consob fino ai vertici della Banca centrale europea dove si è guadagnato sul campo la stima e la considerazione dell´intera comunità finanziaria internazionale.
Tanto che proprio ieri perfino Silvio Berlusconi ha esplicitamente riconosciuto la superiore caratura del personaggio, dicendo che si tratta dell´unico ministro senz´altro competente all´interno della compagine governativa guidata da Romano Prodi.
Ragione di più, comunque, perché tutti gli italiani di destra o di sinistra accolgano le parole del nuovo responsabile della finanza pubblica con vivo allarme. Dire che siamo tornati indietro di circa tre lustri è un messaggio grave. È il caso di ricordare che nei primi anni Novanta la situazione del bilancio rasentò addirittura la bancarotta, arginata nell´infausto e terribile settembre del 1992 da una pesantissima manovra d´emergenza del governo Amato a seguito di una delle più drammatiche svalutazioni del cambio nella storia del paese. Oggi, per somma fortuna, non c´è più la lira e le minacciose sentenze dei mercati finanziari sulla stabilità dei nostri conti passano attraverso l´ampio e robusto filtro difensivo dell´euro che come ha detto lo stesso ministro ci risparmia la gogna di un´inflazione fuori controllo.
Con tutti i benefici del caso.
In realtà, se ne erano già avuti non pochi di avvisi che il duo Berlusconi-Tremonti aveva seriamente deteriorato il bilancio. Dall´estero, appena qualche settimana fa il Fondo monetario internazionale aveva smentito, quasi a stretto giro di posta, le cifre dell´ultima relazione di cassa segnalando per quest´anno un deficit almeno al 4,1 per cento contro il 3,8 delle edulcorate stime governative. Ma anche all´interno, la Corte dei conti aveva ammonito che l´ultimo rapporto tremontiano nascondeva parecchia polvere sotto il tappeto, a cominciare dalla spesa sanitaria e per finire con il debito pubblico che stava crescendo ben più di quanto il governo Berlusconi fosse disposto ad ammettere. Tanto che oggi non appare più così eccessivo pensare a un deficit effettivo prossimo a quota cinque per cento. Mentre l´ipotesi di una manovra-bis per tentare di contenere i peggiori danni sui saldi di quest´anno, spudoratamente negata e irrisa dal Cavaliere e dal suo fido ministro per tutta la campagna elettorale, è diventata una prospettiva che rischia sempre più di doversi materializzare con l´emersione delle verità contabili finora nascoste.
Le tre zapatere e la regia di Prodi
Bindi, Bonino, Turco e la questione cattolica
Pierluigi Battista sul Corriere della Sera
Si capisce che la nascita di un governo porti con sé l'atmosfera concitata di un nuovo inizio, il senso di una frattura con il passato e l'irruzione di un lessico e di un'ideologia improntati alla novità. Si comprende anche che siano tre donne pur diverse per formazione culturale e identità religiosa, Rosy Bindi, Livia Turco e Emma Bonino, a interpretare con più determinazione una sensibilità diffusa sulle più controverse scelte etico-politiche in una società complicata e plurale come la nostra. Ma proprio per la delicatezza di questioni tanto complesse sarebbe meglio arginare l'estemporaneità delle singole proposte per offrire all'opinione pubblica un'immagine univoca del nuovo governo: lo spettacolo di una regia, quella del presidente del Consiglio, che sappia intervenire prima che divampi in Italia una devastante guerra di religione.
Comunque la si pensi, è degno di nota il tentativo di una cattolica militante come Rosy Bindi di intervenire senza preclusioni sul tema delle coppie di fatto e addirittura sulla revisione della legge sulla procreazione assistita, anche a costo di affrontare le reprimende dell'Osservatore Romano e gli inevitabili scontri politici all'interno di una coalizione tanto eterogenea. E anche la carta di identità politico-religiosa di Livia Turco, diessina e cattolica, non può consentire di liquidare con sbrigativi anatemi la sua dichiarata intenzione di non mettere ostacoli alla sperimentazione in Italia della pillola abortiva Ru486. Da Emma Bonino, poi, è davvero difficile pretendere la rinuncia a ricordare, come ha fatto in un'intervista a Repubblica dopo la cerimonia di Ventotene, che nel Manifesto di Altiero Spinelli non è contemplata l'obbligatoria menzione delle «radici cristiane » come fonte identitaria dell'Europa ed è semmai contenuta «l'abolizione del Concordato».
Fanno bene, la Bindi, la Turco e la Bonino, a rendere esplicite le loro posizioni. Purché siano consapevoli che, in contrasto con esse, c'è un'Italia destinata ad allarmarsi, a vedere stravolta una parte essenziale dell'identità nazionale, a sentire la coscienza cristiana offesa o addirittura sfigurata. Si tratta di preoccupazioni se non giustificate, certamente legittime e comunque condivise da una parte non minoritaria del popolo italiano. E se l'esempio spagnolo di Zapatero (non è il caso di Rosy Bindi e Livia Turco, ma di Emma Bonino sì) per una parte della sinistra laica costituisce un modello, per il mondo cattolico rappresenta invece un incubo.
Per questo la proliferazione episodica di dichiarazioni di intenti dei ministri può generare dubbi e timori. Lasciare al premier Prodi il compito di una guida e di una sintesi su temi così eticamente sensibili appare, più che necessario, doveroso.
Berlusconi torna all´attacco "Pronti a lasciare le Camere" "In caso di brogli subito al voto"
Concita De Gregorio su la Repubblica
ROMA - E´ convinto di aver vinto le elezioni. Dice che ha preso «220 mila voti più della sinistra soprattutto al Nord cioè nei settori produttivi e dinamici»: l´Italia che lavora, insomma, è con lui. Dice che i voti vanno ricontati perché «la Cassazione ha deciso senza un controllo approfondito». La Corte di Cassazione ha deciso un po´ così, alla buona. Perciò adesso la Giunta per le elezioni deve verificare - è uno scandalo, «un blitz» che i senatori di quella commissione siano a maggioranza di centrosinistra - e se come lui crede ci sono stati brogli bisogna che Napolitano dica che si torna a votare: se il capo dello Stato non lo fa «sono pronto a ritirare i miei parlamentari». Un Aventino, insomma. «E poi voglio vedere se di fronte alle carte che dimostrano che abbiamo vinto il popolo di centrodestra sta zitto».
Ipotesi di sommossa di popolo. Dice che bloccherà il Parlamento, che chiederà di continuo la verifica del numero legale in aula, che non permetterà che nessuno dei suoi voti nessun provvedimento, neppure di politica estera, col centrosinistra «che ha allestito un quasi regime». Intanto - in attesa di qualcuno che gli dia ragione - dice che torna subito a fare il presidente del Milan, difende anima e corpo Galliani cioè il suo potere nel calcio, a spada tratta Lippi, attacca i «comunisti Guido Rossi e Melandri» che «si sono presi lo sport». Di passaggio liquida Fini: per nessuna ragione potrà fare il presidente della commissione Esteri, «sarebbe per un ex ministro personalmente anche poco dignitoso». Addossa ad Alleanza nazionale la responsabilità dei fischi ai senatori a vita e ai suoi alleati la colpa della sconfitta: «Ci sono stati dieci errori strategici: tutti degli alleati, nessuno di Forza Italia».
Silvio Berlusconi torna a Porta a Porta, la sua trasmissione preferita, per la prima volta dopo la sconfitta. E livido, incattivito e psicologicamente fermo alla notte del voto: nemmeno Vespa gli piace più tanto, Vespa già più incalzante del solito nel dire ad ogni pie´ sospinto «ma presidente, questa è la democrazia...». No, non se ne parla. La democrazia è quella in cui la Casa delle libertà vince le elezioni: «In seimila sezioni c´è stato il controllo elettronico e abbiamo vinto noi. Nelle altre seimila in cui le schede sono state rovesciate sul tavolo e contate come mazzette hanno vinto loro. Bastava che un rappresentante di lista andasse in bagno, per dire...».
Brogli, questo è. Dice che con quei 24 mila voti in più, ammesso che ci siano, la sinistra ha fatto il pieno: Camera, Senato, Quirinale («due vecchi comunisti, un vecchio sindacalista»), le commissioni, «dieci ministri comunisti e nessuna persona di valore, solo Padoa Schioppa è competente, forse Amato». «Il popolo di centrodestra sa che siamo ad un´emergenza democratica. Un assedio molto simile a un regime».
Qualcuno in studio gli chiede perché i suoi senatori abbiamo fischiato Ciampi e Andreotti che pure lui aveva candidato per il Quirinale e per il Senato. «Sono rimasto molto sorpreso dal loro voto - risponde - e comunque ho stigmatizzato i fischi». Non risulta, ma nessuno obietta. Piuttosto: ha detto che i senatori a vita hanno avuto una condotta «immorale». «Mi dispiace averlo detto, ma francamente sette voti a favore su sette... diciamo che abbiamo tutti avuto una reazione emotiva». Comincia ad elencare i «dieci errori capitali che hanno portato alla sconfitta» (il primo: «avevamo fatto un accordo con il leghista De Paoli ma poi...») però Mazzucca il direttore del Resto del Carlino lo interrompe: no, gli errori di governo. «Nessuno. Neppure la legge elettorale, lei crede che avrei lasciato il premio di maggioranza se fossi stato convinto di perdere?». Candida e spontanea ammissione del criterio con cui immagina si debbano fare le leggi: se conviene a chi la fa.
Moretti alla sinistra: il clima non è cambiato
Il regista a Cannes: non si vuole risolvere il conflitto di interessi. Il Cavaliere resta un pericolo, ma vi siete abituati
Giuseppina Manin sul Corriere della Sera
CANNES E adesso, che il Caimano ha perso la partita, che volente o nolente ha dovuto lasciare quel posto a cui tanto teneva, il film di Moretti rischia di mordere un po' meno? La percezione della sua pericolosità politica, così drammaticamente evocata dallo stesso regista nel finale, può risultare affievolita? «Al contrario, il pericolo esiste. Eccome. Il clima in Italia non è cambiato», risponde Nanni, ieri in gara a Cannes con Il Caimano. «I fatti più gravi, che più ricordano quel suo atteggiamento violento e sovversivo mostrato nel film, mi pare stiano succedendo proprio adesso, dopo l'esito elettorale. Per 15 giorni Berlusconi non ha riconosciuto la sconfitta. Nel silenzio totale degli alleati, ha negato il risultato del voto, ha parlato di brogli, ha insinuato nel suo elettorato il sospetto di esser stati derubati, ha aggredito, insultato, magistrati e senatori. Un disprezzo della democrazia impressionante per uno che pretende di esser uomo delle istituzioni».
Insomma, il Caimano è ferito, incattivito, e non molla. «Non penso che riuscirà a sopportare di stare all'opposizione per cinque anni. Da uno come lui ci si deve aspettare qualunque cosa». Tanto più che, a quanto pare, nessuno vuol limargli i denti. «La forza di Berlusconi sono le sue tv, il suo strabordante potere nei media. Ma quel tanto deprecato conflitto d'interessi non sembra prossimo a venir risolto neanche adesso. Ad alcuni giornalisti stranieri che chiedevano ai leader della sinistra se è normale che il capo dell'opposizione sia anche proprietario di tre tv e tutto il resto, è stato risposto: "il conflitto d'interessi non è tra le priorità di questo governo"».
E la sinistra, staffila Moretti, è colpevole anche di tre slogan a dir poco autolesionisti: «Non bisogna demonizzare Berlusconi, non bisogna spaventare i moderati, non bisogna commentare le sentenze». Così alla fine si smussa ogni cosa, ci si concede solo qualche sberleffo alla sua parte comico-folkloristica. «Tutto quel nevrotico spedirsi l'un l'altro sms e e-mail che lo prendono in giro... Non mi interessano le battute, quello che mi preme è sottolineare la pericolosità del personaggio. Una vera anomalia politica.
«No continua il caso Berlusconi è un unicum. Lo dico con tristezza perché sono italiano, ma è così». Ha mai pensato, come hanno annunciato altri, di lasciare il nostro Paese? «Mai. Anzi, battute del genere mi danno molto fastidio. Le detesto».
Eppure, come ripete il film, non è facile vivere nel degrado morale, culturale, estetico, sparso a piene mani in questi anni dal berlusconismo. «Il vero problema dell'Italia di oggi è l'assuefazione a tutto questo, sia a destra che a sinistra, e la mancanza totale di memoria riflette Moretti . A furia di scendere sempre più in basso ci siamo abituati all'inabituabile. Nulla ci fa più impressione, le parole di Berlusconi dette da Berlusconi non scandalizzano più. Ho fatto questo film per cercare di restituire gravità e peso a quelle parole. Il cinema può ancora mostrarci una realtà che non riusciamo più a vedere».
Benigni rivela: "Ecco tutti i poeti che hanno scritto la mia Tigre"
Il regista e Cerami si sono divertiti a mettere in bocca ai personaggi del film una nutrita serie di citazioni famose Roberto Benigni su la Repubblica
IL TALMUD inizia a pagina 2 proprio per indicare al lettore che anche quando avrà finito di leggerlo non avrà ancora cominciato.
E Machiavelli dice: ci sono persone che sanno tutto, ma questo è tutto quello che sanno.
E allora perché leggere? Ma magari nel mondo, come nelle fiabe, c´è ancora qualcuno che fa una cosa che ci hanno insegnato quando eravamo piccoli piccoli e che tutti ci siamo dimenticati.
Che Dio ti benedica, caro lettore! Ma chi sei? Dove sei? Fatti vedere! Tu magari stai leggendo così, tranquillamente, senza renderti conto della tua unicità.
Ormai gli scrittori sono molto più numerosi dei lettori e tra poco sarà lo scrittore a chiedere l´autografo al lettore, diceva Shane tanto tempo fa.
Ma ora di lettori ne è rimasto solo uno: Tu. Che Dio ti conservi.
Borges diceva: io non sono orgoglioso dei libri che ho scritto, sono orgoglioso dei libri che ho letto. Altri tempi. Nessuno legge più. Nemmeno i critici, i quali sostengono che se leggessero un libro per poi recensirlo ciò altererebbe il loro giudizio, sarebbero condizionati da ciò che leggono, insomma non potrebbero scrivere quello che vogliono perché anche loro giustamente vogliono soprattutto scrivere e non leggere.
Sì, nessuno legge più. Nemmeno i coretori di bozze (se troverai scritto correttori con una sola "R" e una sola "T", ciò ne sarà la riprova).
Quindi, amato lettore, che Dio ti benedica ancora! Poiché tu stai leggendo. E una sceneggiatura, per giunta! E cos'è una sceneggiatura? Lo sceneggiatore è come lo Spirito Santo. Colui che ha soffiato nell'animo di Dio tutte le trame, gli intrecci, le battute e ha letto l'Eternità per poi scrivere quello che l'autore ha realizzato in sette giorni. E ora noi non facciamo che ripetere. Forse per questo nessuno legge più. Perché tutto è già stato detto. E anche che tutto è già stato detto è già stato detto. Non c'è nulla di nuovo sotto il sole, diceva Qohélet. E allora forse bisognerà andare a vedere cosa c'è sopra il sole per trovare una novità.
Ma la novità, ha detto Prévert, è la cosa più vecchia che ci sia. E allora proviamo a rinnovarci con l'avanguardia. Ma Gore Vidal ha detto che al mondo tutto cambia tranne l'avanguardia. E allora? Che fare?, come diceva Lenin. Ah! Non se ne esce. Mi verrebbe da imprecare e urlare: "Merda!" se non dovessi pagare i diritti d'autore a Cambronne.
E allora, caro lettore, goditela questa meravigliosa sceneggiatura che, come ogni seria opera d'arte, narra la genesi della propria creazione, come dice Jakobson.
Sì, perché anche noi abbiamo copiato tutto in questa sceneggiatura scritta, come direbbe Vincenzo Cerami, a quattro mani con Roberto Benigni. Ormai siamo diventati tutti come la dea Eco, quella che non sa parlare per prima, che non può tacere quando le si parla, che ripete solamente i suoni della voce che la colpisce, ha detto Ovidio.
E quindi ha ragione Karl Kraus quando scrive: chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia!
Ed è lo stesso Kraus a sostenere che la lingua è un sistema di citazioni. E io lo cito!
Voglio fare come Henry James, che meravigliosamente ha detto: la mia mente è talmente pura che non è stata mai sporcata da un'idea.
Anche perché le obiezioni spesso nascono dal fatto che chi le fa non è stato lui a trovare l'idea che attacca. E infatti io non ho nulla da obiettare a questa idea che ho appena esposto di Paul Valéry. Proprio per questo non mi sfiora neanche l'idea di avere delle idee, perché oltre a essere attaccati ci si mette anche nella condizione di essere citati, tanto per citare un pensiero di Jean Rostand. No, no, sono d'accordo con Morselli: voglio conoscere solo quello che so già. Soprattutto perché sono sicuro che se qualcuno oggi dice qualcosa di nuovo vuol dire che l'ha letto da qualche altra parte, ho letto in un libro di Kraus. Va bene, finisco qui perché ricordo che agli ambasciatori di Samo che avevano tenuto un lungo discorso, gli Spartani dissero: abbiamo dimenticato il principio e perciò non abbiamo capito la conclusione. Questo almeno racconta Plutarco.
Il lettore mi perdonerà e sarà finalmente libero di leggere questa meravigliosa storia dove, come ha confessato il divo Eco a proposito di Il nome della rosa, non c'è una parola di mio. E con questo, caro lettore, concludo. Dio ti dia salute e non si scordi di me. Vale.
P. S. L'ultima frase è ancora di Cervantes (Don Chisciotte, I, Prologo), citata da Stendhal in Il rosso e il nero.
Nenni, Saragat e la forza unitaria. Quel tentativo fallito di 40 anni fa
Paolo Franchi sul Corriere della Sera
Si fa presto a dire: mettetevi d'accordo, unite le forze, costruite assieme, e in fretta, il Partito democratico. Non è così semplice, come dimostrano i precedenti. Anzi, il precedente per antonomasia, l'unico davvero significativo, quell'unificazione socialista che prese corpo tra mille speranze il 30 ottobre 1966. E che miseramente si concluse meno di tre anni dopo, il 2 luglio del '69, con l'ennesima scissione.
Le speranze, si diceva. Pietro Nenni e Giuseppe Saragat ci lavorano, tra alti e bassi, da un pezzo, fin dal loro incontro a Pralognan, nell'estate del '56. Nel frattempo ne sono successe, di cose: l'autonomia sempre più marcata dei socialisti dai comunisti, il centrosinistra con le sue ambizioni di tagliar l'erba sotto i piedi al Pci, la nascita, dalla costola massimalista del Psi, del Psiup. E naturalmente, nel '64, l'elezione di Saragat alla presidenza della Repubblica.
Le speranze, si diceva. Si schiera per l'unificazione socialista il fior fiore della sinistra intellettuale non comunista, o non più comunista: Norberto Bobbio e Alberto Moravia, Leo Valiani e Guido Calogero, Aldo Garosci e Mario Pirani, Manlio Rossi Doria e Bruno Zevi. La Carta programmatica del costituendo partito unificato, a rileggerla oggi, sembra più di sinistra dei documenti del Pci di allora: «Il partito ha il fine di creare una società liberata dalle contraddizioni e dalle coercizioni derivanti dalla divisione in classi prodotta dal sistema capitalistico...».
Le speranze, si diceva. Non durano molto. Come si fa a far coabitare due gruppi dirigenti e due apparati? Se è lecito dare un consiglio ai sostenitori del Partito democratico, è quello di cercare una strada diversa. Pietro Nenni, come è ovvio e giusto, è il presidente del nuovo partito. Ma i segretari sono due, uno per parte, Francesco De Martino e Mario Tanassi. Scendendo per li rami, tutti gli organismi dirigenti, dalla direzione nazionale al comitato direttivo dell'ultima sezione, si configurano, si dice all'epoca, come rigorosamente paritetici: nel senso che socialisti e socialdemocratici vi sono rappresentati in misura assolutamente paritaria, e poco importa se, per questa via, si fanno pletorici, anzi, elefantiaci. Si capisce. I socialisti debbono starci dentro senza modificare di un nonnulla i rapporti di forza tra le loro correnti, comprese quelle, come i lombardiani, che verso l'unificazione con gli odiati «piselli» sono a dir poco critici. E, quanto ai socialdemocratici, che sono il partito più piccolo, non vogliono essere, si direbbe oggi, cannibalizzati dal Psi.
Intanto, però, tra una riunione paritetica e l'altra, il nuovo soggetto va avanti. Verso le elezioni politiche del 19 maggio 1968. Tira una brutta aria per chi cerca di farsi forte dell'appoggio delle grandi socialdemocrazie, il Psiup cavalca la contestazione studentesca e ormai anche operaia, e il Pci fa lo stesso. Responsabile della propaganda è Achille Occhetto, che conia lo slogan ripetuto in mille comizi: «Non è colpa nostra se, ogni volta che abbiamo ben inquadrato la Dc nel mirino, un socialista si mette di mezzo». Il simbolo elettorale dei due partiti in via di unificazione, paritetico come gli organismi dirigenti, passerà alla storia come la «bicicletta», di qua il libro la falce il martello dei socialisti, di là il sole nascente dei socialdemocratici. Lo slogan non è felicissimo: «Unitevi a noi che ci siamo uniti».
Le speranze, si diceva. Muoiono in quelle elezioni. Il Pci avanza, il Psiup, alla sua prima prova elettorale, guadagna un clamoroso quattro e mezzo per cento che corrisponde quasi al cinque per cento perso da Psi e Psdi unificati.
Da sempre parlano lingue diverse. Altro che i dissensi di oggi su tempi e modi del ritiro dall'Iraq: per Tanassi quella americana in Vietnam è una «scelta di civiltà», Riccardo Lombardi è oratore applauditissimo in tutte le grandi manifestazioni di solidarietà con il Fronte Nazionale di Liberazione sudvietmamita.
E tra giugno e luglio del '69, dopo una tragicomica riunione del Comitato centrale, la storia finisce come era ormai scritto: di qua il Psi, di là il Psdi, che all'inizio, sotto la guida di Ferri, si chiama Psu. Nenni, il grande sconfitto, decide dopo qualche incertezza di restare nella vecchia casa socialista, Craxi, dopo qualche incertezza in più, lo segue: anni dopo cercherà di rilanciare, in altra forma e con altri metodi, il medesimo disegno: l'esito è noto. E le speranze? Annoterà Bobbio: «Nella mia vita politica ho potuto contare solo fallimenti. Ho creduto moltissimo nel partito d'Azione...Poi ho sperato nell'unificazione socialista, ed è durata ben poco». Per carità, la storia non si ripete. Ma, nei panni di chi pensa al Partito democratico in primo luogo come all'unificazione tra i Ds e la Margherita, ci dedicheremmo qualche attenzione. Non solo storica.
Un rettore magnifico e naif con il Ponte come grande nemico
Bianchi ha il look post-sessantottino ed è sempre molto diretto. Ma è uno studioso di eccellente fama
Attilio Bolzoni su la Repubblica
Qualcuno malignamente sussurra che forse lui pensava di stare ancora al «Vecchio Porto» davanti a una bella fetta di spada alla brace e a una frittura di costardelle, i pesci più saporiti dello Stretto. Il suo ristorante preferito si affaccia sul mare che divide la Calabria dalla Sicilia, in località Cannitello. E´ proprio lì il «Vecchio Porto», proprio nel punto esatto dove dovrebbero alzare quei giganteschi piloni dell´odiatissimo Ponte.
E´ sempre stato contro lui. E l´ha sempre detto: «Opera inutile e dannosissima».
Definirlo un po´ naif è troppo poco e troppo tanto, il magnifico rettore dell´Università di Reggio. Piuttosto Alessandro Bianchi, Sandro, è uno di quegli uomini che non si è mai preoccupato di nascondere ciò che gli passa per la testa. A volte può essere anche una virtù. Ma da ministro della Repubblica certe virtù fanno tremare i polsi e pure le Borse.
Laurea in ingegneria civile alla Sapienza, ordinario di Urbanistica, una cattedra di Pianificazione del Territorio dal 1987 al 1994 e poi il rettorato a Reggio per due volte consecutive con la sua Università che - proprio quando è arrivato lui - ha iniziato a diventare una «scuola» per i Paesi che stanno dall´altra parte del Mediterraneo.
Come studioso ha sempre goduto di eccellente fama. Come «esperto» del Ponte, i giudizi sono stati più vari. E´ al centro dei suoi pensieri da quando se ne parla e straparla. Di quelli più cattivi, naturalmente. Non c´è manifestazione o convegno «contro il Ponte» dove Alessandro Bianchi non abbia partecipato o parlato, sul «mostro» che potrebbe congiungere Scilla a Cariddi dicono che abbia una cultura enciclopedica, che comunque ne sappia più di chiunque altro.
Nato a Roma sessantuno anni fa, da più di venti è in Calabria ma non ha mai preso casa. Una stravaganza o l´inconfessato e permanente desiderio di andarsene? Ha sempre vissuto in albergo.
Prima all´hotel Miramare, poi al Lido e poi ancora al Lungomare.
Più che un tipo insolito lo raccontano come un vecchio-giovane intellettuale un po´ cosi, uno che ha fermato il suo tempo. Va sempre in giro con quaderni e block notes dove prende meticolosamente appunti. Su tutto.
Garbato, mai arrogante, abile nell´intrecciare rapporti. E caparbio. E sempre molto diretto. Poco diplomatico e forse un po´ scomposto anche nelle occasioni ufficiali. Della Moratti ministro dell´Istruzione, ha sempre detto peste e corna pubblicamente con il sorriso sulle labbra. All´ultima inaugurazione dell´anno accademico - e davanti c´erano tutti i baroni - il magnifico rettore l´accusò «di una gestione degradante del sistema universitario». Alla cerimonia quelli del centrodestra neanche ci andarono. Se lo aspettavano l´attacco. Troppo di parte quel rettore. Troppo impetuoso per la sua carica istituzionale.
I suoi amici sono pochi. Frequentazioni molto selezionate, come d´altronde è salutare in posti come la Calabria. Uno è Antonio Romeo, il suo più stretto collaboratore, responsabile della comunicazione dell´ Università. Un altro è l´architetto Antonio Tassone, uno suo ex studente. Poi c´è il primario Lillo Iacopino.
Ogni tanto vede il giornalista della Rai Mimmo Nunnari e l´editore della tivù locale Edoardo Lamberti Castronovo. Spesso si incontrano tutti sullo Stretto e poi si infilano sulla strada che porta a Cannitello, quella che va dritta al «Vecchio Porto» e alla maledetta punta dove qualcuno ha immaginato di far partire il Ponte.
Il mistero degli iceberg spariti dai mari del Nord
Gli aerei ne avvistavano centinaia all´anno. Questa primavera nessuno
Luigi Bignami su la Repubblica
Una volta ogni due giorni, da inizio primavera a estate inoltrata, piloti della US Coast Guard s´alzano in cielo per conto della Iip (International Ice Patron) con un compito preciso: perlustrare l´Oceano Atlantico alle latitudini più alte ove possono arrivare le navi, per avvistare iceberg alla deriva che si staccano dalla Groenlandia. Tra aprile e maggio del 1912, anno in cui affondò il Titanic, ne vennero contati 740. Furono mesi abbastanza eccezionali, è vero, tuttavia, ogni anno se ne contano alcune centinaia.
Per questo negli anni successivi all´affondamento del Titanic venne dato vita all´Iip. «Prima della nascita di questa organizzazione sono affondate ben 113 navi a causa degli iceberg, dal 1913, anno in cui hanno iniziato a operare gli uomini dell´Iip (anche se la caccia con gli aerei iniziò nel 1946), gli incidenti sono stati solo 19 e solo perché i comandanti dei vascelli non hanno ascoltato i nostri appelli», spiega Michael Hicks, a capo dell´Iip.
Ma da due anni c´è qualcosa di anomalo in prossimità del Circolo polare artico. Il numero globale di iceberg è crollato drasticamente. Nel 2003 se ne contarono 927, nel 2004 il numero scese a 262; l´anno scorso gli iceberg in circolazione furono solo 11 e quest´anno, a oggi, non se ne è visto ancora l´ombra. Dove sono spariti?
Una situazione che lascia perplessi gli oceanografi, ma che certamente è da imputare alle strane ricadute dell´effetto serra.
Va detto che viene considerato iceberg un blocco di ghiaccio lungo almeno 15 metri e diventa pericoloso quando scende al di sotto del 48° grado di latitudine, una linea che attraversa il nord della Francia e al di sotto della quale in oceano passano numerose navi da carico e passeggeri (il Titanic si trovava a 42° di latitudine, più o meno quella di Roma).
Indipendentemente da quanto sta succedendo in questi ultimi due anni, dopo un secolo di ricerche molti sono ancora gli enigmi attorno agli iceberg che, staccandosi dalla Groenlandia percorrono, prima di sciogliersi, una fascia d´oceano verso sud ben precisa, larga circa 100 chilometri e lunga circa 50, chiamata dagli oceanografi il "sentiero degli iceberg".