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sulla stampa
a cura di G.C. - 25 aprile 2006


I valori da salvare
Giorgio Bocca su
la Repubblica

L´esortazione di Romano Prodi a ricompattare il Paese dietro la Costituzione repubblicana è il vero programma di governo che il centrosinistra può e deve dare a se stesso e al Paese nella celebrazione del 25 aprile. Forse ai più giovani questa identità, questa consanguineità fra guerra partigiana e Costituzione democratica non è così chiara, così evidente, così definitiva come appare a chi la vide nascere, a chi si rese conto di persona che l´Italia stava cambiando.
Nasceva, infatti, una patria degli italiani in cui operai e contadini uscivano dagli steccati di classe, e "il figlio di un operaio poteva avere attese di vita come il figlio di un imprenditore", cosa che sorprende ancora Silvio Berlusconi. Una Italia in cui i comunisti cattolici socialisti liberali repubblicani e monarchici hanno potuto votare, lavorare, stampare giornali, formare sindacati, partecipare a libere manifestazioni, insomma far parte di una democrazia. Chi è nato nella democrazia della Costituzione difficilmente riesce a immaginare che cosa era la democrazia regia e borghese.
Ma in quella democrazia gli operai e i contadini vestivano sempre da operai e da contadini, erano sempre riconoscibili dalle loro abitazioni, dal loro cibo, dalla loro educazione; le loro periferie urbane, le loro campagne erano un altro paese, un paese straniero in cui un cittadino borghese si sentiva diverso.
La differenza era che in guerra a morire erano in prima fila i proletari e anche gli operai tenuti nelle fabbriche restavano in linea di principio carne da cannone. Le guerre da cui nasceva l´Italia regia erano in larga parte estranee come scelte di campo, come comando, come partecipazione sentimentale, come propaganda alle classi popolari. In questa Italia divisa era nata una monarchia e dentro la monarchia una dittatura, ma la gente restava divisa, solo il Mussolini a torso nudo sulla trebbiatrice, essere multiforme, demiurgo universale poteva simulare una unità fragile o inesistente. Per fare degli italiani una nazione vera, un popolo, c´è voluta la guerra persa e l´uscita dalla guerra con la Resistenza. Fu sotto i bombardamenti a tappeto che parificavano il centro delle nostre città alle periferie, fu la guerra di popolo partigiana cui partecipavano tutte le classi, tutti i partiti fra cui i misteriosi comunisti che la dittatura aveva costretto al silenzio, alla emarginazione, ad unirci. La Costituzione nacque da questo largo spontaneo, generale riconoscimento della unità di fronte ai diritti e ai doveri di tutti i cittadini.
Nei terribili mesi della recente campagna elettorale mi sembrò quasi incredibile che un uomo politico da molti giudicato astuto e pragmatico come Berlusconi avesse in pratica scelto di mettersi contro questa unità, di raccontare come esseri demoniaci i comunisti, di mancare ostentatamente a tutte le celebrazioni partigiane, di creare un patriottismo fasullo con grande sventolio di tricolori qualunquisti, con gran rimbombo di inni senza senso e senza eco, composti e suonati per il cavaliere pagante.

La Costituzione democratica nacque dall´unità e dalla unità a cui parteciparono tutti i componenti dell´arco costituzionale, tutti i partiti della resistenza, tutti i partigiani che avevano camicie e distintivi di colore diverso ma che fortemente volevano un´Italia libera. E siccome la storia della Costituzione e della Repubblica democratica nascono dalla Resistenza e non dalla collaborazione con il nazismo morente, siccome la nostra legislazione del lavoro nasce dalle lotte sindacali e non dalla carta corporativa di Verona, cioè da un raduno crepuscolare del fascismo morente, siccome la storia dell´Italia è questa e non può essere sostituita da rievocazioni del fascismo né rivoluzionario né del regime, difendiamola e onoriamola questa Costituzione, ricuciamo il piccolo strappo che ha subìto, rileggiamo le parole di Calamandrei: "Nelle montagne della guerra partigiana, nelle carceri dove furono torturati, nei campi di concentramento dove furono impiccati, nei deserti e nelle steppe dove caddero combattendo, ovunque un italiano ha sofferto o versato il suo sangue per colpa del fascismo, ivi è nata la nostra Costituzione. Essa può apparire alla decrepita classe politica che lotta per salvare i propri privilegi come una inutile carta che si può impunemente stracciare, ma essa può diventare per le nuove generazioni il testamento spirituale dei morti che indicano ai vivi i doveri dell´avvenire". Calamandrei peccava in lirismo resistenziale? A noi sembra che l´Italia ne abbia ancora un gran bisogno.


Liberazione e Referendum
Nicola Tranfaglia su
l'Unità

25 aprile
Quello di quest'anno è un 25 aprile diverso. Per cinque anni abbiamo assistito all'assenza, intenzionale e proclamata, del presidente del Consiglio alle cerimonie che ricordano in tutta Italia il sacrificio dei partigiani e di tutti gli italiani che sessantuno anni fa combatterono contro i nazisti e i fascisti della Repubblica sociale italiana.
Il sacrificio di chi versò il proprio sangue per affermare nel nostro Paese, dopo ventitrè anni di dittatura, i valori fondamentali di libertà e di democrazia che sono alla base della Costituzione repubblicana e della nostra convivenza civile.
Quest'anno il presidente del Consiglio designato Romano Prodi parteciperà alla manifestazione di Milano e a Roma il Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi ricorderà, come è solito fare da sei anni a questa parte, il senso profondo di un momento storico della massima importanza non soltanto per il passato ma anche per il presente e il futuro della Repubblica. Il nuovo presidente del Consiglio, investito da un voto popolare chiaro e inequivocabile, ha fatto bene a ricordare come la legislatura appena conclusa abbia segnato l'approvazione di numerose leggi ad personam e di dubbia costituzionalità fatte per difendere interessi particolari del presidente del Consiglio uscente o di altri membri dell'esecutivo e un tentativo, tuttora aperto, di smantellare la Costituzione repubblicana attraverso una legge di revisione costituzionale già approvata due volte dalla maggioranza parlamentare di centrodestra nonostante le forti proteste dell'opposizione.
Nel prossimo giugno, forse il giorno undici secondo le ultime indiscrezioni, gli elettori saranno chiamati a scegliere in un referendum popolare, chiesto dalle Regioni, dai parlamentari del centrosinistra e da quasi un milione di firme di cittadini, tra la legge di revisione costituzionale e il mantenimento dell'attuale Costituzione.
Chi conosce la legge di revisione costituzionale sa che si tratta di un tentativo organico, anche se pasticciato e scritto assai male, di smantellare l'edificio degli organi costituzionali di indirizzo e di controllo per sostituire a tutti un solo organo, quello costituito dal primo ministro eletto. Al primo ministro si danno poteri straordinari come l'investimento diretto dagli elettori senza alcun passaggio parlamentare né di investitura da parte del Presidente della Repubblica, la facoltà di sciogliere le Camere tutte le volte che non approvano una sua proposta di legge, meccanismo che dà a lui un immenso potere di ricatto nei confronti del Parlamento, infine la riduzione del Presidente della Repubblica a un organo del tutto formale e decorativo e di una Corte costituzionale sensibile assai più di oggi all'equilibrio delle mutanti maggioranze parlamentari.
La battaglia per la difesa dell'attuale Costituzione e dei suoi equilibri è dunque decisiva per le sorti della nostra democrazia repubblicana e il 25 aprile è la data simbolo in cui vale la pena richiamare le idee e i valori che condussero i costituenti a non dare tutti i poteri a un solo organo costituzionale ma a dividerli tra organi diversi e sottoporre il governo al controllo parlamentare sia nella fase immediatamente post-elettorale sia successivamente in tutti i momenti che accompagnano la vita dei governi. In questo senso si può e si deve ricordare il nesso profondo che lega la lotta di Liberazione e lo scontro durissimo per prevalere sui difensori dello Stato nazista totalitario e del suo sanguinoso nuovo ordine europeo alla fase costituente che diede luogo alla carta del 1948 attraverso la collaborazione fattiva tra i filoni fondamentali del pensiero cattolico democratico, liberaldemocratico, socialista e comunista emersi dalla Resistenza.
C'è in quella che è oggi l'opposizione parlamentare di centrodestra il mancato riconoscimento di questo momento fondamentale della nostra storia da cui scaturisce la difficoltà di confrontarsi anche con il 25 aprile. I due momenti, liberazione dal fascismo e scrittura della Carta costituzionale, sono intimamente legati e chi non accetta le radici della nostra democrazia nella battaglia antifascista culminata sessantuno anni fa con la vittoria partigiana non accetta neppure il patto successivo consacrato nella Costituzione del 1948.
In questo senso meraviglia che il senatore Andreotti, che pure partecipò ai primi anni della democrazia repubblicana e fu attore dei primi governi di unità nazionale, accetti oggi di essere il candidato alla presidenza del Senato di quelle forze che non riconoscono ancora né il 25 aprile né la Costituzione repubblicana ed hanno lavorato in questi anni per smantellarla e rivederne radicalmente i principi proponendo una nuova Costituzione che nulla ha a che vedere con una democrazia moderna ed equilibrata. Lo sa il senatore Andreotti che non c'è Stato democratico in cui viga una Costituzione simile a quella che hanno approvato le forze politiche che lo candidano alla seconda carica dello Stato? E non lo imbarazza essere uscito dal processo per mafia di Palermo in Corte d'Appello e in Cassazione per una pura prescrizione di legge e non certo per una proclamazione di innocenza?

Il 25 aprile sarà un punto di partenza molto importante se il centrosinistra che ha appena vinto le elezioni darà con chiarezza il segnale di una battaglia aperta e intransigente per la difesa dei valori della Resistenza e della Costituzione che sono insieme le basi della nazione italiana che ha scelto la democrazia più di sei decenni fa.


25 aprile, appello di Prodi: "Difendere la costituzione”
Marco Marozzi su
la Repubblica

ROMA - "Unità nazionale". Difendendo la Costituzione con un no al referendum. Romano Prodi celebra così la Resistenza. Collegando passato e futuro. "Questo 25 aprile - dice - rammenta a tutti noi anche l´urgenza di difendere la Costituzione". E lancia un appello. "E´ importante ricordare in questa giornata che la partecipazione popolare al prossimo referendum sia la più ampia possibile e che il no alla sbagliata riforma costituzionale della destra arrivi da ogni parte d´Italia".
Subito dalla Casa delle Libertà si alzano attacchi al collegamento fra Liberazione e referendum contro la devolution, tra due mesi esatti, domenica 25 giugno dovrebbe decidere domani il Consiglio dei Ministri. Polemiche su cui Prodi riversa solo una battuta, durissima. "C´è chi ama la Costituzione e chi non la ama" dice a sera, uscendo dagli uffici di Piazza SS.Apostoli.

Sarà anche una Festa della Costituzione quella a cui il Professore ha scelto di partecipare. Oggi pomeriggio, a Milano. Attesi in centomila, lui entrerà nel corteo in Piazza San Babila. Roma-Milano, andata e ritorno. Primo atto pubblico da presidente del Consiglio in pectore. Svolta marcata dai tempi di Silvio Berlusconi e delle sue assenze.
Giornata di lotta e di governo. Prodi il senso della sua scelta lo ha spiegato con un messaggio sul proprio sito web. "La riforma costituzionale che la destra ha portato a conclusione senza un confronto parlamentare stravolge il senso del lavoro della costituente del 1947 che seppe far prevalere l´interesse generale su quello delle parti e il bene di tutti sulle divisioni ideologiche". E parlando ai "giovani" da Radio Italia spiega: "Il 25 aprile non è un fatto che si piazza nel passato e non lascia conseguenze".
"Oggi, come allora, - scrive Prodi - il senso della parola libertà deve essere un simbolo di fratellanza e di pace, non di lotta politica contro qualcuno. E dobbiamo essere degni di quanto abbiamo ricevuto dai nostri padri: l´Italia, un ´nuovo´ Paese". La "buona battaglia" di 60 anni fa diventa lo scenario per il futuro. Con quel "nuovo" che chiude il messaggio.
Un solo nome compare, quello del capo dello Stato. Come simbolo, garante dell´"unità nazionale". "E´ nell´unità nazionale - afferma il leader dell´Unione - che festeggiamo, proprio come allora, il bene supremo della democrazia. Per questo occorre una memoria che unisca e non divida. Una memoria che guarda al futuro, non alle recriminazioni e agli odii del passato". "E´ questo - scrive Prodi - il significato di una festa che, come tante volte ci ha ricordato il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, scandisce e scandirà per sempre la vita della Repubblica nata dalla lotta di Resistenza".
Dal presidente ai giovani, "con una raccomandazione" in una linea unica. "Non lasciatevi portare via la storia. Essa vi appartiene. Non lasciate che il sacrificio di chi ha vissuto prima di voi pensando anche a voi, venga dimenticato. Abituatevi a pensare all´Italia come alla Patria, leggete la costituzione repubblicana nella sua forza e nella sua indiscutibile attualità, scoprite il valore delle istituzioni democratiche che tutelano i nostri doveri e i nostri diritti, la libertà nostra e quella degli altri, anche di coloro che a quella lotta di Liberazione non presero parte".



Prodi accelera: governo, ho le idee chiare
Monica Guerzoni sul
Corriere della Sera

ROMA - "Stiamo lavorando, abbiamo le idee chiare". Lo attende una partita delicatissima giocata su più tavoli, eppure Romano Prodi non appare turbato. Se ne sta chiuso nel quartier generale con i fedelissimi Arturo Parisi, Giulio Santagata, Ricardo Franco Levi, Silvio Sircana, Andrea Papini e lavora a una proposta da sottoporre ai segretari dei partiti. La squadra di governo è un rebus la cui soluzione è appesa all'esito dello scontro per il Senato, ma il tempo stringe e il premier in pectore non può rischiare di farsi trovare impreparato se Ciampi dovesse decidere di affidargli l'incarico fra il 4 e il 5 di maggio. Gli appetiti dei partiti crescono e accontentare tutti non è semplice. Clemente Mastella continua a fare la voce grossa, dice "io al governo non ci entro" e intanto tratta. Il leader dell'Udeur, che ieri ha ricevuto una chiamata di Prodi, ha in mano tre voti preziosi per la presidenza del Senato, da cui dipende il futuro politico del Professore, e ha tutta l'intenzione di farli fruttare: voleva i Beni culturali ma ora preferisce la Difesa e probabilmente la otterrà. A quel punto Arturo Parisi, di cui Prodi non intende privarsi, potrebbe andare all'Interno.
Il Viminale sembrava destinato a Francesco Rutelli, ma il presidente della Margherita avrebbe maturato l'idea di tenersi stretto il partito accettando solo il ruolo di vicepremier e svincolando il suo destino da quello di Piero Fassino. Sì, perché il segretario dei Ds al governo vuole entrarci con una delega pesante come l'Economia o gli Esteri, che per la Quercia sono due "postazioni irrinunciabili".
Altra ipotesi per Fassino, un superdicastero della Civiltà che accorpi beni culturali, ricerca e università.

È intenzione del Professore portare a Palazzo Chigi tutti i segretari dei partiti. Eppure Oliviero Diliberto manda a dire che lui, personalmente, non entrerà. In cima ai desideri del Pdci c'è però il contesissimo ministero dei Beni culturali, ambìto dal ds Goffredo Bettini e anche da Dario Franceschini, nel caso in cui dovesse sfumare per lui la presidenza del gruppo unico dell'Ulivo. Bufera anche sulla Salute. I Ds la chiedono per Ignazio Marino, Franco Marini la vuole per il suo pupillo Beppe Fioroni, Prodi invece medita di affidarla a un outsider, l'assessore dell'Emilia Giovanni Bissoni, diessino.
Tra le tante grane da risolvere, Rosy Bindi e Livia Turco che aspirano entrambe al Welfare, Emma Bonino che disdegna le Politiche comunitarie e chiede per la Rosa un ministero con portafoglio e i Verdi che pretendono non uno, ma due dicasteri, nientemeno che Giustizia e Beni culturali. Le pressioni dei partiti sono tali che si riducono i margini per chiamare al governo ministri tecnici.


Senato, ora i due poli corteggiano la Lega
Roberto Zuccolini sul
Corriere della Sera

ROMA — Parola d'ordine: resistere. E poi blindare tutti i voti possibili. E poi sfondare sul fronte avversario. L'Unione lo sa. Nella partita per la presidenza di Palazzo Madama guai a cedere un solo senatore: si rischia non solo di perdere la battaglia ma tutta la guerra e addirittura tornarsene subito a casa. Appena eletti. Così ieri, per sostenere la candidatura di Franco Marini contro quella di Giulio Andreotti, il centrosinistra ha prima giocato in difesa ricontando e ricontrollando tutti i senatori del suo schieramento. Poi però è passato all'attacco cercando di agganciare il partito dal quale potrebbe dipendere tutta la partita: la Lega di Umberto Bossi. Offrendo ciò che si può offrire all'opposizione: si parla di presidenze di commissioni e altre garanzie parlamentari. Mentre i duellanti, sia Franco che Giulio, confermano di non avere alcuna intenzione di rinunciare e attendono lo scontro, a partire da venerdì prossimo in aula. CARROCCIO — Il partito non ha ancora deciso. Da una parte Roberto Castelli apre all'ipotesi di appoggiare Andreotti, come Forza Italia, An e Udc: "Non convince tutti, ma ci si può ragionare". Dall'altra Roberto Calderoli continua a giudicare "sbagliate" le candidature "di due ex dc" rilanciando se stesso. Giovedì, nell'assemblea dei neoeletti, sarà presa la decisione finale e in effetti, se si sceglierà di correre da soli, il candidato non potrà che essere Calderoli. Nel frattempo Berlusconi si è sentito con Bossi per convincerlo ad appoggiare Andreotti. Il leader leghista ha chiesto garanzie contro l'ipotesi di un governo delle "larghe intese", visto dal Carroccio come il fumo negli occhi. Il premier lo ha rassicurato. Ma altrettante rassicurazioni la Lega le ha avute anche dall'Unione che invece incoraggia la scelta autonomista. … VOTO SEGRETO — Sotto osservazione sono anche la Sudtiroler Volkspartei e l'Udc. Se tutti i senatori del centrosinistra voteranno Marini si otterranno 158 schede: con altri 4 senatori a vita che vengono considerati dell'Unione (Scalfaro che presiederà, Colombo, Napolitano e Rita Levi Montalcini) si otterrebbe la maggioranza assoluta che è di 162 voti. Ma il vantaggio è così esiguo che basterebbe un'assenza o, peggio ancora, un consenso per il candidato avverso a cambiare il finale di partita. Ieri si parlava di almeno tre "tradimenti" possibili nelle file dell'Unione. E i due contendenti? Non mollano. Andreotti: "Preferisco il silenzio, ma non è vero che mi ritiro". Marini: "Non esiste l'ipotesi che io faccia marcia indietro ". Perché nella giornata di ieri sono corse tutte le voci possibili e immaginabili, compresa quella di un ritiro di Marini a favore di Andreotti. Ma ormai sembra chiara una cosa: quasi certamente dovremo attendere fino a venerdì o sabato per capire chi sarà il vincitore. Cioè, l'esito dell'aula che si insedia il 28 aprile. A meno di qualche clamorosa rinuncia all'ultimo momento.


Lacrime e sorrisi
Nicola Cacace su
l'Unità

Il capo missione per l'Italia del Fmi, mr Leipold, ha denunciato, anche con una certa durezza, la "scarsa trasparenza dei conti italiani" ed anticipato che il deficit pubblico a fine anno sarà, allo stato delle conoscenze, superiore al 3,8% del Pil stimato da Tremonti. Esso sarà pari almeno al 4% del Pil, "con un margine di errore verso l'alto", scrive il Fmi, che in soldoni significa che il deficit sarà verosimilmente superiore al 4% e che le accuse più volte fatte da Prodi "su scarsa trasparenza e correttezza" dei conti non erano propaganda elettorale ma dati di fatto. Il direttore del Fmi ha espressamente chiesto che il nuovo governo proceda SUBITO "a una manovra bis di correzione dei conti".
Alla secca ed anche poco diplomatica nota del Fmi (considerando che il nuovo governo ancora non c'è) ha risposto Prodi a stretto giro di posta, assicurando Washington ed anche Bruxelles, che la misura correttiva sarà la prima preoccupazione del nuovo governo non appena la situazione lo consentirà.

Le leggi del mercato del lavoro non toccano direttamente i conti pubblici, semmai possono influenzare la crescita economica in un senso o nell'altro se sono corrette o sbagliate. E sulla legge Biagi va ricordato che la sua "soppressione" non è nel programma dell'Unione, che semmai parla di provvedimenti tesi a mantenere la flessibilità ed a ridurre le condizioni inaccettabili di precarietà connessi alla legge. Certamente tutti sapevano già da prima che la situazione disastrosa dei conti pubblici non avrebbe consentito al nuovo governo una marcia trionfale, come tutti oggi auspicano che il nuovo governo riesca a fare quanto in passato è raramente riuscito, coniugare rigore e correzione dei conti col rilancio dell'economia.
Un'economia ferma da anni in un quadro internazionale di crescita a tassi superiori al 4% annuo, malgrado i continui "pianti" di Berlusconi e Tremonti sulla crisi internazionale, un'economia che era ferma per le cattive misure di politica economica e sociale ed anche per la cattiva utilizzazione del capitale umano, che oggi è il vero motore della crescita. Rispondere nel modo più corretto possibile alla sfida che l'Italia ha di fronte, significa anzitutto valorizzare il capitale umano ed avere sia gli imprenditori che i lavoratori accomunati nella sfida.
A questo servirà una concertazione tripartita di tipo nuovo che è nel programma dell'Unione ed uno slancio ed una fiducia necessarie all'altezza della sfida. Prodi ha anche un debito aggiuntivo con i giovani, che hanno creduto nel programma dell'Unione, votandolo al 55% contro il 45% che ha votato per Berlusconi. Non accadeva da anni, anche nella precedente vittoria di Prodi nel 1996 si ebbe una Camera più a destra del Senato. Forse bisogna risalire al 1975, quando per la prima volta il diritto di voto fu esteso ai diciottenni concorrendo in modo determinante al grande successo del Pci, per trovare un comportamento dei giovani più favorevoli al centrosinistra che al centrodestra. Forse è vero, come scrive De Rita (la Repubblica del 12/4) commentando il successo della Cdl nel Nord "che l'Unione ha continuato a parlare di interessi collettivi e non di interessi tout court... mentre Berlusconi, da vero animale politico, ha portato alle estreme conseguenze il tema degli interessi delle persone", sicuramente è vero che gli italiani ed i giovani in particolare, hanno considerato che il recupero della dignità del lavoro e la lotta al precariato ed alle speculazioni di ogni colore siano obiettivi da premiare più dell'individualismo antisolidale e dell'egoismo.
Tutti sanno che "le misure correttive" dei conti non saranno i regali della Befana, che richiederanno sacrifici un po' a tutti, ma tutti si aspettano almeno due cose da Prodi e dai suoi ministri, primo che "le lacrime siano accompagnate ai sorrisi", cioè i sacrifici necessari per i conti siano contemporanei alle misure per un deciso rilancio della produzione e della buona occupazione, secondo che i sacrifici siano ripartiti in modo molto più equo che in passato, ricordando ad esempio che in dieci anni il lavoro dipendente, pur avendo accresciuto il peso nell'occupazione complessiva, ha ridotto di almeno quattro punti il peso del Pil,cioè nella produzione nazionale.


Un vincitore ingombrante
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Con gentilezza, ma anche con malizia, Fausto Bertinotti, ringraziando i Ds per il loro passo indietro nella questione della presidenza della Camera, si è augurato che un ex comunista (si noti: non ha detto "un diessino") possa salire al Quirinale. Bertinotti è un politico di razza, uno che grazie al suo coraggio e alle sue indubbie qualità di leadership è riuscito in un'impresa che non molto tempo fa si sarebbe detta impossibile: ridare grande visibilità, peso politico e forza di governo, in un Paese occidentale, al "comunismo", sia pure nella variante, non priva di suggestioni libertarie, che egli si è sforzato di promuovere. Parlano i suoi successi. La forte affermazione elettorale di Rifondazione comunista (quel sette per cento raggiunto al Senato fa davvero impressione) e l'alto numero di seggi parlamentari conquistati fanno di Bertinotti, all'interno di una coalizione in cui quasi tutti gli altri risultano ammaccati e indeboliti, un sicuro vincitore, forse l'unico. Il suo trionfo nel braccio di ferro per la presidenza della Camera suggella quel successo. Naturalmente, l'ottima prova elettorale della sinistra estrema (in cui, oltre a Rifondazione, vanno ricompresi i Verdi, il Pdci e forse anche Di Pietro), che ha spostato sensibilmente a sinistra l'asse politico della costituenda maggioranza di governo, non può non preoccupare quella schiacciante maggioranza di italiani (ivi compresa la schiacciante maggioranza degli elettori del centrosinistra) che, non considerando la proprietà un furto, col comunismo, in qualunque variante, non vuole avere a che spartire.
Si è diffusa in questi giorni l'inverosimile "teoria" secondo cui, ottenuta la vittoria "simbolica" della conquista della presidenza della Camera, Bertinotti si acquieterà, non darà più problemi al governo. Chi avanza questa tesi sottovaluta Bertinotti (che peraltro si è subito premurato di smentire gli ottimisti con l'attacco a Mediaset) e anche il fatto che la sua non è solo una vittoria simbolica. Come ha ben spiegato il costituzionalista Stefano Ceccanti (L'Unità, 23 aprile), quello di cui dispone il presidente della Camera è un potere vero: egli può condizionare la formazione dell'agenda parlamentare e, per questa via, l'intera attività della maggioranza di governo. Sarebbe strano se Bertinotti non si apprestasse a fare un uso, certo prudente ma anche deciso, di quel potere. La politica è competizione e Bertinotti non può non puntare ad erodere i Ds nel loro fianco sinistro, oltre che ad egemonizzare l'intera area dell'estrema sinistra. Magari in vista di una possibile interruzione anticipata della legislatura.
Bertinotti fa (bene) il suo mestiere. Toccherà agli altri, nella coalizione, se ci riescono, tentare di neutralizzarlo. Hanno solo due modi per provarci. In primo luogo, con politiche di governo, dalle questioni economico-sociali alla politica estera, che facciano "muro" contro le pressioni, che saranno fortissime, dell'estrema sinistra. In secondo luogo, superando le resistenze degli apparati e costruendo il partito democratico. Consapevoli che, altrimenti, la competizione da sinistra non sarà arginabile.
Sono compiti che ricadono sui Ds e la Margherita ma anche, e forse soprattutto, su Romano Prodi.

Prodi, che è un uomo accorto, lo sa.


Trieste, alla Cdl il sindaco ma all´Unione la Provincia
Carlo Brambilla su
la Repubblica

TRIESTE - L´Unione conquista la Provincia di Trieste, con Maria Teresa Bassa Poropat (50,83% dei voti), ma Roberto Dipiazza, sindaco uscente, di Forza Italia, resiste per un soffio, col 51% dei voti, al suo posto di primo cittadino. Positivo per il centrosinistra il primo test elettorale dopo le politiche. Ma ancora una volta è una vittoria di misura. Di quelle per le quali, ieri sera, in città, non c´era voglia di festeggiare. Nonostante i buoni risultati in tutta la regione (Gorizia resta al centrosinistra, che conquista anche il grosso comune di Cordenons, dopo aver conquistato, al primo turno, Muggia) le bottiglie di spumante sono rimaste in frigorifero. Perché la speranza, fino all´ultimo, era riuscire a strappare al ballottaggio la poltrona di sindaco di Trieste al candidato di Forza Italia per il quale si era mosso personalmente, venerdì scorso, Silvio Berlusconi. E invece dalle urne esce un pareggio. Una città divisa in due.
Soddisfatti, in ogni caso, i diessini, che parlano di "un grande risultato per il centrosinistra, che vince tre a uno i ballottaggi". Mentre per il coordinamento dell´Ulivo "il risultato conferma che il vento è cambiato". Per Gianni Cuperlo, responsabile comunicazione della segreteria nazionale dei Ds, "il ballottaggio del voto amministrativo in Friuli Venezia Giulia conferma la tendenza positiva. Un segnale importante per l´azione di governo che il centrosinistra svolge sul piano regionale".
Roberto Dipiazza parla di "riconoscimento del lavoro fatto". Il sindaco si è subito complimentato con Ettore Rosato, candidato del centrosinistra, per la correttezza e i toni civili". Quanto ha pesato, politicamente, l´impegno personale di Silvio Berlusconi per la sua rielezione? "Non si vince una battaglia solo per questo - ha commentato Dipiazza. - Per laurearsi c´è bisogno di fare tanti esami e studiare per 5 anni. Non basta rispondere a una domanda. Per vincere le elezioni c´è bisogno prima di fare le cose".
Nessun festeggiamento, ieri sera, in piazza Unità d´Italia. I sostenitori di Dipiazza sanno di non poter cantare vittoria, perché il sindaco rimane isolato, con una Regione e una Provincia in mano al centrosinistra. Fino all´ultimo hanno temuto di non farcela, vista la bassa affluenza al voto. Invece la giornata di sole e il ponte del 25 aprile sembrano aver convinto a scegliere il mare, in uguale misura, elettori di entrambi gli schieramenti.



  25 aprile 2006