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sulla stampa
a cura di P.C. - 20 aprile 2006


Il bipolarismo frainteso
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Ora che la Cassazione ha chiuso, si spera, il contenzioso sui brogli elettorali, di una cosa siamo certi: che Berlusconi lascia Palazzo Chigi e che Prodi subentra al suo posto. Ma per quanto? Prodi ha dichiarato: "Posso governare per cinque anni, la legge me lo permette ". Certo, la legge glielo permette; ma i numeri (i seggi in Parlamento di cui dispone) no.
Ripartiamo dalla domanda: chi ha vinto? Nel 2001 la risposta era indubbia. Ma questa volta si può rispondere che ha vinto Prodi ma anche che ha vinto Berlusconi, oppure che hanno vinto tutti e due, oppure ancora che hanno perso tutti e due. Sono tutte risposte plausibili. Prodi ha vinto l'elezione, ma Berlusconi ha vinto la campagna elettorale risalendo uno svantaggio iniziale di circa 5 punti percentuali (certificati dalle elezioni europee e amministrative). Pertanto in questa prospettiva hanno vinto entrambi. Ma alla stessa stregua hanno perso entrambi: Prodi perché taglia il traguardo con una risibile maggioranza elettorale di 24.755 voti su un elettorato di 38 milioni, e Berlusconi perché ha comunque perduto 5 punti percentuali (scendendo al 24 per cento) rispetto alla sua punta massima.
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In attesa del nuovo governo cerchiamo di guadagnare tempo cominciando subito a ripensare il bipolarismo all'italiana. Che si fonda sulla premessa che quando il popolo vota uno stallo, allora vota "male", e pertanto che deve essere costretto a rivotare finché non vota "bene". Ma perché? A parte l'eventualità che chiedendo nuove elezioni Prodi perda altri 5 punti percentuali, questa strana dottrina è democraticamente e costituzionalmente inaccettabile. Primo, il popolo ha diritto di votare come vota e, secondo, se vota "male" allora deve essere il Parlamento a rimediare. Dopotutto il nostro è ancora un sistema parlamentare nel quale e per il quale le linee di divisione tra destra e sinistra non possono essere rigide ma devono essere, occorrendo, flessibili. Il che non sciupa per nulla — l'ho spiegato più volte — la struttura dualistica del voto né una meccanica bipolare di governo. Questa volta o torniamo alle regole del sistema parlamentare, o rischiamo davvero di sprofondare nel nulla. Sia pure cantando l'"inno dell'inciucio ".


Al governo senza alibi
Ezio Mauro su
la Repubblica

Il centrosinistra ha infine vinto, e da oggi non ha più scuse, nemmeno la più scandalosa di tutte: Berlusconi e il suo rifiuto di indossare i panni dello sconfitto, come vuole la democrazia dell'alternanza, o la democrazia tout court. Adesso, il centrosinistra diventa la misura di se stesso, di ciò che sa fare e di ciò che vuole essere, senza più specchi deformanti davanti ai cittadini che lo hanno mandato al governo e all'altra metà dell'Italia che lo attende diffidente alla prova.
Prodi è riuscito a trasformare le due sinistre italiane - quella radicale e quella riformista - in una coalizione e l'ha portata a vincere. Ora bisogna trasformare quella coalizione in un'unica cultura e in una coerente pratica di governo. Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani avranno i loro problemi, che si riassumono nella formula della compatibilità, nello scarto tra la rappresentanza dell'antagonismo e la governabilità di una moderna potenza industriale: che per di più ha bisogno di riforme radicali per tornare a crescere.
Ma i problemi maggiori - sembra un paradosso, ma è una colpa - sono nell'area riformista, quella che dovrebbe naturalmente esprimere una cultura di governo. Il voto, e il dopo voto, hanno detto una verità sgradevole: così com'è, quell'area non è all'altezza della sfida difficilissima che l'attende. Elettoralmente divisa per due, Ds e Margherita, non ha alcuna capacità espansiva e non prefigura alcun futuro. Unita nell'Ulivo, acquista un peso, una dinamica di crescita, una proiezione, e soprattutto un senso. Ma quel senso è uno solo, chiaro e senza pasticci: il Partito Democratico, cioè quella cosa che è mancata per troppi anni alla sinistra e all'Italia, in termini di organizzazione culturale, di riferimento elettorale, di identità sociale. Senza quello sbocco, che è il compimento di un destino per troppo tempo incompiuto, anche l'Ulivo appassisce ad espediente invecchiato tra le sue foglie, dieci anni dopo.
Ora, niente dimostra che la sinistra ha capito, è pronta, ha finalmente una direzione di marcia. Anzi. I voti, quelli che pesano e che crescono, li hanno presi insieme: ma li contano divisi, l'uno contro l'altro, rinfacciandosi una debolezza che è comune e non si vince in una malinconica concorrenza al ribasso. Ma soprattutto, ragionano su gruppi parlamentari separati dopo aver presentato la lista unitaria, e i leader pensano a doppi incarichi per tenersi stretti i partiti che promettono di superare. E contano divisi, ognuno per sé, i posti di un governo fragile e complicato, che potrà reggere solo con un motore forte e innovativo, capace di generosità e di ambizione, con un disegno culturale per il Paese che vada oltre il contingente, e persino oltre l'orizzonte del governare.
Francamente, è proprio questo che non si vede: la generosità, la missione, la forza di credere in un cambiamento, il coraggio di scardinare carriere, organigrammi e assetti per pensare in grande.
Per oggi, non per domani. Non c'è più tempo e non c'è più Berlusconi come alibi. È il giorno giusto per capirlo: il giorno di questa vittoria senza festa.


Torna la democrazia
Antonio Padellaro su
l'Unità

Con la proclamazione della vittoria dell'Unione, la Corte di Cassazione ha messo il timbro ufficiale e definitivo sul responso elettorale del 10 aprile proclamando la piena legittimità del centrosinistra a governare il Paese, sotto la guida di Romano Prodi. È con qualche centinaio di voti di differenza lo stesso risultato annunciato dal Viminale e festeggiato dai leader della coalizione all'alba di dieci giorni fa. In una qualunque democrazia non funestata da cinque anni di esercizio proprietario del potere la parte politica perdente avrebbe atteso la verifica del conteggio dei voti, già convalidato dal ministro degli Interni di fiducia, in un sereno e composto silenzio. In Italia, invece, pur di non mollare palazzo Chigi, il capo sconfitto della destra, con il sostegno più o meno convinto degli alleati ha tentato in tutti i modi di invalidare il voto gridando ai brogli e denunciando fantasiose irregolarità. Attraverso i giornali e le televisioni che controlla (quasi tutte), ha cercato di inculcare nei cittadini il sospetto di una gigantesca manipolazione ordita dal centrosinistra per incamerare illecitamente il premio di maggioranza alla Camera e per attribuirsi, al Senato, gli eletti dagli italiani all'estero. Ieri, però, il comunicato della Cassazione, mettendo fine a questa incredibile farsa ha spaccato forse irrimediabilmente il fronte della destra; e questa è l'altra buona notizia. L'Udc, infatti, riconosce la vittoria di Prodi a cui ha rivolto auguri di buon lavoro. Sia pure a denti stretti anche An ha accettato il verdetto elettorale.
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In questo modo, di fatto, Berlusconi ha messo fuori gioco il suo partito. Quale maggioranza potrebbe, infatti, accettare il dialogo con chi la rifiuta come tale accusandola di aver scippato la vittoria? Resta da capire se tutta Forza Italia seguirà il leader padrone in questo suicidio politico. Vuoi vedere che il caimano, vittima della sua stessa incontenibile rabbia, si è andato a impantanare nelle sabbie mobili dell'isolamento? Speriamo veramente che Prodi e l'Unione ne sappiano approfittare risolvendo al più presto le dispute sugli incarichi istituzionali e procedendo alla formazione del governo forte e autorevole che tutti aspettiamo.


La sindrome di Sansone
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

La farsa è finita. Anche la Corte di Cassazione, dopo il ministero dell´Interno, conferma la vittoria del centrosinistra alla Camera per 24.775 voti, correggendo di soli 469 consensi il risultato del Viminale (25.224). Tutto qui, dunque, una bagattella, una bazzecola che liquida definitivamente la menzogna politica, organizzata nella residenza privata del premier perdente, per disorientare il Paese e lucrare un beneficio politico (la "grande coalizione") negato dalla logica maggioritaria. Se ne sono sentite di tutti i colori in questi nove giorni.
Una squadra di commedianti si è alternata al proscenio del Teatro della Bufala. Con l´indecorosa complicità dei media televisivi privati e di Stato, s´è inventata ogni giorno una formula ballerina o un´acrobazia per avvelenare con confusi sospetti la coscienza e la percezione dell´opinione pubblica (nazionale e internazionale) sulla nitidezza dell´esito elettorale.
A innescare la manovra, un "errore materiale" del Viminale. Il ministero dell´Interno annuncia che alla Camera ci sono 43.028 "schede contestate e non assegnate". Non è vero, i voti contestati alla Camera sono soltanto 2.131, ma la finestra lasciata aperta dal Viminale può in teoria capovolgere il fragile vantaggio del centrosinistra (poco più di 25mila voti). È l´opportunità che attende Berlusconi. Trafelato, animoso, disperato, raggiunge il Quirinale e chiede addirittura che il Capo dello Stato firmi un decreto che gli consenta, contro la legge vigente, di ricontrollare un milione e centomila schede. Ciampi respinge la richiesta. Berlusconi non desiste. Parla di "brogli a non finire", di "irregolarità e brogli unidirezionali". Strepita che "il risultato deve cambiare". Minaccia: "Pensavate forse di esservi liberati di me?".
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La mossa del centrodestra non ha così alcuna plausibile speranza eppure annunciata, e impugnata come un´arma, svela una secondo segmento della strategia politica del leader perdente. Bocciata la "grande coalizione", cacciato dagli elettori all´opposizione, l´uomo che non sa perdere promette di rompere il giocattolo; di inquinare con il veleno del suo risentimento la democrazia. Anche a dispetto dei suoi alleati, ripeterà per i prossimi cinque anni la menzogna politica dei brogli elettorali. La farsa dei conti è finita, ma il peggio può iniziare adesso perché il rifiuto del perdente a prendere atto dell´esito elettorale può avere un impatto distruttivo sullo spazio della politica, sull´azione delle istituzioni, sulla coesione nazionale. Purtroppo non c´è in giro alcuno che possa convincere Berlusconi a liberarsi dalla sindrome di Sansone, ad attenuare l´ipertrofia del suo Io; a separarsi dal suo "particulare"; a considerare l´interesse del Paese. A quanto pare, nemmeno il voto degli italiani c´è riuscito.


Le briglie di Ciampi
Gian Enrico Rusconi su
La Stampa

Dietro al caso Ciampi si nasconde un enorme senso di insicurezza e di sfiducia della classe politica in se stessa. Una classe politica immatura. Il Presidente della Repubblica uscente ha evocato il pericolo di una "monarchia repubblicana" per sottolineare la qualità politica del suo rifiuto di farsi rinnovare il mandato presidenziale. In realtà avrebbe potuto dire di voler evitare il pericolo di una latente "repubblica presidenziale". Si sarebbe avvicinato con più precisione all'equivoco che si sta creando attorno alla sua persona. Evocare la monarchia appare in fondo innocuo per l'implicita allusione al buon monarca democratico di cui ci sono esempi in Europa, dall'Olanda alla Spagna. E' pure in sintonia con l'immagine familiare del "nonno Ciampi", che enfatizza le buone qualità della sua persona.
Parlare invece di "presidenzialismo" è più impegnativo e rischioso, anche se viene corretto da aggettivi come "informale" o "latente". Ma è più vicino alla realtà.
In questi anni Ciampi ha usato il massimo delle competenze, offertegli dalla Costituzione, per "tenere in riga", se non per orientare la politica italiana, in particolare il governo. Ovviamente nel rigoroso rispetto delle regole costituzionali. Ma non è un mistero che le forze politiche italiane hanno sentito (desiderato o temuto) le sue briglie come un elemento nuovo del gioco politico. All'estero poi, non solo sulla stampa più disinvolta e spesso settaria verso l'Italia, ma anche presso gli osservatori più seri, la figura di Ciampi è stata presentata come una sorta di contrappeso al berlusconismo.

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Ciampi sarebbe la personalità più adatta per svolgere questo ruolo. Ma in questo caso la sua nomina non sarebbe un passo verso la "monarchia repubblicana" bensì verso una sorta di contropotere presidenziale. O bilanciamento di potere dal Colle a fronte di ipotetici sbilanciamenti nella dinamica politica normale. Ma non andiamo oltre con le congetture negative.
Rimane il paradosso che la fiducia verso la persona di Ciampi è una implicita sfiducia nella solidità e nella autonomia intrinseca della istituzione della Presidenza. Oltre che sfiducia nella maturità della classe politica.
Ci sarebbe una via d'uscita compromissoria, non enunciabile però pubblicamente: Ciampi accetta in cuor suo pro tempore. Giusto il tempo per superare la stretta fase di passaggio di legislatura. Poi l'istituzione presidenziale riprende a camminare con le sue gambe.


Il voto dell'antipolitica
Nicola Tranfaglia su
l'Unità

È difficile, quasi impossibile, leggere in questi giorni analisi del recente voto politico senza imbattersi in leggende che sono dure a morire. La prima - di cui ha parlato con ricchezza di argomenti Gianfranco Pasquino su questo giornale - è che le regioni del Nord, le più produttive sul piano industriale e dei servizi, hanno votato in maniera maggioritaria per la Casa delle Libertà e dunque la modernità è dalla parte dei partiti che seguono Berlusconi.
Peccato che non si tenga conto del fatto che qualche anno fa, e in particolare nel 2001, quelle regioni erano governate dal centrodestra.
Negli anni successivi si sono a poco a poco allontanate da esso e hanno visto l'anno scorso la vittoria del centrosinistra nelle elezioni regionali (è il caso di Piemonte e Liguria) o almeno hanno registrato perdite notevoli pur mantenendo la maggioranza al centrodestra (ed è il caso della Lombardia e del Veneto).
Non possiamo dunque dire, a meno di ignorare i dati di fatto, che le elezioni del 2006 abbiano segnato un trionfo al Nord come continuano a scrivere alcuni giornali di centrodestra.
Semmai si può dire che in queste ultime elezioni l'aumentata affluenza al voto ha portato alle urne proprio quella parte di popolazione che non ha votato negli anni scorsi e che è arrivata a votare sulla base degli appelli drammatici di Berlusconi e degli errori compiuti durante la campagna elettorale dalla coalizione di centrosinistra (soprattutto a proposito delle tasse).
Si tratta, dunque, della parte più refrattaria ai cambiamenti, più lontana dalla politica, guadagnata da anni alla ricetta di illegalità e di evasione fiscale sostenuta al di là delle parole dal governo Berlusconi.
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La risposta sta, a mio avviso, anche nella situazione dei partiti politici del Nord, a cominciare da quelli di centrosinistra. È proprio nelle regioni settentrionali che la crisi dell'aggregazione dei partiti si è verificata negli anni scorsi con maggior gravità. È qui che molti partiti si sono trasformati in piccole oligarchie che hanno scarsi rapporti con la società. Una società che si è ribellata al dominio berlusconiano restando spesso da sola, non solo nella breve parabola dei girotondi.
Basta guardare peraltro le liste dei candidati che soprattutto nei partiti maggiori della coalizione di centrosinistra hanno registrato assai scarse presenze della società civile e una grande maggioranza di funzionari e politici di professione.
Da questo punto di vista è indubbio che alla nuova maggioranza si chiede con insistenza un rinnovamento e un ricambio dei suoi partiti che li riconduca a un rapporto forte con la società, a una maggiore circolazione di giovani e di cittadini desiderosi di partecipare.
Se sarà capace di farlo, riacquisteranno il prestigio che hanno avuto in altri periodi sarà possibile attirare molti alla politica e combattere ad armi pari con quei settori della popolazione che difendono privilegi e illegalità. Se questo non avverrà, saranno guai per una maggioranza come quella attuale che rimane composita e plurale.


Tra veleni e mercati
Tito Boeri su
La Stampa

Speriamo che la conferma giunta ieri della Cassazione metta la parola fine ai tanti veleni sparsi, in modo del tutto gratuito, negli ultimi 10 giorni. Dalle 45.000 schede contestate, poi rivelatesi solo 5.000 a fronte di uno scarto di 25.000 voti alla Camera, al presunto scippo di 1000 voti a Forza Italia in un solo seggio siciliano (quando i seggi raramente hanno più di 1.000 elettori ed è improbabile che votino tutti lo stesso partito) al teorema secondo cui i voti per una lista che si presenta in una sola circoscrizione non vanno contabilizzati (come se invece di sommare i voti presi in diverse circoscrizioni li si dovesse moltiplicare tra di loro). Da queste vicende, come dalle schede-lenzuola che gli elettori si sono visti consegnare nei seggi il 9-10 aprile mentre veniva loro tolto il diritto di esprimere preferenze tra i diversi candidati, l'opinione pubblica ha comunque tratto una maggiore consapevolezza di quanto sia importante il modo con cui è regolamentato l'esercizio del diritto di voto. In autunno, il blitz che aveva portato all'approvazione della nuova legge elettorale si era consumato nel silenzio dei media e nel quasi totale disinteresse dell'opinione pubblica.
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Cambiare una legge elettorale è molto difficile. Lo è ancora di più passare da un sistema proporzionale a uno maggioritario. Bene farlo lontani dal voto, quando si possono varare leggi elettorali meno influenzate da considerazioni di breve respiro. Ma è difficile trovare una maggioranza che voglia investire capitale politico in un progetto dall'esito incerto e lontano nel tempo. Vicini al voto non si trova il consenso necessario per riforme che vadano al di là dell'istinto di conservazione della maggioranza uscente, in cui dominano, se eletta con sistema proporzionale, i piccoli partiti. Difficile, perciò, che un governo che ha una maggioranza così risicata al Senato voglia imbarcarsi nei prossimi mesi in un'impresa che può aprire pericolose crepe all'interno della nuova maggioranza.
Ma la nuova consapevolezza maturata dall'opinione pubblica italiana non potrà essere facilmente ignorata. Ci penseranno le prossime scadenze elettorali a ricordare a tutti l'impegno preso da molti politici a superare questa legge elettorale. Molti di noi saranno chiamati alle urne altre tre volte da qui all'estate, tra rinnovi dei Consigli comunali, elezioni dei sindaci a doppio turno e referendum confermativo della riforma costituzionale. Il programma elettorale della nuova maggioranza contiene impegni a rivedere le regole in base alle quali si svolgono le elezioni con l'idea di ridurre il numero di volte in cui siamo chiamati alle urne, dare ai cittadini la possibilità di selezionare la classe politica e contenere i costi della politica, ricercando anche il consenso dell'opposizione. Bene perché le migliori riforme delle leggi elettorali richiedono coalizioni trasversali agli schieramenti tradizionali. E' questo, tra l'altro, un motivo in più di scetticismo nei confronti di una Grosse Koalition all'italiana. Sono proprio i partiti di centro quelli che hanno imposto questa legge elettorale e che potrebbero domani opporsi ad un ritorno al maggioritario nel tentativo di corrompere il nostro fragile bipolarismo.
La minaccia di un ritorno alle urne potrà essere un potente collante per gli ormai ufficiali vincitori delle elezioni del 9-10 aprile. Questo rischio servirà anche a tenere alta l'attenzione nelle file della nuova maggioranza su di una riforma che verrebbe apprezzata da molti cittadini e da chi oggi compra i nostri titoli di Stato. Una riforma che dovesse ripristinare un sistema maggioritario in Italia verrebbe, infatti, accolta dai mercati come una drastica riduzione del nostro debito pubblico.


La “carta” Andreotti
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

ROMA — La tentazione al momento è più forte del progetto, che non è stato ancora messo a punto. Ma se davvero il Polo decidesse di contrapporre Giulio Andreotti a Franco Marini per la corsa alla seconda carica dello Stato, se lo scontro per la presidenza del Senato si risolvesse tra due democristiani, nel segreto dell'urna potrebbe succedere di tutto, visto che in quel ramo del Parlamento l'Unione ha un vantaggio di pochissimi voti. "Ma chi lo dice... chi ci crede...", si schermisce Andreotti. E il solo fatto che non smentisca le voci sul suo nome, rappresenta un primo indizio da tenere in conto. Il secondo indizio è la traccia lasciata da Gianni Letta, che in questi giorni l'ha chiamato, e non solo per gli auguri di Pasqua. Il terzo viene da una conversazione riservata di Pier Ferdinando Casini, che sul "divo Giulio" fa mostra di puntarci. E dice: "Sarebbe una grande scelta". Difficile penetrare le fessure degli occhi di Andreotti per carpirne i pensieri, anche se qualcuno ci sarebbe riuscito. Almeno così ha raccontato il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa a un dirigente del suo partito: "Quando gli è stata prospettata la possibilità, è rimasto zitto. Ma gli ridevano gli occhi".
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Con ogni probabilità si risolverà tutto, ma per evitare di trovarsi contro il "divo Giulio", alcuni maggiorenti dell'Unione l'hanno consultato. "Andreotti voterà per Marini", garantisce Renzo Lusetti, post-dc della Margherita. Sarà, però Marini non si fida, vorrebbe evitare la fine toccata nel '94 a Giovanni Spadolini, che per un voto perse la presidenza del Senato a vantaggio di Carlo Scognamiglio. E giusto per capire come stanno le cose, ha voluto sentire Gianni Letta. Anche in questo caso - dicono i dl - c'erano gli auguri di mezzo. Il giro di telefonate si è però esteso, se è vero che è stato contattato anche Marcello Dell'Utri, con il quale Marini vanta un buon rapporto dai tempi in cui si adoperò perché la Camera respingesse le autorizzazioni a procedere contro il parlamentare azzurro. Anche lì a scrutino segreto. Insomma, per usare le parole di un mariniano di stretta osservanza come Salvatore Ladu, "Franco si sta muovendo a tutto campo con il Polo", e a tutti rivolge un messaggio ecumenico: "Non bisogna confondere il voto per la presidenza del Senato con l'allargamento della maggioranza". Che tradotto significa: non faremo campagna acquisti tra i vostri parlamentari. Ma in politica la riconoscenza è un sentimento della vigilia. E infatti nella Cdl non gli credono, temono che l'Unione si tenga "nella manica sette otto traditori", e puntano a rendere la pariglia. Mirko Tremaglia dice di averne già strappato uno, si tratterebbe di un senatore eletto in Sud America: Luigi Pallaro. Che ha già smentito. Tuttavia, come ha spiegato Gianfranco Fini ai suoi "i giochi sono ancora fermi", sebbene sia "tempestato di telefonate".
Un paio sarebbero arrivate da Giuliano Amato e Massimo D'Alema. Quanto a Casini, ha fatto sapere che "finita la querelle sul risultato, servirà un vertice per elaborare una strategia complessiva e non andare in ordine sparso". C'è tempo, secondo Berlusconi, visto lo stallo che Gianni Letta ha confermato ad alcuni ministri: "Nell'Unione la situazione non è ancora chiara. I Ds hanno posto un aut aut a Prodi. O Montecitorio o il Quirinale". Ma è al Senato che la partita è a rischio per la maggioranza. Già basterebbe, se non ci fosse anche l'ombra di Andreotti.


   20 aprile 2006