
sulla stampa
a cura di P.C. - 19 aprile 2006
Elogio di Ciampi che sa rinunciare
Federico Geremicca su La Stampa
Poche parole. E da quel che si intende, pronunciate con animo sereno e sgombro da qualsivoglia retropensiero. Dice Carlo Azeglio Ciampi: "Per fortuna l'anagrafe è dalla mia parte e in un certo senso scongiura l'eventualità di una riconferma da Presidente. E poi sono convinto che sette anni quassù siano già tanti. Raddoppiarli significherebbe... sì, forse una specie di monarchia repubblicana".
Quantunque le parole del Presidente riportate ieri dal Corriere della Sera siano "una libera ricostruzione di un incontro privato tenutosi il 3 aprile scorso" - come ha chiarito il Quirinale - ecco, nonostante questo, qui non si può che celebrare l'elogio, certamente l'ennesimo, della saggezza di Carlo Azeglio Ciampi e del sintetico ragionamento da lui sviluppato.
Che cosa trasmettono, infatti, le parole del Capo dello Stato? Intanto, un'esplicita consapevolezza: egli annota come sette anni al Quirinale "siano già tanti" e come un nuovo mandato rischierebbe di configurare il suo ruolo (o quello di qualsiasi altro Presidente) quasi come una "una specie di monarchia repubblicana". In queste affermazioni sembra evidente l'emergere di una valutazione circa la già congrua durata di un solo settennato e addirittura di un possibile rischio - quello, appunto, sintetizzato in un ossimoro: "monarchia repubblicana" - che potrebbe sottintendere un rinnovo del mandato.
E' vero che la lettera della Costituzione italiana non impedisce in alcun modo la rielezione del Capo dello Stato: ma è un fatto che questo, nella prassi, non sia mai avvenuto. E' solo un caso o la spiegazione è, appunto, in quel rischio democratico di "monarchia repubblicana" onestamente indicato da Carlo Azeglio Ciampi?
...
Non è certo colpa di Romano Prodi e di Silvio Berlusconi, se è questo il film andato in onda fino a qualche giorno fa. Ma potrebbe - anzi, dovrebbe - esser loro cura contribuire, di qui in avanti, alla soluzione del problema. Carlo Azeglio Ciampi, con le affermazioni rese nel suo "colloquio privato", ha provato a farlo senza infingimenti, fornendo un'ulteriore prova di lealtà, di saggezza e di coraggio.
L'ingorgo e il pressing del centrosinistra
Marzio Breda sul Corriere della Sera
ROMA - Il problema, ora, è come si ridurrà la giacca di Carlo Azeglio Ciampi. Strattonato da più parti come poche volte era successo durante questi sette anni, il presidente della Repubblica continua a lavorare con i ritmi di sempre. Finita la pausa di Pasqua, la solita agenda di udienze e comunicati scandisce la giornata del Quirinale, dando un'idea di normalità quasi impossibile, oggi. Due sono i temi sui quali il capo dello Stato è chiamato in causa: l'ipotesi di una sua rielezione e l'ingorgo istituzionale con relativi tempi d'incarico al nuovo premier.
Sul primo punto Ciampi ha spiegato da mesi di essere indisponibile a un bis. Il 24 novembre, dalla Turchia, ha spiegato di voler "finire il mandato con dignità". L'8 dicembre, da Lodi, ha aggiunto che farà "il nonno e magari il bisnonno". La scorsa settimana ha fatto filtrare la notizia (senza smentirla) di avere "irrevocabilmente deciso di non accettare una riconferma". Umori raccolti anche dal Corriere , che ha anticipato ieri - nel resoconto, fedele nello spirito e nella lettera, di un colloquio informale avvenuto alcuni giorni prima del voto - il suo "impegno come senatore a vita". Con queste sortite il presidente ha inteso sottrarre se stesso e l'alta carica che gli è stata affidata al tritacarne della politica e alle manovre del toto-Quirinale. Iniziativa comprensibile umanamente e saggia istituzionalmente. Che dal 13 maggio, quando i Grandi Elettori cominceranno a votare per l'undicesimo capo dello Stato, potrebbe però risultare contraddetta dalle circostanze. Sul suo nome, infatti, potrebbe realizzarsi una delle non molte intese trasversali prevedibili nella prossima legislatura, in un quadro politico assai incerto e preoccupante. Ci si chiede, insomma: davvero Ciampi direbbe di no, se un largo cartello bipartisan lo riconoscesse come l'estrema risorsa per uscire dallo stallo post-elettorale? Sul serio si tirerebbe indietro se, in quello che il suo amico Antonio Maccanico definisce "un caso d'emergenza", gli fosse domandato "il sacrificio" di una stagione supplementare sul Colle?
...
I DS irritati: il Professore decida
Goffredo De Marchis su la Repubblica
ROMA - "Non voglio fare la gara con Bertinotti. Non chiedo nulla, non ho mai chiesto nulla. È Prodi che deve decidere". Al rientro dalle vacanze pugliesi Massimo D´Alema parla con i fedelissimi e non nasconde il suo disappunto per come viene gestita la corsa verso la presidenza della Camera. Il braccio di ferro tra il presidente dei Ds e il segretario di Rifondazione è al culmine. E dopo il vertice a tre di ieri con Prodi, Fassino e Rutelli, siamo al codice rosso. Perché quella riunione si è trasformata in un primo scontro dentro l´Ulivo. E invece di ridurre il numero dei fronti ne ha aperti di nuovi, dai gruppi parlamentari unici sempre più a rischio al ruolo di governo per i leader di Ds e Margherita.
...
La palla dunque è a Prodi. Le controfferte a Bertinotti non hanno brillato per fantasia, finora: l´idea di un ingresso al governo (rifiutata) e un ministero in più per Rifondazione. Troppo poco. Prodi può giocarsi la carta Quirinale per D´Alema, ma senza poter dare garanzie. E se con il metodo Ciampi (elezione bipartisan) il Polo preferisce Giuliano Amato? E se arrivasse la conferma dello stesso Ciampi?
È una partenza in salita per il Professore. A Fassino e Rutelli Prodi ha chiesto di entrare nel governo con pieni poteri, cioè da ministri. "Prima dovete pensare a rafforzare l´esecutivo, poi risolverete i problemi nei partiti". Il ragionamento dei due segretari, in piena sintonia, è opposto. Prima i partiti, in modo da guidarli verso il progetto democratico. E al governo solo come vicepremier. Prodi non ci sta? Allora, i due possono persino rinunciare al governo. Non a caso ieri hanno chiesto che a Palazzo Chigi accanto al prodiano Levi vengano nominati sottosegretari due dirigenti di Ds e Margherita: Tiziano Treu e Vannino Chiti. Le prime schermaglie ricordano un film già visto nel '96: Prodi da una parte e i partiti dall´altra. E una mezza conferma viene dalla vicenda gruppi unici. Difficile farli nascere subito, Ds e Margherita all´inizio potrebbero avere due capigruppo distinti. Per motivi tecnici (soldi) e per veti politici. I due partiti si rimpallano le responsabilità, ma la sostanza è che l´Ulivo di Prodi non vedrà la luce in Parlamento. Almeno per ora.
Dove sbaglia il Financial Time
Nouriel Roubini su l'Unità
Wolfgang Munchau ha scritto - nel suo editoriale sul Financial Times - che l'Italia rischia di uscire dall'euro se non affronta le riforme economiche necessarie a ripristinare la perduta competitività. Sono argomentazioni non nuove per quanti hanno espresso analoghe preoccupazioni nel recente passato. L'editoriale del Financial Times è stato subito utilizzato dai sostenitori di Berlusconi per addossare a Prodi la responsabilità dell'attuale situazione finanziaria dell'Italia anche se è stato Berlusconi, non Prodi, a governare ininterrottamente l'Italia negli ultimi cinque anni.
Ma ciò che è peggio è che il ministro uscente dell'economia Tremonti - quello stesso Tremonti che mi ha insultato in pubblico a Davos per aver osato ipotizzare che l'Italia sarebbe uscita dalla moneta unica se non avesse fatto le riforme - oggi ha reagito all'editoriale del Financial Times affermando - con una impudenza che sfiora la schizofrenia che "le opinioni di Munchau sono largamente condivise nelle capitali e negli ambienti internazionali più rispettati e responsabili". Che impudente! E - seguendo l'esempio di Tremonti - gli stessi media controllati da Berlusconi che oggi parlano con toni allarmati dei rischi di una uscita dell'Italia dall'euro, hanno ignorato i miei avvertimenti quando era politicamente conveniente ignorarli, cioè a dire prima delle elezioni.
...
Ecco quindi quanto suggerisco a Munchau e al Financial Times: date a Prodi la possibilità di dimostrare che è in grado di realizzare le riforme necessarie a rilanciare la crescita e la competitività dell'Italia e ad evitare una devastante uscita dell'Italia dalla moneta unica. Prodi merita certamente il beneficio del dubbio tanto più che non ha ancora formato il suo governo. E state attenti a non diventare un inconsapevole strumento di quanti hanno distrutto l'Italia negli ultimi cinque anni e ora cercano di trovare un pretesto per boicottare Prodi ancor prima che il suo governo abbia visto la luce. Dopo tutto quelli che ci guadagnerebbero da una uscita dell'Italia dall'euro non sono i lavoratori i cui salari reali in euro sarebbero largamente ridotti dal ritorno ad una lira svalutata, né i piccoli risparmiatori i cui titoli pubblici in euro verrebbero spazzati via dalla conversione nelle nuove lire (nella forzata denominazione in lire dei patrimoni che seguirebbe l'uscita dell'Italia dall'euro).
A guadagnarci dall'uscita dell'Italia dell'Unione Monetaria Europea sarebbero gli stessi interessi finanziari e societari che hanno sostenuto Berlusconi e la sua affermazione che l'euro era stato un "disastro" per l'Italia. Quelle stesse elite economiche italiane trarrebbero grande vantaggio dal vedere i loro debiti societari denominati in euro convertiti e ridotti nelle svalutate lire e ci guadagnerebbero nel vedere i loro capitali in euro - messi da parte all'estero dopo decenni di fughe di capitali - incrementati in valore reale rispetto ad una nuova lira svalutata.
Quindi diamo una occasione a Prodi: un governo di centrosinistra serio, incentrato sul mercato, riformista potrebbe essere per l'Italia l'ultima possibilità per fare le riforme necessarie a rilanciare la crescita e l'occupazione e ad evitare una devastante uscita dall'euro. Una siffatta uscita sarebbe più probabile con un nuovo governo Berlusconi che con un governo Prodi alternativo e filo-europeo.
La caduta dei furbetti
Alberto Statera su la Repubblica
No, adesso non si può proprio più ironizzare sulle stimmate antropologiche o sul vernacolo di Stefano Ricucci descritto via via, fin dall´incredibile estate del 2005, come un marchese del Grillo dai lombi plebei, l´Alberto Sordi di "Un giorno in pretura", Capitan Fracassa o Gastone Paperone, giusto il soprannome usato dalla di lui signora Anna Falchi, ricambiatane con Cenerentola. Non si può più, perché con l´arresto - pare ben motivato - dell´odontotecnico di Zagarolo che voleva scalare l´Italia intera, si completa l´affresco del nuovo capitalismo straccione e fangoso, che stava per conquistare con variegate complicità, ma senza capitali, tutto ciò che conta nel paese. Dalle banche al "Corriere della Sera".
E poi, forse, su su fino a Mediobanca, alle Generali e - perché no? - alla Fiat. Per occupare il posto di quel capitalismo esangue e familistico che ha abbandonato la partita, col sogno di ricostituire il "salotto buono", che sembra non abbia più nemmeno gli occhi per piangere. Un "neosalotto" formato dal sestetto Gnutti-Fiorani-Ricucci-Billè-Coppola-Consorte, con il cappello del pio ex governatore della Banca d´Italia, aspirante Cuccia del nuovo millennio, e chissà di chi altri.
...
Immaginate le indagini della Sec, della Dea, gli agenti segreti del fisco sguinzagliati, se un tizio di 43 anni, figlio di un conducente dei trasporti pubblici e reduce dal fallimento di uno studio di odontotecnico perché non poteva pagare pochi milioni di lire, si fosse presentato dicendo: "Sapete che c´è? Sono come Gastone Paperone"; e mettendo sul tavolo i numeri della sua fortuna: 910 milioni di euro in immobili, 1400 milioni di partecipazioni in Rcs, Antonveneta, in Bnl, in Bipielle. Totale 2 miliardi di euro, circa 4 mila miliardi di ex lire. Come li ha fatti? Secondo il suo quadrettino naif, scambiando all´inizio un terreno di sua madre con tre appartamenti in quel Zagarolo, località del Lazio famosa, per l´appunto, per "Ultimo tango a Zagarolo", parodia dell´"Ultimo tango a Parigi" di Bernardo Bertolucci, interpretata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
Ubbie di moralisti invidiosi, secondo lui, quelle di chi lancia sospetti e calunnie. E poi, in fondo, chi ha mai chiesto seriamente all´ex palazzinaro Berlusconi qual è stata l´origine delle sue fortune? L´hanno tenuto per due decenni ai margini dei salotti, l´ala nobile del capitalismo, che non sempre, per la verità, fu nobile, non l´ha mai accettato, l´ha tenuto fuori dalla porta dei salotti, gli ha scatenato contro "Il Corriere". E lui si è vendicato conquistando il salotto della politica, scalando palazzo Chigi.
Ecco la pista Berlusconi, che ha sempre occhieggiato, anzi qualcosa di più, dietro il caso Ricucci e furbetti. Anche qui attraverso le parole di Ricucci e dei ricucciani medesimi. Non solo le cene del premier con Gnutti, mentre Fazio decideva di consegnare l´Antonveneta a Fiorani, i fili numerosi con tutto il coté berlusconiano, dignitari, ministri e sottosegretari compresi. Ma le parole stesse di Ubaldo Livolsi, berlusconiano di antica affiliazione e banchiere d´affari del Gastone di Zagarolo, il quale ha candidamente confessato: "Ricucci l´abbiamo sdoganato (noi berlusconiani-ndr) perché non fosse cooptato dal centrosinistra e in particolare dal presidente di Banca Intesa Giovanni Bazoli", notoriamente supporter di Prodi.
...
Principe dei furbetti
Barbara Palombelli sul Corriere della Sera
"Mi sembra la comparsa di uno spettacolo di varietà, forse pericoloso, soprattutto pasticciato". Enzo Biagi l'aveva descritto e distrutto, già da mesi, in un'intervista all' Unità . Il varietà è durato poco per lui, troppo per i molti che hanno perso denaro e fiducia nelle banche a causa sua e dei suoi compari, i tanti "furbetti". Lui, l'odontotecnico di Zagarolo, il paesino alle porte di Roma famoso per la parodia di "Ultimo Tango" dei comici Franchi e Ingrassia, voleva andare in Borsa ed è invece entrato a Regina Coeli. La sua compagna, la bellissima Anna Falchi, già aveva preso le distanze - anche economiche - dall'uomo con cui aveva giurato di vivere per sempre. Meno di un anno fa, il 9 luglio scorso, al tramonto, sulla terrazza della fortezza sulle rocce dell'Argentario, nel matrimonio da regina che lui le aveva regalato. Lo spettacolo finisce, la compagnia di giro si disperde.
Faceva ridere, Stefano Ricucci, eccome. Le sue battute - intercettate e pubblicate nella lunga estate della scalata (tentata) al Corriere della Sera - avevano fatto il giro del mondo. Si autodefiniva così: "Immobiliarista, finanziere, segno della Bilancia ascendente Toro, con la consorte segno Toro ascendente Bilancia", e inveiva contro banchieri e giuristi con la memorabile: "Ahò, ma che volete fa' i froci col culo degli altri?". E ancora: "P'annà a Napoli tocca piglià l'autostrada del Sole, non è che tocca annà sulla Casilina, no? Me sto a mette insieme a una delle più grandi banche italiane e con altri imprenditori che sono rispettabili, fino a prova contraria, no?" Ogni sua parola, anche quelle d'amore, i suoi conti, i suoi progetti: tutto, o quasi, era diventato di dominio pubblico. Facevano ridere i suoi commenti sul "salotto sano", e gli sberleffi da provinciale "in Italia se non hai il doppio cognome è reato", esagerati.
...
Qualcuno ricostruisce gli affari più clamorosi: palazzo Bonaparte, piazza Venezia 5 (dimora di Letizia, madre dell'Imperatore), gli frutta decine di miliardi. Un anno fa, esce allo scoperto e dichiara di avere una quota del 5 per cento di Rcs, a giugno arriva al 18,5, il 15 luglio minaccia: arriverò al 29,9. L'imprenditore Diego Della Valle è uno dei pochi a smontarlo: "il ragazzotto è un caso psicanalitico", dice in tempi non sospetti. E mentre Arturo Parisi invoca la questione morale contro le facili plusvalenze regalate ai furbetti, Giuliano Amato si chiede, in agosto: "È giusto rifornire di munizioni quei rentiers lì, i Ricucci, che poi magari le sparano nelle direzioni più pericolose?". Marco Pannella, invece sorride. "Provo simpatia per 'sti screanzati con le dita nel naso".
Nell'Italia che spesso fa il tifo per i nuovi arrivati, salvo poi voltare loro le spalle al momento del declino, Ricucci viene accolto come un principe vero al concorso ippico di piazza di Siena, alla pari con le teste coronate. Ai tavoli accanto al suo, tanto i Borghese quanto i Barberini e gli altri aristocratici, sorridono divertiti davanti alla ennesima preda da ridicolizzare. Lui pensa sorridano a lui, e sembra felice. È strafelice quando i commessi della tribuna autorità dello stadio Olimpico - altro luogo sacro alle divinità locali - offrono a lui e alla Falchi gli ambiti seggiolini azzurri. Ultima partita, il derby Roma-Lazio del 26 febbraio scorso. Adesso che il sipario del varietà Ricucci sta per chiudersi, la reggia dell'Argentario - ipotecata - non la vuole nessuno, come fosse stregata. Finiranno al trovarobe giudiziario la collezione di gemelli e di cravatte, le Mercedes nere, l'aereo Falcon, le tante interviste e le centinaia di foto. L'ultima battuta, comunque, spetta all'attrice principale. Disse Anna Falchi, al momento delle prime perquisizioni: "Ho fiducia nella magistratura, è giusto che facciano controlli. Quanto a me, io non ho paura di perdere tutto, io vengo dal niente, dalla polvere".
La bomba atomica dei poveri
Igor Man su La Stampa
La misurata severità dell'Onu, gli aspri rimproveri che tuttavia non escludono ragionevoli compromessi, gli inviti alla prudenza verbale sussurrati da quel complesso potere nel potere ch'è il Bazar di Teheran, niente e nessuno riescono a fermare il fiume di jattanza che ininterrottamente straripa dalla bocca compiaciuta di Mohammed Ahmadinejad, presidente eletto (a sorpresa) della Repubblica islamica dell'Iran. Nemmeno l'ammonimento, quanto mai esplicito, della Casa Bianca è valso a temperare la foga oratoria del "figlio del fabbro" travolto, si direbbe, da un allarmante delirio di onnipotenza. L'Iran vuole produrre energia nucleare, è suo diritto e nessuno potrà contestarlo, tanto meno Israele "corpo estraneo" che va cancellato dalle mappe geografiche: ipse dixit Ahmadinejad nel suo primo discorso da presidente - e non si stanca di ripeterlo - sia che parli al popolino ovvero ai corrispondenti stranieri.
...
A infastidirci non è la problematica corsa al nucleare dell'Iran in sottana. A preoccuparci è la bomba atomica dei poveri. Davvero a buon mercato poiché composta non da costose particelle ma da giovani manovali del terrore drogati, nel nome di Dio, da un odio furioso contro il mondo occidentale, verso una società ch'essi ritengono responsabile della disgrazia dei palestinesi senza patria.
Il gioco d'azzardo di Hamas
Umberto De Giovannangeli su l'Unità
L'Intifada del terrore torna a scuotere Israele. A colpire è un giovane kamikaze della Jihad islamica. A giustificare è il governo targato Hamas. La strage di Tel Aviv "è un atto di autodifesa, conseguenza dell'occupazione israeliana", afferma il ministro degli Interni palestinese Siad Siam, uno dei duri di Hamas. Parole pesanti, intollerabili, tanto più gravi perché a pronunciarle è l'esponente di un governo che dovrebbe agire per conto del popolo palestinese; un popolo che non può essere certo identificato né confuso con i seminatori di morte.
...
La linea scelta è quella giustificazionista. Al tempo stesso, un recente rapporto dello Shin Bet rileva che tra i 90 kamikaze arrestati da Israele negli ultimi tre mesi, nessuno è riconducibile alle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio armato di Hamas, mentre diversi provengono dalle fila di al-Fatah, il partito di Abu Mazen. "Ciò sembra indicare - è la conclusione a cui giunge il rapporto - che la ragione primaria dell'aumento proporzionale degli arresti è legata al cambiamento di status di Fatah dopo che Hamas ha vinto le elezioni parlamentari".
Una vittoria che oggi deve cimentarsi con la prova di governo. Una prova che comporterà inevitabilmente per Hamas una scelta di campo: trasformarsi, sia pure con gradualità, in un movimento politico a pieno titolo, o implodere in una nuova, devastante, deriva militarista. Nessuna ambiguità è accettabile sullo stop al terrorismo stragista. In questo quadro, va inserita l'iniziativa internazionale. Il blocco degli aiuti all'Anp, deciso da Stati Uniti ed Europa, rischia di rivelarsi inefficace se non addirittura controproducente a fronte del sostegno incassato dal governo-Hamas da Teheran, Damasco e anche dal Qatar e dall'Arabia Saudita. L'orizzonte a cui tendere sembra a noi quello delineato dall'ex presidente Usa Bill Clinton: ad Hamas, spiega Clinton, non dobbiamo chiedere di cambiare, tutto e subito, la propria ideologia, o riconoscere lo Stato d'Israele; ciò che dobbiamo pretendere è la rinuncia totale, e definitiva, alla violenza e al terrore. Un impegno a cui l'Europa non dovrebbe sottrarsi, per il bene di due popoli, e per non trasformare il Medio Oriente in una polveriera (nucleare) pronta ad esplodere.
19 aprile 2006