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a cura di G.C. - 28 aprile 2006


Bomba a Nassiriya. Tre morti italiani
Michele Farina sul
Corriere della Sera

AMMAN - "Siamo corsi con l'acqua, ma non c'era più niente da fare. Quando le fiamme l'hanno permesso, abbiamo guardato dentro la camionetta. All'inizio sembrava che non ci fosse nessuno". Ali El Nafari è il capo dei pompieri di Nassiriya. In quella camionetta blu piantata sul marciapiede, vicino a una grande palma, dentro quell'automezzo che in gergo si chiama Veicolo protetto, c'erano cinque militari della forza multinazionale. Quattro italiani, un romeno. Soltanto uno è sopravvissuto. Un carabiniere. Ferito grave. Adesso è in un ospedale americano di Kuwait City, con il 40 per cento del corpo ustionato.
Sono morti così, gli ultimi caduti italiani di Nassiriya, bruciati davanti alla stazione dei pompieri iracheni. All'entrata nord di Nassiriya, a un chilometro dal quartier generale della polizia locale dov'erano diretti, in una zona verde che si chiama Al Mansuriya. Sono morti in mezzo alle palme, dentro il loro "scarafone" trasformato in fornace, poco prima delle nove del mattino.
Erano le sette in Italia. Il sole già alto, il chiosco delle bibite aperto dall'altra parte della strada, sul muro i grandi ritratti dei santi sciiti Ali e Hussein.
La bomba che li ha uccisi potrebbe essere un ordigno che gli esperti chiamano "a carica cava". Un'arma leggera, con poco esplosivo che può portare un solo uomo, però capace di perforare la blindatura (schegge di metallo a una velocità di 10 mila metri al secondo) e incendiare l'interno. L'effetto è quello che si è presentato ieri mattina ai pompieri del capitano Ali. Un veicolo non proprio devastato all'esterno, con le scritte Carabinieri in italiano e arabo che son venute via. E dentro, come se non ci fosse più nessuno.
Nicola Ciardelli, 34 anni, capitano dei paracadutisti, Franco Lattanzio e Carlo De Trizio, 38 e 37 anni, carabinieri con il grado di maresciallo capo. Il caporale romeno Bogdan Hancu aveva dieci anni di meno, 27. La loro vita si è volatilizzata a diecimila metri al secondo, sulla strada che dalla base di Camp Mittica porta al centro di Nassiriya.
I loro resti torneranno in Italia domani. Le condizioni di Enrico Frassanito sono definite "stabili" dai medici militari della base Usa di Kuwait City. Facevano parte di un contingente di circa 3 mila soldati, 2.600 italiani, al comando della Sassari. I sassarini sono tornati a Nassiriya da un paio di mesi. Secondo turno, seconda strage. Erano in Iraq quando il camion cisterna di Al Qaeda dilaniò 19 soldati, 12 novembre 2003. Allora la missione Antica Babilonia era appena agli inizi. Adesso è diverso. L'Iraq ha votato tre volte in meno di un anno, sta per avere un governo, nella forze della coalizione c'è voglia di smobilitazione, alla fine del 2006 gli italiani se ne andranno, nonostante i proclami politici di Zarkawi l'obiettivo è quello di uscire il più velocemente possibile da questo deserto. Exit strategy.

Finora le Ied avevano risparmiato gli italiani. L'ultimo a morire per il fuoco nemico, nel gennaio di un anno fa, fu il maresciallo Simone Cola, 32 anni, mitragliere su un elicottero: il proiettile di un kalashnikov gli è entrato tra l'ascella e il giubbotto antiproiettile. Ma in Iraq le Ied non fanno notizia: l'altro ieri una ha ucciso 5 civili a Baquba. Chi ha piazzato l'ordigno voleva colpire un convoglio americano o della polizia irachena ma ha sbagliato i tempi.
Ieri a Nassiriya sono stati precisi. Lo scoppio colpisce in pieno il secondo automezzo, il secondo Veicolo Protetto. Il convoglio è composto di quattro veicoli dei Carabinieri. Entra a Nassiriya dalla strada a nord, quella che viene da Samawa dove sta la base dei giapponesi. Un boato. La bomba risparmia gli apripista e investe l'automezzo che segue. Il terzo e il quarto VP sono illesi. La "killing zone", come la chiamano gli americani, è su quel marciapiede, sotto un cartello divelto. Il VP brucia.
Accorrono i compagni. Arrivano i pompieri iracheni. Poi le ambulanze, gli artificieri. Il terzo attacco in circa due mesi, il secondo in meno di una settimana: sabato scorso una bomba danneggia un altro veicolo di pattuglia senza fare vittime. "Prima o poi doveva accadere", dice al Corriere Jassim Al Moussawi.
Vive a Nassiriya, conosce i buoni e i cattivi. "Nella nostra provincia ci sono un milione di soldati del vecchio esercito, che sono rimasti senza lavoro. Negli ultimi dieci giorni a sud della città la polizia irachena ha condotto una vasta operazione arrestando diversi membri dell'ex partito Baath". C'erano italiani con loro? "Non credo, ma gli italiani stanno ricostruendo le forze di sicurezza irachene. E questo per qualcuno può bastare". Per qualcuno, per quanti?

Ieri pomeriggio le autorità cittadine di Nassiriya hanno portato il loro cordoglio al comandante del contingente, il generale Natalino Madeddu, mentre il presidente della Repubblica Jalal Talabani rende onore in un comunicato ai "caduti italiani per la libertà e la ricostruzione dell'Iraq". Intanto su Internet rimbalzano due rivendicazioni dell'attacco. Una porta la firma di un gruppo mai sentito prima, la "brigata Imam Hussein", ed è ritenuta poco attendibile. L'altra appartiene a un'organizzazione che ha già colpito l'Italia. L'"Esercito Islamico in Iraq", il gruppo sunnita che nell'agosto 2004 rivendicò il rapimento e l'uccisione di Enzo Baldoni. Una rivendicazione che suona stranamente asciutta, da bollettino di guerra: "Oggi l'Esercito Islamico ha potuto distruggere un automezzo appartenente alle forze della coalizione uccidendo tre soldati italiani e uno romeno".
Quando Baldoni fu ucciso l'Esercito Islamico teneva prigionieri anche i due giornalisti francesi. Nel loro libro Chesnot e Malbrunot hanno raccontato che la frase in codice usata dai rapitori per descrivere la situazione suonava così: "La Fiat è rotta, le Peugeot sono in buono stato". È stata la guerriglia sunnita a colpire gli italiani? C'è chi avanza dei dubbi sulle rivendicazioni.
Una fonte diplomatica occidentale a Bagdad sottolinea al Corriere che esiste anche una battaglia tra fazioni sciite per il controllo del territorio: le brigate del partito Sciri hanno in mano le città sante, l'Esercito del Mahdi di Moqtada Al Sadr controlla una fetta di Bagdad. L'attentato agli italiani potrebbe rappresentare una "prova di forza" inserita in questo contesto di strisciante guerra civile.



Come onorare i soldati uccisi
Paolo Mieli sul
Corriere della Sera

E' un fatto positivo, molto positivo, che il leader della maggioranza di centrosinistra uscita vincitrice sia pure di misura dalle elezioni del 9 aprile non abbia preso spunto dall'uccisione a Nassiriya di Franco Lattanzio, Nicola Ciardelli e Carlo De Trizio per riproporre l'annoso tema del ritiro "immediato" del contingente italiano dall'Iraq. E non è da pensare che questa scelta di Romano Prodi sia stata dettata dall'esigenza per così dire tattica di non turbare con inopportune polemiche un giorno di lutto. C'è da registrare infatti che ieri neanche un leader tra coloro che presumibilmente avranno posizioni di responsabilità nel futuro governo e ai vertici delle istituzioni abbia posto la questione della data del ritiro e nessuno di loro abbia definito "forze di occupazione" quei nostri militari che dal 2003 hanno addestrato oltre diecimila soldati e cinquemila poliziotti del luogo consentendo al nostro contingente di ritirarsi di qui alla fine dell'anno senza lasciare dietro di sé una situazione identica a quella che gli italiani trovarono al loro arrivo. Questioni nominalistiche, di mera forma? No. Al di là delle schermaglie televisive, da tempo maggioranza e opposizione concordano - d'intesa in linea di massima con Stati Uniti e Gran Bretagna - sulla opportunità di ritirare il nostro contingente, peraltro già dimezzato (da tremila e duecento a mille e seicento uomini nel prossimo giugno), entro l'anno 2006. E sono d'accordo altresì, maggioranza e opposizione, sull'impegno a verificare, punto per punto, le modalità di questo ritiro con le autorità di governo irachene. Accennare adesso a una modifica di questo calendario sarebbe stato e ancora potrebbe essere un modo di dare soddisfazione agli attentatori che hanno ucciso allo scopo evidente di potersi presentare domani alle popolazioni locali come coloro che hanno costretto gli "occupanti" alla fuga.
Oggi è invece il giorno in cui dobbiamo ricordare che i militari italiani uccisi a Nassiriya erano lì assieme ai loro colleghi in sintonia con ben due risoluzioni delle Nazioni Unite, la 1511 del 16 ottobre 2003 e la 1546 dell'8 giugno 2004, che stabilivano le modalità per debellare il terrorismo e stabilizzare il fronte interno iracheno. E sono stati ripetutamente invitati a restare nella regione da un governo, quello di Bagdad, che nel corso del 2005 è stato legittimato da tre tornate elettorali: il 30 gennaio, il 15 ottobre e il 15 dicembre.
Questo attentato coglie l'Italia in un difficile passaggio nel quale un governo sta uscendo di scena e quello nuovo ancora non c'è. Se un effetto potrà avere sulla nostra politica interna dovrà essere - ci auguriamo - quello di accelerare le procedure perché nei modi più limpidi il Paese, a tre settimane dalle elezioni, possa avere riferimenti istituzionali certi. E c'è da augurarsi che, come è stato oggi anche per merito di gran parte del centrodestra, a nessuno venga in mente di sfruttare l'occasione luttuosa per far valere la radicalità del proprio punto di vista o per seminare zizzania in campo avverso. Un Paese civile è quello che non modifica i propri impegni internazionali a seguito di un'emozione e riteniamo che il modo giusto per onorare De Trizio, Lattanzio e Ciardelli sia quello di considerarli eroi di pace caduti sotto i colpi di una banda di guerra.



La guerra delle milizie
Bernardo Valli su
la Repubblica

La provincia meridionale di Nassiriya non è in preda alla guerra civile come la regione centrale dell´Iraq, in cui si trova Bagdad, epicentro del terrorismo. Non conosce i massacri quotidiani che tormentano il Triangolo sunnita. La popolazione è omogenea. È in stragrande maggioranza sciita. Non vi sono scontri tra comunità. Si può dunque supporre che i militari italiani, e il loro compagno d´armi rumeno, non siano stati vittime dell´insurrezione armata, alimentata dai resti del vecchio regime di Saddam, per lo più sunniti, o dei loro alleati cosmopoliti, arrivati da tante contrade arabe, terroristi emuli di Al Qaeda, guidati dal sinistro Al Zarqawi.
Il Sud dell´Iraq, quindi Nassiriya, conosce altre tribolazioni. È abitato da sciiti che hanno tratto un evidente vantaggio dall´invasione americana, poiché grazie ad essa è stata riconosciuta (e poi legittimata dalle elezioni) la loro maggioranza nel Paese, a lungo negata dallo strapotere della minoranza sunnita. Ma la gratitudine per questa obiettiva emancipazione non costituisce una base solida per la coalizione, di cui gli italiani sono il terzo contingente, sia pure a grande distanza, per numero, da americani e inglesi. Neppure gli sciiti, per nazionalismo o per orgoglio tribale, sopportano la presenza straniera. In particolare quando essa frena le ambizioni dei clan o non porta vantaggi concreti. La non completa affidabilità degli sciiti priva gli americani di un appoggio indispensabile per contenere la guerriglia e il terrorismo. La stessa scarsa affidabilità è all´origine della morte dei nostri soldati?
Gli sciiti sono frantumati in tribù e in milizie. Le prime costituiscono dei mosaici sui quali si ricalcano i partiti. Le seconde, le milizie, esprimono interessi vari. Sono al servizio dei grandi partiti ma possono anche ubbidire a un capo religioso o a un capo clan. È uno di questi gruppi armati che può avere posato l´ordigno lungo il percorso quotidiano del convoglio italiano.
A Nassiriya i giovani sono sensibili ai richiami estremisti della milizia di Sadr, l´agitato, insubordinato religioso discendente di famosi ayatollah che hanno dato il loro nome al grande quartiere sciita (Sadr City, un tempo Saddam City) di Bagdad. Ma oltre a questa milizia si agitano altri gruppi armati, locali o nazionali. Il più grande partito sciita (Sciri: Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq) dispone dell´agguerrita "brigata Badr", di cui molti spezzoni sono stati integrati nella polizia nazionale, all´interno della quale continuano però ad agire in piena autonomia. È un vespaio da cui può facilmente partire un attacco alle truppe straniere. Le quali possono essere sopportate, perché utili, ma non sono mai popolari. A Nassiriya, proprio come gli americani e gli inglesi altrove in Iraq, neanche gli italiani sono mai riusciti a diventare la "brava gente", sorridente e amata, come vorrebbe una nostra retorica nazionale. Non era un atteggiamento amichevole quello degli abitanti, nel centro di Nassiriya, al passaggio di una nostra pattuglia serale, alla quale mi è capitato di partecipare, con un ufficiale dei carabinieri.
In questi giorni regna una grande agitazione nei partiti, nei clan e nelle milizie sciite. Nuri Kamal al-Maliki, il semi sconosciuto uomo politico (del partito sciita Dawa) incaricato di formare il primo governo costituzionale, si propone di imbrigliare nell´esercito nazionale tutte le bande armate.
Per sostenere questa buona intenzione sono arrivati a Bagdad, negli ultimi giorni, il segretario di Stato, Condoleezza Rice, e il segretario alla Difesa, Donald H. Rumsfeld, vale a dire i rappresentanti di due contrastanti linee dell´Amministrazione nella politica irachena. Nelle poche ore che hanno passato nella capitale, lei nella Zona verde blindata, lui in un campo bunkerizzato in prossimità dell´aeroporto, la Rice e Rumsfeld hanno però esibito un´insolita unità di intenti nell´esortare il primo ministro incaricato ad affrontare con decisione il problema, appunto, delle milizie. Le quali rifiutano di affluire nell´esercito nazionale, agiscono di propria iniziativa, a volte compiendo rapine o sequestrando ostaggi iracheni o stranieri.
Quello delle milizie è un capitolo essenziale nella vicenda irachena. Lasciate libere di agire attaccano le comunità sunnite o rispondono alle loro provocazioni contro i luoghi santi sciiti e le frequenti processioni che vi sono dirette. Nelle zone miste, in cui convivono sciiti e sunniti, i gruppi armati delle due comunità cercano di realizzare una pulizia etnica, ognuno in proprio favore. Così si attizza la guerra civile. E si impedisce un eventuale dialogo con l´insurrezione armata, che resta il solo modo per spegnere il conflitto. In questo contesto è avvenuto il nuovo attentato di Nassiriya, che porta a trenta il numero degli Italiani uccisi in Iraq, se si include Nicola Calipari, colpito da pallottole amiche americane. (I morti americani erano 2.393 ieri mattina, prima che venissero contabilizzati quelli fatti dagli attentati del giorno. Il bilancio dei morti iracheni resta impreciso).
Ad ogni attentato affiora il dilemma: partire o non partire. Pur giudicando sbagliata la guerra e improprio il successivo intervento italiano (voluto da Berlusconi per compiacere Bush, presso il quale ha così avuto l´accoglienza cordiale rifiutatagli dagli alleati europei), ho sempre pensato che non fosse dignitoso venir meno, dopo il trauma di un attentato, a un impegno militare, votato da una maggioranza, gradita o non gradita, del Parlamento. Considererei ancora valido questo principio. Ma nel frattempo in Italia sta per entrare in Parlamento una maggioranza che si propone il ritiro. Inoltre il 31 dicembre è scaduto formalmente il mandato del Consiglio di Sicurezza alla coalizione guidata dagli americani. È assai probabile che esso venga ridiscusso e rinnovato, dalle Nazioni Unite, appena sarà formato il primo governo costituzionale iracheno (ancora inesistente più di quattro mesi dopo le elezioni). Non si può infatti prendere una decisione tanto importante senza la partecipazione dei legittimi rappresentanti dello Stato sovrano interessato. Del resto lo stesso governo italiano, quello appena sconfitto alle elezioni, aveva annunciato di volersene andare entro la fine dell´anno.



Sismi: la strage di Nassiriya era prevedibile
Andrea Purgatori su
l'Unità

Esplosivo "Made in Iran" logistica irachena, regia di Al-Zarqawi. Nelle informative che negli ultimi tre mesi l'intelligence militare italiana aveva passato ai comandi militari sul campo c'erano, purtroppo, tutti gli elementi necessari ad immaginare che sarebbe finita così. Lo spostamento verso il Sud del Paese del luogotenente di Osama Bin Laden. La presenza intorno a Nassiriya di esponenti del disciolto partito Baath, fuggiti in Siria e rientrati in Iraq con passaporti falsi. Lo stoccaggio di esplosivi di nuova generazione in arrivo dalla Repubblica islamica. Erano state individuate anche due basi d'appoggio in città e un terrorista, bloccato mentre stava monitorando il passaggio di un nostro convoglio militare. L'attentato era in gestazione da tempo. E quella del 22 aprile scorso probabilmente non era stata una prova generale o un avvertimento, ma uno sbaglio provocato da un errato posizionamento della carica. Un episodio forse sottovalutato, visto che l'esplosione di ieri è avvenuta nello stesso punto e alla stessa ora.
I "sensori" della rete del Sismi nel quadrante di Nassirya, si mettono in allarme all'inizio di febbraio. In quei giorni Abu Musab Al-Zarqawi viene segnalato in trasferimento da Nord a Sud del paese. Chi passa l'informazione fornisce dettagli precisi. Il terrorista più ricercato dell'Iraq si sta spostando insieme a una donna e un bambino e a Nassirya i suoi uomini dispongono di un appartamento di copertura ad Hayuroh, una strada della città. Secondo l'informativa, il trasferimento di Al-Zarqawi avverrebbe in contemporanea a quello di esponenti del disciolto partito Baath e di cellule saudite in grado di predisporre trappole esplosive del tipo IED (Improvised Explosive Device) da interrare nelle sedi stradali e poi far saltare con radiocomandi al passaggio di convogli militari italiani e della polizia irachena.
L'obiettivo, dicono le informative, è di alzare il livello di scontro in un'area (quella meridionale) ancora trascurata dalla strategia dei gruppi terroristici e della guerriglia. A marzo l'allarme per le infiltrazioni verso Sud è altissimo. Gruppi di miliziani fondamentalisti non controllati dall'imam sciita Moqtada al-Sadr e terroristi stranieri sono in arrivo da Ramadi e Falluja. Verso la fine di marzo, l'intelligence militare segnala nella zona di Ash-Shatrah, vicino Nassirya, la presenza di guerriglieri iracheni dell'ex Baath specializzati in esplosivi del tipo IED. E nella prima metà di questo mese la rete del Sismi consente l'individuazione di un terrorista (S.D. le iniziali del nome), sorpreso in una abitazione nei pressi di una scuola elementare, mentre sta monitorando il passaggio di un nostro convoglio militare in movimento tra Ash-Shatrah e Nassirya.
Infine, a metà aprile, la notizia più preoccupante. Dall'Iran sono arrivati a Nassirya nuovi ordigni IED, tecnologicamente più sofisticati e capaci di un'onda d'urto frontale devastante. Si chiamano EFP (Explosively Formed Projectiles) e consistono di una carica cava che espelle un dardo di metallo incandescente in grado di perforare la corazza di un mezzo blindato provocando un incendio all'interno. Secondo l'informativa, questi ordigni di fabbricazione iraniana sarebbero stati nascosti dentro fusti di olio esausto in alcune officine di Nassirya dove dei terroristi artificieri giunti appositamente in zona provvederebbero all'assemblaggio con gli inneschi radiocomandati.
È il prologo dell'attentato di giovedì scorso. Preceduto dall'attacco fallito del 22 aprile. Stesso posto, stessa ora.

Nel pomeriggio, quando arriva la doppia rivendicazione delle Brigate Imam Hussein (ex baathisti) e dell'Esercito islamico in Iraq (Al-Zarqawi) con solito blabla roboante lo scenario è già tutto così tragicamente chiaro che persino il Pm Franco Ionta, capo del Pool antiterrorismo della Procura di Roma, non può fare altro che dichiarare: "Nei giorni scorsi ci sono state delle prove tecnico-operative che non hanno raggiunto l'obiettivo, mentre quello di oggi (ieri, n.d.r.), purtroppo ha avuto un tragico evento per cui credo che ci fosse una preparazione specifica. Dunque un episodio non imprevedibile". Toccherà adesso a lui scoprire se qualcosa non ha funzionato nel sistema di prevenzione messo in atto dalle nostre forze militari sul campo.


La sfida del Senato, primo test per Prodi
Bruno Miserendino su
l'Unità

La disfida. Se tutti votassero come promettono, oggi Franco Marini potrebbe avere 163 voti al primo scrutinio e vincere la disfida del Senato. Andreotti ne otterrebbe molti di meno perchè al primo scrutinio la Lega ha detto che voterà Calderoli. Il succo è che il candidato dell'Unione potrebbe essere eletto presidente subito, evitando il rischio delle votazioni successive, e per Romano Prodi e l'Unione sarebbe una gran bella giornata. Il centrosinistra ci crede, ma saggiamente non ci giura.
Perchè Andreotti sta lavorando sodo per convincere tre o quattro senatori incerti che potrebbero fare la differenza e perchè la blindatura perfetta è tecnicamente impossibile. Prodi sa che da questo primo braccio di ferro della legislatura dipende moltissimo, perchè Berlusconi vuole usare una sconfitta di Marini per impedire l'incarico al Professore. Istituzionalmente la pretesa è assurda, ma politicamente il cammino dell'Ulivo sarebbe proibitivo. Per questo Prodi ha incontrato i neosenatori, spiegando loro bene che devono scrivere sulla scheda "Franco Marini", perchè c'è un Giulio Marini del Polo che non si aspetta di essere eletto presidente. Marini (quello giusto) è sicuro che "la coalizione terrà in maniera straordinaria".
D'Alema non si è detto nè pessimista nè ottimista, ma "fiducioso". C'è molta pretattica, naturalmente. Anche se nell'Unione la fiducia è in parte giustificata dall'ultima buona novella: Rita Levi Montalcini ha fatto capire che voterà Marini, nonostante la simpatia e la stima per Andreotti. Il voto del premio Nobel non era tra quelli certi. Se effettivamente le cose stanno così, oltre ai 158 voti della sua maggioranza Marini potrebbe aggiungere il voto del senatore "estero" indipendente Pallaro, che l'ha promesso in cambio di impegni precisi dell'Unione per gli italiani all'estero, nonchè il voto di 4 senatori a vita: l'ex capo dello stato Scalfaro, che presiederà la seduta, Napolitano, Colombo e Rita Levi Montalcini. Totale 163, ne bastano 162.
Andreotti, se tutto il centrodestra lo votasse, avrebbe 156 voti a cui si aggiungerebbero il suo voto personale più quelli di Cossiga e Pininfarina: totale 159. Come detto, però, è probabile che alla prima votazione Andreotti prenda un certo numero di voti in meno, perchè la Lega ha dichiarato che voterà all'inizio Calderoli. Tanto, è il ragionamento del Carroccio, Andreotti ai primi due scrutini non riuscirebbe a raggiungere i 162 voti necessari nemmeno coi nostri voti. Quello della Lega è un calcolo verosimile anche se rischioso. Ad esempio i centristi di destra e gli uomini di Berlusconi sono convinti che "il vecchio Giulio" porterà in dote un insospettabile pacchetto di voti, frutto di stima personale, nostalgia della Dc e della prima repubblica, ostilità nei confronti dei giudici. E che quindi una maggioranza per Andreotti potrebbe materializzarsi anche subito, ma sarebbe vanificata dal voto della Lega. Il problema è che, col passare delle ore, nessuno vede quella dell'anziano statista dc come una candidatura "superpartes" e questo, alla fine, conterà.
Che le cose siano incerte fino all'ultimo si capisce dalle parole della senatrice Elga Thaler della Svp che ha digerito male l'idea di dover votare per Marini, come gli ha chiesto il gruppo. "Seguirò la linea del partito ma non sono affatto contenta, poi bisognerà discutere", ha detto.

Per questo Andreotti tira dritto e spera: "Non so assolutamente se domani (ndr. oggi) vincerò. Quello che importa alla mia età è star bene in salute". Il calcolo è che superate le prime votazioni, al ballottaggio la situazione si ingarbugli per l'Unione e alla fine la spunti lui (che oltretutto a parità di voti vince per anzianità). Andreotti non si cura nemmeno delle cronache non proprio benevole che i giornali esteri dedicano alla sua candidatura e all'Italia. "Si stenta a credere", scrive l'Economist, che possa tornare in auge un personaggio come lui emblema "del sordido e cospiratorio sistema di potere" che ha caratterizzato l'Italia fino al 90. "Nel momento in cui dovrebbe marciare coraggiosamente verso il futuro, L'Italian scivola inesorabilmente indietro nel suo passato".


Associazione a delinquere per Storace
Marino Bisso su
la Repubblica

ROMA - "Associazione per delinquere" finalizzata "alla violazione della legge elettorale". È il nuovo reato contestato dalla Procura di Roma all´ex ministro della Salute e neo-senatore di An, Francesco Storace. Un´accusa che i procuratori Italo Ormanni, Achille Toro e Francesco Ciardi hanno ipotizzato nell´ambito dell´inchiesta "Laziogate" sullo spionaggio politico alla vigilia delle elezioni regionali del 2005 e sul progetto di affossare la lista Mussolini, allora avversaria, con esposti contro le firme false. Storace protesta: "Sono vittima di un linciaggio. Ho appreso la notizia dalle agenzie".
Il nuovo provvedimento segna una svolta nell´indagine. Per lo stesso reato contestato a Storace risultano indagati alcuni stretti collaboratori di Storace. Tra questi il capo dell´allora staff della comunicazione in Regione, Nicolò Accame, poi nominato direttore generale alle relazioni istituzionali al ministero della Salute, e Mirko Maceri, l´ex direttore tecnico di una società di informatica regionale, la Laziomatica. Con loro anche i due detective privati ancora in carcere Pierpaolo Pasqua e Gaspare Gallo. Resta, invece, l´ipotesi di "concorso" negli stessi reati nei confronti di Fabio Sabbatani Schiuma, vicepresidente del consiglio comunale di Roma, e dell´avvocato Romolo Reboa, il legale che presentò gli esposti contro la lista di Alternativa Sociale. La decisione della nuova iscrizione di Storace per associazione a delinquere (lo scorso 29 marzo era stato indagato per concorso in accesso abusivo a rete informatica e violazione alla legge elettorale) è dovuta alle dichiarazioni di altri co-indagati. In particolare il detective privato Gaspare Gallo, sconfessando le parole del suo socio Pierpaolo Pasqua, che invece affermava di aver operato l´attività di spionaggio politico di propria iniziativa, aveva fatto il nome dell´ex ministro: "Pasqua mi aveva riferito che l´incarico lo aveva ricevuto da Storace, anche se lui era pappa e ciccia con Nicolò Accame".

Ma per il nuovo reato a carico dell´ex ministro della Salute sarebbero state determinati soprattutto le accuse di un suo ex esperto in comunicazione, Dario Pettinelli, considerato il "supertestimone" dell´inchiesta: in due interrogatori fiume ha detto che Storace non solo sapeva ma era anche presente in Regione durante la notte delle incursioni abusive all´anagrafe del Comune di Roma. Storace ribadisce di non essere stato ancora ascoltato dai magistrati: "E´ un linciaggio. Ho appreso la notizia dalle agenzie, l´unica comunicazione ufficiale che ho avuto è stata la proclamazione a senatore della Repubblica". E il suo avvocato Giousè Bruno Naso rincara la dose: "Domani chiederò spiegazioni al procuratore di Roma". Fini non commenta ma il resto di An, a cominciare da Alemanno, candidato-sindaco a Roma, si scaglia contro "questo accanimento" nei confronti di Storace. Gli attacchi più duri piovono invece dalla destra estrema. Forza Nuova chiede le dimissioni del neo senatore. Per Roberto Fiore, segretario nazionale, "dopo le nuove gravissime accuse per associazione a delinquere" formulate a carico di Storace e Accame "esiste una sola soluzione onorevole: le dimissioni". E rincara: "Qualora non decidesse in tal senso, Forza Nuova che è parte offesa dell´attività di questa associazione a delinquere, si riterrà in diritto di manifestare contro Storace e An in ogni circostanza possibile". "Pioggia di monetine" compresa.



Corruzione Sme, la Pecorella salva Berlusconi
Oriana Liso su
la Repubblica

MILANO - Non ci sarà un processo d´appello sulla vicenda Sme per Silvio Berlusconi. O meglio: ce ne sarà uno, ma solo per decidere di un eventuale risarcimento alle parti civili, le Compagnie Industriali Riunite, ovvero la Cir. Merito o colpa della legge Pecorella che prevede la non appellabilità, da parte dell´accusa, delle sentenze di assoluzione in primo grado. E visto che, per l´appunto, i giudici milanesi avevano già assolto il premier uscente dall´accusa di corruzione - in parte per prescrizione, in parte per non aver commesso il fatto - la seconda sezione penale della Corte d´Appello di Milano, ieri, ha deciso che non ci sarà un secondo grado di giudizio. I giudici, presidente Francesco Nese, l´hanno fatto senza ricorrere alla Corte Costituzionale, ma stabilendo con un´ordinanza scritta in punta di diritto che l´eccezione di legittimità costituzionale presentata dalla procura generale sulla legge Pecorella - invocata dai difensori del premier - è inammissibile e "giuridicamente infondata". Resta ora, per la procura, soltanto la possibilità di ricorrere in Cassazione per ribaltare il giudizio di primo grado: una possibilità che il sostituto procuratore generale Piero De Petris valuterà nei prossimi giorni.
Una vittoria per i legali del premier, gli avvocati Gaetano Pecorella e Nicolò Ghedini. E proprio la legge che prende il nome dal primo ha salvato Silvio Berlusconi dal secondo processo in cui sarebbe stato unico imputato, dopo che la sua posizione era stata separata da quella degli altri protagonisti della presunta tangente pagata al capo dei gip romani Renato Squillante per "aggiustare" a favore del premier il contenzioso con la Cir sulla compravendita di azioni del comparto agroalimentare dell´Iri, la Sme, appunto. Per i giudici un secondo processo non è sempre un fatto automatico, "perchè - scrivono - non gode di copertura costituzionale e rientra nelle scelte discrezionali del legislatore". Quindi potrebbe esserci, anche dopo una prima sentenza di assoluzione, ma soltanto in presenza di nuove prove. E queste prove, invece, non sono emerse.
Una lunga analisi è dedicata anche alle motivazioni presentate dalla procura generale che sollevava la questione di legittimità costituzionale della legge Pecorella puntando sulla disparità di trattamento tra accusa e difesa: la prima, in sintesi, avrebbe avuto meno possibilità di portare avanti la sua tesi rispetto alla seconda. Una tesi sbagliata, dicono i giudici d´appello, anche se "di indubbia suggestione", perché questa parità è assicurata in almeno due fasi, cioè durante la raccolta delle prove e durante l´esposizione in aula, nel processo di primo grado.

Ora la parola passa al presidente della seconda sezione della Corte d´Appello, che dovrà fissare l´udienza penale in cui si discuterà della questione degli eventuali risarcimenti alla Cir. Un processo che al limite, in caso di condanna, potrebbe portare Silvio Berlusconi a dover mettere mano al portafogli. Ma non - salvo colpi di scena in Cassazione - ad alcuna nuova sentenza sull´accusa di corruzione.


L'addio amaro di Pezzotta
Enr. Ma. sul
Corriere della Sera

ROMA - Aveva minacciato di disertare il consiglio generale che ieri ha eletto il suo successore. Alla fine è venuto e ha parlato, ma forse chi si è speso per convincerlo se n'è pentito perché Savino Pezzotta non è stato al gioco della finta unità. E in un discorso duro ha denunciato ciò che fino a quando è stato segretario generale della Cisl aveva negato per difendere l'immagine della sua organizzazione. Ha spiegato che ha dovuto lasciare al guida della Cisl in anticipo per "evitare una rottura". E con un comportamento senza precedenti non ha citato, nemmeno solo per gli auguri di rito, né il suo successore, Raffaele Bonanni, né il nuovo segretario aggiunto, Pier Paolo Baretta. Un ticket che Pezzotta ha subito e sul quale "non ho nulla da aggiungere", ha detto gelando la platea. Poi, finito il discorso, è scivolato via senza aspettare l'elezione del successore per non stringergli la mano. Nessuna ipocrisia. Ma quello dell'"orso bergamasco" non è stato un discorso d'addio. "Nel mio intimo serpeggia un poco d'amarezza e di tristezza", ha detto, "ma continuerò ad essere un iscritto alla Cisl". Quel sindacato, ha concluso con orgoglio, che ha permesso a "un semplice operaio tessile di poter fare il segretario generale". Un segretario che il siciliano Sergio D'Antoni aveva pensato come di transizione. Che a un certo punto ha provato a emanciparsi dal blocco di potere fondato su Sud e pubblico impiego che governa la Cisl da almeno un ventennio. Ma non ce l'ha fatta.


  28 aprile 2006