
sulla stampa
a cura di G.C. - 14 aprile 2006
L'ultimo bluff del Cavaliere
Mario Pirani su la Repubblica
Dramma sinistro o squallida farsa? La notizia che tutta questa montatura sarebbe stata escogitata sulla base di 4300 suffragi in bilico, lascia pendere la bilancia sulla seconda ipotesi. L´interrogativo configura comunque con impressionante puntualità la messa in onda di un copione che Berlusconi aveva annunciato prima che la campagna elettorale si concludesse. Nel valutare quel che sta accadendo non si può, infatti, non ricordare come tra un insulto e l´altro, fra "i bambini bolliti" e i "coglioni", il presidente del Consiglio ancora in carica si abbandonasse, nelle sue frenetiche esternazioni alla vigilia del 9 aprile, a fosche previsioni sui brogli che i suoi avversari stavano tramando.
Tanto da spingerlo ad invocare l´intervento dei caschi blu dell´Onu. Sembrava il leader dell´opposizione in Bielorussia o in qualche repubblichetta sudamericana e non il capo dell´Esecutivo di un grande paese dell´Unione europea. Dimentico, quindi, di avere ai suoi ordini il ministero dell´Interno, la Polizia, i Carabinieri, tutti incaricati di sovrintendere al corretto svolgimento delle operazioni di voto; dimentico di vivere in una democrazia consolidata, adusa ad elezioni libere e democratiche, anche nei passaggi più aspri del cinquantennio repubblicano; dimentico del rispetto dovuto alle istituzioni e al buon nome dell´Italia.
Non si trattava, però, degli ultimi sfoghi di un demagogo insidiato dal dubbio di non farcela, ma della predisposizione di un disperato piano di ricambio, nel caso dalle urne fosse uscito battuto. Nel valutare l´insania di questa scelta non va dimenticato, inoltre, che Forza Italia e i suoi alleati avevano, a conclusione della Legislatura, imposto a maggioranza una legge elettorale che li favorisse e li garantisse meglio, anche in caso di sconfitta. Evidentemente non basta; anzi quel risultato risicato al Senato, escogitato dagli pseudo costituzionalisti della Cdl per rendere fragile una diversa maggioranza, viene usato come indizio oggettivo di broglio.
Siamo, peraltro, già fuori di un normale contenzioso istituzionale, come poteva ancora apparire la verifica sulle schede contestate e sulla trasmissione dei dati dalla periferia al centro. Neppure il paragone con la Florida regge perché in quel caso né Kerry né Bush parlarono mai di brogli quanto di possibili errori dovuti alle nuove tecniche di voto. Quando, però, l´inquilino di palazzo Chigi vorrebbe rivedere i verbali di tutte le sessantamila sezioni elettorali, ricontare milioni di schede, ventila l´ipotesi di un decreto che, ad urne ormai chiuse, adegui le procedure legali di controllo ai suoi desiderata e, infine, rifiuta il decreto di sfratto urlando che "il risultato deve cambiare!", allora, nella migliore delle ipotesi, saremmo di fronte ad un caso patologico di crollo nervoso; nella peggiore ed è quello che paventiamo ad una ribellione consapevole alle regole basilari della democrazia parlamentare.
Chi conosce il personaggio può stupirsi fino ad un certo punto. La sua allergia per le regole, per il magistero della Legge, per la suddivisione liberale dei poteri ha prefigurato da tempo un epilogo tanto sciagurato.
Se così è, anche la repentina svolta di due giorni orsono, quando propose la "grande coalizione" e, quale che fosse l´esito dell´iniziativa, sembrò, comunque, capace di ridisegnarsi un profilo di autorevole capo dell´opposizione, preoccupato delle sorti del Paese, anche quella svolta s´illumina della livida luce di sempre.
Voleva soltanto, e ora lo si è visto, assicurarsi, con l´arma imprevista della seduzione, un diritto di comproprietà sul futuro governo. Forse anche per timore delle nuove disavventure penali cui potrebbe incorrere dopo le recentissime confessioni di Fiorani sul coinvolgimento nell´affare Antonveneta dei due sodali di sempre, i soliti Dell´Utri e Previti. Vista sfumare questa improbabile via d´uscita, che avrebbe invece voluto qui e subito, è rispuntato la mattina dopo il Berlusconi di sempre.
Quello sceso in campo, in primo luogo, per ragioni personali: sfuggire ai processi che incombevano per infiniti reati comuni, dal falso in bilancio alla corruzione dei giudici; rifare il codice a suo uso e consumo; assicurarsi il dominio totale dell´etere, diventando uno degli uomini più ricchi del mondo; soddisfare, infine, un illimitato delirio di onnipotenza che lo marca fin da giovane e lo ha spinto a paragonarsi alle più grandi figure della Storia.
L´impasto di queste pulsioni ha distillato l´essenza di quell´anti-politica che caratterizza l´anomalia del personaggio e ne spiega la pericolosità. Il contro veleno per placarne le sconfinate ansie di dominio, almeno nell´ambito di uno schema democratico, rimaneva il voto popolare, da lui sublimato come una salvifica unzione di cui era fatto oggetto. Che oggi questo voto possa venir meno, per una manciata di "coglioni", lo fa, quindi, letteralmente impazzire di rabbia e incredulità. La sua iracondia, l´oscillazione delle sue trovate per annullare il verdetto, la tensione parossistica che sta imponendo alle istituzioni fanno pensare allo stato d´animo tra il rivoltoso, l´insultante e il disperato dei fedeli di San Gennaro quando il "miracolo" non si compie e il sangue non si liquefa. A calmare le acque interviene allora, quando occorra, l´arcivescovo di Napoli che lascia intendere per l´anno successivo la soddisfazione delle attese. Occorre un analogo rito per sedare il Nostro? Chi interviene per far intendere all´Unto di palazzo Chigi che il "miracolo" non c´è stato, almeno non nelle dimensioni che lui pretenderebbe?
Fuor di metafora dovrebbero, in primo luogo, pensarci i suoi amici di cordata. A cominciare dai moderati dell´Unione, per ora mutoli alla guisa di quei moderati islamici che, a scanso di rappresaglie, preferiscono il prudente silenzio quando un kamikaze si fa esplodere nelle vicinanze. Sul piano istituzionale urge, poi, una presa di posizione netta del ministro dell´Interno, che ha fin qui certificato la correttezza del certame elettorale. Di fronte alla delegittimazione, nella forma e nella sostanza, del suo operato, della sua funzione di sorveglianza, della sua malleveria è lecito attendersi, per la tranquillità dei cittadini, non resti in disparte. Del resto non è da lui.
L´altro organo chiamato ad esprimersi con rapidità, chiarezza e autorevolezza è la Corte di Cassazione incaricata delle verifiche dei verbali e delle 43.000 schede "provvisoriamente contestate" (sempre che non siano soltanto 4300
L´intervento di ultima istanza spetta al presidente della Repubblica. Se Berlusconi, dopo la verifiche di rito della Cassazione, nel caso probabilissimo che i suoi desideri restino insoddisfatti, rientrerà nell´alveo della normale alternanza democratica, accettando il verdetto delle urne, nulla quaestio. Per contro, se si intestardisse ancora nel rifiutare i risultati sarà d´uopo che il Quirinale esplori una via (la richiesta esplicita di dimissioni o altro? ) per non trascinare un contenzioso tanto esplosivo per almeno due mesi, fin dopo l´elezione del nuovo Capo dello Stato. Le conseguenze per l´immagine dell´Italia, sia sul piano politico che degli equilibri economico-finanziari, sono intuibili. Da ultimo non resta da auspicare che la profezia di Moretti, almeno per quanto riguarda la scena finale del "Caimano", risulti smentita e che la prudenza sconsigli manifestazioni di piazza. Da destra e da sinistra.
Fassino: Pisanu sconcertante
Paola Di Caro sul Corriere della Sera
ROMA - Chiuso a Palazzo Grazioli, Silvio Berlusconi continua a ricevere i coordinatori regionali, i più stretti collaboratori, e chiunque possa confortarlo nel pensiero che lo tormenta da lunedì sera: le elezioni sono state caratterizzate da un tal numero di "irregolarità" che non possono aver fornito un risultato veritiero. "Abbiamo già recuperato almeno 5-6000 voti, e sono state ricontrollate solo le schede del Nord: chissà quante altre ne arriveranno con il prosieguo delle operazioni" che terminerà solo la prossima settimana, assicurano da Palazzo Chigi. Ma mentre il premier raccoglie elementi che avrebbe voluto rivelare oggi a Matrix, tra i poli è polemica durissima, che porta Mentana ad annullare la partecipazione alla trasmissione ("Con questo clima, meglio rimandare alla prossima settimana, quando faremo anche una puntata con Prodi") e che coinvolge il ministro dell'Interno Pisanu.
A chiamarlo in causa ufficialmente è il leader dei Ds. Fassino prima fa un appello perché si attenda "con serenità" l'esito delle verifiche senza "alzare inutili polveroni e tensioni nel Paese". Poi punta l'indice contro Pisanu: "È sconcertante che il ministro, che ha la responsabilità dello svolgimento elettorale e dello scrutinio dei voti, non senta la responsabilità di difendere la sua opera e quella della sua amministrazione e di dire" dopo che lo ha fatto Ciampi "quello che tutti sanno e cioè che tutto si è svolto regolarmente e nel clima più sereno e pacifico possibile".
A Fassino rispondono a brutto muso il coordinatore azzurro Bondi e il portavoce del premier, Bonaiuti: "È nervoso e impaziente" e "continua a demonizzare Berlusconi dopo che ha ottenuto il 50% dei voti". Ma è soprattutto Pisanu a replicare, per chiamarsi fuori in qualche modo dalla lite che infiamma i poli. "È scorretto - è scritto in una nota del Viminale - il tentativo di trascinare il ministro dell'Interno in una polemica infondata sui risultati provvisori delle elezioni politiche". Infatti il ministero non ha mai "interferito" nella gestione delle operazioni di voto e di scrutinio ed è "escluso da tutte le ulteriori operazioni che conducono alla proclamazione degli eletti". Insomma "non è consentito al ministro dell'Interno di intervenire in alcun modo sui procedimenti in corso", pertanto Pisanu "confida che l'obiettiva conoscenza dei fatti, la serena lettura delle norme vigenti e il comune senso di responsabilità facciano finalmente cessare polemiche e strumentalizzazioni che appaiono particolarmente dannose in un momento così delicato per la vita democratica del Paese".
Si riconta ma vince sempre l'Unione
Anna Tarquini su l'Unità
Volevano far passare anche la scheda con le corna sul simbolo di Forza Italia e il magistrato che lavora nell'Ufficio Circoscrizionale di Bologna si è dovuto opporre con tutte le forze. A Roma, per la seconda volta consecutiva dopo la denuncia di Paolo Guzzanti che diceva di aver visto centinaia di schede della Cdl invalidate senza ragione, ieri mattina si sono presentati gli ispettori dell'Osce. Hanno voluto avvicinare proprio il rappresentante di lista di Forza Italia: "Come sta andando il conteggio?". "Normale - è stato costretto ad ammettere - diciamo che il rapporto alla fine potrebbe essere 40/60. Quaranta schede in più all'Unione e 60 alla Cdl. Solo per tre schede non abbiamo firmato il verbale. No, gli equilibri non cambiano".
Così ovunque, anche in Lombardia dove alla fine della giornata i conti tornano più o meno pari: 300 schede contestate per tutta la Regione, 150 riassegnate, metà alla Cdl, metà all'Unione. Ecco i brogli di Berlusconi, un pugno di voti. Adesso la Cdl dice che forse sono solo 16mila rispetto ai 24mila che voleva accreditati, cioè un divario che non stravolge il risultato e non modifica soprattutto la vittoria dell'Unione, ma in realtà non è nemmeno così. Si parla di cifre che non superano la decina, che non spostano una virgola l'esito della competizione elettorale. Nella capitale come in Campania, in Lombardia, in Piemonte, in Veneto e persino in Sicilia il verdetto dei "controllori" è sempre lo stesso: è quanto accade ad ogni elezione. Piccole irregolarità nei verbali, uno due voti conteggiati male, ma si tratta sempre di errori che cadono nella norma e comunque di pochi voti per intere Regioni.
"La percentuale è minima - spiega ad esempio Evangelista Popolizio, il magistrato che a Roma, nelle sede di piazza Giovanni da Verrazzano sta passando al setaccio verbali e schede del Lazio - . Poche le contestazioni. C'era qualche scheda non assegnata perché la croce aveva strabordato il quadrato che delimita il simbolo. Altri avevano fatto anche un cerchietto all'interno del simbolo. Ma tutte queste sono state riconteggiate e sono in parità".
Quarantatrèmila schede contestate da verificare e il verdetto si avrà solo dopo Pasqua. Le operazioni di controllo chieste da Berlusconi che sono iniziate mercoledì richiedono più tempo del previsto, ma solo perché i magistrati stanno verificando anche tutti i verbali. Funziona così: in una stanza le addette del comune leggono i resoconti dei presidenti di seggio e contano i voti. Se tutto va bene questi vengono inseriti in un computer che automaticamente ricalcola i conteggi. Altrimenti si passa nella stanza accanto dove c'è il magistrato, due assistenti e i rappresentanti di lista. È lì che inizia il contraddittorio, esattamente come in un processo. E poi c'è il problema dei verbali in bianco, circa 150 solo a Roma, 180 a Napoli.
Fretta e inesperienza, come accade sempre. Qualche presidente di seggio non ha compilato tutti e tre i fogli che devono poi andare a prefetture e comuni. Questi voti sono stati tutti conteggiati, ma ora si tratta di capire l'iter. Di avere una risposta ufficiale dalle prefetture. Come hanno fatto ad avere i risultati, se li sono fatti dettare? Hanno letto direttamente le tabelle di scrutinio? È importante che anche questo sia chiaro perché svanito il bluff dei brogli sulle schede ora la Cdl ha cambiato obiettivo: "Ci sono circa 600 voti in più solo in Emilia Romagna e risultano da errori di trascrizione nelle tabelle di scrutinio" denuncia Gianluca Gironi, responsabile regionale della campagna elettorale di An. Mentre Calderisi ha chiesto la verifica di tutte le tabelle di scrutinio.
Cercano di mandarla per le lunghe. Ma già da ieri sera il nuovo spoglio ha sciolto ogni preoccupazione: il risultato del voto è certo. Anzi, il nuovo conteggio è risultato spesso in favore dell'Unione. Prendiamo il Lazio ad esempio dove venivano esaminate più di 5mila sezioni. Nel Lazio 1 ci sono state solo 150 contestazioni al Senato e 400 alla Camera. Per quanto riguarda il primo sono state attribuite 36 schede, 15 al centrodestra e 21 all'Unione. Alla Camera solo 55 erano quelle buone e 32 sono andate al centrodestra e 23 all'Unione.
Questi sono i dati che gli Uffici circoscrizionali nei prossimi giorni comunicheranno ufficialmente al ministero dell'Interno, alle Camere e alla Cassazione che entro il 20 dirà anche ufficialmente chi ha vinto.
Ritorno al futuro
Curzio Maltese su la Repubblica
Davvero non finirà mai questa demenziale campagna elettorale, postuma anche al voto? L´ossessione del passato, che è stata la natura più profonda del berlusconismo, continua nel dopo elezioni. Si capisce che un Berlusconi incapace di accettare la sconfitta, prigioniero della nostalgia di un potere quasi assoluto, voglia rinchiudersi nel fortino del suo perenne ´48 e lanciare la disperata battaglia ai "brogli comunisti". Coerente sino alla fine con la sua missione storica: aver bloccato per dodici anni la crescita del Paese. Meno comprensibile è che al gioco si prestino i nuovi vincitori. Sono ancora lì in televisione a rispondere alle accuse della destra, come in tutta la campagna elettorale, invece di rispondere ai cittadini. Si sono scusati di esistere per un decennio e ora si scusano d´aver perfino vinto. Che senso ha?
Comunque si guardi al risultato elettorale, il 9 e 10 aprile ha vinto la voglia di cambiare. Soprattutto nel voto dei giovani che è stato decisivo. Ora il compito dell´Unione, ignorato per larga parte della campagna elettorale, è di cogliere e dare risposte alla volontà di cambiamento, lasciare alla destra l´ossessione del passato e occuparsi del futuro.
Occorre che i vincitori recuperino la propria agenda e sulla base di questa si rivolgano direttamente al Paese. Aver vinto male non significa non poter governare bene e a lungo. Grandi stagioni politiche sono cominciate con un pugno di voti di vantaggio. Bush ha vinto la prima volta grazie a seicento voti in Florida e prima di lui l´era Clinton s´era inaugurata con la più bassa percentuale di consensi mai ottenuti nella storia da un inquilino della Casa Bianca. Altri esempi europei non mancano, da Blair a Schroeder a Zapatero. Il tratto che accomuna queste parabole, così diverse, è l´esser riusciti a comunicare subito all´opinione pubblica, favorevole e contraria, il senso di una profonda svolta nello stile di governo, l´inizio di una nuova stagione. Di contro, il fallimento del berlusconismo, pur con tutta la forza del suo radicamento nella società e con la potenza del suo apparato mediatico, è maturato fin dai primi mesi del 2001 e si è trascinato per cinque anni, con l´inutile impennata finale.
Nei primi cento giorni di Prodi si vedrà se la vittoria dell´Unione segna un passaggio d´epoca verso il futuro. L´Italia politica è spaccata in due ma tutti i quaranta milioni di elettori, oltre l´appartenenza ideologica, pongono al nuovo governo richieste comuni. La prima è avere finalmente un governo che mantenga le promesse elettorali. Berlusconi aveva promesso una riduzione delle tasse che non è mai arrivata. Prodi ha detto che taglierà di cinque punti il prelievo fiscale sugli stipendi. Ora può darsi che l´eredità economica lasciata dai governi Berlusconi-Tremonti si riveli assai peggiore del previsto. Ma milioni di lavoratori dipendenti, la categoria che si è più impoverita negli ultimi cinque anni, si aspettano che la promessa venga in ogni caso onorata. Se così sarà, Prodi potrebbe consolidare il suo governo molto di più che non andando a caccia di transfughi parlamentari. Altrimenti, toccherà assistere a un´altra lunga agonia politica.
Una seconda risposta che si attende da Prodi è sui giovani. Sono la chiave della vittoria dell´Unione e forse anche l´unica leva per combattere la sfida contro il declino industriale del Paese. Non esiste un´altra nazione europea, comprese Spagna e Grecia, dove i giovani contino meno nella società, sia così mal pagati e dipendenti dalla famiglia d´origine. Ci sono la scuola, la casa, il sostegno alle imprese giovanili e via elencando.
Un altro banco di prova per il prossimo governo è la questione degli immigrati. La legge Bossi-Fini ha fallito nella sua pretesa di garantire maggiore sicurezza e con questa legge è finita l´idea che l´Italia si debba impegnare a frenare invece che a organizzare i flussi migratori. Lo stesso Fini a un certo punto s´era è sganciato dall´approccio ideologico tradizionale della destra, portando in Parlamento una legge sul voto agli immigrati regolari. La vecchia proposta firmata dal segretario di An, non dai no global o dai centri sociali, offre un buon punto di partenza per costruire un dialogo bipartisan con la nuova opposizione. In ogni caso, vista l´esperienza del ´96, sarebbe un segnale significativo cominciare il dialogo dal voto agli immigrati piuttosto che dai soliti temi da "inciucio", come giustizia e televisioni.
A proposito di televisioni, gli italiani sono abituati a giudicare i nuovi governi dal modo in cui mettono mano alla Rai. Berlusconi aveva giurato di non spostare una pianta in viale Mazzini e l´ha stravolta, riempita di cortigiani ai vertici, dalla sua segretaria personale allo suolo degli aedi giornalistici. Nel programma dell´Unione sono scritte magnifiche parole sulla necessità di liberalizzare il sistema dell´informazione, televisiva e non, di sottrarre il servizio pubblico all´obbligo di servitù ai partiti eccetera eccetera. Bene, fatelo davvero, non lottizzate la Rai. Si compiano scelte professionali di alto livello. Sarebbe un messaggio immediato di un modo realmente nuovo di concepire la politica.
L´elenco potrebbe continuare.
La campagna elettorale è finita, gli italiani hanno votato, è l´ora di calare il sipario sul teatrino.
Sinistra, tutti i maldipancia per la "vittoria dimezzata"
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Non è così che la "ghenta", come Prodi chiama la "sua" gente, aveva sognato per anni la caduta del Cavaliere. Non così. Senza caroselli in piazza. Senza fuochi d'artificio. Senza tuffi nelle fontane. Al di là delle parole d'ordine, dei proclami di ottimismo, delle promesse di un futuro radioso, vale quanto ha scritto, sotto il titolo beffardo "Prodi si incarica", il manifesto: "Il popolo dell'Unione è sull'orlo della depressione ". Che razza di vittoria...
Sono giorni che il Professore cerca di risollevare il morale alle truppe. Di spiegare che va bene così, che i numeri ci sono, che all'estero finisce spesso sul filo di lana. Per scuotere il morale dei suoi è arrivato a fare il ganassa, come l'altra sera a Bologna. Dove, dopo aver assicurato che il suo governo "avrà l'impronta forte del primo ministro", ha fatto il verso a Carlo V: "Ci hanno preferito in tutti e cinque i continenti del mondo! " Sarà... L'Antartide, però, è lontano. E qui anche i duri e puri hanno dovuto invece scoprire che la metà del Paese sta dall'altra parte. E soprattutto stanno dall'altra parte le grandi regioni del Nord produttivo. E, come ha scritto Piero Sansonetti su Liberazione, "Berlusconi è ancora lì. Non è stato demolito. Il berlusconismo l'ideologia del guadagno e del profitto è forte, è radicata, è egemone in un pezzo vastissimo d'Italia. Bisognerà affrontarla. Senza pensare che basta lanciare anatemi contro Berlusconi, il caimano, per liquidare il suo sistema di pensiero e di potere".
Tutta colpa dei numeri che hanno spazzato via i sogni come la tramontana. Maledetti numeri. E sì che, come spiega una lettera al quotidiano comunista, i conti sbandierati dalla destra sulla "maggioranza assoluta " al Senato sono sballati: non ha contato la Val d'Aosta e il Trentino Alto Adige. Osservazione esatta. Rifatti i conti, visto che i votanti sono stati in totale 34.809.035, la CdL (17.367.081 voti) sta sotto la metà. E scende ancora se si calcolano gli italiani all'estero (879.933 votanti) col risultato che complessivamente, sul monte- voti totale (a meno che non consideriamo gli emigrati dei "gauchos" argentini, come con frettoloso dispetto ha fatto Paolo Guzzanti), la destra ha preso non 450 mila, ma 131.500 voti più della sinistra.
Chi si contenta gode? Mica tanto. "Come volete chiamarla?" chiede Stefano Benni, "Mezza vittoria, vittoria ai rigori, vittitta, non-sconfitta, maggioruzza, mini-maggioranza? Prezioso pareggio, scampato pericolo? No, non mi sento di chiamarla vittoria ". Colpa, va da sé, dei sondaggisti: "Se ne incontro uno, giuro che gli dirò questo: secondo il mio exit-poll lei ha, nell'immediato futuro, un tredici per cento di possibilità di prendersi un calcio nel culo, un dieci per cento di beccarsi un papagno in faccia, un sette per cento di venir morso all'orecchio, un tre per cento di ginocchiata nei coglioni e un sessantasette per cento che la lasci andare illesa. Ma le mie previsioni potrebbero essere clamorosamente sbagliate".
Fatto sta che, mentre un manipolo di Rifondazione, guidato dal trotzkista Francesco Ricci, intima ai rifondaroli di non votare la fiducia a Prodi per non permettere la nascita di "un altro governo basato su un programma lacrime e sangue e sostenuto da Confindustria" pena la scissione, gli orfani della "vittoria mutilata" rileggono mesti l'edizione straordinaria di Liberazione uscita dopo i primi exit-poll. Titolo: "Questa volta il '48 lo abbiamo vinto noi".
Testo di Rina Gagliardi: "È stato un Quarantotto? Ma sì. Ma un Quarantotto tutto alla rovescia". Bum! "Per la prima volta nella storia della Repubblica, la "paura dei comunisti" è stata vinta: anzi, è stata sostituita dall'affetto per i comunisti". Bum! "Ancora non stiamo gustando la straordinarietà della notizia: giustamente, in queste prime ore, siamo concentrati sull'umiliazione del Cavaliere, dei suoi alleati, dei suoi lunardi, moratti & company che stanno facendo le valigie". Bum! Conclusione: "Non è il governo rivoluzionario dei soviet e non è ancora una pratica di riforme, ma è una buona piattaforma per ricominciare ".
Ed ecco l'Espresso di Daniela Hamaui, sul quale Edmondo Berselli invita a "una attenzione supplementare a quella parte d'Italia e a quella parte politica che sono risultate tecnicamente soccombenti" e Giampaolo Pansa bacchetta quella sinistra "superba e ottusa" convinta "che il ciclo del Cavaliere fosse chiuso per sempre", fare la copertina con un Professore piccolo piccolo su una poltrona enorme: "Prodino ". Ecco il manifesto avvertire impietoso: "Tutti i leader in fuga dal governo". E spiegare, sotto il sommario "Fassino e Rutelli non possono tirarsi indietro ma nessuno insegue più le poltrone", che i principali esponenti del centrosinistra non "spasimano affatto" di fare i ministri o i sottosegretari: "Colpa di una vittoria elettorale all'indomani della quale nell'Unione si sentono un po' come a Fort Apache".
Ecco il Riformista, secondo cui dalle urne è uscito davvero "un Prodino", proporre "cinque condizioni per un negoziato", compresa la legge sul conflitto d'interesse ma anche la presidenza d'una Camera all'opposizione, per aggiustare i conti, rifare la legge elettorale e tornare alle urne: "Prodi avrà realizzato così il suo capolavoro di chiudere la transizione e aprire una nuova fase democratica ". Sarà. Un punto è certo, spiega Giorgio Ruffolo sul manifesto: "È nel buonumore collettivo che si promuove la rinascita". Se ha ragione, a destra e a sinistra siamo messi proprio bene...
I totem della CGIL
Massimo Riva su la Repubblica
La legge Biagi va cancellata, punto e basta. Ecco la prima richiesta che, con toni quasi ultimativi, il segretario della Cgil mette sul tavolo della maggioranza di centrosinistra ancora prima che questa si sia insediata in Parlamento e abbia dato vita al nuovo governo. Ma dire che si tratta di una sortita soltanto intempestiva è troppo poco. In verità questa è soprattutto una mossa politicamente sbagliata.
Finora Guglielmo Epifani si era costruito con tenacia e pazienza la fama di uomo solido, come deve esserlo un leader sindacale, ma anche pacato, riflessivo e responsabile.
Qualità che non si riesce più a riconoscergli in questa singolarissima iniziativa e per una serie di ragioni non breve.
Intanto, con questa richiesta, il segretario della Cgil cade nella trappola che governo e partiti del centro-destra hanno costruito attorno alla tanto discussa legge 30, trasformandola in una sorta di "totem" intoccabile al quale attribuire poteri taumaturgici sul mercato del lavoro. Reclamare l´abrogazione "tout court" di questo provvedimento come preliminare a una nuova politica per l´occupazione significa, infatti, farne il feticcio di tutti i mali. Ovvero cadere in un vizio di idolatria, contrario ma speculare a quello dei sostenitori della legge. Così chiudendosi in un pregiudizio ideologico che è l´esatto opposto dell´empirismo pragmatico che dovrebbe caratterizzare l´opera di chi guida una confederazione sindacale.
Che il "boom" dei lavori precari abbia trovato un potente incentivo nell´applicazione della legge 30 è un fatto difficilmente contestabile. Tanto che c´è chi attribuisce il miglior risultato ottenuto dai partiti dell´Unione nel voto per la Camera rispetto a quello per il Senato al combinato disposto di due elementi decisivi. Da un lato, il fatto che per Montecitorio abbiano votato anche le classi anagrafiche fra i 18 e i 25 anni.
Dall´altro lato, il fatto che tutti i leader del centro-sinistra abbiano fatto della lotta contro il precariato giovanile un tema centrale della loro campagna elettorale. Ma il risultato delle urne è stato tutt´altro che un plebiscito a favore dell´Unione e del suo programma. Nel quale, comunque, sul tema specifico l´impegno non era e non è per l´abrogazione pura e semplice della legge 30, ma quello di una sua revisione ancorché profonda alla luce degli eccessi di precarizzazione del lavoro soprattutto giovanile indotti da alcune misure applicative, che forse neppure Marco Biagi avrebbe condiviso. Su queste si tratta di intervenire con opportune modifiche o cancellazioni, come saggiamente ha sempre detto il futuro presidente del Consiglio, Romano Prodi.
Nel quadro politico post-elettorale, anche questo oggi più che mai precario, a che cosa può mirare allora la minacciosa richiesta della Cgil? Certo, non ad aiutare il comunque difficile compito che Prodi si è assunto di tenere insieme la squadra dell´Unione ma anche di aprire le porte del dialogo con quell´altra metà del paese che ha respinto il suo programma. Operazione che non c´entra un bel nulla con prospettive di cosiddetti "inciuci" coi vertici dell´opposto schieramento politico. Ma che passa per un rapporto di attenzione alle ragioni e agli interessi di quelle non trascurabili fasce sociali che per diffidenza verso la "serietà al governo" promessa da Prodi hanno preferito, magari senza entusiasmo, votare Berlusconi.
Guglielmo Epifani è consapevole oppure no che solo il successo di una simile apertura da parte di Prodi potrà consentire alla maggioranza di centro-sinistra di governare utilmente il paese? Si obietterà che questo non è un problema del sindacato che, anzi, nella sua autonomia può infischiarsene delle conseguenze delle sue mosse sul quadro politico. Altro errore e piuttosto grave. Perché uno dei cardini della svolta politica legata al nuovo e futuro governo di centro-sinistra riguarda un punto particolarmente sensibile nell´ottica sindacale: il ritorno a quel metodo della concertazione fra potere politico e parti sociali che, nel decennio scorso, ha dato frutti straordinari sul terreno della lotta all´inflazione, cioè a difesa del potere d´acquisto di stipendi e salari.
Quel che è sicuro è che con simile atteggiamento il tavolo della concertazione salterebbe subito dopo essere stato aperto, tirandosi dietro nel fallimento quel governo che un´altra metà abbondante di italiani ha votato e vorrebbe che riuscisse a realizzare il suo programma. Segnatamente a tutela di quelle parti più deboli della società che il populismo berlusconiano ha abbandonato a se stesse e che finora credevano di poter guardare ad Epifani come a un attento e sapiente difensore delle loro ragioni.
Israele e il dilemma Hamas
Thomas Friedman su la Repubblica
Non ha ancora un nome di richiamo come "Guerra dei Sei giorni", "Terza Intifada" o "Guerra di Suez", ma da quando Israele si è ritirato da Gaza tra israeliani e palestinesi è in corso un´occulta guerricciola. Forse è proprio così che dovremmo chiamarla, "L´occulta guerricciola", o meglio ancora sarebbe se la chiamassimo col suo vero nome: "Stupida".
Vediamo un po´: Israele si ritira dalla Striscia di Gaza. Ai palestinesi si presenta l´opportunità, non eccezionale e neppure ideale, ma pur sempre l´occasione migliore che sia mai stata presentata loro, di costruire qualcosa di rispettabile senza che l´esercito israeliano di occupazione tenga loro il fiato sul collo, e che cosa fanno? In linea di massima si fanno guerra tra di loro ed esercitano pressioni su Israele con missili Qassam, scatenando rappresaglie israeliane sempre più forti.
L´Ue ha addirittura deciso di bloccare i finanziamenti umanitari al nuovo governo palestinese guidato da Hamas e quando gli europei fanno i duri con i palestinesi si sa, è segno che questi ultimi si stanno davvero comportando da stupidi. L´Ue ha detto che non darà direttamente aiuti o soldi al governo di Hamas per stipendiare i dipendenti pubblici palestinesi fino a quando esso non accetterà di attenersi alle decisioni prese dai palestinesi che li hanno preceduti di riconoscere Israele e dire basta alla violenza.
E se Israele, Stati Uniti e Ue avessero ragione in linea di principio, ma ciò in pratica portasse a un disastro ancora peggiore? A che cosa mi riferisco? Ebbene, iniziamo dalla linea di principio. Essere democratici non significa soltanto aver vinto una libera elezione: essere democratici implica il rispetto della legalità, delle convenzioni costituzionali e delle decisioni prese dai parlamenti eletti in precedenza. Sia l´Autorità Palestinese guidata da Fatah, sia l´Olp avevano riconosciuto il diritto a esistere di Israele e, quanto meno sulla carta, avevano rinunciato a ricorrere all´uso della forza. Il governo Hamas, invece, ha respinto entrambe le cose. L´unico modo per Hamas di procedere democraticamente a una cosa simile è istituendo un nuovo referendum e chiedendo ai palestinesi di revocare queste posizioni consolidate. Che Hamas invece respinga unilateralmente le posizioni ratificate dal precedente parlamento palestinese è soltanto abuso di potere. Sarebbe come se il presidente Bush facesse a pezzetti il Trattato sul Canale di Panama.
Come se non bastasse, un governo democratico ha l´obbligo di esercitare il monopolio della forza. Hamas non può chiedere al mondo di rispettare le sue credenziali democratiche se dal canto suo si rifiuta di impedire ai militanti palestinesi di attaccare Israele da Gaza con missili o attentatori suicidi. Hamas non può sostenere di non avere responsabilità alcuna per gli "arbitrari" attentati perpetrati contro Israele dalle milizie subordinate alla sua autorità sovrana.
"Un´organizzazione terroristica arrivata al potere grazie alla democrazia procedurale non può essere equiparata a un governo democratico" ha detto il teorico politico israeliano Yaron Ezrahi. "Ogni giorno che passa senza che Hamas cerchi di fermare il fuoco di fila di missili su Israele o di riconoscere gli accordi internazionali sottoscritti dal "precedente governo palestinese" è un giorno di più in cui si compromette la legittimità dell´elezione di Hamas".
Che facciamo, allora? Li priviamo di tutti i finanziamenti finché non diventeranno ragionevoli? E se questo portasse a una massiccia disoccupazione in Cisgiordania? Certo, sarebbe colpa di Hamas, ma in definitiva sarebbe Israele a subirne le conseguenze, ritrovandosi sulla soglia di casa una popolazione palestinese in preda alla disperazione. Altrimenti, che accadrebbe se tenere sulla corda Hamas volesse dire indurlo ad allearsi con l´Iran, affinché sia l´Iran a pagare i suoi conti? Una cosa simile potrebbe mai essere nell´interesse di Israele? Come mi ha fatto notare Nahum Barnea, uno dei più importanti columnist israeliani, l´opinione pubblica israeliana è di umore "molto pragmatico" quando si tratta di Hamas. Nelle ultime elezioni Bibi Netanyahu ha imperniato l´intera campagna del Likud sulle veementi accuse al partito Kadima di essere pronto a stringere un accordo con Hamas, ed è stato sconfitto. Gli elettori israeliani hanno respinto in massa il suo messaggio.
Il fatto è che la campagna di attentati suicidi di Hamas durata quattro anni ha avuto un forte impatto sulla psiche degli israeliani, che ora non intendono assistere ad una sua ripresa. Una buona maggioranza di israeliani negozierebbe con Hamas domani stesso se potesse persuadersi che Hamas garantirà un cessate il fuoco a lungo termine.
Concludendo: sì, in linea di principio Hamas non merita di essere trattato alla stregua di un governo democratico. In pratica, però, Hamas ha qualcosa che gli israeliani vogliono a tutti i costi: un cessate il fuoco, non riconoscimento. Israele optò per abbattere il governo di Yasser Arafat e si è ritrovato Hamas. Se ora facesse fuori Hamas, che cosa si ritroverebbe? Non lo so. Non è facile rispondere. I libri di testo non spiegano come delineare la politica più giusta per trattare con un gruppo terroristico democraticamente eletto, che merita sì di essere disdegnato, ma che ha proprio quel qualcosa che ti sta a cuore.
Rice all'Onu:"Per l'Iran pronti all'uso della forza"
Gabriel Bertinetto su l'Unità
L'uso della forza contro l'Iran potrebbe essere chiesto dagli Usa all'Onu, quando il Consiglio di sicurezza si riunirà nuovamente per decidere quali risposte dare alla sfida nucleare di Teheran, che rifiuta di interrompere il proprio programma atomico. Condoleezza Rice, segretario di Stato americana, lo ha chiaramente detto, rispondendo alle domande dei giornalisti dopo un colloquio a Washington con il ministro degli Esteri canadese Peter MacKay, anche se l'ha presentata come una ipotesi nel contesto di un ragionamento analitico. "Non c'è dubbio che l'Iran continui a sfidare la volontà della comunità internazionale, nonostante gli sia stato chiaramente detto di fermarsi", ha affermato la Rice.
Quando il Consiglio di sicurezza si riunirà, ha ancora detto Condoleeza Rice, "bisognerà indicare certe conseguenze per questo comportamento, per questa sfida. E noi esamineremo tutte le opzioni di cui dispone il Consiglio di sicurezza. Uno strumento che il Consiglio di sicurezza possiede, e l'Aiea (Agenzia internazionale per l'energia atomica) invece non ha, è la possibilità di costringere, per mezzo di risoluzioni emesse nel quadro del capitolo 7, gli Stati membri dell'Onu ad obbedire alla volontà del sistema internazionale". L'articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite è appunto quello che permette il ricorso alla forza per imporre l'applicazione della volontà dell'Onu, e fu applicato nei confronti dell'Iraq con la risoluzione 1441 del 2002.
Il paragone fra poteri dell'Onu e dell'Aiea è stato probabilmente suggerito a Condi Rice dalla missione che in quelle stesse ore il direttore generale dell'Agenzia, Mohammed El Baradei, stava svolgendo a Teheran. El Baradei è giunto nella capitale iraniana mentre alcuni fedelissimi del presidente Ahmadinejad inscenavano una festosa celebrazione dei successi nucleari nazionali, divorando una grande torta di colore giallo. Gialla come l'uranio da arricchire nelle centrifughe dell'impianto di Natanz. Gli americani chiamano "yellowcake" (torta gialla) la sostanza che è all'origine dei vari processi di trasformazione negli stabilimenti atomici. El Baradei ha per l'ennesima volta esortato le autorità della Repubblica islamica a sospendere il loro programma produttivo.
La risposta è stata negativa. "Queste proposte non sono molto importanti per risolvere il problema, visto che noi cooperiamo in maniera costruttiva con l'Aiea, che El Baradei si trova qua, e che gli ispettori e le telecamere dell'agenzia sono in Iran". Così ha affermato il caponegoziatore iraniano Ali Larijani, illustrando in una sola frase i due diversi atteggiamenti che Teheran adotta verso il resto del mondo in questa fase della crisi.
Da parte sua El Baradei, commentando l'esito dei colloqui, si è limitato a dire di avere avuto "una buona discussione" e "scambi di vedute". Ma l'unica cosa su cui si è trovata un'intesa, è la necessità di "continuare un dialogo intenso nelle settimane a venire per poter fare progressi su una questione così difficile e importante". El Baradei ha comunque definito "fruttuoso" l'incontro con Ali Larijani, pur aggiungendo di non essere in grado di stabilire se l'Iran sia davvero riuscito ad arricchire uranio al 3,5 per cento, come annunciato alcuni giorni fa.
14 aprile 2006