
sulla stampa
a cura di P.C. - 21 aprile 2006
Il nuovo premier tratti con l'Europa
Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera
Ormai non resta che governare. Con il risultato proclamato dalla Cassazione che Berlusconi farebbe bene ad accettare senza indugi invece di inscenare un ambiguo surplace Romano Prodi è insediato definitivamente al comando. Ma governare non sarà facile. Per almeno tre motivi: per l'esiguissima superiorità di cui il nuovo governo potrà disporre in una delle due Camere; per la forte disomogeneità politico- programmatica della sua maggioranza; per le condizioni presumibilmente abbastanza critiche in cui esso troverà i conti dello Stato ereditati.
In queste condizioni la principale carta che Prodi ha da giocare è la sua leadership.
La vittoria del centrosinistra non è stata certo strepitosa ma si deve ammettere che solo la presenza di Prodi ha permesso di mettere e di tenere insieme l'estesissimo arco di forze dell'Unione, solo la sua figura ha rappresentato un'immagine in cui ognuna di quelle forze ha potuto bene o male riconoscersi; il centrosinistra, insomma, è riuscito concretamente a esistere solo in quanto c'era Prodi. Al di là del risultato elettorale egli, dunque, è investito della guida della coalizione in maniera politicamente piena, e dunque deve anche sentirsi autorizzato a esercitare quella guida in maniera altrettanto piena.
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Incarnare il legame con l'Unione Europea del centrosinistra italiano sarebbe per Prodi un modo ideale per costruire quello spazio politico proprio che di per sé il ruolo di leader della coalizione non gli dà. Prodi, infatti, oggi è solo una leadership. Ma proprio attraverso questa egli può diventare qualcosa di molto di più, cioè un programma omogeneo, una linea politica. Ciò che tra l'altro è proprio quello che oggi manca al centrosinistra che di linee politiche ne ha pure troppe, e conta un programma che giustamente Pietro Scoppola ha paragonato a un'"enciclopedia". Prodi può rappresentare il rimedio a tutto ciò, dando vita, ci si passi l'espressione, al prodismo. L'alternativa è limitarsi a capeggiare un ammasso disordinato e conflittuale di ambizioni e di vocazioni: allora sì che lo striminzito vantaggio elettorale apparirebbe in tutta la sua problematica esiguità.
Due anime e tre posti
Luigi La Spina su La Stampa
E' abbastanza ingenuo o abbastanza ipocrita scandalizzarsi per la trattativa che, in questi giorni, Prodi ha avviato tra i partiti del centrosinistra sulle presidenze delle Camere e sulla composizione del futuro governo. Neanche Berlusconi ha potuto esimersi dalle fatiche mediatorie con gli alleati. Figuriamoci se può evitarle il professore bolognese che non solo non è il leader del partito più forte, né di un partito, ma non possiede neppure le risorse di pressione e di persuasione, anche "extrapolitiche", alle quali può ricorrere, in alcuni casi, il Cavaliere. Non è dunque la girandola di incontri tra capi e capetti della coalizione vincente a sorprendere o a turbare più di tanto gli elettori che l'hanno votata, ma la constatazione del riproporsi, questo sì inquietante, di un vecchio gioco delle parti fra i personaggi in commedia e, soprattutto, di un vecchio equivoco di fondo nel cosiddetto "polo riformista" dell'Unione. Come se la lezione del voto, di appena dieci giorni fa, fosse già dimenticata.
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Subito dopo il voto che ne ha sancito la risicatissima vittoria, il centrosinistra rischia di scontare il grave errore di aver posticipato la costituzione del partito democratico a una prova di forza tra Ds e Margherita che, avendo determinato una delusione elettorale parallela, spinge questi due partiti più alla rivalsa egoistica che alla generosità. Con una classe dirigente che, non confortata dai numeri, teme ancor di più l'accusa di svendere i rispettivi, se pur poco entusiasmanti, patrimoni di voti e di potere.
Eppure, la lezione di quella incredibile notte del 10 aprile, per loro, era stata chiarissima, con la rottura di due regole che sembravano immutabili nella storia della nostra Repubblica. La prima riguarda addirittura i connotati di identità sociale e politica del nostro Paese: il prevalere della costante moderata nell'espressione di voto. Si può dire, infatti, che l'aprile 2006 supera l'indicazione permanente di un altro famoso aprile, quello del 1948. Per la prima volta, a una coalizione di sinistra viene affidata dagli italiani una, sia pur lievissima, maggioranza di voti alla Camera. Epoche diverse, sistemi partitici ed elettorali diversi, comparazioni sicuramente azzardate e, persino, incongrue. Ma una suggestione non trascurabile di una compiuta alternanza raggiunta pure nella manifestazione elettorale dei cittadini italiani e non solo nella loro mentalità politica. Anche la seconda norma violata, in quella notte, risale alle esperienze della prima Repubblica: quella che sottraeva costantemente alla somma di due partiti che si univano una quota di quei suffragi che riuscivano ad ottenere da soli. Perché l'Ulivo ha battuto, nettamente, il totale dei voti Ds-Margherita.
E' un bene, forse, che l'esiguità della maggioranza unionista nel Paese si scontri immediatamente con la questione del "partito democratico". Solo uno stato di necessità, in molte occasioni, consente di avere quel coraggio che tutte le apparenze non dimostrano. Ed è un bene, forse, che Prodi sia costretto, subito, a sciogliere l'equivoco tra due concezioni del partito riformista che ormai non possono più convivere. Come tutti i capi delle aziende sanno benissimo, gli azionisti affidano al loro amministratore delegato un potere fortissimo quando lo nominano. Ogni giorno, poi, intacca una piccola parte di quel capitale di fiducia. E, un giorno, si accorgono di non averne più e trovano cambiata la serratura del loro ufficio.
La proporzionale esaspera il braccio di ferro
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Il braccio di ferro è stato ufficializzato per iscritto. E già questo dice a che punto sia la tensione sulla scelta del presidente della Camera. Ma che il segretario dei Ds, Piero Fassino, sia costretto a mandare una lettera a Romano Prodi per risolvere lo scontro fra la candidatura di Massimo D'Alema e di Fausto Bertinotti, fa pensare. Il problema ha assunto una dimensione imprevista. E dilata la sensazione di un'Unione che, dopo aver battuto il centrodestra per un soffio, è costretta a fare i conti con se stessa: con le ambizioni di alleati riemersi dal voto con dichiarate aspettative di partito.
In quel "sta a te, in quanto leader della coalizione, assumere l'iniziativa", c'è l'imbarazzo di un Fassino che non vuole creare problemi al candidato premier; ma non può nemmeno nascondere la frustrazione della prima forza della coalizione. La prospettiva di avere Palazzo Chigi e i vertici di Camera e Senato assegnati ad esponenti non diessini poteva essere digerita sulla scia di una grande vittoria; coi Ds partito di maggioranza relativa. L'impressione di essere stati portatori d'acqua per Prodi, e di doversi sacrificare di nuovo per eleggere Bertinotti, esaspera invece lo scontento verso lo stesso Fassino.
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E qualcuno fa notare che la lettera di Fassino è stata resa nota pochi minuti prima dell'arrivo di D'Alema a piazza SS. Apostoli, per un colloquio con Prodi. Si descrive una situazione di impasse che, "se non risolta, rischia di esporre la coalizione ad una pericolosa, quanto imbarazzante, divisione". Fassino scarica su Prodi la responsabilità della decisione. E D'Alema, dopo l'incontro col premier in pectore, spiega che la richiesta del Prc "è legittima ma divide".
Il presidente dei Ds ripete, in apparenza conciliante: "Ci rimettiamo a Prodi". Qualcuno teme che Bertinotti possa sbilanciare a sinistra l'equilibrio istituzionale. I diessini, tuttavia, sanno che una sconfitta di Rifondazione nella partita della Camera metterebbe in tensione l'intera Unione. E poi, il segretario del Prc non sembra disposto a recedere: "Per me", commenta lapidario, "non cambia nulla". Al di là del possibile epilogo, tuttora in bilico, si tratta di un pasticcio emblematico. Proprio mentre Prodi teorizza gruppi parlamentari unici, il proporzionale fa traballare le logiche di coalizione, e impone quelle di partito.
La scommessa dell'Unione
Mario Pirani su la Repubblica
Il verdetto della Cassazione non induce il Cavaliere a chiudere il capitolo delle rimostranze, ma non crediamo possa ormai interporre ostacoli reali al normale passaggio delle consegna. L´esperienza del futuro prossimo venturo declinerà, nel concreto, forme, limiti ed eventuali sviluppi del rapporto, che vedrà con piena legittimità l´Unione al governo e il Polo all´opposizione, anche se il margine di voti e di seggi è strettissimo e al Senato ai limiti di qualsiasi evenienza.
In questo contesto la navigazione di Prodi sarà perigliosa. Il primo requisito per superare le tempeste sarà quello di reggere la barra con l´occhio fisso alla bussola della verità così come la gente comune la percepisce, respingendo il filtro ingannevole delle versioni di comodo e delle poco rassicuranti auto celebrazioni. Per riuscirvi occorre uscire dagli steccati della politica ufficiale e capire perché il successo lungamente atteso dello sfratto di Berlusconi da Palazzo Chigi sia venato in tanti elettori dell´Unione da un malmostoso scontento. Non aiuta a dissolverlo - anzi lo radica nell´animo di chi lo prova - né il troppo semplicistico "Abbiamo vinto!" della prima notte né la certezza sui "cinque anni di governo che ci attendono". La coalizione di centro-sinistra ha il diritto e il dovere di governare ma tanto meglio potrà farlo se non nasconderà, in primo luogo a se stessa, cosa significa l´incertezza estrema di un risultato che fotografa la spaccatura profonda del nostro popolo. Berlusconi è stato battuto ai punti ma non vinto. Il berlusconismo è ben vivo fra noi e non possiamo non farci i conti. In primo luogo analizzando i motivi che hanno portato a "una vittoria senza festa", secondo la bruciante definizione che Ezio Mauro ha dato di questo successo intriso di delusione.
Bisogna chiedersi, con vaglio autocritico, se i sondaggi con i loro 4-5 punti di vantaggio, che precedettero di qualche mese i ridicolizzati exit poll dell´ultim´ora, non fossero affatto sbagliati, come ora si usa dire, ma coerenti, fra l´altro, con i brillanti risultati delle europee e delle regionali.
Se un partito, come si diceva un tempo, si misura dalla capacità di riconoscere e correggere gli errori, sarebbe opportuno che i dirigenti del centro sinistra rispondessero sul perché regioni, conquistate solo il 3 aprile 2005, risultino perse il 6 aprile 2006, in seguito al rush finale di Berlusconi. Ma se la sua chiamata alle armi ha avuto successo, questo non è in buona parte ascrivibile alla sbagliata campagna elettorale dell´Unione? A quell´indescrivibile pasticcio sulle tasse, con cifre che ballavano ogni giorno, con motivazioni contradditorie che alimentavano ancor più i timori e che lasciavano intravedere non un razionale e coerente disegno fiscale ma una confusa pulsione a "togliere ai ricchi per dare ai poveri", senza alcuna attinenza alla realtà sociale dell´Italia, con il suo 80 e più per cento di padroni di casa, passibili di venir promossi "miliardari" per il solo effetto della rivalutazione annunciata degli estimi catastali? A quel programma farraginoso dove c´era tutto e niente, redatto per raggiungere un minimo di accordo fra i partner, non certo per lanciare quattro o cinque proposte esplicite e credibili agli elettori? Non ci si è resi conto che così facendo si contrapponeva al "contratto con gli italiani", capolavoro della demagogia berlusconiana, vincente alle precedenti elezioni, non un "patto coi cittadini", proposto dal centro sinistra, ma un contratto di condominio fra una dozzina di consociati per l´occasione? Come si è potuto pensare che bastasse l´esoterico slogan del "cuneo fiscale" con la sua improbabile o, peggio, impaurente copertura finanziaria, a convincere gli incerti sulla consistenza di un disegno economico per rilanciare un paese in crisi? Perché si è taciuto su impegni, per nulla costosi ma di grande valore civile e politico, come l´indicazione di misure drastiche contro la lottizzazione partitica che dilaga e indigna, in primo luogo nelle Asl e nella Rai-Tv?
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Qui sta l´ardua scommessa di Prodi e del centro sinistra per trasformare il sottile filo che regge una maggioranza esigua in un cavo d´acciaio che tenga davvero cinque anni. Un lustro che, peraltro, verrà in buona misura determinato dalle mosse iniziali. Di qui l´esigenza di un governo con un nucleo politico unito da una comune percezione della realtà, cui faccia corona una rosa di ministri di alto profilo, competenza e indipendenza di giudizio, un governo che ambisca e sappia davvero interpretare idealmente l´Italia tutta, di maggioranza e di opposizione.
La maggioranza assoluta al Senato
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Dopo quella del purosangue Cigar che fece cilecca con 31 cavalle o di J.L. Roundtree che rapinò la National Bank di Pensacola a 88 anni di età, è nata un'altra leggenda: la destra ha preso la maggioranza assoluta dei voti al Senato con milioni di voti in più.
Come sia germogliata, la notte di lunedì 10 aprile, si sa. A un certo punto, nel caos di exit-polls travolti dai numeri veri, arrivò una notizia che pareva certa: alla faccia delle prime proiezioni, il Polo a Palazzo Madama aveva fatto il sorpasso. "La Cdl contesta che il centrosinistra abbia vinto le elezioni", tuonò trionfante Paolo Bonaiuti, "Abbiamo il Senato con oltre il 50% e 350 mila voti di differenza". Mancavano 4 minuti alle tre di mattina, il mondo della politica era stravolto, i rovesciamenti d'umore si abbattevano ora sugli uni, ora sugli altri.
Fin qui, ok: in quel casino... Il giorno dopo, però, è già tutto chiaro: basta andare sul sito del Viminale (http://politiche.interno.it) dove, ai piedi della schermata sul Palazzo Madama, dove spicca la vittoria della destra per un totale di 17.153.256 voti (pari al 50,21%) contro i 16.725.077 della sinistra, sta vistosamente scritto: "Sono escluse dal riepilogo le regioni Valle d'Aosta e Trentino Alto Adige". Contate le quali il totale dei voti della CdL sale, con le liste minori collegate, a 17.367.081 ma il vantaggio sull'Unione cala da 428 a 225 mila voti e la percentuale scende al 49,89%. Non basta: contando anche gli italiani all'estero, il margine sulla sinistra cala ancora fino a 141.116 voti (0,39% di distacco) e la percentuale al 49,62%.
Una vittoria non nettissima, ma più larga di quella parallela dell'Unione alla Camera. Più che sufficiente, tra persone serie, per consentire alla destra di dire: fatti salvi i meccanismi elettorali, voi avete più voti da una parte e noi dall'altra.
Macché, qui viene il bello: la destra sceglie, a dispetto dei numeri del "suo" ministro degli Interni, di insistere, insistere, insistere. E creare su questa "maggioranza assoluta" un mito che ha lo spessore della bolla di sapone da 32 metri gonfiata nell'agosto 1996 da Alan McKey a Wellington, in Nuova Zelanda.
A dare il via è Berlusconi. Che convoca i giornalisti il giorno dopo lo spoglio e denunciando "brogli assolutamente unidirezionali", sentenzia: "Oggi nessuno può dire di avere vinto. Al Senato abbiamo la maggioranza assoluta dei voti". Va da sé che da quel momento parte la corsa a dar ragione al capo. Per giorni e giorni. Fino a far dubitare che si tratti solo di un candido errore dovuto a un'informazione sbagliata.
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Macché 400 mila: "430", scrive Campa. No: "450", rialza Bondi. Di più, lo corregge a "Matrix" Niccolò Ghedini: "Quasi mezzo milione". E no, precisa Ignazio La Russa togliendo il "quasi": "La sinistra al Senato ha mezzo milione di voti in meno". E la leggenda cresce e cresce manco fosse quella che, di steppa in steppa, creò il mito del Prete Gianni. Fino a far dire a Letizia Moratti, ospite di Daria Bignardi, una cosa ancora più gonfia della sua nuova cotonata: "Due milioni di voti in più!". Al che, in un vecchio carosello, entrava una voce fuori campo: cala cala Trinchetto!
La mossa del cavallo
Gianfranco Pasquino su l'Unità
Tre uomini per due cariche istituzionali (Presidenza di Camera e Senato) sicure: questo sembra essere il puzzle da risolvere. Vorrei sottolineare e argomentare tutto. Anzitutto, alla faccia delle quote rosa, è giocoforza rilevare che si tratta di soli candidati uomini. In secondo luogo, vediamo si tratta di cariche istituzionali che, una volta acquisite, hanno una buona durata predeterminata, non come le cariche governative, più esposte alla temperie della cattiva politica, alle quali, in questa logica di incertezza, giustamente, due dei candidati dichiarano di non essere interessati, mentre il terzo si limita a tenere la pipa in bocca.
Implicitamente, i (in special modo, due di loro) candidati rivelano di temere che il prossimo governo e le relative cariche siano davvero a rischio. E di rischi, ammaestrati da precedenti esperienze, non ne vogliono affatto correre. Infine, la "sicurezza" delle cariche parlamentari istituzionali è data dal fatto che, una volta raggiunto l'accordo nella maggioranza, in particolare alla Camera, non dovrebbero esserci sorprese.
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Non saprei proprio dire se le ambizioni dei tre candidati siano tutte giustificate e giustificabili. Mi sfuggono, e non lo dico per vezzo, i criteri in base ai quali ciascuno di loro rivendica per se stesso una carica: promesse, che non dovevano essere mai fatte, da mantenere? risarcimenti di promesse fatte in un lontano passato, che, evidentemente, non è affatto passato, e mai mantenute? dimensioni del suo partito, capacità personali e biografia politica di un'autorevolezza inattaccabile? A questo punto, ci vorrebbe, e mi rifaccio ad un suggerimento che viene da Vittorio Foa, uno dei grandi vecchi della sinistra italiana, la "mossa del cavallo", vale a dire la capacità di scompaginare un gioco che si è incartato. Probabilmente, bisognerebbe non, come sarebbe fin troppo facile (da chiedere, molto meno da ottenere), suggerire dei passi indietro ai candidati attuali, quanto, piuttosto, esigere da loro dei significativi passi avanti: l'assunzione di responsabilità importanti nel governo per tutti e tre i candidati che dimostrerebbero in questo modo di credere nel governo, nella sua operatività, nella sua durata, nella sua capacità di migliorare il Paese.
Diventerebbe allora possibile pensare ad altri candidati e candidate, nient'affatto di seconda fila, ma per i quali il profilo istituzionale risulti molto più efficacemente delineato rispetto alla loro storia politico-partitica.
Più presto detto che fatto, certamente. Ma se il centrosinistra comincia la legislatura con le mosse sbagliate il rischio di uscire rapidamente fuori strada, rischio che né la coalizione né il Paese possono permettersi, cresce pericolosamente. Questo è, invece, il momento non della malintesa magnanimità, ovvero dei cedimenti a pretese e a logiche non motivabili e non condivisibili, ma dell'intelligenza politica. I capi partito facciano politica nelle cariche di governo; donne e uomini di prestigio ottengano le cariche istituzionali.
Il mobbing del Cavaliere di Arcore
Francesco Merlo su la Repubblica
Al servizio di un umore che gli inglesi chiamano sour grapes, uva acida, si aggrappa al collo dell´odiatissimo Prodi e cerca di portarlo giù insieme con lui, tagliandolo ogni giorno a fette come faceva Jacovitti con i suoi uomini-salame. In preda a un´allegra irresponsabilità, Silvio Berlusconi ha infatti inaugurato il mobbing istituzionale, una strategia politica e una tattica immaginifica che non sono pazzia, non sono farsa, non sono isteria, non sono paranoia, ma appunto mobbing, vale a dire dispetto preventivo, voglia di provocare malessere e senso di soffocamento in un nemico già debole e già minato al suo interno dalla solita lotta per le poltrone, una specie di sgretolamento dell´avversario per mezzo di delegittimazioni quotidiane, irrispettosità, toni di voce, grossolanità verbali e morali. A torto o a ragione, Berlusconi pensa di essere stato per cinque anni la vittima di un mobbing uguale e contrario e ora vuole vendicarsi, occhio per occhio dente per dente.
E cioè: mi avete demonizzato e io vi controdemonizzo; siete voi gli imbroglioni e non io; siete voi i pirati della politica.
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E al nemico di sempre non perdona nulla, a partire da quella vittoria celebrata troppo presto, nella folle notte delle elezioni, quando nessuno è riuscito a trattare con leggerezza le cose pesanti. Forse era quello il momento di smontare Berlusconi. Subito bisognava opporgli la lievità come sostanza, come modo di pensare, come stile di vita; e il silenzio come carezza delle cose, di un Paese drammaticamente lacerato, di una vittoria ammalata, di un´Italia che aveva cercato di esprimersi con la sua peggiore e radicata civiltà, quella dello zero a zero.
Invece Berlusconi mi spiega quel suo amico che gli vuole bene pensa di avere subìto un trattamento da delinquente politico e non riesce a digerire l´espressione di Prodi, "ora se ne deve andare a casa", proprio lui che si era abituato a pensare che Palazzo Chigi fosse casa sua, e se lo portava dietro dappertutto, in Sardegna o alle Bermuda, come un Luigi XIV da romanzo popolare. Perciò resterà lì, asserragliato a Palazzo Chigi come in curva sud, gradasso e sentenzioso come i leghisti che sono ormai rimasti i suoi soli alleati. In preda alla paura privata di subire oltraggi crudeli, continuerà a infondere a Forza Italia e ai suoi giornali l´ira delle plebi leghiste, di Castelli e Calderoli, sapido e veloce nella battuta rancorosa, ruspante, fuori dalle righe, ma di nuovo efficace come in campagna elettorale.
E la vittoria di misura di Prodi, che è sicuramente una mezza sconfitta politica, lo aiuta a liberare e ad armare i risentimenti dei suoi elettori perché quando cade la Maestà, dice Amleto, "ogni minimo annesso, ogni più meschino aggregato ne segue la fragorosa rovina". Fa saltare dunque il protocollo che una volta disciplinava i conflitti politici, li assoggettava a un cerimoniale e a una strumentazione culturale e istituzionale dentro un quadro generale che legittimava i diritti del perdente senza negare il premio al vincitore. Invocando nuovi controlli, moltiplicando le contestazioni, denunziando i brogli, Berlusconi disarma la civiltà delle elezioni. E la guerra politica diventa assoluta, una guerra santa, insensata e medievale.
Inutile spiegargli che il premio spetta, comunque, al vincitore e non allo sconfitto, il quale merita rispetto, simpatia, malinconici e amorosi sospiri, solidarietà, amicizia, pacche sulla spalla, incoraggiamenti, critiche, stimoli al rinnovamento, franche analisi dell´errore, proposte di nuove tattiche e di nuove strategie, insulti terapeutici; tutto quello che si vuole, insomma, ma non il premio che suonerebbe come derisione non solo del vincitore ma innanzitutto della gara. E come derisione anche dello stesso sconfitto che, attraverso dilazioni, trucchi ed espedienti formali, più rompe i lacci dell´Ordinamento e più corrompe la propria immagine, più si libera e più si lega, più si sbroglia e più si imbroglia.
Nel paese di Machiavelli e dei ribaltoni nazionali e internazionali, dei cambiamenti di alleanza, Berlusconi pensa, non senza ragioni, che il consenso di quasi metà degli italiani lo lascia comunque signore dell´emergenza. E non ha bisogno di recitare né di ricorrere ai travestimenti o ai nasi finti: gli basterà essere se stesso, uno di quei controversi protagonisti della Storia, la cui biografia è stata ampiamente manipolata sia dai detrattori sia dagli apologeti, ma che sicuramente interpreta bene la nuova Italia insicura, quella che ha paura di pagare il biglietto d´ingresso nel nuovo millennio, l´Italia disillusa dall´Europa, l´Italia di Vanna Marchi e dei furbetti, ma anche l´Italia valorosa dei suoi militari all´estero, dal Kosovo all´Iraq; l´Italia confusa per la globalizzazione che subisce, l´Italia degli autonomismi, della frammentazione regionalistica, l´Italia smarrita e senza centro, un´Italia che il 9 aprile non si è fidata della sinistra e che, definitivamente smoderata, si riconosce in una iena che abbandonerà il potere solo dopo averlo lordato, nel lama che sputa sull´antagonista incombente, nella seppia che sbuffa il nero per intorbidare le acque e sottrarsi allo scacco del predatore. In nome di quest´Italia Berlusconi è l´arpia insozzante che non permetterà banchetti ai nuovi convitati. È l´Italia che dice "né io né voi". Ancora una volta è l´inciviltà dell´antipolitica, che è tutta dentro la storia nazionale, dal non expedit dei cattolici al bivacco dei manipoli, a Giannini. Berlusconi che non si arrende è un Pinocchio che, per lasciare Palazzo Chigi, la sua "casa", pretende almeno i due carabinieri.
Il cardinal Martini apre ai profilattici
Orazio La Rocca su la Repubblica
ROMA - Il cardinale Carlo Maria Martini apre all´uso dei profilattici quale male "minore" per contrastare l´Aids, chiede prudenza nell´esprimere giudizi sulla fecondazione eterologa e lancia un invito ad approfondire la strada per l´adozione di embrioni, anche da parte di donne single, pur di impedirne la distruzione. In un dialogo con lo scienziato bioeticista Ignazio Marino, pubblicato sull´Espresso in edicola oggi, il cardinale dice, tra l´altro: "Lo sposo affetto da Aids è obbligato a proteggere l´altro partner e questi pure deve potersi proteggere". E sull´adozione aggiunge: "In mancanza di una famiglia composta da uomo e donna che abbiano saggezza e maturità, anche altre persone, al limite anche i single, potrebbero dare di fatto alcune garanzie essenziali".
Embrioni ed inizio della vita. La contrarietà della Chiesa all´uso degli embrioni per la ricerca scientifica è sempre netta, ricorda il cardinale, "anche per le staminali". "Ma ciò non vuol dire che non si possano individuare momenti in cui non appare ancora alcun segno di vita umana singolarmente definibile, come l´ovocita allo stadio di due protonuclei. In questo caso mi sembra che la regola del rispetto può coniugarsi con il trattamento tecnico", come il congelamento.
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Aids. "Bisogna fare tutto per contrastare l´aids. In certe situazioni l´uso del profilattico può costituire il male minore. C´è poi la situazione particolare di sposi uno dei quali è affetto da aids. Costui è obbligato a proteggere l´altro partner e questi pure deve potersi proteggere".
Eutanasia. "Non si può mai approvare il gesto di chi induce la morte di altri, in particolare se è un medico. Neppure io, tuttavia, vorrei condannare le persone che compiono un simile gesto su richiesta di una persona ridotta agli estremi e per puro sentimento di altruismo, come pure quelli che in condizioni fisiche e psichiche disastrose lo chiedono per sé".
Tra le prime reazioni positive alle posizioni del cardinale Martini, gli apprezzamenti di due addetti ai lavori, l´immunologo Fernando Aiuti e il presidente del comitato nazionale di bioetica Francesco D´Agostino. Per Aiuti, "l´apertura al condom è un importante passo per la lotta all´aids, ma vorrei conoscere la posizione del Vaticano su questo tema". D´Agostino apprezza, invece, "il discorso dell´adottabilità aperto anche alle donne single".
21 aprile 2006