Addis Abeba - Fucilati dopo la resa o avvelenati con i gas nella grotta dove si erano rifugiati. Mille morti, come minimo. Peggio di Marzabotto, perché non fu rappresaglia. Peggio di Srebrenica perché morirono anche donne, vecchi e bambini. Unico paragone possibile, le foibe, ma con un´esecuzione concentrata in un unico luogo. Le prove di un efferato crimine italiano riemergono in Etiopia, 70 anni dopo la proclamazione dell´impero, gettano luce sinistra su un conflitto che la nostra memoria ancora rimuove o traveste da scampagnata coloniale. Le ha trovate in queste settimane Matteo Dominioni, 33 anni, dottore di ricerca dell´università di Torino. Prima le carte, documenti inoppugnabili. Poi le ossa umane, nella grotta dell´infamia, ancora avvolte da fosche leggende. La conferma definitiva di quanto avvenne in quelle ore tra il 9 e l´11 aprile 1939.
Tutto comincia per caso, con un pacco di telegrammi dimenticati in un faldone dal titolo «Varie» all´ufficio storico dello Stato maggiore dell´Esercito. Dentro, un manoscritto senza firma, con una mappa della zona di Debra Brehan, 100 km a Nord di Addis Abeba, nell´alto Scioa. Il contenuto, confermato da altri documenti, è agghiacciante.
Una carovana di «salmerie» dei partigiani di Abebè Aregai, leader del movimento di liberazione, si è rifugiata in una grotta dopo essere stata individuata dall´aviazione italiana, e non accenna ad arrendersi pur essendo circondata da un numero soverchiante di uomini. La sproporzione è totale: le «salmerie» della resistenza etiope sono in prevalenza vecchi, donne e bambini, parenti degli uomini in armi, che garantiscono la cura dei feriti e il sostentamento dei partigiani alla macchia (ad Adua, mezzo secolo prima, dietro ai 100 mila combattenti c´erano 80 mila persone di supporto).
L´ordine del Duce è perentorio: stroncare la ribellione che perdura sulle montagne a tre anni dall´ingresso di Badoglio ad Addis Abeba. Ma stavolta stanare i ribelli è impossibile, così il 9 aprile la grotta viene attaccata con bombe a gas d´arsina e con la micidiale iprite che devastò le trincee della Grande Guerra.
L´Italia ha firmato il bando internazionale di queste armi letali, ma ormai le usa in grande stile su autorizzazione di Mussolini. Nella grotta il «bombardamento speciale» - gli eufemismi sulle bombe intelligenti si inaugurarono allora - è portato a termine dal «plotone chimico» della divisione Granatieri di Savoia, da sempre ritenuta una delle più «nobili» delle nostre Forze Armate.
La notte dopo, una quindicina di ribelli armati tenta una sortita e riesce a scappare. Molti cadaveri vengono gettati fuori dalla grotta. Gli altri muoiono avvelenati o si arrendono all´alba del giorno 11. Ottocento persone, si legge nel documento, che il mattino stesso vengono fucilate, «d´ordine del Governo Generale». Come dire del generale Ugo Cavallero o dello stesso Amedeo di Savoia, pure lui di nobile reputazione. Un massacro, contro ogni norma della convenzione di Ginevra. Ma non è finita. Dentro c´è chi resiste ancora - uomini, donne e animali - e i nostri chiedono i lanciafiamme per «bonificare» l´antro, ramificatissimo. I meticolosi telegrammi degli alti comandi sono istantanee dall´inferno. «Si prevede che fetore cadaveri et carogne impediscano portare at termine esplorazione caverna che in questo sarà ostruita facendo brillare mine. Accertati finora 800 cadaveri, uccisi altri sei ribelli. Risparmiate altre 12 donne et 9 bambini. Rinvenuti 16 fucili, munizioni et varie armi bianche».
Le prove, schiaccianti, entrano nella tesi di dottorato di Dominioni. Ma mancano ancora i riscontri sul terreno, così il ricercatore organizza un blitz col supporto dell´Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia. Va in Africa dove viene accompagnato dal giovane studioso etiope Johnatan Sahle. Siamo a fine aprile, in tempo per evitare le grandi piogge equatoriali. La mappa trovata allo Stato maggiore consente di individuare facilmente la zona, a un giorno di macchina dalla Capitale, in un terreno crivellato di grotte e punteggiato di chiese copte, attorno alla cittadina di Ankober, 2600 metri di quota, alta sulle valli dei fiumi Uancit e Beressà.
E´ dai preti dei villaggi che arrivano le prime conferme («non ottocento, ma migliaia di morti») e l´indicazione delle strada giusta, fino al paesino di Zemerò, e poi - per altri 30 chilometri fuori pista - fino al villaggio di Zeret, una ventina di tukul in pietra e paglia, 180 metri a picco sopra la bocca dell´inferno. Il nome della grotta dice già tutto: Amezegna Washa, antro dei ribelli. Sotto, il fiume Ambagenen, che vuol dire Fiume del Tiranno. All´imboccatura, lo stesso muretto protettivo descritto nei rapporti dell´esercito italiano. La gente del posto ha già elaborato magicamente l´evento, racconta che gli scheletri trovati davanti alla grotta sono «caduti dal cielo come monito» e poi sono stati spostati nella chiesa di Jigem, ora irraggiungibile perché infestata di briganti.
Dentro la caverna non c´è più andato nessuno, da allora. Si dice che sia piena di spiriti, pronti a spegnerti la candela con un soffio per inghiottirti nel buio. Ma Dominioni ha una dotazione di torce elettriche che nessun Grande Spirito può toccare, così molti giovani del villaggio si fanno coraggio e decidono di accompagnarlo nella caverna, in una missione scientifica che per loro diventa esorcismo. Dentro, un labirinto, in parte impercorribile. Ma bastano i primi cento metri alla luce incerta delle torce per dare conferme. «Ossa dappertutto - racconta il ricercatore - quattro teschi, di cui uno con addosso la pelle della schiena; proiettili, vestiti abbandonati, ceste per il trasporto delle granaglie». E poi rocce annerite, forse dai bivacchi (ma era difficile che i ribelli accendessero fuochi il cui fumo li segnalasse all´aviazione italiana) o forse dai lanciafiamme.
Gli italiani, raccontano i figli e i nipoti di chi vide, calarono verso l´imboccatura della grotta dei pesanti bidoni che poi furono fatti esplodere con i mortai. Era quasi certamente l´iprite, il gas che corrode la pelle e brucia le pupille. E ancora: chi non fu fucilato, fu buttato nel burrone sotto la grotta. «Fu colpa degli ascari, le truppe indigene inquadrate nell´esercito italiano» è l´obiezione ricorrente di fronte ai massacri in Abissinia. «Ma gli ascari - ribatte Dominioni - non si muovevano mai senza l´ordine di un ufficiale bianco. La ferocia di queste repressioni era anche il segno dell´esasperazione dei fascisti di fronte alla resistenza degli etiopi. La rabbia per un controllo incompleto del territorio».
No, il camerata Kappler non fu peggio di noi. Il governatore della regione di Gondar, Alessandro Pirzio Biroli, di rinomata famiglia di esploratori, fece buttare i capitribù nelle acque del Lago Tana con un masso legato al collo. Achille Starace ammazzava i prigionieri di persona in un sadico tiro al bersaglio, e poiché non soffrivano abbastanza, prima li feriva con un colpo ai testicoli. Fu quella la nostra «missione civilizzatrice»? L´Africa per noi non fu solo strade e ferrovie. Fu anche il collaudo del razzismo finito poi nei forni di Birkenau. Negli stessi anni, un altro personaggio con la fama di «buono» - Italo Balbo governatore della Libia - fece frustare in piazza gli ebrei che si rifiutavano di tenere aperta la bottega di sabato.
Quanti perfidi depistaggi della coscienza. «Ambaradan», per esempio. Sa noi è una parola che fa ridere; vuol dire «allegra confusione». Ma quando sai cosa accadde nella battaglia dell´Amba Aradam, montagna fatale dell´Etiopia, quel termine sembra coniato apposta per coprire l´orrore. Migliaia di tonnellate di iprite per stanare i nemici arroccati nelle grotte, cioè morte orrenda, inflitta vigliaccamente con sofferenze inaudite. Badoglio fece agli etiopi ciò che Saddam fece ai Curdi. Solo che Saddam è alla sbarra, e l´Italia non ha risposto dei suoi crimini.
I duellanti al governo Il premier tra riformisti e massimalisti Sergio Romano sul Corriere della Sera
Gli stessi giornali europei e americani che non perdevano occasione per segnalare ai loro lettori le colpe e i vizi del governo Berlusconi hanno accolto Romano Prodi e i suoi ministri con molte riserve e parecchi punti interrogativi. Non credo che la stampa straniera sia l'arbitro delle nostre vicende nazionali. Ma chi dava tanta importanza alle copertine dell'Economist e ai commenti del
New York Times dovrebbe chiedersi perché i migliori giornali internazionali, soprattutto anglosassoni, non abbiano accolto il nuovo governo con un sospiro di sollievo e una nota di speranza.
L'Italia di Berlusconi suscitava sospetti e paure per due motivi. Il suo leader aveva un colossale conflitto di interessi ed era quindi una vistosa anomalia democratica. Il suo governo era una coalizione di cui faceva parte una forza politica (la Lega) che non crede allo spazio unico, diffida della globalizzazione, coltiva il suo elettorato con lusinghe populiste e lo solletica con tentazioni xenofobe.
Ma questo non significa che le democrazie occidentali non abbiano, quando osservano l'Italia, altre preoccupazioni, altrettanto serie. Temono la fragilità del suo sistema politico, la litigiosità dei suoi esponenti, l'incoerenza delle sue coalizioni. Nella lista dei ministri di Romano Prodi hanno trovato con piacere Giuliano Amato, Pierluigi Bersani, Emma Bonino, Massimo D'Alema, Tommaso Pa- doa-Schioppa, Francesco Rutelli e qualche altra personalità di buon livello. Li conoscono, li hanno visti al lavoro e sanno, come diceva la signora Thatcher, che sono persone con cui si può «parlare d'affari». Ma nella folla dei ministri e dei sottosegretari hanno trovato altre persone che appartengono invece al mondo della sinistra massimalista e che non hanno mai nascosto la loro simpatia per i centri sociali, i no global, i movimenti antagonisti, lo Stato dirigista, il pacifismo antiamericano, il terzomondismo rivoluzionario e quell'ambientalismo che vede in ogni opera pubblica la mano del capitalismo «rapace».
E si chiedono se le buone intenzioni di Prodi e dei suoi migliori collaboratori non corrano il rischio di essere frustrate da una quinta colonna di persone che hanno più familiarità con i cortei di quanta ne abbiano con la gestione di un Paese che ha urgente bisogno di rientrare in Europa.
Per governare oggi non basta avere una maggioranza in Parlamento. Occorre anche essere in sintonia con la cultura politica e i principali orientamenti della grande famiglia europea e atlantica a cui apparteniamo. Esistono accanto a Prodi uomini e donne che ne sono perfettamente consapevoli. Ma dovranno dimostrare, non soltanto agli italiani, che sono loro a condurre il gioco e a rappresentare l'Italia.
A Ventotene il quartetto degli euro-entusiasti
Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera
BRUXELLES La squadra «euro- entusiasta» del governo italiano cerca a Bruxelles alleati o, almeno, interlocutori «costruttivi». Operazione, va detto subito, tutt'altro che semplice. Comincerà il premier Romano Prodi, il 29 maggio, incontrando il suo successore alla testa della Commissione europea, il portoghese José Manuel Durao Barroso. I due si sono sempre mantenuti a distanza. Ma ora saranno costretti a collaborare. In parallelo entrerà in azione il neoministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, atteso a un difficile confronto-negoziato sui conti pubblici con il Commissario agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia. Per linee esterne si muoverà Emma Bonino, nuova responsabile delle Politiche comunitarie. E sicuramente saranno della partita il ministro degli Interni, Giuliano Amato, e quello degli Esteri, Massimo D'Alema. Il «quartetto di Ventotene», cioè Amato, Bonino, Padoa-Schioppa e, prima di tutti il neopresidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rappresenta una fase intensa della storia europea. Napolitano, europarlamentare dal 1999 al 2004, si battè, dalla presidenza della Commissione Affari costituzionali di Strasburgo, affinché nella Costituzione fosse abolito il diritto di veto dei singoli Stati in materie fondamentali (cosa che avvenne solo parzialmente in verità). Amato fu uno degli architetti, come vicepresidente della Convenzione, di quella Carta, bocciata poi nei referendum di Francia e Olanda. Su un altro versante, Padoa-Schioppa, prima come direttore generale della Commissione, poi come membro del «board» della Banca centrale europea (1998-2005), è stato uno dei «costruttori» della moneta unica. La stessa Bonino, tre legislature e mezzo all'Europarlamento (dal 1979 a oggi) e cinque anni da Commissario europeo (1995-1999), ha contribuito a dare dinamismo e visibilità al progetto europeo.
Ma il problema è che quella stagione politico-culturale è entrata da almeno un anno in una crisi profonda. Anzi, probabilmente, è già stata superata dagli eventi. Come ha osservato ieri proprio la Bonino, «per riprendere il cammino è necessario uscire da stereotipi di europeismo usurato e logoro». A Bruxelles «l'eredità Spinelli», cioè federalismo o almeno integrazione spinta tra gli Stati europei, viene sbrigativamente messa da parte da Barroso. Solo pochi giorni fa il leader della Commissione ha sostenuto che è inutile «perdere tempo» con «i dibattiti sulle istituzioni», mentre è necessario «produrre risultati per i cittadini». Secondo Barroso questo approccio, pragmatico fino al minimalismo politico, è l'unica strada percorribile, viste le divisioni tra i diversi Paesi.
Casini: inaccettabili quei fischi
Una lettera di Casini a Repubblica e la risposta di Scalfari
Caro direttore, leggo con indignazione (se essa non è riservata solo agli esponenti del centrosinistra) l´articolo di Eugenio Scalfari secondo il quale mi sarei «unito ai fischiatori di Palazzo Madama, lanciando ingiurie contro Ciampi che solo alcuni giorni prima avrei voluto eleggere al Quirinale».
Solo una faziosità al limite della malafede può fraintendere il mio pensiero, espresso in tv, nella trasmissione "Primo Piano" e così sintetizzabile:
1) i fischi verso i senatori a vita sono inaccettabili e sbagliati: nelle aule parlamentari si rispettano le norme della buona educazione e non si fischia;
2) i senatori a vita sono ovviamente legittimati a votare come ritengono giusto;
3) mi dispiace che il presidente Ciampi, dopo pochi giorni dall´abbandono del Colle, abbia votato in una fase così controversa. A lui il popolo del centrodestra ha sempre guardato con stima e rispetto e forse sarebbe stato un bel segnale di attenzione verso metà degli italiani l´astensione dal voto in questa prima fase. Credo che avrebbe contribuito a svelenire un clima surriscaldato e certamente non avrebbe scalfito né il governo Prodi, né la stima che anche il centrosinistra nutre per Ciampi. E´ ovvio che questo mio parere personale non mette in discussione la stima e, se mi consente, l´amicizia per Carlo Azeglio Ciampi.
Capisco che queste argomentazioni siano plausibili come tante altre. Ma veramente sono così disdicevoli da meritare gli insulti di Scalfari? Spero che su questa vicenda qualcuno voglia meditare con un po´ di serenità.
Pier Ferdinando Casini deputato al Parlamento
Prendo atto con piacere di quanto ci scrive l´onorevole Casini. I fischi contro Ciampi non gli sono piaciuti, anche se subito dopo il voto di fiducia sembrava più preoccupato di contestare i senatori a vita che non di bacchettare i suoi alleati. In una breve dichiarazione all´Ansa diceva che «il governo Prodi dev´essere seminfermo se ha avuto bisogno del voto dei senatori a vita», e aggiungeva che il sì di Ciampi gli ha procurato «delusione e amarezza». Comunque lui "non avrebbe fischiato". Casini almeno è stato educato e questo, lo riconfermo, mi fa piacere. (e. s.)
I lenzuoli di Rita Borsellino contro Cuffaro schiacciasassi
Regione Sicilia, migliaia di consulenze in vista del voto.
Totò si gioca la riconferma dopo polemiche e un rinvio a giudizio.
Negli ultimi mesi distribuiti dal governatore 1223 nuovi incarichi.
Attilio Bolzoni su la Repubblica
PALERMO - Sulla strada più bella di Palermo i vigili fanno finta di niente. Qualcuno passa a fatica e impreca per quelle auto posteggiate in terza fila, la sosta selvaggia è solo per lui in via Libertà. Si sono spostati in massa i postulanti, i supplicanti di Totò. Dalla sua casa tra le palme di Villa Sperlinga sono migrati all´ultimo indirizzo conosciuto, lì dove c´è il «comitatone» elettorale, una gigantesca sala ricevimento di sedici stanze una dietro l´altra, percorso obbligato per una folla di siciliani, la giostra per strappare una nomina o un posto o magari solo una promessa. Il governatore ha una buona parola per tutti. E così dal mattino fino a notte fonda, quelli stanno in questua aspettando un suo gesto, un ammiccamento, un suo bacio.
Maggio 2006, in Sicilia è come cinque anni fa, come cinquant´anni fa. Sarà dura anche questa volta poter cambiare in qualche modo un´isola e la sua Regione. Nella caldissima vigilia di voto quella di Rita Borsellino si annuncia la sfida più difficile, una missione impossibile.
Per scoprire cosa presumibilmente accadrà domenica prossima alle elezioni per scegliere i 90 deputati dell´Assemblea e il loro presidente, è inevitabile raccontare cosa è accaduto nel passato più recente nella terra divorata da Salvatore Cuffaro e dalle sue milizie dell´Udc. Soprattutto ricordare cosa ha fatto Totò negli ultimi diciotto mesi, come ha preparato la sua ricandidatura a Palazzo d´Orleans districandosi tra scandali e un pericoloso rinvio a giudizio.
C´è un numero magico. E´ il 1223. Tanti sono gli incarichi e tante le consulenze e le investiture che ha distribuito il governatore in vista della sua desiderata seconda volta, un exploit senza precedenti anche per una Regione abituata ai saccheggi e alle grandi spartizioni, un record assoluto firmato da colui che a tutti i costi non vuole lasciare il suo regno. E´ uno schiacciasassi Totò Cuffaro in questa campagna elettorale dove la Casa delle Libertà parte già con 17 punti e mezzo milione di voti di vantaggio sull´Unione, distacco segnato alle politiche dove il centrodestra qui ha aumentato ancora di più i suoi voti.
Totò Cuffaro ha trasformato funzionari in dirigenti, ha riempito i consigli di amministrazione degli enti con amici e parenti, ha ingaggiato un esercito di «esperti» e di «tecnici» esterni. E raddoppiato l´esercito dei fedelissimi, triplicato le sue presenze come padrino a cresime e battesimi. Non manca mai a una festa di un santo patrono o a una sagra del carciofo. E´ il solito tritacarne Salvatore Cuffaro, l´idrovora che ingoia tutto con i suoi mitici archivi elettorali, gli elettori schedati uno per uno quartiere per quartiere, paese per paese. Campagna all´antica. E un colpo da maestro messo a segno proprio qualche giorno fa.
L´ultimo provvedimento della sua giunta regionale ha «sistemato» quegli 8 impiegati che sino a febbraio lavoravano al centro «Paolo Borsellino», fondazione sciolta su decisione della vedova dopo che il direttore - padre Giuseppe Bucaro - era stato trascinato nell´affaire dell´eredità sporca di don Vito Ciancimino. Totò li ha fatti assumere alla società Multiservizi che li dirotterà in qualche azienda ospedaliera. Posti, posti e ancora posti.
«Sfruttano le clientele, il presidente pensa solo agli affari dei suoi amici e non ai bisogni e ai diritti dei cittadini, ecco la differenza tra noi e loro», reagisce Rita Borsellino che sul simbolo ha scelto lo slogan «Un´altra storia». Le risponde Cuffaro: «A noi siciliani non serve un´altra storia, noi una storia ce l´abbiamo già, è la mia, è la nostra».
Lo scontro si sta consumando in due Sicilie profondamente diverse, lontane. Duello scontato, troppo prevedibile. Con i due contendenti ripiegati su loro stessi, uno a rafforzare con i soliti sistemi la sua grande tribù e l´altra rivolta tutta a quella «società civile» che già l´aveva scelta alla primarie con un plebiscito. «Sarò eletta io e non sarà un miracolo», dice lei.
«Vincerò io e con 20 punti di scarto», dice lui. Lei va nelle scuole e riempie cinema e teatri, lui piomba nelle sacrestie delle parrocchie a salutare i preti ai quali ha fatto arrivare i finanziamenti di «Agenda 2000» per restaurare le loro chiese. Lei vola a Siena per incontrare gli studenti che scenderanno a votare domenica con il treno speciale «Rita express», lui è a Roma per l´elezione del capo dello Stato ma torna subito in Sicilia per non perdersi i giochi di fuoco del santissimo crocifisso a Milazzo. E nel frattempo i suoi aprono i saloni delle ville storiche per le mega feste, fanno inviti ai party, organizzano comizi da condominio.
Fioroni a Barbiana. «Una scuola di tutti»
Il ministro partecipa alle iniziative per don Milani e la sua esperienza
Roberto Monteforte su l'Unità
«LA SCUOLA È DI TUTTI e per tutti. No all'esclusione». Parole chiare quelle pronunciate ieri dal neo ministro dell'Istruzione, Giuseppe Fioroni che ieri ha partecipato «alla marcia di Barbiana» in ricordo di don Lorenzo Milani, lo «scomodo» priore che con i suoi insegnamenti ha rivoluzionato la scuola italiana.
L'esponente della Margherita, successore della Moratti, che si è presentato come «ministro della scuola di tutti perché questo e non altro vuole dire l'espressione pubblica istruzione», ha scelto la manifestazione del Mugello in difesa della scuola pubblica per indicare le sue priorità. Prima tra tutte la lotta all'«esclusione sociale attraverso la scuola».
Fioroni si impegna a «dare la parola a chi l'ha perduta e formare il maggior numero di giovani alle sfide della vita e del lavoro». L'insegnamento del «priore di Barbiana» è ancora vivo per il neo ministro. «Chi sale a Barbiana - ha commentato - non può non tornare indietro senza un significativo insegnamento: il no all'indifferenza». Aria nuova, quindi, a viale Trastevere. Il ministro ha preso «un impegno preciso» contro quei «percorsi di esclusione sociale che hanno attraversato la scuola ed il mondo della formazione» e che - ha proseguito polemico verso le scelte della Moratti - «dopo un certo accanimento controriformatore degli ultimi anni, rischiano di riproporsi in forme antiche e nuove nel mondo della scuola e della formazione». Un problema ancora drammaticamente attuale, visto che - ha ricordato - ogni anno, decine di migliaia di ragazzi escano dalla scuola media senza il conseguimento del diploma, mentre circa il 25% non consegue diplomi o qualifiche professionali.
Prima lezione: gli ebrei sono scimmie, i cristiani maiali
Inchiesta di un centro per la liberta' religiosa sui libri di testo sauditi: «esaltano il jihad contro l'occidente»
Maurizio Molinari su La Stampa
NEW YORK - L'ambasciata saudita a Washington da alcune settimane distribuisce un opuscolo di 74 pagine nel quale attesta l'avvenuta modifica di libri di testo nelle scuole ma il «Washington Post» risponde pubblicando un'inchiesta di Freedom House che documenta l'esatto contrario. Nina Shea, direttore del Centro per la libertà religiosa di Freedom House, ha raccolto ed esaminato decine di testi per le scuole elementari, medie e superiori saudite grazie alla collaborazione di insegnanti sciiti e sunniti «che non si riconoscono nella dottrina dell'Islam wahabita» che si richiama al movimento fondato 250 anni fa da Muhammad ibn Abd al-Wahab oggi alla base della monarchia.
Ciò che emerge dalla lettura dei testi lascia ben pochi dubbi. «Ogni religione al di fuori dell'Islam è falsa» è scritto in un manuale per la prima elementare, nel quale si chiede agli alunni di completare di proprio pugno la frase «chiunque muore fuori dall'Islam va all'inferno». Gli studenti di appena tre anni più grandi studiano su un testo dove è scritto che «la vera fede significa odiare i politeisti e gli infedeli». Chi compie il decimo compleanno si trova invece a studiare su libri più articolati. Eccone un esempio: «Così come i musulmani ebbero successo in passato nel cacciare i crociati cristiani dalla Palestina così emergeranno vittoriosi, grazie ad Allah, contro gli ebrei ed i loro alleati se riusciranno a restare uniti ed a combattere un vero Jihad per Allah».
Arrivati all'età che coincide con le scuole medie, un volume offre questa rappresentazione delle altri fedi monoteistiche: «Come scrisse Ibn Abbas gli ebrei, popolo del sabato, sono scimmie mentre i cristiani, infedeli della comunione di Gesù, sono porci».
In tale cornice il libro di testo che la Freedom House identifica come rivelatore dell'intero approccio allo studio è un volume destinato agli studenti delle superiori nel quale si affronta il tema della Guerra Santa: «Il Jihad è il cammino di Dio e consiste nel combattere contro la miscredenza, l'oppressione, l'ingiustizia e coloro che le perpetrano. L'Islam è sorto attraverso il Jihad ed attraverso il Jihad ha alzato i propri stendardi. Il Jihad è uno degli atti più nobili, che portano un individuo vicino ad Allah, uno dei più significativi atti di obbedienza ad Allah».
Questo tipo di insegnamenti, afferma Freedom House, sono alla base dell'educazione avuta anche dai 15 cittadini sauditi che presero parte agli attacchi dell'11 settembre 2001.
Il ct resti in panchina, ci tureremo il naso
Gianni Mura su la Repubblica
CHIUDIAMO gli occhi e turiamoci il naso, per ora. Se apriamo gli occhi vediamo che il nostro calcio è come un cane con la rogna. Tutti lo scansano, gli urlano dietro o gli tirano una pedata, ultimi in ordine di tempo Blatter e Beckenbauer, che due santi non sono, ma tocca incassare e dargli ragione. Questo scandalo, che qualcuno ottusamente si ostina a chiamare Calciopoli, è peggio di tutti gli altri, è il più ramificato ed è il più simile (ammazzamenti esclusi) ai metodi mafiosi. Se così non fosse, non sarebbero saltate tante poltrone.
Al di là dei miei gusti da moralista, è chiaro che ogni decisione sui mondiali spetta a Lippi. Attorno non gli sono rimasti molti interlocutori e a quest'ora Guido Rossi, commissario della Federcalcio, gli avrà già fatto gli auguri di rito, a Coverciano. Va ricordato che Lippi non è indagato. È stato interrogato dagli inquirenti, sembra che non li abbia del tutto convinti, gli hanno detto che lo risentiranno dopo i mondiali. A giudicare da quelle poche frasi sue riportate dai giornali, sembra che la colpa di tutto sia dei giornali. Beato chi ha solo certezze. Forse qualche frase in più sarebbe stata opportuna. La legge non vieta che il figlio di un ct faccia il procuratore di calciatori. Ma è una questione di buon senso, di sensibilità, tant'è che questa anomalia del mestiere di Lippi jr è unica al mondo, per quanto se ne sa. Ed è un'anomalia consentita dal Sistema, che è tempo di distinguere dal metodo - Moggi o moggismo.
Un metodo - Moggi non può prosperare e affermarsi se non lo consente un Sistema che va dai dirigenti federali agli arbitri e ai loro designatori e da una collusione ad alto livello che svuota di significato gli organi di controllo (tutti "rompicoglioni", dalla Covisoc all'antidoping). Chi critica questo sistema deve starne fuori, disse a muso duro Lippi a Zeman, in tv. E adesso che il sistema è saltato? Adesso che le poltrone sono saltate e manca solo quella di Galliani? Ho fiducia, si libererà in tempi ragionevoli e per una questione di coerenza. Sempre giusto schierarsi, nella vita. Ma non si può per anni cantare le lodi del nuovo calcio, sancire una sorta di santa alleanza con la Juve e con Giraudo in particolare, gonfiare il povero calcio come il bue della favole e poi stare lì seduti, in mezzo alle macerie dell'impero che fu.
Un conto sono le conseguenze penali (giustizia sportiva e ordinaria) per certi comportamenti, un conto è la responsabilità, il sapere o non sapere, il condividere o il restare fuori. Molti si chiedono: una volta accertati i metodi di Moggi e la flessibilità schifosa del Sistema, uno come Lippi in tanti anni alla Juve non s'è mai accorto di nulla? Domanda, aggiungo, valida anche per Ancelotti e Capello, che però su quella panchina sono stati per un minor numero di anni. Questi ex calciatori di serie A e di Nazionale, questi tecnici di enorme successo, hanno mai avuto un sospetto, un dubbio? La sensazione di un'ombra su qualche vittoria? Non hanno nulla da dire nemmeno adesso che il pentolone è scoperchiato, il bue scoppiato, il palazzo crollato? Adesso che sta per partire una squadra di ragazzi che saranno fischiati non per colpa loro, che dovranno giocare accompagnati dal peso di questo scandalo? Adesso che si è costretti a rispolverare un vecchio slogan di Montanelli sulla Dc e le elezioni? Prendiamo atto di questo silenzio e del quasi silenzio di Lippi. Liberi di non parlare loro, liberi di criticare noi.