
sulla stampa
a cura di P.C. - 30 marzo 2006
Il conflitto che pesa sulla sfida elettorale
Ezio Mauro su la Repubblica
Nei giorni pari il Cavaliere fa il lupo, nei giorni dispari l´agnello. Oggi è dispari, perché è cominciato il lamento sulla sorte delle sue tre televisioni. "Le minacciano dice Berlusconi e questo dimostra che siamo ancora una democrazia incompiuta". In realtà il suo impero cresce, le televisioni godono di ottima salute, e non le minaccia per fortuna nessuno. Semplicemente, il leader della destra italiana potrebbe perdere le elezioni, anche se tutto è ancora incerto. Ma questo basta perché tre intellettuali come Giuliano Ferrara, Piero Ostellino e Sergio Ricossa dopo anni di ascetico silenzio sull´intreccio costituente tra la destra e le sue televisioni facciano immediatamente eco al lamento berlusconiano, con un pubblico appello che chiede a Prodi un impegno a non varare alcuna legge che obblighi Berlusconi a scegliere tra azienda e politica.
Tutto questo, in realtà, ci porta direttamente davanti al peccato originale del decennio italiano: il conflitto d´interessi del Cavaliere. E cioè, per dirlo in termini di scuola, quell´insieme di cointeressenze proprietarie e di responsabilità politiche che coabitano nella figura e nell´azione del presidente del Consiglio, perché non si è voluto liberare delle prime mentre acquistava le seconde. È un conflitto plastico, nella sua evidenza clamorosa e conclamata, talmente esteso e su materie così sensibili da profilarsi come una turbativa strutturale del sistema politico e istituzionale italiano. Si può provare a parlarne seriamente come di un grande nodo della democrazia italiana, fuori dalla propaganda elettorale? Si può addirittura tentare di farne un tema bipartisan, fuori dalla ricerca di vendette assurde e vantaggi impropri, nella convinzione che sia interesse generale della nostra democrazia risolverlo?
...
Si deve dunque ragionare sulla televisione come moderna agorà, cioè lo spazio privilegiato dove si svolge il mercato delicatissimo e decisivo del consenso, il luogo politico dove si forma quel soggetto fondamentale e sensibile delle società contemporanee che è la pubblica opinione. Ora, come è possibile che in Italia quel mercato così cruciale sia l´unico che non è regolato, ai fini di renderlo libero? Di conseguenza, siamo l´unico Paese dell´Occidente dove un soggetto politico di assoluta rilevanza che guida un partito, guida la maggioranza del Parlamento legislativo e guida il legittimo governo del Paese, controlla nello stesso tempo anche l´universo televisivo: le tre reti private per via proprietaria, le tre reti pubbliche per via politica. È qualcosa che la nostra democrazia abituata alle peggiori lottizzazioni, di destra, di centro e di sinistra non ha mai conosciuto. Peggio, è qualcosa che non conosce nessuna democrazia occidentale.
È evidente che in termini di principio questa anomalia non è accettabile. È chiaro che non è un problema giocobino, ma una questione liberale. È pacifico che Berlusconi e la sua maggioranza non lo hanno voluto affrontare, perché l´attuale legge sul conflitto d´interessi è una burletta. Né lo vogliono affrontare oggi, nel momento delle geremiadi anticipate contro la sinistra liberticida. Ma chiedere a un leader che vuole concorrere per le due più alte cariche del Paese di liberarsi dal carico confliggente delle sue aziende, di scegliere tra la dimensione politica e quella imprenditoriale non è un gesto illiberale: è un gesto di chiarezza e di garanzia per tutti. E tuttavia, senza arrivare a questo: si può correggere l´anomalia separando seriamente dico seriamente la proprietà dalla gestione? Che cos´ha da dire in proposito la destra, visto che l´anomalia è evidente ed è un problema della democrazia, non della sinistra? Che proposta hanno gli intellettuali preoccupati solo dell´inesistente "esproprio"? Dopo dodici anni, può il partito-azienda aiutare l´azienda ad essere un po´ meno partito, almeno nella divisione degli spazi? Ecco la questione capitale. Tocca alla destra rispondere, se vuole essere credibile.
Anche perché in tutti questi anni tra i tanti appelli terzisti o pseudoliberali che spuntano ad ogni elezione, ne è mancato uno di poche righe, semplice e tuttavia doveroso: "Poiché il conflitto d´interessi esiste, ed è un´anomalia evidente, Silvio Berlusconi prenda un impegno d´onore a non usare le sue televisioni in modo da squilibrare dalla maggioranza o dall´opposizione il normale confronto politico". È certo una dimenticanza, che però è durata dodici lunghi anni. Con la televisione accesa.
Tasse nascoste a Destra
Nicola Cacace su l'Unità
La pressione fiscale nazionale compatibile con uno Stato sociale europeo non può essere inferiore al 40% del Pil. Chi, come Berlusconi promette di scendere sotto il 40% imbroglia perché non dice che dovrebbe ridurre contemporaneamente sanità, sicurezza, scuola e servizi sociali. Questo non significa che non possa ridursi la pressione fiscale individuale per la stragrande maggioranza dei cittadini a patto però di agire su tre fronti: 1) ridurre l'area dell'evasione, stimata nel 30% dei contribuenti e nel 10% del Pil; 2) tornare ad una progressività decente delle aliquote Irpef; 3) riequilibrare il rapporto tra trattamento fiscale dei fattori produttivi (capitale e lavoro) e rendite finanziarie.
...
Oggi esistono tre modelli di pressione fiscale. Vediamoli.
Modello americano. Pressione fiscale intorno al 30%, spesa sociale inferiore al 20% del Pil e Stato sociale ridotto al minimo. Sanità pubblica ("Medicare" e "Medicaid") solo per anziani poveri, sanità privata dai costi crescenti con 50 milioni di cittadini senza alcuna copertura sanitaria né pubblica né privata perché non abbastanza ricchi per pagarsela, pensione sociale per tutti i lavoratori pari al 30% del salario e metà dei lavoratori attuali che non avranno pensione integrativa perché impossibilitati a pagarsela, diritti di maternità non retribuiti, ferie retribuite pari a 10 giornate l'anno, indennità di disoccupazione per sei mesi pari al 60% del salario, istruzione pubblica sempre più povera di fondi ed istruzione privata sempre più cara, sicurezza per i ricchi affidata a guardie private, oggi in numero superiore ai poliziotti statali .
Modello centro europeo. Pressione fiscale tra il 40% ed il 45%, spesa sociale di poco inferiore al 30%. Sanità pubblica e gratuita per tutti i cittadini, con l'Italia all'ultimo posto per spesa privata crescente che oggi supera il 30% della spesa sanitaria complessiva. Pensioni pubbliche per tutti intorno al 75% dei guadagni dell'ultimo decennio, sia pure sottoposte a riduzioni per invecchiamento della popolazione, precarietà crescente dell'impiego e costi dell'assistenza sociale caricati, come in Italia, sul budget previdenziale dei lavoratori dipendenti. A differenza degli USA, in Europa la maternità retribuita è garantita dovunque così come le ferie che vanno da 4 a 5 settimane l'anno. Tranne che in Italia, dove l'indennità di disoccupazione è generalmente garantita per sei mesi e solo per il 40% del salario, nella maggioranza degli altri Paesi europei l'indennità di disoccupazione può arrivare sino a uno-due anni ed al 75% della retribuzione. L'istruzione è pubblica è garantita a tutti sino all'università, anche se in Italia, a costi privati crescenti.
Modello scandinavo (Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca) più Olanda. Pressione fiscale intorno al 50%, spesa sociale di poco inferiore al 40%. Sanità pubblica ed istruzione gratuite per tutti, comprese spese universitarie. Sistema pensionistico che, anche dopo le recenti riforme, resta pubblico anche se con rendimenti (rapporto tra pensione e salario) decrescenti per l'allungamento della vita media. Diritti di maternità ricchi per tutte le lavoratrici (il cui tasso di attività è a livelli record), asili nido ed assistenza familiare ad anziani e bonus per ogni nato (sino al diciottesimo anno) per tutti. Tasso di occupazione, crescita del Pil e attività di investimenti diretti esteri a livello record, 30% degli investimenti fissi contro il 10% negli Usa ed il 2% in Italia.
...
Tasse, Prodi smentisce la Cdl
Marco Marozzi su la Repubblica
ROMA - "Siamo francamente stanchi. La destra inventa un programma che non è il nostro". Teso, duro, spesso professorale, maneggiando dati e tabelle. Romano Prodi ha scelto di rispondere così a quelle che chiama le "menzogne" degli avversari.
Terza conferenza stampa in una settimana. E stavolta con lui c´erano Pierluigi Bersani ed Enrico Letta, i responsabili economici di Ds e Margherita. Ministri sicuri se il centrosinistra vincerà. Si vedono ex deputati che potrebbero fare i sottosegretari: Micheli, Passigli, Petrini. Grande attenzione in Piazza Santi Apostoli. C´è anche il direttore della radio del Sole 24 ore, Santalmassi. La traide al tavolo rassicura, contrattacca, rilancia. Per un´ora snocciola piani e promesse. "Nessuna aumento delle imposte su Bot e Cct già in circolazione". Per quelli futuri la tassazione, ora al 12,5%, sarà la stessa di "tutti gli introiti da capitale". "Fra il 19-20%". Nessun aumento dell´Ici, anzi "l´abbasseremo molto", però in una generale riforma del Catasto. Tassa di successione reintrodotta "solo per i grandissimi patrimoni". Abbassamento del cuneo fiscale di cinque punti, recuperando un´evasione fiscale "grandissima" e una spesa pubblica "inqualificabile". Allineamento del costo del lavoro precario con quello stabile. Tasse su conti bancari e postali dal 27 al 20%. "Ne beneficerà il 64% dei risparmiatori".
All´Ulivo ripetono che i sondaggi non mutano, "vantaggio consistente", ma lo sparare continuo da destra - "se Prodi vince aumenta le tasse" - fa infuriare il Professore. "E´ un problema di serietà". Niente tasti sensibili, assicura, nell´eterogenea coalizione. "Ci attribuiscono intenzioni strampalate, incredibili che non sono nel programma". Sventola il librone di 281 pagine, si arrabbia - "leggetelo" - quando i giornalisti gli ricordano che Bertinotti in tv ha ventilato di reintrodurre la tassa di successione allo stesso livello (sopra i 350 milioni di lire) pre-abolizione da parte di Berlusconi. "Queste cifre non sono nel programma che abbiamo tutti firmato" si indurisce Prodi. E poco dopo lo stesso segretario di Rc parzialmente corregge: "Era solo un´indicazione. Nessuna cifra. Non sotto il vecchio tetto. Se ne parlerà insieme".
...
Recuperare l´evasione fiscale è il filo conduttore. "Sono 200 miliardi. Con un terzo risolveremmo i nostri problemi". Basta con i "furbetti del quartierino" attacca Prodi a proposito della tassazione delle rendite finanziare con cui si contano di recuperare 2,5 miliardi. Atto d´accusa totale al governo Berlusconi: ha portato la spesa pubblica al 4,7% del prodotto interno. "Se fossimo rimasti a una crescita del 2% avremmo risparmiato 8 miliardi di euro". E´ da questa duplice tenaglia virtuosa che si punta a trovare i 10 miliardi per ridurre il cuneo fiscale. A destra urlano che è impossibile. "E´ una campagna elettorale assurda, post moderna. - sospira Prodi - Con il presidente del Consiglio che si comporta da capo della maggioranza e contemporaneamente dell´opposizione".
Gli errori dell'Unione
Mario Deaglio su La Stampa
Quando Silvio Berlusconi, nel corso delle sue infuocate declamazioni, afferma che i comunisti mangiano (o magari fanno bollire) i bambini, nessuno ci crede veramente e la cosa finisce lì. Se afferma invece che Bertinotti vuole reintrodurre l'imposta di successione su patrimoni anche medio-piccoli, pari a 350 milioni di vecchie lire, il cittadino medio ne rimane immediatamente turbato, comincia a fare i conti su quanto gli toccherebbe pagare; e una parte del ceto medio, essenziale per il suc-cesso elettorale dell'Unione, raffredda di colpo i propri entusiasmi per il cambiamento.
Alla distanza, così com'è naturale in una democrazia, il tema fiscale emerge come una delle maggiori determinanti della decisione di una fascia importante di cittadini non tanto di appoggiare questo o quello schieramento quanto di recarsi o non recarsi a votare. Nei giorni scorsi, l'Unione ha sicuramente avuto serie incertezze, se non ambiguità, in questo campo estremamente sensibile, lasciando i suoi possibili elettori privi di alcuni elementi di giudizio e suscitando malumori e disorientamenti. Nasce di qui la tentazione, avvertita in alcuni sondaggi, di seguire i segnali, al contrario robustamente positivi, anche se del tutto irrealistici, lanciati dalla Casa delle Libertà, di rifugiarsi per un momento in un'Italia economica che non esiste e in cui tutto va bene, invece di affrontare una situazione reale con le sue difficoltà e zone d'ombra ma anche con le opportunità di cambiamento.
Dopo un'attesa che è durata oltre una settimana, le incertezze hanno cominciato a diradarsi soprattutto nella giornata di ieri, a seguito di doverose puntualizzazioni in base alle quali il programma economico dell'Unione appare impostato su tre pilastri. Il primo è l'uniformazione della tassazione dei redditi da capitale, il secondo la riduzione di cinque punti percentuali del cuneo fiscale, il terzo la lotta all'evasione. Dei tre, il primo è quello meglio specificato e complessivamente più ragionevole: sembra infatti rispondere contemporaneamente a criteri di efficienza, legata a un'unica aliquota, e di equità in quanto si realizzerebbe una minore imposizione fiscale sui redditi minuti dei conti correnti e una maggiore imposizione sui redditi di capitale. La riduzione del cuneo fiscale appare anch'essa ragionevole e corrisponde a un "mix" efficienza-equità ma non tutto è ancora chiaro sul modo in cui sarà finanziato e su quali voci avverrà la decontribuzione. In ogni caso, la politica dell'incoraggiamento fiscale al lavoro a tempo indefinito e il disincentivo alle formule precarie sono una linea più che ragionevole di fronte allo spettro di una precarietà eretta a modo di vita, con i risultati che si vedono in questi giorni in Francia.
...
Il virus della fiscofobia
Michele Smargiassi su la Repubblica
BOLOGNA - Il virus della fiscofobia ora contagia anche a sinistra. Infezione subdola, perché inconfessabile, ma pericolosa per la salute elettorale del fronte prodiano. L´offensiva berlusconiana in corso sulle tasse forse è la prova che anche il centrodestra se n´è accorto, e tenta di sfondare le linee. Ma il bacillo mutante non è sfuggito neppure a uno dei laboratori d´analisi politica più attenti: l´Istituto Cattaneo di Bologna. "Per la prima volta", conferma Paolo Bellucci, studioso dei comportamenti elettorali, docente a Siena, "la preoccupazione dell´elettorato di centrosinistra per la pressione fiscale è paragonabile a quella dell´elettorato di centrodestra".
L´ossessione dello scippo di Stato, la sindrome da mano-nella-tasca è stata a lungo una prerogativa degli umori e dei ceti conservatori. Da qualche anno l´Itanes, l´osservatorio del Cattaneo sui comportamenti dell´elettorato, ne studia il lento movimento: nel 2001, 55 elettori di centrodestra su cento confessavano la loro primaria preoccupazione per le troppe tasse; quota rimasta identica nel 2004, nonostante tre anni di governo amico, dunque paura più strutturale che contingente. Per il popolo di centrosinistra, viceversa, il tema fiscale si è sempre collocato a metà della classifica dei problemi urgenti: sempre dopo la disoccupazione, la sanità, le pensioni. Nel 2001 il fisco turbava i pensieri solo di uno su tre (32,8%). Poi è successo qualcosa di imprevisto. "I dati dell´inchiesta 2006, che stiamo ancora elaborando", informa Bellucci, senza celare un po´ di sorpresa, "indicano ora che tra gli elettori di centrosinistra la percentuale di sensibili al problema tasse è salita al 46 per cento".
...
La novità, appunto, è che il terrorismo fiscale stavolta può far breccia. Ma Prodi ha un´arma, rivela Bellucci. "Proprio perché l´elettorato non si divide più sulla quantità dell´imposizione, cioè tra chi accetta le tasse e chi ne vuole sempre meno, il discrimine su cui decidere il proprio voto sta diventando un altro: la credibilità e la competenza di chi le tasse le incassa e le spende". L´atout del leader dell´Unione, allora, è il gioco della fiducia: "Dev´essere credibile quando dice che non aumenterà la pressione fiscale", consiglia Vassallo, "ed anche quando spiega come userà il gettito". Una cosa sola non potrà fare: parlare d´altro. La fiscofobia è ormai sul tappeto e bisogna farci i conti. Del resto, sorride un´altra testa d´uovo del Cattaneo, il sociologo Piergiorgio Corbetta, "Clinton lo sintetizzò in uno slogan vincente già quindici anni fa: It´s the economy, stupid".
Il coraggio di cambiare
Gianni Riotta sul Corriere della Sera
Per elencare i progressi dell'umanità concepiti in Italia e in Europa non basterebbero le colonne di questo giornale. Dalla stampa alla penicillina, dalla scuola e sanità pubblica alle regole del gioco del calcio e le note musicali, al Parlamento e la Riforma cristiana, Italia ed Europa hanno passato secoli a innovare la vita con gusto e felicità. Adesso noi europei abbiamo paura del nuovo, viviamo accovacciati nel presente come fosse l'età ultima della storia. Nel 1968 la Sorbona era occupata da una generazione che sognava l'utopia del "Cambiamo tutto!", oggi le stesse aule vedono una generazione malinconica implorare "Non cambiamo nulla!". I leader politici soffrono di questa paura, il futuro nel mondo globale percepito non come opportunità ma incubo, e riluttano a proporre le riforme che porterebbero il nostro Paese e l'Unione Europea a competere felicemente con Stati Uniti ed Asia. Ricordano la sorte di Alain Juppé, primo ministro francese ghigliottinato dagli elettori per avere provato le tanto temute riforme economiche e non vogliono condividerne la sorte.
La nostra campagna elettorale è combattuta, a destra come a sinistra, sulla colonna sonora de "le cose non andranno peggio", mentre sarebbe cruciale chiedere agli elettori un impegno perché le cose vadano, finalmente, meglio.
Se, come suggeriscono i sondaggi oscurati, sarà il centrosinistra di Romano Prodi a governare il Paese lo spirito da impugnare è quello - ricordate? - del primissimo centrosinistra all'alba degli anni Sessanta, quando "il nuovo" era promessa, non minaccia.
Negli ultimi giorni di battaglia elettorale il pessimismo invece trionfa come bandiera coreografica dei comizi. L'11 aprile, quando la realtà tornerà protagonista, vedremo che non tutto è così cupo. In Germania l'indice Ifo dice che la fiducia nel futuro, di aziende e famiglie tedesche, risale in alto come non mai negli ultimi 15 anni e in Italia la fiducia vola a quota 94,2, toccata l'ultima volta nel febbraio 2001, prima che il volto di Osama diventasse ubiquo (fonte Isae).
...
Il lavoro del XX secolo, che appare come un sogno ai ragazzi del XXI, soffriva di tanti mali da ispirare al filosofo Herbert Marcuse il saggio su "L'uomo a una dimensione", infelice e alienato. Può la sinistra al governo ripetere l'impresa di Bill Clinton, rassicurando la società civile che l'economia globale non è la giungla, che è possibile competere senza ferocia sociale e che scuola e ricerca possono trasformare deserti di arretratezza in laboratori produttivi, vedi triangolo di Raleigh negli Usa? La trincea dello status quo può magari dare alla coalizione di Prodi un'effimera vittoria: perché il nostro futuro sia all'altezza del nostro passato occorre competere con le nuove regole globali, abbandonando ogni nostalgia.
Emma e Lucia, e crollò il mito di Silvio tombeur
Maria Laura Rodotà sul Corriere della Sera
In qualche modo dispiace. All'immagine di Berlusconi simpatico tombeur ci si era perversamente affezionate. Così adesso ogni volta che non riesce ad affascinare una signora si rimane un po' male, come nel vedere un anziano zio sciupafemmine maltrattato per mezza avance.
E poi, a pensarci, B. ultimamente conferma il peggior sospetto delle donne contemporanee: che il maschio italiano medio e normo-pensante abbia paura di loro.
Non di tutte. Di quelle con cattivo carattere, come si dice delle femmine quando si esprimono. Quelle (Lucia Annunziata) che gli fanno troppe domande brusche, per cui gli saltano i nervi e se ne va. O quelle (Emma Bonino) che lo mandano a quel paese, come è successo martedì sera a Ballarò. Intervento di Bonino: "Ma impari come ci si comporta al mondo. Lei non ama le donne, tanto meno in politica e se hanno carattere. Lei mi definì la protesi di Pannella. Questa battuta gliela faccio ingoiare". Replica di Silvio B.: "Protesi vuol dire "al posto di
", era un complimento". Emma B.: "Ah le solite categorie del premier, come quella delle donne".
Seguono inviti ad andarsi a riposare così l'Italia campa meglio, seguono le note polemiche Berlusconi-Bertinotti-Bonino. Rimane, della puntata di Ballaròe dell'abbandono del programma di Annunziata, e della gaffe durante il confronto con Romano Prodi, sulle donne che non possono lasciare il marito per fare i parlamentari a Roma una sensazione di scarsa sintonia. Ma il personaggio B. (Silvio), è così, prendere o lasciare. Per cui: (a) Forse molti altri politici italici maschi la pensano come lui; peròa destra e a sinistrasi sforzano di parlare politicamente- correttamente di/alle donne; mentre B. ha fatto della scorrettezza politica un elemento fondante della sua immagine; e poi (b) l'esperienza non lo aiuta: cresciuto e vissuto con donne forti ma tradizionalmente femminili (dalla mamma Rosa alla seconda moglie Veronica), diventato famoso anche grazie a donne più svestite che assertive sulle sue tv, nel suo partito ha ospitato donne di vario generematutte a lui abbastanza devote.
Fino alle lacrime se scoraggiate, come successe a Stefania Prestigiacomo. Insomma, non c'è abituato; se una donna lo attacca probabilmente non la considera una vera signora. Chissà se ora ai leader dell'Unione dispiace di non aver mandato più donne ad affrontarlo, visto l'effetto (nessuno di loro gli ha ancora detto in faccia di ingoiare qualcosa, forse sono loro delle vere signore, in qualche modo).
La scommessa di Israele
Luigi Bonanate su l'Unità
Kadima ha vinto le elezioni in modo meno brillante di quanto ci si aspettasse (basta vedere i sondaggi pre-elettorali, e gli stessi exit-poll) ma forse potrà avere l'occasione, a onore e memoria del suo sfortunato fondatore Ariel Sharon, di far compiere un passo decisivo a Israele a favore della pacificazione mediorientale. Nella prossima prevedibile coalizione di governo ci saranno prevalentemente uomini nuovi: seppure in modo non autosufficiente, nella coalizione si troveranno insieme Peretz e Olmert, cioè il capo dei laburisti e quello di Kadima.
Potrebbe toccare a loro di indicare i nuovi confini di Israele, più sicuri, più definitivi, leggermente più ampi di quelli proposti dalla sinistra pacifista di Meretz Yahad, e che porterebbero all'attribuzione formale della maggior parte della Cisgiordania al futuro Stato palestinese. Il progetto territoriale di Kadima è poco differente da quello laburista, è un po' più rigido di quello del partito che è a sinistra di quello laburista. Dall'altra parte, il partito più contrario a ogni cessione territoriale (ivi compresa quella di Gaza), il Likud, non ha avuto un buon risultato elettorale: l'occasione quindi è unica e da non sprecare (per quel che sa o può fare l'Occidente dovrebbe buttarvicisi). Rinunciando a imporsi, ammettendo la ragion palestinese, preferendo il dialogo, e anche risparmiando sulle spese per i coloni, gettando insomma alle ortiche le vecchie pratiche (degli uni come degli altri), potrebbe davvero venirne fuori qualche cosa di nuovo e di positivo.
...
Se i due nuovi governi sapranno sfuggire alle loro passate vertigini, se sapranno rinunciare chi alla lotta violenta e chi all'arroganza della forza, i territori che oggi potrebbero venir ceduti non saranno un pegno da poco e una pagina completamente nuova potrebbe scriversi in Medio Oriente. Vorrei aggiungere che tutto il mondo ne avrebbe bisogno, specialmente se fosse possibile scriverla con l'inchiostro della democrazia invece che con il sangue delle armi. Come nasconderci che l'asse dell'ordine internazionale periclita paurosamente, privo come risulta di una razionalità finalistica che miri allo sviluppo pacifico della democrazia? La democrazia è inesistente in un Iraq oggi devastato dalla guerra e ieri soffocato sotto la dittatura di Saddam; è sotto schiaffo in un Iran elettoralmente capace di darsi la zappa sui piedi, e diplomaticamente avvitato su una sfida nucleare improbabile, se non suicida; regredisce di votazione in votazione in regioni ex-sovietiche ancora incapaci di reggersi autonomamente. Come tacerci che oggi l'Occidente sembra scarsamente capace di restituire (con gli interessi, come si dovrebbe) ai Paesi meno fortunati e che si affacciano al giardino della pace democratica in cui vorremmo invitarli una parte almeno di quella dote che per decenni poté sfruttare e fece fruttare soltanto nello scontro con l'Unione Sovietica scordandosi di loro?
Israele non è un Paese qualsiasi, il Medio Oriente non è una parte qualsiasi della terra; l'uno e l'altro sono al centro delle passioni e degli interessi di tutto il mondo da mezzo secolo: sapranno indicarci una nuova strada?
30 marzo 2006