Tutti i ministri e i sottosegretari
su la Repubblica
L'alternativa alla destra
Quando ha parlato di una "forte scossa" di cui ha bisogno l´economia, si è avvertita una distanza siderale dalle "ricette" e dalle formule creative del Polo.
Nelle parole del presidente del Consiglio al Senato si è manifestata la volontà di esprimere una diversità innanzitutto culturale.
Edmondo Berselli su la Repubblica
FORSE SONO state le interruzioni e le urla del centrodestra a spiegare compiutamente che cosa è stato il discorso di Romano Prodi al Senato. Perché per la prima volta si è sentita in un´aula parlamentare l´enunciazione di un disegno politico coerentemente alternativo alla destra. Durante la campagna elettorale il messaggio fondamentale rivolto dal candidato dell´Unione all´opinione pubblica era stato semplice, accordato su toni familiari, con accenti addirittura sentimentali: «Noi vogliamo unire l´Italia». Di fronte alla violenta polemica innescata da Silvio Berlusconi, al suo guerrilla marketing elettorale, Prodi aveva cercato di far comprendere alla società italiana che nella proposta dell´Unione non c´era un intento radicale, e nemmeno una volontà punitiva verso gli avversari politici.
Ma anche se è stato preceduto da un richiamo "ciampiano" alla concordia nazionale, il discorso al Senato ha rappresentato una inversione di marcia rispetto alla politica della Casa delle libertà: netta, indubitabile. Nelle parole di Prodi si è manifestata la volontà di esprimere una diversità innanzitutto culturale. Sull´Europa, «ambito essenziale della politica italiana»; sulla giustizia, in cui occorre ridare serenità ai giudici»; sull´impianto costituzionale, rispetto al quale il premier ha ribadito l´opposizione «compatta» alla riforma del centrodestra. Ma anche nei passaggi sulla globalizzazione intesa «come rischio ma anche come opportunità», è possibile ritrovare le linee di una riflessione che prova a sottrarsi dai conformismi neoliberisti (e anche dalle fissazioni di una politica estera che ha portato al «grave errore» della guerra in Iraq).
Che non sia un manifesto politico entusiasmante per le platee è evidente, ma è anche la prova di una concezione a suo modo «strategica», che tenta di connettere globale e locale, macro e micro, esigenze degli apparati produttivi e necessità dei lavoratori. Quando Prodi ha parlato della «forte scossa» di cui ha bisogno l´economia, si è avvertita una distanza siderale dalle «ricette» e dalle formule creative con cui il centrodestra ha costruito le sue ipotesi di super-crescita, tutte peraltro andate deluse.
Per il nuovo capo del governo, alla scossa economica si associa la richiesta di una scossa etica, non proclamata con sfoggio di retorica ma da perseguire attraverso una serie di connessioni regolamentari ed empiriche: i rilancio della crescita viene affrontato attraverso dispositivi tecnici come il taglio del cuneo fiscale (che pure in campagna elettorale aveva destato perplessità anche fra gli economisti di sinistra), ma all´interno di un processo di riduzione del conflitto sociale, di attenuazione dell´incertezza nel lavoro, di riequilibrio fra le disuguaglianze.
Cose noiose, poco eccitanti per chi è abituato a una politica sulfurea, al reality show fatto di slogan e di furori carismatici. Per Prodi il ritorno alla crescita è un processo che contempera da un lato un mercato reso più fluido, e dall´altro un nuovo compromesso tra «flessibilità e stabilità», in modo da correggere una legge totem come la cosiddetta Biagi, allo scopo di eliminare precarietà nel lavoro. Se al Nord «a cui si chiede molto occorre dare molto», il Mezzogiorno è un´area strategica per l´intero paese. Come strategica è la scuola, considerata nel medio-lungo periodo il principale fattore di sviluppo su cui deve fare leva il paese. Accanto alla libertà dell´impresa privata viene richiamato il tema dell´equità fiscale: e si chiarisce via via che la concezione esposta da Prodi al Senato è un gioco di simmetrie: certamente non un programma di sinistra, ma forse la più completa elaborazione di un orizzonte di governo riformista che si sia ascoltata ufficialmente negli ultimi anni.
Ma con ogni probabilità il compromesso prodiano, non privo di una sua qualità intellettuale, è anche l´ultimo tentativo producibile per qualificare politicamente il centrosinistra. Altrimenti l´alternativa è fra il radicalismo ideologico di Zapatero e lo sperimentalismo trasversale, né destra né sinistra, di Blair. Prodi sta cercando non la sua terza via, ma una «mezza via». Nella speranza che in medio risieda effettivamente la virtù; ma anche con la pratica certezza che o la mediazione prodiana funziona, e allora il centrosinistra può svilupparsi, mantenere un consenso di massa, evolvere al suo interno anche in veste più moderna (leggi partito democratico); oppure la mezza via fallisce, e allora non occorrerà soltanto trovare un leader, una faccia da esporre, ma mettersi a rifare tutta una politica.
Il fardello del premier
Il programma e le spine dell'alleanza
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
Il governo Prodi ha dinanzi un itinerario più che accidentato, con un'alleanza composita o anche irrequieta e una maggioranza stenta. Eppure, ha suscitato e deve affrontare numerose aspettative. Anzitutto l'Ue, come avverte il commissario Joaquin Almunia, si aspetta che a settembre con la Finanziaria 2007 riduca di molto il disavanzo annuale gravante sul già oneroso debito pubblico. A loro volta, le industrie nazionali sperano che sappia trarre vantaggio dalla ripresa dell'economia europea e si dedichi a limitare i costi del lavoro per unità di prodotto, liberalizzare i servizi, velocizzare le opere infrastrutturali considerate prioritarie. Romano Prodi s'è impegnato per un complesso riassetto del sistema tributario, benché non sempre con un adeguato
chiffrage. In particolare, vuole ridurre del 5 per cento i costi del lavoro determinati da oneri fiscali e contributivi, anche se l'operazione potrebbe giovare specialmente alle imprese meno competitive. Intende anche modificare le regole sulla flessibilità del lavoro senza più tollerare convenienze per il ricorso aziendale al precariato durevole, introdurre tasse di successione per i patrimoni ricchi oltre una soglia imprecisata, disporre una revisione dei valori catastali e detassare gli affitti. Ci si domanda se tutto sarà possibile, quando e come, poiché il fardello di Prodi appare già soverchiante.
Fra l'altro, incombono le perdite di Alitalia e Trenitalia, le difficili condizioni dell'Inps e le spese fuori controllo delle più sregolate amministrazioni regionali.
E infine, sul fronte internazionale, il governo Prodi non si trova solo dinanzi all'incubo Iraq. La questione Iran, con le sue incognite, può massimizzare il rialzo delle quotazioni petrolifere. Ma in materia d'energia, come forza motrice d'ogni società industriale, l'economia britannica ricava il suo greggio dal Mare del Nord e quella francese in larga misura si regge su 59 reattori nucleari, mentre le altre società dell'Ue risultano in genere meno dipendenti dell'Italia da importazioni di petrolio e gas. Dunque, si dovrebbero limitare al massimo i consumi energetici. Verosimile? Forse no, anzi no.
Un "ponte" verso il Nord
Alberto Statera su la Repubblica
CHISSÀ se basterà il veto immediato al Ponte sullo Stretto di Messina, le parole concilianti di Romano Prodi nel discorso programmatico, che negano la topografia di un paese «lacerato, spaccato, irrimediabilmente diviso», a rassicurare il Nord produttivo che si sente negletto, snobbato, incompreso da un centrosinistra approdato di stretta misura al governo e accusato di rilanciare la secolare questione meridionale senza percepire il cuore della questione settentrionale. «Il paese ha bisogno di un Nord forte e vitale che ne traini la riscossa», scandisce Prodi. Ma torna la vecchia e provinciale contabilità delle poltrone ministeriali regione per regione: su venticinque ministri una sola lombarda, urla il centrodestra, neanche un ministro friulano, ma soltanto due sottosegretari.
Ma la questione non è certo il luogo di nascita dei ministri.
A parte la complessa spartizione ministeriale, che ha dovuto rispondere più a pesi e contrappesi di partito e di coalizione che non territoriali, c´è un´affermazione impegnativa di Prodi: «Al Nord sappiamo di dover dare molto». Ma è quasi un paradosso che, nonostante l´impegno forte e formale, l´uomo che per metà della sua vita ha studiato la piccola impresa del Nord e, persino con qualche eccesso, ha inventato il «piccolo è bello», fatichi ad essere creduto da quel pezzo d´Italia che a quel modello deve la sua ricchezza diffusa. Oggi quel modello è in crisi e chi vorrebbe imboccare la scorciatoia dei dazi sui prodotti della Cina o dell´India sa che questo governo non lo farà mai, non perché la sinistra italiana è «rossa», come dice Giulio Tremonti, e quindi strabica verso Pechino, ma perché non sarebbe da paese civile, protagonista di un´economia globale.
Il centrosinistra non ci capisce, è il leit motiv del Nord, e il discorso di ieri di Prodi ne ha preso atto riconoscendo che «al Nord dobbiamo una risposta e la dobbiamo in tempi rapidi». E forse in questo impegno il presidente del Consiglio, che si dice sia in possesso del «fattore c.», sarà ancora un uomo fortunato. Nel momento in cui entra a Palazzo Chigi tutti i dati e le ricerche dicono che al Nord, a parte scarpe e tessuti, l´inversione di tendenza è partita: cresce la meccanica, cresce il legno, crescono i mobili, crescono le costruzioni, le opere pubbliche e l´intermediazione bancaria. Ciò che, se il governo saprà approfittarne, darà il respiro necessario per predisporre le misure necessarie a riagganciare lo sviluppo in modo stabile, trasformando e modernizzando il modello distrettuale, nel quale si sta stemperando la vocazione manifatturiera del Nord d´Italia, con effetti sulla tenuta dell´occupazione e della coesione sociale.
Gli uomini adatti, che hanno studiato per anni l´economia dei distretti del Nord, ci sono, non per il «fattore c.», ma per una delle scelte governative più azzeccate: sono Pierluigi Bersani, neoministro dello Sviluppo Economico, ed Enrico Letta ex ministro dell´Industria e adesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Hanno l´occasione, se la coalizione saprà essere unita, di far vedere subito al Nord che finalmente il centrosinistra lo capisce, come Prodi ha garantito.
Governo, quante poltrone
Stefano Ceccanti su l'Unità
Ci sono senz'altro molti motivi per essere contenti del nuovo governo. Tuttavia, nell'interesse stesso di chi è stato chiamato a lavorare, è bene capire anche i limiti, che sono ben presenti a larga parte dell'opinione pubblica, più di quanto non si creda, a cominciare dalla crescita del numero dei membri del governo, che è il dato che lascia più perplessi, insieme alla rinuncia ad alcune scelte di innovazione come l'aumento di donne-ministro con portafogli.
Se capiamo i limiti possiamo anche cercare di porvi rimedio nei tempi necessari e nei modi giusti, senza facili demagogie ma anche senza far finta di niente. Per ragionare sui limiti non possiamo ignorare i condizionamenti ambientali perché Prodi e i vertici dell'Unione non hanno operato nel vuoto. Ci sono state almeno due gravi difficoltà obiettive che non hanno aiutato. La prima è la legge elettorale, che mantenuto il bipolarismo, ma che ha marcato di più le singole identità. Prima eleggevamo tutti i senatori e il 75% dei deputati col voto di tutti gli elettori della coalizione, ora nessuno. Non c'è quindi da stupirsi se la contrattazione diventa più complessa.
Il secondo vincolo ambientale sono stati i tempi lunghi tra il voto e la formazione del Governo dovuti all'«ingorgo istituzionale» per cui si è proceduto prima all'elezione del Presidente della Repubblica. Più si allontana il momento in cui gli elettori si sono espressi sovranamente, dando una sorta di pre-fiducia alla maggioranza e al governo, più prendono forza i condizionamenti dei partiti. Non a caso, quando in una legislatura si formano più governi, il numero dei componenti tende ad aumentare sempre più: il primo governo è fresco di legittimazione popolare e regge l'urto della miriade di richieste, gli altri risentono di più di equilibri di vertice. Una buona ragione per evitare dannosi avvicendamenti di esecutivi, che in genere preludono a sconfitte elettorali. Questi due vincoli obiettivi esistevano e hanno pesato: penso che possano essere spiegati all'opinione pubblica insieme all'impegno, annunciato ieri da Prodi, per rimuoverli con le opportune riforme elettorali e costituzionali, in modo che gli esecutivi futuri possano prescinderne o comunque risentirne di meno.
La riforma Bassanini dei ministeri, che ne aveva ridotto il numero, era guidata da tre motivazioni che secondo me restano pienamente valide e meritorie. La prima era fare del Consiglio dei ministri un'effettiva sede decisionale potenziando il principio di collegialità: ciò può accadere tanto più quanto il numero dei membri è limitato, in modo da consentire a tutti di prendere la parola per decidere insieme con cognizione di causa sulle questioni più importanti dove è bene non affidarsi solo al singolo ministro, al presidente del Consiglio o a sedi informali. La seconda era di riaggregare le strutture ministeriali per omogeneità di materie. La terza quella di tener conto della trasformazione dello Stato in senso regionalista-federalista. È possibile che alcuni particolari accorpamenti operati dalla riforma Bassanini si siano rivelati non funzionali, ad esempio quello della Pubblica Istruzione con l'Università.
La nomina di nuovi ministri deve seguire la scelta di istituire nuovi ministeri con legge, non con decreti da convertire. Se il discorso si arrestasse qui sarebbe però ingeneroso verso il centrosinistra e in particolare verso l'Ulivo perché l'impegno stringente e irreversibile per la creazione del Partito Democratico, su dettatura del corpo elettorale che ha dato un grande successo alla lista unitaria, che si è già riflesso nei gruppi unici e nella scelta di alcune personalità di lavorare in prima linea a quel progetto non è altra cosa da quello di cui stiamo parlando. Con meno partiti bisognosi di rappresentanza separata al governo ci sono meno problemi di espansioni di numero e più incentivi per operazioni innovative. Non è un caso se la parità tra uomini e donne è più facile in Europa in governi con un grande partito a vocazione maggioritaria che ne è il perno. L'Ulivo ha forse fatto errori lavorando sugli effetti, ma sta anche lavorando sulle cause che rimuoveranno parte di quei limiti. Detto ciò, buon lavoro a tutti i membri di governo che giustamente non possono porsi in questo momento questi interrogativi perché impegnati in ben altre emergenze: a quelli con ministeri inalterati, come a quelli con ministeri scorporati, accorpati, con o senza portafogli. Non poche delle perplessità di oggi potranno essere fugate dal loro lavoro concreto.
Quella vignetta sul cancello di Auschwitz
Una lettera di Liliana Segre
Corrado Augias su la Repubblica
Caro Augias, in questi giorni tante voci autorevoli si sono alzate per protestare contro l'ignobile vignetta apparsa su 'Liberazione', vignetta che riproduce il cancello del campo di sterminio di Auschwitz con la dicitura 'La fame rende liberi', versione caricaturale di quella beffarda 'Il lavoro rende liberi' (Arbeit macht frei) accoglieva gli internati in quel campo di sterminio.
Provo angoscia, vergogna e stupore per chi ha ideato e per chi ha pubblicato quella vignetta. Io sono passata da quel cancello quando avevo 13 anni, non ero in gita scolastica, ma deportata per la colpa di essere nata ebrea. Le ceneri di mio papà e dei miei nonni sono nel vento di Auschwitz perché è là che sono stati gasati e bruciati per la sola colpa di essere nati.
Io sono miracolosamente uscita da quell'inferno e oggi sono vecchia. Non basta una vita per guarire da Auschwitz e io voglio gridare, finché avrò voce, che certi paragoni sono dei falsi storici che offendono milioni di morti senza tomba e senza colpa e i loro discendenti. Liliana Segre
Sopravvissuta da Auschwitz N° 75190 Associazione Figli della Shoah
Leggevo lo spensierato commento dell'autore di quella vignetta indecente. E' un signore che si autodefinisce 'anglopartenopeo' è che fa di professione il designer. Non è un ragazzo, ha superato gli 80 anni, quindi sa di che cosa parla. Si è scusato, anzi si è 'spiegato' dicendo: «Sarà una vignetta antisraeliana questo sì, ma non antisemita ? non è possibile che quando si critica Israele ci sia sempre di mezzo il ricatto dei sei milioni di morti».
E' stato un bene che il vignettista abbia chiarito il suo pensiero, così se ne può misurare la profondità. Quel cancello lo hanno varcato ebrei di tutti i paesi europei, comunisti, zingari, omosessuali, tutti destinati alla camera a gas e al forno crematorio; se non tutti sono stati eliminati, se qualcuno è riuscito a tornare a casa ridotto a uno scheletro vivente, è perché la guerra non è durata abbastanza; prendere a spunto oggi quel cancello e quel campo per fare una vignetta è un'operazione brutta, molto brutta che coinvolge, lo dico con rammarico, anche il discernimento del direttore che ne ha autorizzato la messa in pagina.
La vera legge Biagi
Lavoro e flessibilità
Nicola Cacace su l'Unità
Il presidente Prodi e il ministro del Lavoro Damiano (auguri a Cesare per il nuovo incarico), tra i segnali di rilancio dell'economia debbono darne uno, importante, ai giovani con cui siamo in debito per la vittoria.
Dopo trent'anni, i giovani (18-25 anni) sono tornati in maggioranza a votare a sinistra. L'ultima volta era avvenuto nel 1975 quando, votando per la prima volta a diciotto anni, essi determinarono il quasi sorpasso del Pci.
È stato giustamente scritto che il messaggio dell'Unione sulla qualità del lavoro ha battuto il messaggio della Cdl su tasse e Ici, sia pur di poco. Alcuni interventi di questi giorni che hanno aperto, con foga eccessiva, la questione dell'abrogazione o della riforma della legge 30, cosiddetta legge Biagi, appaiono incauti, sbagliati ed anche ingiusti (verso Biagi). Questo non significa che il problema dei modi per elevare la qualità del lavoro possa essere rinviato a tempi lunghi o eluso. Significa farlo nel modo giusto, magari anche rileggendo il «libro bianco» del professor Biagi le cui proposte sono state dimezzate e tradite dagli estensori della legge con un uso del lavoro e del nome del professore politicamente non corretto.
I più autorevoli esperti di centrosinistra che hanno scritto sul tema, Accornero, Boeri, Ichino, tra gli altri, mostrano un sostanziale accordo sul fatto che i provvedimenti di flessibilità avviati da Treu e proseguiti con la legge 30/2003 hanno avuto effetti positivi da conservare ed effetti negativi da eliminare, da un lato avendo facilitato l'accesso dei giovani al mercato del lavoro e corrisposto alle esigenze aziendali di flessibilità, dall'altro condannando i giovani ad una precarietà prolungata ed insopportabile e riducendo la qualità del lavoro - ne è prova un calo della produttività annua del lavoro del 0,4% negli ultimi quattro anni.
La legge 30 è lontana dal «Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia: proposte per una società attiva ed un lavoro di qualità» firmato nell'ottobre 2001 da Marco Biagi per un fatto semplicissimo: in quel saggio la qualità del lavoro non è mai sacrificata alla flessibilità ed il sostantivo «sicurezza» compare molte volte più del sostantivo «flessibilità». Sin dalla «Presentazione» Biagi è chiaro: «Nella definizione delle nuove ipotesi di regolamentazione vanno assunti congiuntamente i criteri della flessibilità e della sicurezza». E continua nel «Sommario»: «La qualità del lavoro è la nuova dimensione su cui riflettere, perciò occorre riformare profondamente ammortizzatori sociali ed incentivi all'occupazione». Nella seconda parte del libro («Proposte») è ancora più esplicito: «Occorre incentivare convenientemente il ricorso al contratto a tempo indeterminato, così da incrementarne l'uso, evitando nel contempo che si diffondano forme di flessibilità in entrata per aggirare i vincoli o comunque le tutele predisposte per la flessibilità in uscita». E ancora: «È necessario che coloro che lavorano con contratti di tipo flessibile godano di una sicurezza adeguata e di una posizione occupazionale più elevate, compatibili con le esigenze e le aspirazioni dei lavoratori». La legge 30 è la continuazione del pacchetto Treu con due aspetti negativi da eliminare: a) aver trasformato un elenco «esemplificativo» di fattispecie flessibili (lavoro part time, interinale, a chiamata, a progetto) avanzato da Biagi, in un elenco «prescrittivo», per cui, ad esempio, la fattispecie «lavoro intermittente o a chiamata» può essere eliminata, dopo le prove negative che ha dato nella applicazione pratica; b) aver ignorato una parte del lavoro di Biagi per cui «dosi di flessibilità e di qualità del lavoro come quelle richieste dall'azienda moderna in era di globalizzazione non possono essere disgiunte da adeguate misure di sicurezza e di formazione».
Per concludere, bando alle polemiche inutili, che il ministro del Lavoro convochi al più presto le parti sociali per contribuire a correggere la legge 30 e, suggerirei, anche con un documento di base che riprenda quella metà del lavoro di Biagi ignorato e tradito. Quanto agli incentivi al lavoro a tempo indeterminato ed ai vincoli a quello flessibile la scelta degli ingredienti è ampia e spetterà alle parti indicarle ed al governo sancirle, dal vecchio credito d'imposta per gli assunti a tempo indeterminato ad una certa parificazione dei contributi tra le varie modalità di lavoro, dall'abolizione del cuneo per le imprese che assumono a tempo indeterminato a formule di gradualità temporale degli oneri sociali (alla Zapatero) quando si passa dal lavoro flessibile a quello indeterminato.
Il miracolo delle auto blu
Già nel marzo ´98 Prodi firmò una direttiva "moralizzatrice". E Berlusconi lo imitò in tv Filippo Ceccarelli su la Repubblica
Scossa etica e auto blu; nuova sobrietà e razionalizzazione dei servizi di scorta. Benissimo, anzi volesse il cielo: ma a questo punto occorre forse ricordare che il 9 marzo del 1998 l´allora presidente del Consiglio Romano Prodi emanò una direttiva moralizzatrice con la quale si stabiliva appunto di privatizzare le auto blu. Le quali in realtà ormai da tempo non sono più blu, ma grigie, bianche, metallizzate, coltivando il potere le più inesauribili e capricciose risorse mimetiche e cromatiche, al punto che i ministri della Lega ne hanno ultimamente pretese di colore verde. E comunque: inutile dire che la privatizzazione prodiana non andò in porto.
Così, a Porta a porta, il nuovo presidente del Consiglio Berlusconi di nuovo sollevò l´argomento estendendolo pure alle scorte. E allora disse, il Cavaliere, che c´erano «migliaia e migliaia» di agenti inutilmente impegnati a difendere chi non ne aveva più bisogno, e se ne andavano «in giro per le strade sgommando». Con il che, nel dicembre del 2001, venne promulgata un´altra severa circolare, a firma Berlusconi-Frattini. Però non ci fu nemmeno il tempo di misurarne gli effetti perché dopo pochi mesi la maggioranza fece passare una vera e propria legge - la cosiddetta «legge sirena» - che consentiva alle auto dei potenti non solo di ululare a loro piacimento, ma anche di passare col rosso, per le opportune e dovute ragioni di sicurezza.
Del resto si capisce: è storia antica, almeno a Roma, molto antica. «Passano i cavalieri dell´imperatore, e chi non sa scansarsi per tempo riceve una frustata. S´allontanano come folgori» annota Elèmire Zolla. Ma tutto questo non resta senza contraccolpi: «Le insegne dell´impero eccole come oggetto d´esecrazione». Detto altrimenti e aggiornato all´oggi: emblema rumoroso dell´arbitrio, del mistero e della separatezza, l´auto «a gratis», blindata e con agenti al seguito resta uno dei più formidabili argomenti che da sempre il potere offre in pasto all´anti-politica.
Per questo i presidenti che si susseguono a Palazzo Chigi promettono il consueto giro di vite. Ma lo scarto che regolarmente si registra tra le parole e i fatti, tra l´annuncio e i risultati, tra le buone prediche e i cattivi razzolamenti finisce per accendere la fantasia degli osservatori, per giunta convincendoli che abusi e privilegi siano ineluttabili ed eterni.
La casistica, in effetti, è piuttosto estesa. Così, nella Prima Repubblica si fantasticava sugli agenti di Ps incaricati di portare a spasso il cagnolino di casa De Mita, un simpatico yorkshire a nome «Flossie»;
Interessante sarebbe studiare l´ordine ciclico che da quasi un secolo governa i buoni propositi in un vano stillicidio di tagli a base di inutili decreti, circolari, censimenti, pedinamenti, monitoraggi, superispettori e analisi tecniche che inesorabilmente invocavano la scure sui servizi di scorta e le auto blu. Nessuno sa bene quanto, come e soprattutto perché Lucianone Moggi, ad esempio, faceva portare a spasso per Roma le sue amiche.
Ma il buon umore si spegne subito ripensando al povero Biagi, che voleva, lui sì, auto blindata e scorta; e a cui invece furono negate con motivazioni che ancora oggi mettono i brividi per la prosa di oscura e strisciante ipocrisia burocratica: «Si è appurata una evidente distonia nel circuito valutativo a livello centrale e periferico che è stata fondata, distintamente nelle fasi della concessione della revoca delle misure di protezione, su parametri non omogenei il che ha prodotto risultati disomogenei». Testuale.
Massacro di Haditha, l'inchiesta Usa condannerà i marines
Sommari de l'Unità
«Uccisero civili innocenti a sangue freddo». Così un parlamentare democratico, John Murtha, anticipa il risultato dell´inchiesta del Pentagono sulla morte di 24 civili avvenuta lo scorso novembre nel villaggio di Haditha, in Iraq.