La crisi francese, ieri attizzata da nuove e più imponenti manifestazioni in tutto il Paese, può essere riassunta in un´immagine. Il primo ministro Dominique de Villepin tenta con una legge-ariete (riguardante il primo impiego) di aprire una breccia in quel muro che sono i rapporti di lavoro, rigidamente codificati, al fine di introdurvi una flessibilità che larga parte della Francia respinge. Villepin pensa che quella legge possa ridurre la disoccupazione e sia necessaria per adeguare la Francia alle esigenze dei mercati mondiali. I giovani e i sindacati vi vedono il trionfo della precarietà. Uno slogan, inevitabilmente radicale, scandito da settimane, dalle Alpi ai Pirenei, è significativo: "Giovani un giorno, schiavi sempre".
Da settimane Villepin difende con tenacia la sua legge (la quale consente il licenziamento senza giusta causa dei meno di 26 anni, nei primi due anni di lavoro) e da settimane la protesta cresce. Ieri nelle piazze, da Lione a Tolosa, e naturalmente a Parigi, i manifestanti erano più numerosi, erano il doppio di quelli del 18 marzo, i quali erano il doppio di quelli di febbraio. Il rifiuto si irrobustisce e si estende.
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Non si sa mai, con certezza, come evolverà una crisi alimentata da un movimento popolare. Se esso dovesse diluirsi, o col tempo spegnersi, Villepin diventerebbe il solo responsabile politico che è riuscito ad avviare la riforma dei rapporti di lavoro, introducendo una legge che garantisce la flessibilità, sia pur soltanto per i giovani al loro primo impiego. Il lavoro precario esiste già in Francia, sotto varie forme. Ma sono in molti a respingere l´idea di codificarlo per i giovani appena usciti dalla scuola.
La scuola, a tutti i livelli, rappresenta le fondamenta su cui si basano i principi della République. Stabilire per legge che dopo la scuola i giovani sono affidati all´incertezza, significa per molti una negazione di quei principi. Vent´anni fa il primo ministro Jacques Chirac fu costretto a ritirare una legge che riduceva il salario minimo garantito al primo impiego.
Dieci anni fa il primo ministro Balladur pagò con una disfatta alle presidenziali, nonostante fosse ritenuto il favorito, un tentativo simile, sempre riguardante i giovani. I francesi reagiscono quando si toccano quelli che considerano i diritti repubblicani dei figli. Soprattutto se lo si fa con una legge.
Se Dominique de Villepin riuscisse dove i suoi predecessori sono falliti diventerebbe l´eroe dell´elettorato silenzioso fino a qualche tempo fa devoto al suo avversario Nicolas Sarkozy. Forse lo è già diventato.
Nei primi mesi di governo Villepin si era affermato come un colbertista (da Colbert, il grande argentiere del re Sole), un partigiano del sistema dirigista, un difensore del modello francese, un liberale non troppo liberista. E per questo più gradito da coloro che vedevano nel suo antagonista Sarkozy un populista, meno liberale e più liberista, piùttosto incline ad accettare il modello anglosassone. Questa crisi ha rovesciato le immagini dei due pretendenti alla successione di Chirac. Ma non è ancora finita.
Il mondo visto da Arcore
Filippo Ceccarelli su la Repubblica
E vabbé, i cinesi bolliranno pure i bambini. Ma attenzione: "Lavora con me un turco che fa l´impalatore da sette generazioni...". Così disse, per la gioia dei rapporti con Ankara, il presidente Berlusconi nel marzo del 2002.
Un anno prima di prodursi in un temerario baciamano alla sposa del figlio del premier Erdogan, gesto che da quelle parti equivale a una specie di sconcezza.
I possibili oggetti dell´impalamento erano comunque dei tecnici della Protezione civile italiana cui il Cavaliere aveva simpaticamente intimato di fargli fare "bella figura" quando si sarebbe firmata la Costituzione europea. Allorché le trattative su quel testo si arenarono, durante un vertice piuttosto teso, il Cavaliere propose agli altri capi di stato e di governo di "alleggerire un po´ il clima"; e sfoderato il consueto sorrisone propose: "Parliamo di calcio e di donne". Quindi rivolto a Schroeder: "Tu, per esempio, Gerhardt, che hai avuto quattro mogli, cosa ci puoi dire delle donne?".
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E´ ben strano il mondo, visto dalla villa di Arcore o da Palazzo Grazioli. "Arafat - ha detto una volta - mi ha chiesto di dargli una tv per la striscia di Gaza. Gli manderò Striscia la notizia". Felice per l´accoglienza riservatagli in Albania, ha ritenuto di dover corrispondere con un´altra consimile promessa: "Manderò qui la Rai a riprendere le vostre magnifiche coste, così gli italiani verranno in vacanza". Una tv era stata promessa anche in Afganistan. Partì pure Sgarbi, dopo la guerra, ma laggiù evidentemente hanno altre priorità.
Ancora più strano è il modo in cui Berlusconi intende il suo ruolo di interprete degli interessi nazionali. Del Cavaliere si è scritto che è un "divino" gaffeur perché dice la verità, senza ipocrisie. Prestigiatore del virgolettato e artista delle barzellette, gliene scappano in effetti di rischiosissime: "La sapete quella del negro che cerca una pensione a Rimini?". Ma il vero problema, come ha scritto una volta l´ambasciatore e scrittore Sergio Romano, è che nelle relazioni internazionali quando si dà un calcio, si resta a lungo con la gamba alzata a mezz´aria. Per questo, prima ancora di mostrarsi sinceri, i titolari della politica estera devono essere sorvegliati e ancora di più guardarsi dalle improvvisazioni.
Sotto questo aspetto l´esempio del presidente del Consiglio è stato davvero letale. Gli insulti anti-tedeschi del sottosegretario Stefani, la maglietta anti-islamica di Calderoli e la polemica di Giovanardi sull´eutanasia "nazista" vigente in Olanda si configurano come "berlusconate", con l´aggravante della mancanza del dovuto copyright. Nella gaffe il Cavaliere appare infatti insuperabile, ma poi ci sa anche fare. "Pensa di essere un incrocio tra De Gaulle e Churchill - l´ha fulminato Montanelli - e il guaio è che ci crede". Anche quando risulta un po´ bauscia, non sa, non capisce o, come capita a tutti, si confonde.
Un giorno s´è inventato che i soldati italiani avrebbero avuto una qualche funzione nei porti della Libia. Un altro giorno ha fatto riferimento a uno Stato, l´"Estuania", che non esiste proprio. Un terzo giorno, a Ryad, in un empito di egocentrismo ha lasciato capire di essersi intossicato in un pranzo ufficiale. "Dopo l´Arabia Saudita - ha poi detto senza preoccuparsi che i suoi ospiti si sarebbero potuti offendere - mangio solo riso in bianco".
Cibo e "femmine" paiono costituire, insieme ai più raccapriccianti stereotipi esotici e alla pacca sulla spalla con i colleghi, la chiave di volta della specialissima politica internazionale di Berlusconi. Passi per la telefonata ad Aida Yespica, con tanto di passaggio del cellulare al leader venezuelano Chavez. Passi già meno la battuta sull´amore per il popolo brasiliano e in particolare per le sue ballerine che qualcuno ha creduto di sentire da un assai ilare Cavaliere in un incontro bilaterale. Ai limiti dell´indecenza il consiglio ammiccante ai giornalisti, nel corso di una visita di Stato a Budapest, di farsi dare dal premier ungherese "qualche buon indirizzo".
In questo contesto, è accaduto che bolliture di bambini e impalamenti di adulti, indelicatezze protocollari e pretesi corteggiamenti abbiano riempito per almeno un quinquennio l´immagine e in fondo la vita stessa dell´Italia e degli italiani. Nella ricca e straniante aneddotica del berlusconismo international non manca un appello al "Consiglio Superiore" dell´Onu - neanche fosse quello della Magistratura italiana, con sede a Palazzo dei Marescialli. Trascurare che a New York c´è piuttosto un "Consiglio di Sicurezza" non sembra in effetti il miglior viatico per un personaggio che potrebbe aspirare alla Segreteria Generale delle Nazioni Unite. Ci sarebbe, in quel caso, la questione del voto della Cina, che al momento non pare esattamente garantito.
Era dall'inizio di questa disgraziatissima campagna elettorale che ci si augurava che la Cina ne diventasse il tema cruciale. Ci sono infatti tutte le migliori ragioni perché Pechino occupi il centro dei nostri interessi di cittadini elettori. L'inarrestabile crescita del grande paese asiatico proietta infatti sul muro l'ombra - cinese, appunto - che permette di vedere ingigantiti i problemi dell'economia e della società italiane e del loro sconcertante carattere di sofisticato primitivismo.
Su dieci settori in cui la Cina è leader nell'export, cinque sono settori chiave del commercio estero italiano (contro solo due per Francia e Germania). Anche se il volume degli scambi con la Cina è finora pari a quello con la Grecia, di cui nessuno si preoccupa, l'Italia vive con stupore la sfida che viene da un paese enorme e appena approdato al mercato. Nei paesi più maturi, l'emergere della Cina viene tradotto in una fantastica opportunità. In Italia si traduce nel panico di un'inconsapevole decadenza. E' una forma muta e fobica di autocritica: il dinamismo cinese rende infatti inaccettabile l'immobilismo italiano e inconfessabili le sue colpe. La nostra economia può riuscire a integrarsi con la futura superpotenza industriale solo spostando verso l'alto la qualità delle produzioni. In filigrana, nei terribili dati della bilancia commerciale italiana, si può leggere in effetti lo sforzo di poche imprese nel qualificare le proprie produzioni per sottrarsi alla concorrenza asiatica. E' un processo costoso e difficile, ma gratificante per l'intera società perché richiede lavoratori più capaci, più preparati, con lavori più pagati, università migliori, imprenditori più intelligenti, settori liberalizzati e in generale una società dinamica che punta sulla qualità del capitale umano e che valorizza gli individui senza riguardo per le corporazioni. In fondo una campagna elettorale che si occupasse di questo sarebbe stata davvero augurabile.
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Un anno fa, in un'intervista su queste colonne, fu lanciata la proposta di fare dei porti italiani la base logistica dell'export cinese verso l'Europa, era un modo propositivo per alzare lo sguardo degli italiani sul tema della sfida globale. Ma questo sforzo si è perso molto presto dentro il turbine elettorale. Ora invece rischia di crescere l'autismo politico di questo paese provinciale e sono sindromi che hanno forza propria: la chiusura crea paura che a sua volta induce chiusura. Mentre là fuori c'è un mondo che cresce.
Il libro nero del premier
Bruno Gravagnuolo su l'Unità
Ci mancava anche questa. L'incidente diplomatico con la Cina. Con la nota del governo cinese, che deplora le "rivelazioni" del premier sui bimbi bolliti dai comunisti, come "affermazioni senza alcuna base". Non senza l'aggiunta che "le parole e i comportamenti dei leader italiani dovrebbero favorire la stabilità e lo sviluppo di relazioni amichevoli tra la Cina e l'Italia".
E l'evidente sottinteso: così si distruggono le relazioni tra i due Paesi. Con tanti saluti al "made in Italy" e allo stellone italiano da far valere su mercati mai realmente coltivati da un centrodestra solo provinciale e autarchico.
È l'ennesima catastrofe di immagine per un governo geneticamente incapace di incarnare la dignità politica di una nazione e il suo decoro nell'arena internazionale. Triturato com'è dal narcisismo maniacale di un Premier che ha fatto del risentimento e dell'egocentrismo vittimista la base della sua visione politica. Un vero stile monocratico. Non bastavano la figura miseranda dell'autogossip in Danimarca sulle vicende coniugali di Arcore. Le corna goliardiche in Europa, in gita con primi ministri. Le goffe galanterie con la premier finlandese. L'aggressione da bar sport a tutto il parlamento Europeo, dopo quella inconsulta a Schultz capogruppo socialista ("kapo'...e siete tutti turisti della democrazia").
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Nulla di nuovo dunque. La carestia in Cina di quegli anni - frutto di scelte scellerate - aveva prodotto con ogni probabilità fenomeni di cannibalismo. Come nella Russia zarista. Nella guerra civile dopo il 1917. O in Ucraina. Dove Stalin secondo molti storici, aveva scientemente voluto punire i contadini refrattari, manovrando statistiche e approvvigionamenti. Ma come anche nella civilissima "accumulazione originaria" del primo capitalismo liberale, niente affatto umanitario. In conclusione, manipolando e stravolgendo un dettaglio non confermato da altre fonti storiografiche, Berlusconi ha provato a fare "più uno".
Come quel personaggio di "Miracolo a Milano" che tentava di vincere la gara di matematica universale aggiungendo un numero alle sequele di "milioni di milioni". Solo che invece del miracolo italiano ha fatto uno sfacelo. Gareggiando con se stesso e innanzi al mondo in una specialità in cui è divenuto imbattibile: il ridicolo. Certo, ci costa eccome quel ridicolo. A cominciare dall'export con la Cina. Nemmeno a dire che il Cav. potremmo mangiarcelo bollito. A titolo di risarcimento. Guardate bene l'etichetta. È scaduto.
Cavaliere alle corde con Emma
Alessandra Longo su la Repubblica
ROMA - Come a scuola, Berlusconi, il primo della classe, fa la spia. Si alza all´improvviso dal set di Ballarò, tira la giacca a Giovanni Floris che vorrebbe dare la parola ad un tributarista, e lo prende sottobraccio: "Adesso le spiego io qual è il fatto interessante in questo momento, quello che lei vorrebbe oscurare. Li vede? Il signor Bertinotti e la signora Bonino stanno litigando... ". E´ il momento clou della serata, la fotografia di un altro appuntamento televisivo surreale: il capo del governo fa il suggeritore con l´indice puntato, Floris invita alla calma, quasi fosse in corso un attentato. Ed Emma Bonino? No, non può stare seduta a guardare e dunque si alza pure lei dalla poltrona inseguita dalle telecamere. Sta per andare in onda un duello in piedi, il Cavaliere contro la signora della Rosa nel Pugno. Ma il conduttore di Ballarò blocca la deriva, riesce infine a far parlare di economia un imbarazzato professore in linea. Cosa che Berlusconi non gli perdonerà, come tantomeno la domanda a fine trasmissione sui milioni passati da un conto Finivest al giudice Squillante, via Cesare Previti: "Floris è un fazioso, anche i cameramen a Ballarò fanno le inquadrature da faziosi, gente così noi non ce l´abbiamo perché siamo dei liberali!"
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Lui sibila avvelenato: "E le tue battaglie sui diritti civili in Cina? Adesso ti metti a difendere gli eccidi di massa?". Lei si indigna, si sente fuoricampo la voce di Bertinotti, poi ecco che Berlusconi si alza, si avvicina a Floris: "Guarda, guarda quei due stanno litigando... ". La penna che vola nell´aria, la cartella rossa piena di appunti, il libro sul comunismo a portata di mano. Berlusconi ha deciso di non lasciarsi imbrigliare: "Non finirò imbalsamato qui com´è successo con Prodi. Lei, Floris, sta oscurando la notizia. Vede, Bonino e Bertinotti litigano su tutto sulla politica estera, sulle privatizzazioni... ". "Pubblicità, pubblicità", ordina ad un certo punto il conduttore. Ma la parola, pur familiare, non sortisce alcun effetto sul Cavaliere che vuol replicare alla Bonino. A telecamere spente, fuori onda esplode la rabbia contro chi lo ha fermato: "Lei, Floris, non può fare così". Il pubblico appoggia la decisione del conduttore. E lui si arrabbia: "Questa è claque, mi state impedendo di parlare".
Emma Bonino parte fredda, sorridente, poi si agita: "Presidente, vorrei che dopo il 9 aprile lei si riposasse, campiamo meglio noi e campano meglio moltissimi italiani che oggi campano male". Al solito, si dovrebbe parlare di tasse, economia, futuro. Ma l´incomunicabilità è assoluta. Bertinotti descrive un paese in macerie, con i giovani che non trovano lavoro, gli operai del Sud senza speranza. Dalla cartella escono i dati del presidente: "Ragazzi - così li chiama un po´ sprezzante - le vostre sono falsità". Ma sì, tutto va bene e quel che non va è colpa "della montagna di debito pubblico ereditata dalla sinistra". Bertinotti contrattacca: "Berlusconi dove vive, quale film ha visto?". Dialogo fra sordi. Il Cavaliere si sente "nella fossa dei leoni", circondato da faziosi che non capiscono la grandezza del suo operato. Mentre parla l´esperto di debito pubblico, lui scuote la testa e la telecamera inquadra i suoi appunti. Scritta beffarda: "Un cosiddetto esperto neutrale!".
La trasmissione va peggiorando come clima. Berlusconi si è autoconvinto che Floris ha fatto il furbo: "Ha abbassato l´audio per non far sentire quei due che litigavano sul comunismo. Lui le diceva una cosa terribile del tipo: "Non puoi permetterti". Era quella la scena da riprendere ma le telecamere erano altrove". Per dovere di cronaca segnaliamo anche la presenza di Gianfranco Rotondi, segretario della Dc, scelto dal premier in quanto alleato silente e rispettoso. Non ha mai tentato di rubare la scena, si è esibito in una appassionata quanto anacronistica difesa della Dc in chiave anticomunista e ha fatto una profezia: "Tra 35 anni ricorderete Berlusconi".
Chi protegge il Caimano
Gianfranco Pasquino su l'Unità
È un ottimo segno che ispiratori e collaboratori del Cavaliere abbiano già iniziato il fuoco di sbarramento per proteggere le proprietà di colui che considerano il futuro ex premier dalle notorie inclinazioni alla confisca e all'esproprio da parte del centro-sinistra che, peraltro, si dimostrò incapace di esercitarle nei suoi 5 anni di governo. Astutamente, i berluscones intendono difendere così anche il loro posto di lavoro oltre che salvaguardare l'ipotizzabile ruolo politico di Berlusconi come capo dell'opposizione (faccio fatica ad aggiungere parlamentare, forse, meglio, popolare) a condizione che siano d'accordo Casini e Fini.
Pessimo, invece, è il segno della loro quasi totale incomprensione (o subdola manipolazione) di che cosa costituisce conflitto d'interessi in una democrazia, a maggior ragione liberale, dal momento che, peraltro, il liberalismo non è mai stato il tratto distintivo della democrazia italiana, tantomeno dopo cinque anni di (mal)governo della Casa delle Libertà nella quale i liberali hanno avuto limitata accoglienza e scarsissima agibilità.
Personalmente, sono del parere, magari anche criticabile e probabilmente non maggioritario, che qualsiasi legge sul conflitto di interessi dovrebbe comunque consentire a Berlusconi di continuare a fare il parlamentare della Repubblica. Dunque, sarei contrario a qualsivoglia clausola di ineleggibilità.
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Nessuno vuole ridurlo in povertà. Uno strumento tecnico per risolvere il suo conflitto in tutti i settori di sua competenza, ad esclusione di quello televisivo, consiste, come era previsto nei progetti di legge del centrosinistra, nella creazione di un blind trust al quale affidare, nelle mani di un gestore indicato dalla legge, le azioni di sua proprietà e, eventualmente, la conduzione delle attività senza che il proprietario sappia che cosa farà il gestore e quindi non si trovi mai in grado e non cada in tentazione di favorire i suoi propri interessi.
Purtroppo, la stessa soluzione non sembra possibile per Mediaset a meno che, rapidamente, Berlusconi stesso la trasformi in una società per azioni e metta le azioni sul mercato. Abbiamo la certezza che andrebbero letteralmente a ruba, a prescindere dalla loro quotazione iniziale. Ma Berlusconi, persino quando gli si presentò la grande occasione di vendere a Murdoch, rifiutò. Motivò, quasi con le lacrime agli occhi, che non poteva separarsi dall'impresa della sua vita. Comprensibile, ma le imprese della vita di Berlusconi sono più d'una: Mediaset, l'Associazione Calcio Milan e la politica fatta da Palazzo Chigi. Berlusconi vuole rimanere in politica non soltanto facendo opposizione, ma anche preparandosi a ritornare al governo. Allora, deve risolvere il problema del suo conflitto di interessi liberandosi anche di Mediaset (e non con una semplice cessione ai figli) secondo i parametri delle legislazioni esistenti un po' in tutte le democrazie europee e negli Usa.
Quella di Bloomberg, sindaco di New York, è, a prescindere dallo squilibrio delle dimensioni del conflitto, una storia molto diversa. Insomma, Berlusconi si troverà di fronte ad un bivio. Può scegliere Mediaset oppure la politica. Non potrà avere entrambi anche se, questo è il sospetto, la prima è del tutto funzionale e forse indispensabile alla sua attività politica. Certamente, però, non ha giovato alla qualità della sua politica e del suo modo di governare. Separandosene sarebbe un potenziale governante più libero.
Se il Cav. perdesse, potrebbe riprovarci?
Editoriale su Il Foglio
Nella risposta alla domandina semplice semplice formulata nel titolo, che è stata proposta sabato scorso su queste colonne e rilanciata autorevolmente dall'appello del Foglio con Piero Ostellino e Sergio Ricossa, il centrosinistra mena un po' il torrone ma comincia a porsi il problema in pubblico, il che è un progresso rispetto all'ipotesi infausta di una vendetta privata, non discussa davanti agli elettori. Bertinotti è evasivo, dice che la priorità sarà la lotta alla disoccupazione e al precariato, poi verranno questioni di ordinamento democratico (il lessico è un tantino vecchiotto, variante Germania orientale prima del muro, ma fa niente). Il prodiano Franco Monaco osserva gentilmente che l'appello del Foglio non lo convince, perché non è vero che il conflitto di interessi dispiegato in questi anni non abbia messo in discussione la natura liberal-democratica del nostro sistema, come noi affermiamo. Opinione rispettabilissima ancorché non argomentata. Noi abbiamo registrato un fatto: con Berlusconi è arrivata una piena alternanza al governo, se vincesse Prodi l'alternanza sarebbe riconfermata. Qual è il fatto argomentato da Monaco? Poi aggiunge: né vendette né sconti. E qui siamo sul pericolosamente generico e sull'elusivo. Il segretario dei Ds, Piero Fassino, invece è più preciso: facciamo come in America.
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Post scriptum. Le agenzie hanno battuto nella serata di ieri una ulteriore precisazione di Fassino, da Vespa. Alla precisa domanda: potrà fare politica Berlusconi, e continuare a possedere Mediaset?, la risposta è stata: Certo che può restare proprietario di Mediaset, purché separi completamente la gestione. Ottimo.
Sorpresa: le tasse sui Bot non sono più un tabù. E' vero i toni della campagna elettorale ci hanno riportato in pochi giorni ai primi anni '90, evocando spettri come fuga di capitali, crollo delle monete, crisi finanziaria. E' vero anche che accusati di simili crimini - appena un po' meno gravi dell'abitudine cinese di bollire i bambini - molti dei leader del centrosinistra si sono terrorizzati, negando anche l'evidenza. Ma è anche vero che, liberi dalla propaganda elettorale, l'argomento della tassazione delle rendite finanziarie cambia faccia. E lo spettro non c'è più. Gli economisti, quelli che per anni ci hanno spiegato che i capitali non si possono toccare e che bisogna lavorare di più, con salari più bassi e contratti flessibili, adesso danno il disco verde alla tassazione delle rendite. Lo ha fatto l'ultraortodosso Luigi Zingales dalle colonne del quotidiano della Confindustria, spiegando che la nostra discussione sembra una commedia dell'assurdo vista dagli Stati uniti, dove i frutti del risparmio sono inseriti nelle dichiarazioni dei redditi e dunque tassati con un'aliquota ben più alta. E lo ha fatto Francesco Giavazzi - un altro economista non certo neomarxista - sul Corsera di ieri. Razionalmente e moderatamente, entrambi si chiedono perché mai il fisco debba penalizzare i redditi da lavoro rispetto agli altri, e perché mai i poveri (quelli che hanno solo o prevalentemente redditi da lavoro) debbano pagare proporzionalmente di più dei ricchi (quelli che hanno anche redditi da titoli, azioni, ecc.). Non sono impazziti né convertiti alla sinistra. Semplicemente, prendono atto che con l'euro è caduto il ricatto del debito pubblico, che teneva il governo incatenato ai suoi debitori tutti italiani: essendo adesso la metà del debito italiano collocato all'estero, una variazione della tassazione sulle rendite non avrebbe effetti dannosi sui mercati.Mentre potrebbe avere effetti virtuosi: sui mercati, mettendo tutte le rendite sullo stesso piano; e sulla società, redistribuendo un po' il peso del fisco. La direzione di questa redistribuzione è abbastanza chiara, visto che il 40% di tutta la ricchezza finanziaria è in mano alla fascia più abbiente delle famiglie, ossia il 10% più ricco. Insomma, si prenderebbe qualcosina in più ai piani alti: due euro al mese per chi ha una rendita finanziaria di 20mila euro l'anno, secondo i calcoli che ha fatto l'economista Maria Cecilia Guerra. Non proprio roba da confisca. Ma c'è un altro aspetto della discussione spesso trascurato. Secondo i dati della Banca d'Italia, le famiglie che hanno titoli di stato sono 7,4 su 100. E' vero che molti non dicono che la verità nelle inchieste campionarie e che dunque potrebbero essere un po' di più: ma anche se fossero il doppio, sarebbero comunque 14-15 su 100. Molto meno di coloro che si curano in un ospedale pubblico, che frequentano scuole pubbliche, che usano trasporti pubblici, ecc. ecc.: perché non si parla anche un po' di tutti costoro, prima del 9 aprile?