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sulla stampa
a cura di G.C. - 27 aprile 2006


Bandiere in fiamme sul 25 Aprile: Israele protesta
Susanna Ripamonti su
l'Unità

Venti imbecilli non di più, una coda di un corteo di 150 mila persone, ma il loro ottuso gesto di bruciare la bandiera israeliana sembra adesso riassumere tutti i significati della manifestazione milanese del 25 Aprile. "È un peccato - ha detto ieri Romano Prodi - rovinare una
manifestazione così importante". E con rabbia, con indignazione scandisce le sue parole di condanna "durissima, durissima, durissima".
Ma a creare tensione nella tensione ci pensa l'ambasciatore israeliano Ehud Gol che prima, raccogliendo unanime solidarietà, definisce senza mezzi termini "fascisti della sinistra estrema" coloro hanno bruciato le bandiere israeliane. "Da ebreo ed israeliano - dice - mi sono colmato di vergogna e di rabbia alla vista del barbaro comportamento dei fascisti della sinistra estremista che hanno profanato la sacralità della festa della liberazione del 25 Aprile assieme alla memoria dei caduti della Brigata Ebraica in Italia, dando alle fiamme le bandiere dello Stato di Israele nel corso del corteo di Milano". Ma poi, commentando le parole di sdegno e di solidarietà al popolo ebraico espresse da Fausto Bertinotti, replica dichiarando che le scuse del leader di Rifondazione non gli bastano. Bertinotti, da Bruxelles, aveva condannato senza esitazioni i guasta-feste: "È una incompatibilità esistenziale quella tra il 25 Aprile, la nostra presenza e bruciare le bandiere". "Come si sa - ha osservato - anche per avere militato da sempre per il riconoscimento della causa del popolo palestinese, consideriamo ugualmente decisivo il riconoscimento e il rispetto di Israele e del suo futuro. Non parliamo poi - ha affermato - del mondo ebraico, che sentiamo affratellato in una storia senza la quale non saremmo quello che siamo".
L'ambasciatore insoddisfatto forse ignora che i venti imbecilli che hanno dato fuoco alla bandiera israeliana, peraltro quando la manifestazione si era già sciolta, sono un sedicente coordinamento di lotta per la Palestina, di cui neppure i giovani dei centri sociali conoscevano l'esistenza fino a ieri. Ma Gol ritiene che il ruolo di Bertinotti sia quello di "fare il massimo per fermare questi gruppi militanti, questo odio contro Israele".

Mentre il centro destra non resiste alla tentazione di strumentalizzare gli episodi di teppismo (eccezion fatta, ne diamo atto, per Letizia Moratti), da sinistra arrivano a cascata parole di condanna.

Il leader dei Ds parla di "ripulsa morale e politica contro chi ha bruciato le bandiere di Israele, nel giorno del 25 aprile che celebra la liberazione dal fascismo e dal nazismo e ricorda gli oltre 6 milioni di ebrei vittime dell'olocausto". Il sindaco di Roma Walter Veltroni dice chiaro e tondo che "bruciare la bandiera israeliana è un atto da imbecilli".

Amos Luzzatto, ex-presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, sottolinea che "non c'è nessuna spiegazione a questi atti di intemperanza: il 25 Aprile vuol dire unire tutti coloro che hanno partecipato alla guerra di liberazione dal nazifascismo. Queste, invece, sono manifestazioni che vanno in direzione opposta al senso della civiltà politica e del 25 Aprile".

Da registrare anche un'interrogazione, presentata a Bruxelles dagli europarlamentari forzisti, per chiedere alla Comunità Europea e al Consiglio "quali iniziative intendano assumere per fronteggiare l'ormai diffuso ritorno di sentimenti antisemiti in diversi paesi dell'Unione europea".
A nome dell'associazione “Sinistra per Israele”, Furio Colombo (ex direttore de l'Unità) ed Emanuele Fiano sottolineano che "si può parlare di gesto scriteriato di poche persone ma l'offesa alla bandiera di Israele, proprio nel giorno in cui si celebra la fine del fascismo razzista e antisemita, ci avverte che ci sono ancora, nella cultura e nella informazione che circolano nella sinistra italiana, falde inquinate di propaganda distorta, di notizie false, di immagini calunniose".


Condanna sempre postuma
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

"Noi siamo ebrei!", urlò tre anni fa Fausto Bertinotti al congresso del suo partito, per mettere una toppa alla sciagurata scelta di Rifondazione di non abbandonare come i diessini o la Margherita l'indecente corteo "pacifista" con finti kamikaze stracarichi di finti candelotti. Ma aggiunse: "E anche neri, aborigeni, islamici, immigrati, omosessuali, lesbiche...". Al che i critici sbuffarono: vabbè, e pure lapponi, rugbysti, tornitori... Lo sapevano già, come sarebbe finita: parole. La prova provata di come un pezzo della sinistra, al di là delle frasi di circostanza (disciplinatamente versate anche ieri), non voglia fare i conti fino in fondo con il problema, è proprio nel modo in cui le reazioni di sdegno sono arrivate anche ieri solo "dopo" che il caso era esploso a livello nazionale ma anche internazionale. Basti rileggere le cronache di ieri mattina alla manifestazione di Milano.

Scriveva Liberazione, ignara della posizione cristallina presa da un patriarca della sinistra quale Pietro Ingrao, che "stupidi insulti esclusi" (per la cronaca: "puttana", "troia", "bastarda") Letizia Moratti "non poteva aspettarsi altro dopo aver invitato a sfilare senza bandiere di parte". Tutto normale. "Più antipatica e sconveniente la contestazione del presidio dei centri sociali in piazza San Babila alla Brigata Ebraica. Sfilano con le loro bandiere bianche e azzurre con la stella di David, che poi sarà adottata da Israele, il 25 aprile è anche loro". Peccato per i fischi agli ebrei, prosegue il quotidiano rifondarolo senza dar peso alle bandiere bruciate, perché il "presidio antagonista" era "andato bene e raccoglieva solidarietà per la libertà degli antifascisti ancora in carcere dopo gli incidenti dell'11 marzo per impedire la manifestazione della Fiamma Tricolore". Traduzione: il pomeriggio in cui corso Buenos Aires venne messo a ferro e fuoco. Quanto al Manifesto, il titolo (interno) era: "150 mila e due fischi".

Liquidata questa, tre righe dopo era liquidato lo sfregio a Israele: "Naturalmente non può mancare la bandiera di Israele "bruciata" da non si sa bene quale gruppetto "al di fuori del corteo ufficiale"". Ma non basta: "E poi, tanto per seminare un po' di sdegno, ecco la "contestazione" alla "Brigata Ebraica": passa in piazza San Babila, qualcuno grida "Intifada, Palestina libera, Stato d'Israele terrorista". Dopo aver citato le gesta di dieci/undici manifestanti, va dato conto degli altri 149.989". Per dirla alla veneta: pexo el tacòn che el buso. Peggio il rattoppo dello strappo. Se è vero che i teppisti scatenati contro la Moratti, la Brigata Ebraica e la bandiera israeliana (fantastiche le virgolette a "bruciata") erano un'infima minoranza, fa infatti sorridere Francesco Rutelli quanto sentenzia: "Non tollereremo più gesti simili". Già sentita, grazie.

Ma il pesce nuota solo dove trova acqua: c'è qualcuno disposto a sostenere che un bellicoso cartello bushista e sionista e filoamericano potrebbe sfilare più di due secondi in una manifestazione "rossa" senza esser bloccato, rimosso e stracciato? È qui, il problema: non i tre, dieci o venti "fascisti di sinistra", come li chiama l'ambasciatore israeliano, ma chi in questi anni non li ha isolati. Peggio: ha titillato la loro violenza (verbale, simbolica e peggio) limitandosi troppo spesso a buffetti di circostanza. Andò così coi finti kamikaze che sfilarono senza essere scaraventati fuori al corteo dell'aprile 2002. Andò così col video proiettato a un convegno di Rifondazione dove si sovrapponevano le immagini dei campi profughi palestinesi e dei lager di sterminio nazisti. Andò così quando alla Festa di Liberazione milanese il portavoce della comunità ebraica Yasha Reibman scoprì un muro tappezzato di "vignette impressionanti dove il soldato israeliano che solleva il palestinese con una ruspa o l'altro che posa un mattone sul muro hanno il naso adunco, l'aria malvagia e sono raffigurati secondo i più classici stereotipi antisemiti". Per non dire degli striscioni sugli ebrei "nazisti" o i cartelloni con Ariel Sharon dotato di baffetti hitleriani visti mille volte alle manifestazioni "pacifiste" di questi anni.

Dice oggi Fabrizio Cicchitto che a Milano c'erano martedì "gli indiretti eredi dell'antisemitismo e i repubblichini, una parte dei cui disvalori evidentemente sono trasmigrati al centrosinistra". Parole che in bocca a chi era alleato alle elezioni con Roberto Fiore ("Hitler è stato uno statista che ha commesso dei crimini") e Adriano Tilgher ("Il Führer era un uomo che lottò per il suo popolo, incorrendo, secondo la storiografia ufficiale, in alcune storture") sono indecenti. Ma la storia di questi anni, che a un certo punto spinse il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni a una dura protesta ("Ce ne ricorderemo al voto"), dice che la sinistra non ha avuto ancora il coraggio, come scrisse Sofri spiegando che "non possiamo confidare nell'Europa e tanto meno amarla se non amiamo lo Stato di Israele", di affrontare fino in fondo questa "terribile retrocessione".

Certo, Massimo Cacciari ha buone ragioni per sostenere che nel suo complesso "la sinistra è innocente, del tutto innocente di ogni antisemitismo" e ciò "va sempre rivendicato, contro ogni cialtroneria". Così come è difficile dar torto a Rina Gagliardi quando sostiene, su Liberazione, che l'accusa di antisemitismo "usata con la pesantezza di una clava" è "un insulto intollerabile per chi è venuto al mondo dopo l'orrore della Shoah, ed è cresciuto nel rifiuto radicale del nazismo e del razzismo". Ma episodi come quello del 25 aprile, ultimo di una lunga serie, dicono che contro l'antisemitismo rosso non tutti hanno fatto abbastanza.



Nessuna tolleranza
Mario Pirani su
la Repubblica

I simboli parlano a chi vuole intenderli. Non è, per esempio, un caso che i "sanbabilini rossi" abbiano scelto come teatro dei loro indegni assalti a Letizia Moratti e alle bandiere della Brigata ebraica che contribuì alla Liberazione, quella piazza di Milano divenuta negli anni della contestazione studentesca covo colpevolmente tollerato delle squadre dei picchiatori "neri".
La scontata condanna dei leader del centro sinistra per le azioni che hanno sporcato la ricorrenza del 25 aprile non è, peraltro, sufficiente. La dinamica a cui stiamo da tempo assistendo si sta ormai stabilizzando in un rituale prefissato e annunciato: non vi è quasi manifestazione di qualche importanza in cui non si permetta alla variegata componente dei centri sociali, dell´estremismo no global, della "disubbidienza" violenta, di partecipare, magari in coda, a cortei e comizi indetti dai partiti del centro sinistra, dai sindacati, dal movimento pacifista. Ad un certo momento, con una puntualità ogni volta confermata, scatta l´assalto più o meno violento, l´aggressione fisica alle persone e alle cose – dalle vetrine alle auto in sosta, alle bandiere bruciate – si accompagna alle parole d´ordine di sempre, alle "dieci, cento, mille Nassiriya", agli insulti sanguinosi contro i leader sindacali "servi dei padroni", alle minacce pesanti urlate per scacciare personaggi sgraditi alla minoranza facinorosa, agli epiteti più infamanti contro Israele. Alla fine, quale che sia stata l´occasione o la ricorrenza che aveva originato la manifestazione ufficiale, questa verrà segnata e caratterizzata dalle incursioni degli "autonomi".
Naturalmente, con automatismo burocratico, si apre subito dopo il rosario delle flebili prese di distanza, delle reprimende degli uomini responsabili e dei leader di ogni ordine e grado che si affannano, come al solito, a condannare l´"errore"e si esercitano in penosi distinguo tra "fischi legittimi", che farebbero "parte della democrazia", e più muscolosi interventi.

Poi tutto si chiude lì. Fino alla volta prossima. Questo copione non è, però, più riproponibile. Né in piazza né, più in generale, nell´indirizzo politico di sostanziale se pur infastidita tolleranza che lo accompagna. Per quanto si riferisce alla piazza i leader del centro sinistra che si trovano coinvolti in simili eventi non badino solo a salvarsi l´anima ma dimostrino di averla ben vigile e reattiva. Quanto più efficace sarebbe risuonata la condanna di Romano Prodi se lui stesso in persona, insieme a Bruno Ferrante, avesse raggiunto la Moratti e, sottraendola agli insulti, avesse accompagnato fino al palco lei e il suo anziano padre in carrozzella, reduce da Dachau? E quale impatto avrebbe avuto sull´opinione pubblica, se Epifani, risparmiandosi l´immancabile dissociazione del giorno dopo, avesse afferrato e sventolato con le proprie mani una bandiera con la stella di Davide? E, infine, i servizi d´ordine, che è sperabile esistano ancora, hanno del tutto dimenticato i tempi in cui i provocatori e gli estremisti venivano scacciati dai cortei con metodi assai più persuasivi dell´"invito al dialogo"?
Cruciale è poi il discorso sul piano politico.
L´Unione, se vuole davvero apprestarsi a governare, deve spogliarsi dell´abitudine di concepirsi come un cartello elettorale di opposizione, interessato ad aggregare partiti, movimenti, gruppi e gruppetti di varia estrazione e di diverso sentire. Se fu un errore in quella fase accettare che Bertinotti mettesse in lista un Caruso, sarebbe oggi catastrofico se l´Unione accogliesse o anche solo tollerasse il messaggio eversivo di questo contestatore di professione o di quanti ne replicano l´insegnamento, nel bagaglio di idee e di valori riformisti che intende affermare nella sua azione di governo.
Sbaglierebbe fin dall´entrata in scena il presidente in pectore della Camera se coltivasse l´idea che tendere una mano all´universo variegato dell´estremismo alternativo, non per ricondurlo nell´ambito di una contestazione, radicale nelle idealità eppur assolutamente democratica nei metodi, significhi invece erigere i "casseurs" di San Babila, di porto Marghera o di piazza Plebiscito ad avanguardia combattiva del centro sinistra.
Ancor più catastrofica suonerebbe una tolleranza rassegnata di Prodi, dei Ds, della Margherita di fronte al ribellismo di piazza sia nelle sue versioni parolaie che violente.



Senato, Marini si rafforza e Andreotti insiste
g.c. su
la Repubblica

ROMA - La lettera dell´amico Cossiga, che lo invita a ritirarsi, non sortisce alcun effetto: Giulio Andreotti per ora resta candidato alla presidenza del Senato per la Casa delle libertà. Contrapposto a Franco Marini, segretario organizzativo della Margherita, anche lui ex dc, indicato dall´Unione. Tra meno di quarantott´ore la sfida al Senato sarà quindi tra Marini e Andreotti. Si giocherà al fotofinish. Avverte Willer Bordon, senatore Dl: "Se l´Unione non è maggioranza, e Marini non ce la fa, lo scioglimento del Senato, cioè di una sola Camera, finora considerata un´ipotesi di scuola, diventerebbe stretta necessità".
Però la candidatura di Marini, alla fine di una giornata di fibrillazioni, sembra essere un po´ più al sicuro. Anche il neo senatore Luigi Pallaro, eletto per gli italiani all´estero (ora ago della bilancia) annuncia il suo appoggio a Marini: "Lo voterò ma l´Unione deve mantenere gli impegni". A questo punto, se quello che è sulla carta sarà anche nei fatti, il candidato del centrosinistra avrebbe 162 voti certi e potrebbe essere eletto al primo scrutinio. Andreotti tuttavia non abbandona il campo. A lui l´ex capo dello Stato Francesco Cossiga scrive una lunga lettera: "Con la devozione di un allievo a un maestro... ritengo chiuso ogni utile spazio ad una tua candidatura" dopo l´insistenza dell´Unione su Marini, ma anche "il silenzio assordante" di Silvio Berlusconi, la "decisione sofferta, ma aperta, coraggiosa e leale della Sudtyroler Volkspartei". Meglio a questo punto non sottoporsi al giudizio di un´assemblea nella quale siedono non pochi "che ti hanno additato al disprezzo degli italiani come mafioso e mandante di omicidi". Tuttavia, conclude, se vai avanti "io ti voterò". E il "divo Giulio" sembra avere tutta l´intenzione di non arretrare: "A me la candidatura l´hanno offerta, io l´ho accettata con la speranza che questo favorisse un certo dialogo. Finora questo dialogo non si è aperto ma io non devo ritirare niente".
Sono state per lui ore di telefonate, incontri. Francesco Rutelli lo va a trovare nel suo studio di piazza di San Lorenzo in Lucina. Nessun commento. Però il pressing del leader della Margherita mira a indurlo a più miti consigli, evitando lo scontro. Si parla della possibilità per Andreotti di un incarico come la presidenza della commissione Esteri, come segno di stima del centrosinistra. Tutto cade nel vuoto. Il Polo fa i conti: sa di doversela vedere con la Lega che riunita oggi a Milano con Bossi dovrà sciogliere la riserva. Roberto Calderoli sostiene che fino alle 13 di venerdì, cioè un attimo prima della votazione utile, il Carroccio con i suoi 13 senatori manterrà le mani libere.

Cossiga insinua anche il dubbio che Berlusconi in realtà preferisca Marini, "al quale lo legano antichi, forti e solidi vincoli di amicizia". Del resto, aggiunge, "se fossi Berlusconi e volessi ottenere un favore personale o politico, come è stato a suo tempo per il caso Mediaset, potrei senz´altro contare" su Marini mentre "su Giulio Andreotti saprei di non potere contare affatto".


Professore in apnea
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera

Se qualche profeta in patria, appena pochi anni fa, lo avesse pronosticato, con ogni probabilità lo si sarebbe preso per matto, o per lo meno si sarebbe parlato di fantapolitica. Eppure le cose, per la gioia degli appassionati di paradossi, stanno proprio così. Silvio Berlusconi, il principale beneficiario della cosiddetta rivoluzione italiana, e comunque l'unico nuovo protagonista politico che nei fatti questa ci abbia regalato, affida le sue speranze a Giulio Andreotti, che della molta presunta rivoluzione di cui sopra fu, assieme a Bettino Craxi, il principale bersaglio. E nell'attesa di sapere che cosa capiterà domani in Senato (sempre che, naturalmente, Andreotti non si risolva a un improbabile passo indietro) il centrosinistra sembra trattenere il fiato.

A voler essere più precisi, però, il fiato sembra trattenerlo più di ogni altro Romano Prodi. Che tace praticamente su tutto, quasi fosse in apnea, mentre praticamente su tutto, e non solo sull'inedita, curiosissima contesa di Palazzo Madama, intervengono, a proposito e a sproposito, i partner, grandi e piccini della coalizione uscita vincitrice, seppure solo di un soffio, dalle urne. Niente di straordinario, si dirà. Il candidato premier in attesa di incarico deve far quadrare il cerchio, e non c'è da sorprendersi troppo se passa le giornate occupandosi soprattutto di saggiare, limare, mediare e, insomma, di tessere il più riservatamente possibile la tela del suo governo prossimo venturo senza scontentare troppo nessuno: impresa non facilissima dopo la falsa partenza, chiamiamola così, della presidenza della Camera. Quanto ai partiti, è naturale che facciano sentire la loro voce: tanto più se si considera che si è votato con un sistema sostanzialmente proporzionale, e che il proporzionale sembra fatto apposta perché ciascuno rimarchi per quanto gli è possibile il suo punto di vista, la sua identità, e persino i suoi tic.

Vero. Anzi, verissimo. Ma dall'indimenticabile notte televisiva, in cui restammo appesi alle notizie su poche migliaia di voti per stabilire chi, alla fine, avesse prevalso, e di quanto, sono passate più di due settimane. La campagna elettorale è finita. E dunque è certo di grande interesse anche ora conoscere a menadito, per dire, i dubbi europeisti di Francesco Rutelli sulla fusione tra Abertis e Autostrade, i propositi di Fausto Bertinotti sul futuro di Mediaset, le rinnovate obiezioni delle sinistre radicali sulla Tav, e anche, per restare al tema del giorno, le ipotesi sussurrate da vari esponenti del centrosinistra, e respinte da altri, circa la possibilità di tornare a votare, ma soltanto per il Senato, qualora i senatori scegliessero Andreotti come loro presidente: la dialettica è la dialettica, e a nessun democratico può venire in testa di reprimerla, o anche solo di limitarla, nemmeno quando si fa aspra e confusa.

Ancora più interessante, però, e molto più utile per tutti, non solo per l'Unione, sarebbe sapere qualcosa di più (anzi, parecchio di più) sul punto di vista di Romano Prodi. Che non è solo il premier indicato dai partiti del centrosinistra, ma è anche il leader della coalizione. E un leader, anche e forse soprattutto se non ha un suo partito da far pesare e da tenere a bada, è chiamato a dimostrare, già prima di assumere la guida del governo, di essere capace non di unificare, ma di federare secondo un disegno intellegibile da amici ed avversari, le forze che lo sostengono, in specie se queste forze sono tra loro assai diverse, in certi casi concorrenti, in altri potenzialmente conflittuali.

Nel suo caso, almeno, il silenzio non è davvero d'oro.


L'uomo giusto al Quirinale
Gianfranco Pasquino su
l'Unità

Contrariamente agli italiani acutamente individuati da Ennio Flaiano mentre corrono allegramente in soccorso al vincitore, preferisco, non soltanto in questa delicata circostanza, porgere aiuto allo sconfitto: Massimo D'Alema. Non che non abbia anch'io, come molti, parecchie ragioni per lamentarmi dei comportamenti e delle dichiarazioni, s'intende, politiche, del Presidente dei Democratici di Sinistra.
Per esempio, e ricordo il fatto proprio perché politicamente rilevante, quando l'allora Presidente della Commissione Bilaterale per le Riforme Istituzionali sfidò sprezzantemente i professori, insoddisfatti e critici dell'esito al quale stavano pervenendo i lavori, a scrivere i "loro" emendamenti, Augusto Barbera, Enzo Cheli, Angelo Panebianco, Giovanni Sartori ed io li scrivemmo. Non sappiamo se il Presidente D'Alema li abbia subito cestinati, ma, comunque, finirono nel nulla...

Probabilmente, il per adesso perdente D'Alema ritiene di non avere bisogno di sostegno. Credo, invece, non soltanto che ne abbia bisogno, ma anche che se lo meriti.
Aggiungo che un miglior trattamento di D'Alema serve a tutto il centro-sinistra, e questo è quanto mi importa maggiormente.
Ritengo, in primo luogo, molto importante che le cariche, a partire da quelle istituzionali, debbano essere attribuite all'interno della coalizione che ha vinto le elezioni facendo corrispondere al massimo (sic) il potere da assegnare con i voti conquistati, e non con l'eventuale potere di ricatto esercitabile.
Dunque, ai Ds non può essere sottratta, in questa logica che condivido ampiamente, una carica istituzionale di vertice. Adesso, quella carica potrebbe anche essere la Presidenza della Repubblica per la quale è mia opinione che D'Alema presenti un curriculum di tutto rispetto. Al proposito, sembrerebbe anche opportuno che, visto che si è già malauguratamente, per la seconda volta (la prima ha riguardato le candidature parlamentari) rinunciato alle primarie, l'eventuale designazione della candidatura (uomo o donna) venga decisa autonomamente dal centro-sinistra e con criteri assolutamente trasparenti.
Soltanto in seguito e in maniera del tutto eventuale si terrà conto delle preferenze del centro-destra, se ne hanno e se non intendono esclusivamente mettere i bastoni fra le ruote.
Quando si rompe il rapporto fra voti e potere, dovremmo averlo imparato tutti dall'esperienza di Craxi, la politica, in special modo quella democratica, inizia a degenerare. Credo che sia opportuno ritornare subito ad un rapporto più equilibrato a cominciare dalla assegnazione delle cariche di governo. Farebbe, pertanto, malissimo D'Alema a chiamarsi fuori con l'abituale, sempre criticabile, atto d'orgoglio. È mia opinione che abbia sufficiente credibilità e prestigio per diventare un apprezzato Ministro degli Esteri.
Comunque, i Democratici di Sinistra hanno il diritto di aspirare a cariche governative importanti non soltanto nell'ottica del riequilibrio di potere, ma anche in quella della rappresentatività politica che possono, nonostante i loro risultati elettorali continuino a non essere brillanti (incidentalmente, prima i Ds torneranno sul territorio a ricostruire la politica meglio sarà, per tutti), vantare e garantire. Esiste un ultimo, ma, ricordando un classico detto inglese, tutt'altro che infimo argomento per essere sinceramente preoccupati della gestione, segnatamente ad opera di Prodi (e dei suoi consiglieri), della conclusione della vicenda relativa alla presidenza delle Camere.
Se mai si andasse, percorso ed esito che trovo, non da oggi, confusi e controproducenti e che, logicamente, non auspico, alla costruzione di un Partito Democratico, le cariche verrebbero attribuite in base a puri rapporti di forza innervati da poteri di ricatto e da inevitabili forzature? Sicuramente, se l'operazione PD sarà, come sembra allo stato delle cose, tutta condotta dai vertici, senza nessun apporto "primario" di quell'elettorato dell'Ulivo che pure dimostra interesse e, addirittura, entusiasmo, non saranno i voti a contare, ma la collocazione strategica. Ai molti intenditori del centro-sinistra non servono altre spiegazioni, anche se sapere per quale ragione Bertinotti sia preferibile a D'Alema rimane, come ha scritto Antono Padellaro, un interrogativo legittimo.



Bologna: Sergio, Fausto e il fuoco amico
Aldo Cazzullo sul
Corriere della Sera

È una questione di potere, com'è ovvio. Ma è anche una questione di carattere, di formazione, di personalità. Fausto Bertinotti e Sergio Cofferati non si amano. E l'attacco — "peggio di Berlusconi" — portato ieri dal sindaco di Bologna, nell'intervista rilasciata al Corriere, è il punto più alto di una contesa durata anni per la guida della sinistra radicale; e nello stesso tempo è l'inizio di una nuova fase di belligeranza che sarà combattuta all'interno delle istituzioni.

Dopo la vittoria della destra nel 2001, il segretario di Rifondazione era stato il primo leader della sinistra a diventare bersaglio di Nanni Moretti: "Non capisco perché Berlusconi ringrazi tutti gli italiani, quando potrebbe ringraziarne uno solo: Bertinotti" disse il regista dalla più autorevole delle platee a disposizione, il festival di Cannes. Cinque mesi dopo, Moretti estese l'invettiva agli altri segretari del centrosinistra. Cominciò così il "biennio rossiccio" (la definizione è dell'ex direttore dell'Unità Peppino Caldarola); e Bertinotti si vide sottrarre la guida dei movimenti, che aveva assunto nei giorni infuocati del G8 di Genova, da un'accolita che comprendeva il professor Pancho Pardi, traduttrici e sceneggiatrici amiche di Moretti, il correntone Ds, Paul Ginsborg — "Berlusconi is disgusting" —, il clan di Benigni e quello di MicrOmega, gli editorialisti dell'Unità da Antonio Tabucchi a Fulvio Abbate — "dove sono Bin Laden e mullah Omar?
Anche Fassino ha votato l'invasione dell'Afghanistan, anche Fassino deve rispondere!", con Fassino che allargava le braccia ossute come a dire: e che cosa ne so io? —, tutti uniti nel contestare la leadership ufficiale della sinistra e nel riconoscersi nell'uomo del futuro: Cofferati. Che prima, da segretario della Cgil, portò al Circo Massimo tre milioni di manifestanti contro l'abolizione dell'articolo 18 (marzo 2002, all'indomani dell'assassinio di Biagi); e poi, nel gennaio del 2003, fu incoronato al Palasport di Firenze "nuovo capo della sinistra" da Moretti, davanti al sindaco dalemiano Domenici sbigottito e silente.

A quel punto Bertinotti uscì dall'angolo grazie a una manovra a tenaglia; in cui il braccio sinistro era lui, e il destro Massimo D'Alema. "A noi ci hanno fregati l'Onu e il referendum" commenterà da lì a poco un autorevole esponente del correntone Ds. Per la spallata finale ai "moderati", la sinistra radicale contava su una spaccatura sul conflitto in Iraq. Ma quando il Consiglio di Sicurezza negò l'avallo alla guerra di Bush, anche la sinistra italiana si ricompattò: Fassino e Russo Spena, Rutelli e i centri sociali.
A quel punto Bertinotti gettò tra i piedi di Cofferati il referendum per estendere alle piccole aziende quell'articolo 18 che la Cgil aveva difeso con intransigenza, in nome dell'uguaglianza dei diritti. "Tu sì, tu no; articolo 18, non ci sto" era stato lo slogan del Circo Massimo. Bertinotti proponeva di applicarlo a commesse e artigiani. Con nessuna speranza di vittoria finale, ma con la certezza di quel successo tattico che davvero gli interessava: mettere in imbarazzo Cofferati.

Dopo un lungo tormento, il Cinese scelse l'astensione. "Cofferati sta uscendo e noi lo accompagneremo alla porta" aveva sorriso D'Alema; e raccontando l'episodio nelle conversazioni private ("ha proprio fatto il gesto con la mano, così") Bertinotti si era detto combattuto tra l'ammirazione per l'intelligenza politica superiore e lo sconcerto per il superiore cinismo. Poco dopo, Cofferati annunciò la sua candidatura a sindaco di Bologna, per lo sgomento degli ex seguaci.

Proprio a Bologna ha dissipato l'equivoco insorto sul suo nome, e da lui stesso alimentato quando aveva definito il riformismo "parola malata". Riformista, Cofferati era stato sempre. Allievo di Napolitano, leader dei chimici — categoria tradizionalmente non certo estremista —, da segretario della Cgil aveva tenuto una linea opposta a quella di Bertinotti, che guidava la componente di sinistra. Cofferati uomo della concertazione ("un destro", disse Fausto); Bertinotti delle rotture ("uno che firma intese e poi appoggia gli autoconvocati", disse Sergio).

Alla prova del potere, anche gli stili personali si sono confermati molto diversi. Entrambi hanno passato la vita accanto alla fidanzata della giovinezza. Ma il nuovo sindaco di Bologna ha ora una nuova compagna, che protegge con un riserbo assoluto. Il presidente della Camera in pectore ha ancora al fianco la signora Lella (e lei esterna con una generosità che chi vuol bene a Bertinotti farebbe bene a non incoraggiare). Oltre a stile, gusti, dettagli — uno ama la lirica, l'altro la mondanità; uno si fa fotografare in mutande mentre gioca a pallone, l'altro abbina la cravatta ai calzini; uno apprezza Margherita Buy, l'altro Valeria Marini —, li ha divisi la polemica su legalità, centri sociali, immigrati clandestini, occupazioni, sgombero dei baraccati, critiche ai giudici. "Cofferati poteva essere il nuovo capo della sinistra, ora fa le multe ai lavavetri" commentò la "iena" Riccardo Barenghi. Ma è un fatto che, dopo alcune difficoltà iniziali, il sindaco abbia conquistato Bologna, senza perdere la parola nel dibattito nazionale. Mentre a Montecitorio sin dal discorso di insediamento Bertinotti avrà il problema — che già indusse nel '79 il suo modello Ingrao a rifiutare la rielezione — di rivolgersi all'intero emiciclo, senza tagliare i ponti con i movimenti. Di sicuro, stavolta non potrà contare su D'Alema.


Le condizioni di Hamas per la pace
Alix Van Buren su
la Repubblica

DAMASCO - Nella villa-fortezza da cui governa in esilio, Khaled Meshaal è di umore tempestoso: "Che a porci l´assedio fossero i nostri antagonisti, America e Israele, questo era previsto. Ma che certi elementi palestinesi si prestassero a fornire il cavallo di Troia, questo no, davvero non me l´aspettavo". Meshaal, il leader supremo di Hamas, manda quiete scintille.
"Però chi scommette sulla nostra disfatta, sbaglia. Il governo di Hamas, In cha Allah, riuscirà, perché ha il sostegno popolare, perché è un governo legittimo e ha la capacità di imporre il buon governo".
Nel salotto blindato il via vai dei messaggeri reca notizie che volgono al plumbeo, come l´orizzonte mediorientale che dipinge Meshaal. Riferiscono di scontri fratricidi nelle piazze palestinesi, del braccio di ferro tra governo e presidenza per il controllo delle forze di sicurezza, dell´arresto da parte di Israele di nuovi leader governativi, e dell´impasse nel trasferire verso i territori palestinesi i fondi raccolti per disinnescare la crisi economica e umanitaria. Il divieto della Casa Bianca impedisce alle banche ogni transazione con l´Autorità palestinese.
"Stiamo cercando di aggirare l´ostacolo con l´aiuto della Lega e dei governi arabi, mentre un quarto dei palestinesi è senza salario da marzo. Come vede non siamo noi ad affamare la popolazione".
Meshaal, è svaporata la vittoria? Dai ranghi di Fatah vi accusano d´avere già fallito.
"Parlare di fallimento dopo appena tre settimane al governo è precipitoso, non crede? Piuttosto, è vero il contrario: a dispetto delle apparenze, il blocco contro Hamas va sgretolandosi. Il fronte della solidarietà internazionale nell´offrirci sostegni politici ed economici si allarga, ci giungono aperture dalle cancellerie straniere".
Ci regala qualche esempio?
"Penso al rappresentante del Vaticano in Terra Santa, ad altri esponenti cristiani: è uno sviluppo benvenuto. È in corso un dialogo con funzionari e ambasciatori europei sia in Palestina sia all´estero; c´è un primo approccio con la Cina, l´apertura importante della Russia. Quanto all´Italia, abbiamo accolto con favore le parole del primo ministro Romano Prodi; ci auguriamo che la posizione italiana sia equilibrata. Insomma sono ottimista. Però, vede, più noi riusciamo ad allentare il cappio, e più aumenta la pressione. Ma l´America, Israele e l´Europa sappiano: la continua pressione sulla Palestina condurrà a un´esplosione nella regione".
Meshaal, lei scaglia parole roventi contro l´Autorità palestinese, parla di un complotto. È una denuncia affrettata?
"Io denuncio le posizioni di alcuni, e sottolineo "alcuni", che vedono l´assedio e non intervengono, nell´attesa di rimpiazzarci al governo. La corruzione finanziaria non è una novità. Ci hanno lasciato la cassaforte vuota. L´Autorità dispone di un fondo di investimenti, cui l´esecutivo attingeva. Al governo di Hamas questo non è concesso. Chieda ad Abu Mazen perché non usa quei fondi per pagare i salari?. Se ha a cuore l´interesse della nazione, non ci sottragga gli strumenti di governo. Ci consenta di riportare l´ordine restituendoci l´autorità sulle forze di sicurezza com´è previsto dalla legge, richiami i gruppi armati che stanno architettando il caos. Lo scontro avvenga nella sede politica, non nelle piazze. Intanto io tendo la mano, invoco l´unità nazionale".

Hamas insiste nel rifiutare ogni negoziato?
"Ascolti, i negoziati come sono stati condotti finora non hanno prodotto alcun risultato. C´è una certa ipocrisia in chi ci accusa di rifiutare Oslo, Camp David, Wye Plantation. I parametri della pace, dopo tanto negoziare, sono noti a tutti. Basta volerli applicare".
Quali sono?
"In breve, consistono nel riconoscere ai palestinesi il diritto di vivere in pace in un proprio Stato entro i confini dei territori occupati da Israele nel 1967. Su questo il consenso è quasi universale".
Nelle sue parole si direbbe sia implicito il riconoscimento di Israele. Questa è una svolta?
"Vediamo prima se Israele è disposta a riconoscere i nostri diritti. Hamas sta elaborando un piano di pace: Israele accetti il principio del ritiro da territori occupati nel 1967, compresa Gerusalemme Est, il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi, il rilascio dei prigionieri, lo smantellamento del Muro".
Sono condizioni irrinunciabili?
"Sono il nostro obiettivo, il principio che Israele deve accettare per avviare un dialogo. Tutto ciò può accadere secondo passi da stabilire attraverso un accordo. Israele dica che è disposta a negoziare questo. Se vuole la pace, noi siamo pronti alla pace. Se no, riprenderemo la resistenza".
Lei però conferma la scelta della tregua?
"Noi osserviamo la tahdia, la quiete, come scelta strategica da oltre un anno. Valuteremo la situazione di volta in volta. La tahdia è scaduta, Israele l´ha infranta, è responsabile dell´escalation".

Alla vigilia è giunto un messaggio da bin Laden. Si è rivolto anche ad Hamas.
"Tutto ci divide da al-Qaeda: noi abbiamo scelto la via delle urne, della legittimità. La nostra resistenza è solo contro l´occupazione israeliana. Mi auguro che ci sia permesso di scegliere la legge".


  27 aprile 2006