
sulla stampa
a cura di P.C. - 18 aprile 2006
Kamikaze a Tel Aviv Hamas: "Legittimo"
Davide Frattini sul Corriere della Sera
TEL AVIV "I miracoli non succedono due volte. Tre mesi fa non era morto nessuno, adesso questa carneficina". Come in un rituale, il kamikaze che si è fatto saltare a Tel Aviv ha scelto lo stesso chiosco colpito il 19 gennaio da un altro attentatore suicida. "Avevamo messo uno steccato di protezione, assunto una guardia. Non è servito", racconta il proprietario Pini Gershon.
Il suo bar vende shawarma, panini con dentro di tutto, un'accozzaglia di carne, verdure e ingredienti irriconoscibili. Confusione. La stessa che cercano gli uomini bomba tra le strade attorno alla vecchia stazione degli autobus: qui vivono i lavoratori stranieri, qui si muovono gli immigrati che vengono a cercare un impiego a giornata in città, qui ieri passeggiavano centinaia di turisti, arrivati da tutto il Paese durante i giorni di festa della Pasqua ebraica. Un bersaglio difficile da proteggere per la polizia: i nove morti all'ingresso del chiosco hanno fatto salire a oltre settanta le vittime di attacchi terroristici in quest'area.
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Il governo israeliano considera Hamas responsabile ("ripetono di volere la distruzione dello Stato ebraico, questi sono i risultati", ha detto David Baker, uno dei consiglieri) e il premier Ehud Olmert prepara la reazione militare ("sappiamo come rispondere", è stato il suo primo commento) con il ministro della Difesa Shaul Mofaz. In queste settimane l'esercito ha continuato i bombardamenti sul nord della Striscia di Gaza per fermare i lanci di razzi Kassam: ieri un palestinese è rimasto ucciso da un colpo di artiglieria.
Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite, ha chiesto ad Hamas di "prendere una posizione chiara contro gli attentati" e la Casa Bianca ha minacciato il movimento fondamentalista di "gravi conseguenze": "Il sostegno al terrorismo da parte dei ministri avrà effetti molto gravi sulle relazioni tra l'Autorità palestinese e tutti gli Stati che cercano la pace in Medio Oriente", ha detto il portavoce Scott McClellan.
Il timore del peggio
Sandro Viola su la Repubblica
I segni d´una possibile nuova escalation s´erano fatti nelle ultime settimane sempre più evidenti, e il terribile attentato di ieri a Tel Aviv è venuto a confermarli. Le bombe umane, i cannoni, i missili aria-terra sono infatti, ancora una volta, il solo linguaggio che i protagonisti del conflitto israelo-palestinese siano capaci di parlare. Per il resto, silenzio. Hamas non parla con gli israeliani, gli israeliani non parlano con i palestinesi, e di tutti i piani di pace discussi nell´ultimo quindicennio non restano che rottami.
Né si può dire che niente sia cambiato rispetto agli scenari precedenti. No, tutto precipita. Sino alla vittoria di Hamas alle elezioni di gennaio, il vecchio governo dell´Autorità palestinese condannava infatti (e dopo la scomparsa di Arafat lo ha fatto con accenti via via più sinceri) gli attentati della Jihad islamica e delle altre bande terroristiche.
Non riusciva a sventarli, ma almeno li censurava come "contrari agli interessi del popolo palestinese". Adesso il governo islamista li considera invece incensurabili, anzi legittimi, in quanto "costituiscono una risposta ai quarant´anni dell´occupazione israeliana". Tanto è vero che ieri Hamas non ha neppure accennato a distanziarsi dalla strage di Tel Aviv.
Una nuova "intifada", come quella durata sino a un anno e mezzo fa e che ha lasciato sul terreno poco meno di mille israeliani e tremila palestinesi, potrebbe quindi essere alle porte. E questo perché sui due versanti del conflitto non si scorgono più, al momento, intelligenza politica, misura, timore del peggio. Certo, gli israeliani bisogna capirli. In maggioranza, essi sono ormai favorevoli e lo hanno dimostrato col voto alle elezioni di marzo alla restituzione di gran parte dei Territori occupati. È infatti probabile che nei prossimi tre anni il nuovo governo guidato da Ehud Olmert evacuerà l´esercito e le colonie ebraiche dall´80-90 per cento della Cisgiordania.
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All´inizio dell´anno, i vertici dell´esercito avevano assicurato di possedere già la capacità tecnologica per sventare la minaccia dei razzi Qassam. Ma i Qassam hanno continuato a cadere sul territorio israeliano: e domani, quando vedesse che non le si permette di governare, Hamas potrebbe rompere la tregua. Ai Qassam artigianali s´aggiungerebbero allora i suoi Katyusha a più largo raggio, e ai martiri della Jihad islamica, i suoi martiri.
Mentre in assenza del minimo tentativo negoziale, nella disperazione provocata dal taglio degli aiuti, i palestinesi si stringerebbero attorno al movimento integralista, marginalizzando una volta per tutte i moderati vicini al presidente Mahmud Abbas.
Nessun dialogo con Hamas, organizzazione islamica, estremista e terrorista che non riconosce ad Israele "il diritto d´esistere"? La posizione è più che comprensibile: ma dove porterà? È un interrogativo che bisogna porsi non solo guardando al presente, ma anche al futuro. Pensando ai dirigenti di Teheran che sembrano muoversi senza più freni, e pensando al giorno (che non è tanto lontano) del ritiro americano dall´Iraq, d´un Iraq destinato probabilmente a diventare la testa di ponte più avanzata del terrorismo islamico. A quel punto, vale a dire nel prossimo futuro, non aver parlato ad Hamas potrebbe rivelarsi un altro grave errore.
Ora ripartire dalla Costituzione
Pietro Scoppola su la Repubblica
Fra incertezze e ansie una pagina è stata girata: Berlusconi non domina più la scena politica. Non è poco; ma non è chiaro se la pagina nuova che si apre sarà un inizio o la ripetizione di una vecchia storia.
Una campagna elettorale estenuante, ma povera di idee e di speranze, ha obbligato una percentuale altissima di elettori a delegare tutto ai partiti. Uomini e idee sono scomparsi: il rapporto del candidato con il territorio è stato annullato e il confronto elettorale si è trasferito dalla base del paese al livello mediatico.
Una pessima legge elettorale, voluta da una maggioranza timorosa di perdere, ha portato il Paese al peggior meccanismo di formazione della rappresentanza che la storia della Repubblica abbia mai conosciuto.
La risposta della opposizione di centrosinistra non è stata esaltante. Ha reagito con stupore alla sorpresa di non vedersi premiata come pensava; ma in realtà non ha opposto alla nuova legge elettorale nessuna iniziativa di partecipazione popolare nella formazione delle liste; è rimasta ingessata in un enciclopedico programma, voluto come un patto di fedeltà tra le sue varie e discordi componenti, più che come una proposta al Paese. È stata così costretta a giocare tutta la campagna in difesa piuttosto che all´attacco. È mancato ogni serio confronto culturale fra le tanto decantate tradizioni riformatrici che avrebbero dovuto innervare il centrosinistra. Il rapporto fra quelle diverse componenti si è trasformato in concorrenza appena velata dalla lista unitaria alla Camera.
Si insiste tanto sul Paese spaccato in due: ma la spaccatura è in gran parte legata proprio alla presenza della figura di Berlusconi, oggetto di smisurati sentimenti di amore e di odio. La polarizzazione su Berlusconi è stata molto più decisiva di quella su un centrosinistra privo di forte identità. Perciò nessun dialogo sarà possibile fra i due schieramenti che veda comunque partecipe Berlusconi: la sua uscita di scena è la condizione di qualsiasi tentativo di ampliamento della maggioranza parlamentare.
Romano Prodi ha una grande occasione: dopo una non felice campagna elettorale, può essere l´uomo giusto non solo per un´opera di risanamento economico, ma anche per stemperare risentimenti e rancori e spingere le due mezze Italie a riavvicinarsi e a riscoprire problemi ed esigenze comuni. Solo la formazione di un governo libero da troppi condizionamenti partitici renderà possibile una politica per l´unità.
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Un Paese in cui fosse davvero prevalente e dominante la mentalità che Berlusconi ha esaltato sarebbe un Paese in cui la democrazia non potrebbe affrontare le nuove sfide della storia del nostro tempo. La democrazia, tanto più nelle società ricche, ha bisogno invece di cultura e di forti tensioni ideali, di tanti voti non ispirati alla logica del portafoglio.
Per ricuperare occorre un ripensamento più profondo e l´impegno di tutte le agenzie che nel Paese contribuiscono alla formazione del tessuto etico, della cultura, della solidarietà.
La Chiesa italiana non può limitarsi a richiamare i pur grandi principi che interessano i valori della vita e della famiglia, ma deve avvertire, a me sembra, l´urgenza di contribuire a ricreare nel Paese un tessuto di valori di convivenza civile, di legalità. E´ impensabile che i valori "non negoziabili" su cui tanto la Chiesa insiste trovino ascolto in una società logorata dalla logica di un esasperato individualismo.
Una grande occasione sarà offerta dal referendum sulla riforma della Costituzione voluta da Berlusconi e da Bossi. Bisogna trasformare il "no" deciso a quella riforma, che rappresenta come ha notato Leopoldo Elia una "aggressione" alla Costituzione del ´47, in occasione per ristabilire un dialogo e per far comprendere a tutto il Paese quali sono i fondamenti della sua unità.
Certo non si ricrea artificialmente il clima storico in cui la Costituzione è nata; non si tratta nemmeno di negare l´esigenza di alcune riforme; ma si può fare della campagna per il no una grande occasione per un risveglio morale e una riunificazione del Paese.
L'Europa ci guarda
Antonio Padellaro su l'Unità
L'articolo del Financial Times è importante per almeno tre ragioni.
Primo. Le previsioni molto pessimistiche sull'uscita dell'Italia dall'euro entro 10 anni sono state smentite nel modo più netto dal portavoce della Commissione europea. Ciò non toglie che l'analisi del Ft sia fondata su quel dato incontrovertibile che è la situazione disastrosa dei nostri conti. Davanti a un triste bilancio che allarma l'Europa, l'ex ministro dell'Economia Tremonti dovrebbe chiedere scusa agli italiani invece di almanaccare su inverosimili larghe intese.
Secondo. Il timore dell'autorevole giornale britannico è che il governo Prodi contando su una maggioranza risicata, formata per di più da una coalizione variegata di partiti, non ce la faccia a rimettere in sesto un'economia così malridotta. I mercati giudicheranno il nuovo governo sulla base del suo operato, ha fatto rispondere il Professore che, dieci anni fa, alla guida di un altro governo portò l'Italia nell'euro insieme a un grande ministro dell'Economia di nome Carlo Azeglio Ciampi. Loro ci hanno fatto entrare in Europa. Sono Berlusconi e Tremonti che rischiavano di farci uscire. Questi sono i fatti.
Terzo. La sferzata del Financial Times rende ancora più irresponsabili le manovre messe in atto dal clan berlusconiano atte a disconoscere, attraverso la diffusione di notizie false, la legittimità del nuovo governo e a ritardarne il più possibile l'insediamento.
La situazione impone quindi che il governo Prodi possa mettersi al lavoro al più presto per salvare l'Italia dalla crisi e dalla deriva populista che l'ex premier cerca di fomentare e che la stampa europea più accreditata non esita a denunciare.
Le ragioni del Quirinale
Pierluigi Battista sul Corriere della Sera
Ha suscitato qualche comprensibile malumore la scelta di Carlo Azeglio Ciampi di affidare il compito di incaricare il premier del nuovo governo al presidente della Repubblica eletto dal prossimo Parlamento. Certo, appare legittima l'ansia di accelerare i tempi per mettere fine a una stagione convulsa di incertezze e di contrasti sin troppo accesi. Ma ragioni di elementare prudenza istituzionale dovrebbero indurre all'apprezzamento di una decisione dettata da un senso di equilibrio prezioso in un'atmosfera così infuocata di contrapposizione tra gli schieramenti che si sono contesi il primato nelle elezioni. Senza considerare la giusta preoccupazione del capo dello Stato per le prospettive di uno scenario politico reso enormemente più complicato dal margine sottilissimo della prevalenza numerica che consente al centrosinistra di rivendicare la guida del prossimo governo.
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È probabile infatti che il presidente della Repubblica (chiunque esso sia, quello attualmente al Quirinale o quello che dovesse subentrargli), chiamato a incaricare il nuovo presidente del Consiglio, possa trovarsi di fronte a un inedito bivio. Se infatti, come è possibile dopo aver finalmente e tardivamente accettato il pur amaro ma inequivocabile verdetto delle urne, lo schieramento che ha perso le elezioni dovesse suggerire un altro nome da affiancare a quello del candidato premier del centrosinistra Romano Prodi, a questo punto il compito del Quirinale non si ridurrebbe a un ruolo di mera notifica istituzionale. Beninteso, la scelta non potrebbe non essere, a meno di infliggere un intollerabile strappo allo spirito e alla lettera della democrazia maggioritaria dell'alternanza, l'incarico a chi ha vinto le elezioni e dunque al leader dello schieramento vincente. Ma se chi ha perso le elezioni, adducendo le ragioni della "ricucitura" di un Paese spaccato in due, intendesse suggerire un nome di "decantazione" un nome di una personalità vicina al centrosinistra ma non invisa allo schieramento opposto il capo dello Stato che pure volesse restare fedele alla doverosa scelta di incaricare Romano Prodi non potrebbe uscire improvvisamente di scena senza assumersi l'onere di impegnarsi negli sviluppi che inevitabilmente conseguiranno a quella scelta. Un impegno a tempo pieno e non solo l'atto di una firma prima del congedo.
Una partita da giocare
Mario Deaglio su La Stampa
Un debito pubblico che cresce più rapidamente della produzione; una maggioranza troppo risicata per realizzare le riforme necessarie a far crescere la produttività italiana alla stessa velocità di quella degli altri Paesi europei; la ricomparsa del "rischio Italia" sui mercati finanziari con un maggior onere per lo Stato tale da rendere ingestibile la finanza pubblica; e, in conseguenza di ciò, l'uscita dell'Italia dall'euro nel 2015, ossia alla fine della legislatura successiva all'attuale.
Questo "futuro possibile" delineato ieri con evidenza dal "Financial Times" segue di pochi mesi un'analisi di analogo tenore di "The Economist" e la richiesta polemica del più diffuso quotidiano finlandese che l'Italia - indicata come Paese che non fa sacrifici - esca dalla moneta comune. A cavallo di due legislature e di due maggioranze, tutto ciò dimostra che il giudizio negativo sull'Italia è dettato da qualcosa di più strutturale, più profondo e più tecnico di una possibile antipatia della stampa internazionale per il passato governo e non può essere affrontato con un semplice rigetto e con un patriottico sventolio di bandiere.
Questa non lusinghiera dimensione internazionaledella situazione italiana viene trascurata, o del tutto ignorata, nel dibattito economico mentre dovrebbe essere trattata non già come un atto di malanimo bensì come un'ipotesi coerente con la quale ci dobbiamo confrontare. Dobbiamo apertamente riconoscere che il primo obiettivo della politica economica del prossimo governo non può non essere il recupero di una soddisfacente crescita della produttività, unica fonte stabile di una maggiore competitività del Paese. Non facciamoci illusioni: senza questo recupero scompariremo dalla scena economica e, proprio per questo, un simile obiettivo dovrebbe essere condiviso da maggioranza e opposizione, nei loro rispettivi ruoli.
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Occorre registrare alcuni segnali spontanei di miglioramento, per lo meno congiunturale, sui quali una politica di più lungo respiro può oggi contare. Le grandi imprese italiane, sia pubbliche sia private, si sono date, negli ultimi due anni, strategie credibili che dovrebbero por termine alla lunga uscita dell'Italia dai settori produttivi avanzati. Dalle imprese piccole e medie, dopo lo shock dell'"aggressione " cinese, si notano segnali di nuove iniziative, di più efficace resistenza, di inversione di tendenza. Banche e mercati finanziari devono ancora fare la loro parte masi osserva qui una nuovaconsapevolezza della situazione. Abbiamo, insomma, ancora una partita da giocare; senza l'arrogante ottimismo del passato in cui credevamo di avere già vinto e senza il pessimismo viscerale di chi pensa che non ci sia più nulla da fare.
Il Governo non può attendere
Stefano Passigli su l'Unità
La lunga transizione istituzionale apertasi all'inizio degli anni Novanta ha prodotto un sostanziale mutamento nella nostra Costituzione materiale. In particolare, tre elezioni generali regolate dalla legge Mattarella hanno dato vita a una sostanziale, anche se imperfetta, tendenza al bipolarismo che nemmeno il ritorno alla proporzionale ha cancellato.
Se da un lato è vero che il mattarellum prima, e la reintroduzione della proporzionale ora, hanno aumentato la frammentazione del nostro sistema partitico e la disomogeneità delle coalizioni di governo, dall'altro è altrettanto vero che la competizione per il governo si incentra ormai su coalizioni e candidati premier ben identificati e tra i quali l'elettorato è chiamato a scegliere.
In altre parole, mentre durante tutta la prima repubblica e fino al 1994, le coalizioni di governo si formavano dopo le elezioni e la designazione del premier da parte del capo dello Stato era frutto di un complesso processo negoziale, dal quale era del tutto estraneo il corpo elettorale, oggi coalizioni di governo e premier sono sostanzialmente frutto diretto della scelta dei cittadini, modificando così in misura non lieve il ruolo nella formazione del governo dello stesso presidente della Repubblica.
Il capo dello Stato, infatti, mentre è ancora "arbitro delle crisi" che potessero occorrere nel corso della legislatura, certo ha visto limitarsi all'accertamento della volontà popolare il suo ruolo nella nascita del governo uscito dalle elezioni.
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La nascita del governo Prodi entro pochi giorni dall'insediamento delle Camere e dalla elezione dei loro presidenti è dunque non solo possibile, ma assolutamente necessaria.
Lungi dall'essere una prevaricazione nei confronti del suo successore, se il presidente Ciampi sceglierà - come auspico - questa linea, egli chiuderà il suo settennato con un atto pienamente coerente con la intransigente difesa della legalità repubblicana che ha caratterizzato tutta la sua presidenza.
La rivoluzione del vivere gratis
Edmondo Berselli su la Repubblica
A prima vista la vita gratis assomiglia alla caduta tendenziale del saggio di profitto. Oppure alla fine, morte e trasfigurazione della merce come feticcio. Ma in realtà non è il successo postumo della teoria marxiana del valore: è il trionfo postideologico della transizione dalla vita low cost all´esistenza a costo zero.
Ma come, non si era accertato una volta per tutte, grazie al meccanicismo monetarista di Milton Friedman, che nessun pasto è gratuito?
Sì, ma qui non siamo davanti al problema supercomplesso del welfare state, di chi lo mantiene, di chi ne approfitta, dei tartassati, che strapagano per tutti, e dei free rider, quelli che non pagano il biglietto e approfittano della corsa in metrò. La vita gratis è un´opportunità reale, non un dilemma fiscale. Il criterio è: non si paga. La macchina del capitalismo ha qualche ingranaggio che funziona in modo anomalo, o imprevisto. C´è una speranza anche per chi è al verde.
Proprio così, nel mondo contemporaneo la legge della domanda e dell´offerta lascia qualche buco, che genera economie inedite. La casa, i viaggi, le automobili, la stampa, il telefono possono finire in un circuito basato ancora sullo scambio, ma non sulla contropartita in moneta. Altro che "triste scienza", secondo l´espressione di Carlyle: l´economia a costo zero è una disciplina festosa, addirittura euforica. Anzi, prima di tutto ironica: perché è eccitante e divertente l´idea anarchica che il megacongegno globale incorpori alcuni ingressi, alcune falle, alcuni buchi, che lasciano un´opportunità a ciò che è gratuito. E se è gratuito è insensato. E se è insensato non appartiene più alla razionalità del calcolo economico.
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Eppure questo processo, pur così ingente e capace di influenzare l´esistenza di miliardi di individui, lascia praticamente intatte le riserve esenti dal calcolo economico. I nuovi "borghesi massa" potranno galleggiare nell´oceano economico saltando da una zattera all´altra, da un volo a basso prezzo all´altro, sapendo però che occorrerà lasciare una manciata di euro o dollari nella roulette di bordo, oppure accettando una serie di servizi offerti dalle compagnie zero cost. Invece i professionisti della vita gratis dovranno anche curare la loro comunità, il loro quasi mercato, o non mercato: perché la gratuità dell´offerta implica innanzitutto reciprocità, quindi norme accettate, reti di fiducia, e perfino forme specifiche di galateo.
In quanto l´ossimoro dell´economia gratis si fonda sul baratto, e sulla sua distribuzione in una "tribù" estremamente ampia, occorrono implicitamente regole per non assistere ai fallimenti del mercato, anche nel caso di questo mercato così particolare. Con il risultato che la fortuna di coloro che agiscono indisturbati alle spalle del capitalismo mondiale, che riescono ad annullare la legge economica vigente, dipende dalla loro capacità di osservare il contratto informale che hanno sottoscritto. La vita degli scrocconi, non è un paradosso, dipende dalla loro affidabilità.
18 aprile 2006