
sulla stampa
a cura di P.C. - 28 marzo 2006
Leggi e cattive intenzioni
Calderoli e dintorni
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera
Il testé dismesso ministro delle Riforme, Roberto Calderoli, nella sua folgorante carriera ne ha dette e fatte di tutti i colori. Ma una l'ha detta magnifica: che la sua legge elettorale (ne ha addirittura rivendicata la stesura), la legge elettorale con la quale dovremo votare tra poco, era una «porcata».
Si potrebbe dire meglio? Per esempio, porcheria? Pensa e ripensa, mi sono dovuto inchinare a Calderoli; porcata era la parola perfetta, imbattibile. Ma perché? Porcata e porcheria non sono sinonimi? Di nuovo pensa e ripensa, ho scoperto che non lo sono, o meglio, che tra le due dizioni esiste una differenza.
Come è noto, io ho sempre detto male del sistema elettorale precedente, del Mattarellum. A forza di dirne male forse l'ho anche bollato come una porcheria; ma mai come una porcata. E ora, grazie a Calderoli, ho anche capito perché. Di per sé una porcheria può essere soltanto una bruttura, una cosa mal riuscita, il frutto di un errore: che so, una pasta stracotta, una maionese impazzita, un quadro di Churchill. Invece la porcata è una vigliaccata caratterizzata dall'intento di avvantaggiarsi fregando un altro. Pertanto il Mattarellum è una porcheria redenta da buone intenzioni (sbagliate), mentre il proporzionellum calderoliano è anche una porcata: una legge che fa male al Paese soltanto per fare male a un concorrente elettorale. « Ipse dixit », così disse Calderoli.
Mi scuso per una disquisizione che può sembrare frivola. Che però «supporta» una tesi che non è per niente frivola. Questa: che mentre i nostri passati governi hanno indubbiamente prodotto porcherie (decisioni malfatte o sbagliate), il lungo governo Berlusconi è invece caratterizzato da porcherie, che sono anche porcate. E questa non è una differenza da poco.
Sull'ultima legge elettorale non ci piove: la sua natura è confessa. Ma l'elenco è lungo. Per la legge Frattini sul conflitto di interessi vale in pieno la dizione di Calderoli, visto che il suo unico scopo è di consentire a Berlusconi di farsene beffe. Lo stesso è vero per la legge Gasparri sugli assetti radio-televisivi, che non ha creato nessun pluralismo dell'informazione ma che ha salvato la Retequattro di Mediaset (Emilio Fede) e consentito all'imperomediatico- pubblicitario di Berlusconi di ingrassare a suo piacimento. Abbiamo poi, scusate se è poco, una nuova costituzione che è una bruttura (porcheria) intrisa di cattive intenzioni (porcata). Aggiungi le leggi sul falso in bilancio, la Cirami, la Schifani, eccetera: tutta una sequela di leggi ad personam variamente salva-Berlusconi e salva-Previti.
Roma non vede Gerusalemme
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera
Gli occhi del mondo sono puntati sulle elezioni che si tengono oggi in Israele. I pronostici danno vincente Kadima, il partito nato, per volontà di Ariel Sharon, da una scissione del Likud. Se ciò accadrà, la politica israeliana sarà, d'ora in poi, molto diversa da come è stata nei decenni passati. Ehud Olmert, succeduto a Sharon alla testa di Kadima, diventerà premier. Ma saranno decisive le percentuali che otterranno i vari partiti. Solo un successo pieno di Kadima lascerebbe Olmert libero di attuare quella politica di ritiri unilaterali da una parte dei territori palestinesi inaugurata da Sharon con la storica decisione di abbandonare Gaza. In ogni caso, ciò che accadrà oggi in Israele deciderà dei futuri rapporti israeliano-palestinesi in una regione i cui destini condizionano quelli dell' intero pianeta.
Tutto il mondo segue quelle elezioni tranne l'Italia. La nostra campagna elettorale sembra non lasciare spazio e tempo ai politici italiani per sollevare lo sguardo fuori dai confini, nemmeno di fronte a eventi così importanti per il nostro stesso futuro come le elezioni israeliane. È vero che in Italia la politica internazionale non è argomento delle campagne elettorali ma la Palestina è al centro di quasi tutte le potenziali crisi internazionali che ci aspettano e conoscere le posizioni dei nostri partiti su quanto là accade è essenziale per capire qualcosa della politica estera italiana dopo le elezioni.
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Su due temi, soprattutto, occorrerebbe un chiarimento. Posto che la vittoria di Hamas ha reso impossibile, ora e per un futuro indefinito, la ripresa di trattative di pace dirette fra israeliani e palestinesi (come conferma in queste ore la stessa Hamas, dichiarandosi disponibile al dialogo con le potenze del cosiddetto "Quartetto" ma non con Israele), che altro resta a Israele per garantire la propria sicurezza, se non una politica di ritiri unilaterali e una chiusura in difesa? Non deve il mondo, e anche l'Italia, appoggiare questa linea essendo oggi l'unica realisticamente praticabile? E, per quanto riguarda Hamas, con un governo di centrosinistra l'Italia manterrà ferma la posizione che, insieme al resto dell'Europa, aveva inizialmente assunto: nessun aiuto e nessun appoggio se Hamas non riconoscerà prima Israele e rinuncerà alla lotta armata? Sarebbe sicuramente utile conoscere, su questi argomenti, il pensiero di Prodi.
Tasse, le favole del Cavaliere
Alberto Statera su la Repubblica
Il sesso, la mamma e le tasse. È qui, nell´"area distonica", sugli argomenti che colpiscono l´inconscio dell´elettore emozionandolo senza che se ne accorga e soprattutto sulle tasse che la campagna elettorale di Prodi e del centrosinistra ha offerto pericolosi argomenti alla disinvolta propaganda berlusconiana, che ne sta approfittando a manbassa.
Delle persistenti tempeste ormonali del premier uscente e del vigoroso affetto di sua mamma Rosa, non a caso, sappiamo quasi tutto.
Le tasse modello-Berlusconi, poi, sono ormai addirittura un "must" della nostra comunicazione elettorale sia subliminale (guardate il mio occhio strizzato: sono troppe, fate bene a non pagarle) ed esplicita (meno tasse per tutti). Il modellino aggiornato di George Bush nel 1988: "Read my lips: no more taxes".
La regola elettorale, insomma, è semplice: fregatene del programma e delle compatibilità di spesa, punta piuttosto sul pensiero emotivo-persuasivo, crea pathos, colpisci l´inconscio, se vuoi vincere le elezioni. E soprattutto, evita di essere troppo preciso. Cosa che il programma dell´Unione non ha fatto, annunciando al colto e all´inclita un´armonizzazione della tassazione sulle rendite finanziarie e inchiodando così da giorni e giorni Romano Prodi, che sesso e mamma giustamente considera cose private, e tutta la coalizione di centrosinistra, a tentare di smentire l´impressione inevitabilmente indotta dagli avversari che "armonizzazione" sta per: più tasse sui Bot, sui Cct, sui conti correnti, insomma, alla fine, più tasse per tutti, a cominciare dagli adorati elettori-evasori incerti del centrodestra, per far contenti i comunisti Bertinotti e Diliberto.
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Nessuno dal centrosinistra ha avuto la prontezza di rispondergli: "Mica siamo scemi!". Così il piccolo trucco elettorale tremontiano è diventato il grande slogan berlusconiano preferito per colpire l´"area distonica" degli elettori: "Read my lips: no more tax cuts", sarebbe se parlasse George Bush. Non più tagli con Prodi, come con il liberale Berlusconi. Anzi lacrime e sangue per i nostri cari evasori e niente più condoni e sanatorie.
Falso: niente condoni sì, caccia agli evasori sì, ma nessuna vessazione del Bot people. È così, stando al programma. Queste le promesse, se si leggono senza la lente berlusconiana.
Ma c´è la presunzione negativa sulla sinistra e le tasse, che rende verosimile la campagna tremontian-berlusconiana, la quale presuppone una sorta di "conservatorismo compassionevole" in materia fiscale e di welfare. Ad aggravare i sospetti, la fama del precedente ministro delle Finanze del centrosinistra Vincenzo Visco, descritto da Tremonti come un Dracula alla presidenza dell´Avis e un borioso intellettuale. Ma che Mario Monti, che nessuno può avere il coraggio di descrivere come un pericoloso comunista, accredita da grande tecnico e grande democratico, "personalità solida fino a essere ruvida, una determinazione meticolosa e inflessibile, che sembra trarre forza da convincimenti interiori più che dall´approvazione altrui". Certo, poco propenso all´"area distonica". Forse proprio quello che ormai manca nella politica italiana. Perché, se qualcuno vi promette, tra sesso e famiglia, meno tasse, non esultate. Non accettate gli slogan berlusconiani, perché i fatti ormai dimostrano, senza bisogno di citare i dati ormai noti del professor Luca Ricolfi sul rispetto del "Contratto con gli italiani" firmato da Berlusconi, che il "pensiero emotivo" produce soltanto quello che il professor Salvatore Bragantini ha chiamato "dumping politico". Peggio se vi parlano della "Curva di Laffer", secondo la quale i tagli fiscali stimoleranno l´offerta, senza creare alcun buco nei conti. Balle. Come dicono gli americani, quando dici una stupidaggine, è meglio che almeno tu non ci creda.
Ecco, in questa campagna elettorale deborda il "dumping" di "informazione politica" per così dire sulle tasse. Ma mentre Berlusconi e Tremonti sono ormai addestrati alle "aree distoniche" del popolo delle partite Iva, che mutò lo scenario nel 1994 e nel 2001, Prodi di stupidaggini non riesce a dirne, di astuzie, vivaddio, ne ha poche in materia fiscale. Come insegna Paul Krugman, sa che la politica fiscale, se usata per fini elettorali, è come la morfina. Ma se uno ha mal di testa prende l´aspirina e non la morfina.
Se Prodi, come promette, tasserà le rendite finanziarie saranno quei centinaia di milioni di euro lucrati dai Ricucci e dai furbetti del quartierino che volevano scalare "Il Corriere della sera", Telecom e magari la Fiat. Non i Bot delle famiglie medie.
Se reintrodurrà l´imposta sulle successioni sarà sui grandi patrimoni, non sull´appartamento di periferia.
Il sesso, la mamma, le tasse, l´identità nazionale. Ma le tasse sono il Calvario preferito dagli italiani, quello che produce la solidarietà tra presunte vittime. Dopo cinque anni all´insegna di "meno tasse per tutti", ora tutti sanno che non c´è più disonestà intellettuale, non c´è più "dumping elettorale" che possa raccontare le favole.
I giorni del tutto per tutto
Riccardo Barenghi su La Stampa
Può darsi che faccia così perché pensa e spera di rivincere le elezioni, nonostante i sondaggi, il clima, le previsioni di tutti. Magari ha anche ragione, l'elettore in fondo può sempre cambiare idea, il deluso reilludersi, l'astensionista annoiato tornare alle urne. E allora tanto vale tentare il tutto per tutto, giocarsi le carte buone e quelle truccate, utilizzare toni apocalittici, inventarsi battute volgari come l'ultima su Fassino "funebre". Oppure storie fantascientifiche come quella sui comunisti cinesi che, a differenza dei loro compagni russi, i bambini non li mangiavano ma li trituravano per farne concime. Come si dice, in guerra tutto è lecito, e queste elezioni per il presidente del Consiglio sono la guerra.
Ma siccome neanche lui vive sulla luna e i sondaggi li conosce, il clima lo avverte e un'idea più realistica se la sarà pure fatta, è probabile che in realtà stia giocando non per vincere la partita, ma per perderla al meglio. Il meglio per sé ovviamente, dunque per il suo partito, le sue televisioni, i suoi problemi giudiziari. Il meglio insomma per assicurarsi il futuro: politico, imprenditoriale, personale.
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Approfittando di una dichiarazione di D'Alema, si è infatti levato un coro: giù le mani da Mediaset, cioè giù le mani dal conflitto di interessi, insomma giù le mani da Berlusconi. Lo ha spiegato bene Giuliano Ferrara ieri sul Foglio, addirittura sotto forma di appello a Romano Prodi in quanto presidente del consiglio in pectore: costringere Berlusconi a rinunciare alla politica per tenersi le sue televisioni "vuol dire inaugurare un nuovo regime (...) in cui non vale più il principio costituzionale del pari diritto di tutti i cittadini di accedere alle cariche pubbliche".
Ecco appunto, per impedire che nasca questo "regime illiberale" il cui obiettivo principale sarebbe l'esproprio delle televisioni di Berlusconi o, in alternativa, l'espulsione di Berlusconi dalla vita politica, c'è poco da sperare in Fini e Casini, i quali peraltro non vedono l'ora di togliersi di torno il loro leader. Non importa gran che nemmeno il risultato di tutto il centrodestra, punto in più o in meno. Quel che conta per Berlusconi è Berlusconi: più voti prende lui, per lui, per quel che rappresenta, che ha fatto, ha detto dice e dirà, più si assicura un futuro da intoccabile.
Ma b.può avere la rivincita?
Editoriale su Il Foglio
Roma. La premessa è che nel 2001 la maggioranza degli italiani ha trascurato la rilevanza politica del conflitto d'interessi legittimando Silvio Berlusconi a governare per cinque anni. Nel caso in cui cinquantuno italiani su cento decidessero il 9-10 aprile di consegnare il Cav. all'opposizione, sarebbe comunque il più potente strumento di regolarizzazione politica, e cioè il voto democratico, a dimostrare la scarsa consistenza dell'anomalia. Qualunque supplemento d'iniziativa di un'eventuale maggioranza di centrosinistra avrebbe le sembianze del provvedimento ad hominem (al limite della costituzionalità): un modo estremo per cancellare il Cav. dall'albo degli sconfitti che possono ritentare. Detto questo, Massimo D'Alema è chiamato a fare chiarezza con se stesso, con il programma elettorale dell'Unione e con la storiografia parlamentare. Venerdì scorso, su Panorama, il presidente dei Ds aveva proclamato la volontà di mettere mano alla legge sul conflitto d'interessi, lasciando in ombra il dubbio se a uno come Berlusconi verrà vietato di correre per palazzo Chigi o addirittura impedito l'accesso al Parlamento. Ieri D'Alema si è ripetuto sul Mattino, ma con due precisazioni confliggenti tra loro: Non capisco perché Berlusconi, se davvero ama la politica, non possa cedere la proprietà delle aziende ai suoi figli. In ogni caso sarà lui a scegliere. Noi partiremo dal testo varato in Senato nel 2001, quel testo di cui Berlusconi impedì l'approvazione definitiva. Il Cav. lamenta le minacce subite. Ma bisogna aggiungere altro. La sopraggiunta generosità con la quale D'Alema consentirebbe al Cav. di cedere Mediaset ai figli contrasta con il programma dell'Unione che a pagina 20 (capitolo Risolvere il conflitto d'interessi) promette: Non risolveranno il conflitto le cessioni al coniuge o ai parenti e affini entro il secondo grado o a persona interposta allo scopo di eludere l'obbligo. Prima contraddizione.
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Ora il premier attacca Casini
Claudio Tito su la Repubblica
ROMA - "Questa è la proporzionale, funziona così". Non si aspettava che il suo affondo contro l´Udc riaccendesse le polemiche all´interno del centrodestra. Silvio Berlusconi, però, dopo avere bacchettato Pier Ferdinando Casini per le punture di spillo che hanno accompagnato i 5 anni di governo, si è semplicemente limitato a ricordare che la nuova legge elettorale impone anche una "corsa" dentro la coalizione.
"L´Udc - ha detto senza giri di parole in un´intervista ad una tv privata romana - ha commesso molti errori recentemente credendo di poter prendere più voti, ma non credo ci sia un solo voto che possa andare in più a loro per il comportamento che hanno tenuto questi signori". Il Cavaliere è seccato anche per le carezze che di recente si sono scambiati il leader centrista e Francesco Rutelli. "Mi dicono che c´è stato un balletto di cortesie reciproche, io tuttavia - puntualizza - non credo che Casini mai e poi mai potrebbe andare a sinistra".
Parole che hanno irritato e non poco il presidente della Camera: "Non voglio polemizzare con Berlusconi. Ho fatto un fioretto come mi faceva fare mia nonna. I nostri elettori ci chiedono di lavorare per fare vincere il centrodestra e non di perdere tempo in queste polemiche. Non credo che saranno molto contenti delle parole di Berlusconi...". Sta di fatto che i rapporti tra i partner sono segnati nuovamente da un´altissima tensione. La competizione tra le "tre punte" periodicamente si fa sentire. "Quando qualcuno decide di votare per la Cdl - ammette il premier - poi sceglie Casini, Fini o me a seconda di chi gli è più simpatico". Ma la gara a tre non riguarda solo la campagna elettorale e il tentativo di sconfiggere l´Unione. Forza Italia, An e Udc si contendono la guida della Casa delle libertà anche in caso di sconfitta. Non a caso la presenza a tambur battente del Cavaliere sui mass media ha fatto a più riprese indispettire gli alleati. "Così toglie spazio a noi", si è lamentato Casini. Che oggi ha soprattutto puntato a evidenziare una certa incoerenza da parte del premier: "Si è comportato come dice che non dovremmo comportarci. I conti, però, tutti i conti, li faremo solo il 10 aprile". E a quel punto, avverte il segretario dell´Udc Cesa, "Berlusconi si ricrederà, vedrà i voti che avremo raccolto". Del resto, è il ragionamento fatto dall´ex segretario Follini, "le parole di Berlusconi sono la prova provata che eravamo nel giusto. Scommetto su un risultato che sarà figlio del nostro posizionamento. L´aver segnato la differenza rispetto a lui determinerà la nostra crescita".
L´attacco di ieri non è quindi stato un fulmine a ciel sereno. Nei giorni scorsi l´inquilino di Palazzo Chigi aveva confessato ai suoi di sentirsi "tradito" dagli alleati, ad eccezione di Bossi. "Ma se continuano così - si era sfogato - affonderanno insieme a me. Se va avanti in questo modo, io mollo tutto". Al di là degli sfoghi davanti ai fedelissimi, il presidente del consiglio a questo punto vuole dimostrare che Forza Italia resta il cuore della Cdl: "Io rimarrò alla guida del centrodestra anche dai banchi dell´opposizione. Lo sappiano sia Casini, sia Fini". In effetti anche il leader di An ha concentrato la sua attenzione quasi esclusivamente sul suo partito senza lesinare bacchettate all´"amico Silvio": "Se avremo più voti di Forza Italia, ci andrò io a Palazzo Chigi. Berlusconi è il leader della Cdl fino al 10 aprile, poi vedremo...".
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L'imbucato Pierferdi
Roberto Monteforte su l'Unità
Festa familiare ieri nell'aula Paolo VI. Papa Benedetto XVI riceve i 15 neo-cardinali accompagnati dai loro familiari, collaboratori più stretti e amici più cari. Saluta con calore tutti i prelati. L'ultimo degli italiani è l'arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra che presenta al pontefice il suo seguito a partire dal suo vescovo ausiliare, mons. Ernesto Vecchi. A sorpresa nel gruppo vi è una faccia nota. È il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini. Il politico bolognese da tempo "romano" d'adozione. Viene presentato come uno degli intimi dell'arcivescovo di Bologna. Sarà l'ultimo del gruppo ad avvicinarsi al pontefice. Giusto il tempo per una rapida stretta di mano e per scambiare poche parole di saluto. Il tempo sufficiente per una foto tra le porpore. Uno scatto ritenuto utile per conquistare qualche voto cattolico in più?
Alla terza carica dello Stato non è bastato rappresentare ufficialmente il nostro Paese in piazza san Pietro, alla solenne cerimonia del Concistoro a fianco del presidente del Senato, Marcello Pera e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Forse lo ha infastidito che tra i fedeli ci fosse anche l'altro "cattolico" bolognese, Romano Prodi e ancora più quel caloroso abbraccio tra il "professore" e il cardinale Caffarra. Ieri ha voluto l'esclusiva. Non risulta, infatti, che altri politici fossero al seguito dei quindici nuovi cardinali. Pier Ferdinando Casini era in quota "diocesi", prima confuso nella numerosa delegazione emiliana contenuta dalle transenne nell'aula Nervi. Poi tra i pochi "intimi" del neocardinale. Quelli che sarebbero stati presentati al Papa. Devozione per l'amico neocardinale o anche un modo per compensare quella defezione "forzata" all'udienza che Benedetto XVI concederà ai rappresentanti del Ppe riuniti a congresso a Roma? Non ci saranno neanche Silvio Berlusconi e Clemente Mastella.
Così a ridosso delle elezioni si è convenuto, infatti, che era meglio evitare un incontro con il Papa che poteva suonare come una sconveniente strumentalizzazione. Sono prevalsi i motivi di opportunità. Ieri il "laico" leader dell'Udc se ne deve essere dimenticato. Ha prevalso la sua anima clericale?
Bossi torna a Porta a Porta
Guido Passalacqua su la Repubblica
MILANO - Un dato esce dalla sortita di Umberto Bossi a Porta Porta "Berlusconi ha detto che sono diventato più buono dopo la malattia. Forse è vero che sono diventato più buono". Il Senatur scopre anche il lato umano "mi sono spaventato così tanto che forse è vero".
Giacca nera, stemmino della Lega all´occhiello il leader della Lega ha parlato con molta commozione della sua malattia. La bocca è ancora storta il tono è roco. Il suo ricordo commosso va alla degenza in ospedale " penso ai ragazzi che erano lì, fino a quando non sei lì non ti rendi conto, ma quando sono andato via erano spiaciuti anche se magari pensavano che se ce l´ha fatta lui ce la posso fare anche io, se migliora lui posso migliorare anche io". Racconta un Senatur francamente commosso: "C´è stato persino qualcuno che mi ha offerto di andare a lavorare con lui, ma la mia vita è tutta dedicata alla Lega". Poi un elogio alla moglie Manuela che lo ha aiutato, e gli è stata accanto in ogni momento durante la malattia e la lunga convalescenza.
Meno commosso, più deciso è stato sul fronte della immigrazione. "Si è fatto scandalo sulla maglietta di Roberto Calderoli, ma la gente non è contenta". Poi il Senatur si ammorbidisce: "Quando ero in ospedale mi sentivo perso dal mondo, poi ho visto le mie montagne e sono stato meglio, insomma bisogna trovare un´altra via per aiutare queste persone, non si può andare avanti all´infinito". Poi i numeri "Ho ricevuto i dati dal ministero dell´Interno, un documento con i dati relativi agli immigrati arrivati in Italia. Ho visto che sono diminuiti del 27 per cento, ciò vuole dire che la legge ha funzionato meglio di quanto si pensasse".
Sugli immigrati c´è eccedenza rispetto a coloro che, dopo avere presentato regolare domanda lo otterranno. Bossi spiega che "se la legge vale qualche cosa bisognerebbe mandarli a casa, perché chi viene in Italia deve avere un lavoro in mano". E a Bruno Vespa che chiede chi dovrebbe arrivare in Italia il leader leghista risponde netto: "Preferibilmente immigrati che siano già cristiani, bisogna aiutarli a zero lire".
Unione antidemocratica, vuole togliermi le TV
Lorenzo Fuccaro sul Corriere della Sera
ROMA "Se vincessero loro il conflitto di interessi sarebbe già risolto". Dai microfoni di Radio anch'io Silvio Berlusconi mette in guardia dal pericolo che correrebbero lui e le sue imprese qualora alle politiche prevalesse l'Unione. Una preoccupazione, questa, provocata dall'annuncio di Romano Prodi di volere "riscrivere la legge sul conflitto di interessi", e dalle parole del presidente dei Ds Massimo D'Alema, secondo il quale "Berlusconi se ama la politica dovrà cedere le sue aziende ai figli".
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REPLICA Al presidente dei Ds replica Gianfranco Fini. "Bisogna ricordargli dice che hanno avuto cinque anni di tempo per fare una legge nella passata legislatura, ma non l'hanno fatta". Blanda o restrittiva, aggiunge, "comunque c'è ed è stata varata in questa legislatura". Insomma, il Cavaliere avverte foschi presagi: "Le minacce nei miei confronti e verso le mie aziende dimostrano che siamo in una democrazia incompiuta. Dimostrano che viviamo ancora in un Paese in cui una parte deve avere timori che vinca l'altra".
Berlusconi insiste nel sostenere che "bisogna prendere atto delle continue minacce che emergono dalle parole di Romano Prodi e di altri esponenti dell'opposizione nei miei confronti e nei confronti di chi lavora nelle mie aziende". Il premier si riferisce, in particolare, al caso di Retequattro che "sarebbe costretta a licenziare più di mille persone se trasmettesse via satellite".
Il tema gli sta molto a cuore. Ecco perché rimarca che "un Paese che si trova in una situazione del genere, in cui una parte dei cittadini deve avere timore che vadano al potere i suoi avversari non è ancora una piena e completa democrazia". Negli Stati Uniti, constata Berlusconi, non è affatto così "nessuno ha paura se vincono i democratici piuttosto che repubblicani". In Italia, al contrario, "si pensa che se vince la sinistra i cittadini poi possono trovare dei ministri in agguato pronti a colpirti".
BALLARO' Infine, salta il confronto tra il Cavaliere e D'Alema stasera a
Ballarò su Raitre. Una nota dell'ufficio stampa dei Ds rivela che il presidente della Quercia aveva dato la sua disponibilità a partecipare al programma di Giovanni Floris già la scorsa settimana. Ma secondo i Ds, ieri "Berlusconi ha annunciato la sua presenza alla trasmissione dichiarandosi però non disponibile al confronto con D'Alema e rimandandolo a data da destinarsi". Nella nota si menziona il fatto che "il premier già in altre due occasioni aveva declinato l'invito per un confronto con D'Alema adducendo improbabili motivazioni. Questa volta propone un rinvio generico, ma non si capisce perché oggi no e domani (forse)
Perchè aumentare i salari?
Lo spiega un calcolo elementare
Stefano Natoli su Il Sole 24 Ore del 24 settembre
Fondata sul lavoro? Macché, l'Italia è diventata ormai «una Repubblica fondata sulle rendite».
Lo dice Geminello Alvi, uno degli economisti più originali e acuti di questo periodo, in un libro - edito per i tipi della Mondadori che senza ricorrere a teorie complicate quelle per l'appunto degli economisti o al linguaggio accademico degli "addetti ai lavori", spiega le aritmetiche che hanno impoverito il lavoro e fatto crescere le rendite rispetto agli altri redditi. Un libro che con una grande varietà di calcoli elementari sembra voglia dare ragione a molte delle persuasioni dell'uomo della strada: la politica, l'euro e la globalizzazione hanno mutato in peggio e probabilmente muteranno ancora - la distribuzione dei salari e della ricchezza.
Un fenomeno nato negli anni '80
La ricostruzione dell'economista e letterato, cosi' viene definito Alvi nel risvolto di copertina, parte da una premessa piuttosto interessante: il Pil non va bene per calcolare lo stato reale dell'economia anche se «al solo nominarlo esso fa maggiore effetto di una reliquia nel Medioevo». Secondo Alvi, la discussione sull'economia deve invece riguardare «gli effettivi redditi percepiti al netto delle tasse pagate e delle prestazioni ricevute da lavoratori, imprenditori, pensionati».
Alvi pone al centro della sua analisi la distribuzione della ricchezza tra i ceti e le classi che compongono la società facendo emergere in modo chiaro come il fondamentale cambiamento avvenuto in Italia negli ultimi anni sia stato un fortissimo spostamento nella distribuzione del reddito nazionale dai salari ai profitti e alle rendite. Il fenomeno è ben percepibile a cominciare dagli anni '80, da quando scrive Alvi «una politica di bilancio che possiamo genericamente definire craxismo regalò agli italiani interessi altissimi sui titoli di stato che servivano a finanziare il debito. Fu il primo accumulo, poi completato dai due boom borsistici che seguirono, fino alla bolla immobiliare, in corso». Il risultato è che nel 2003 toccava ai lavoratori il 48,9% del reddito, mentre nel 1978 la percentuale saliva fino al 59,2%.«La quota dei redditi da lavoro è regredita sottolinea l'economista ora è circa la stessa del 1951, dell'Italia prima del boom».
Ecco perché l'Italia di oggi non è più «una Repubblica fondata sul lavoro», come recita la Costituzione, ma un Paese fondato sui patrimoni e sulle rendite. Con tutti i rischi che ciò comporta. E che l'economista mette bene in evidenza: «La nostra ricchezza, costruita su case e pensioni più che sull'attività produttiva, alimenta un perverso circolo vizioso che toglie lavoro e futuro ai giovani e impoverisce i salari a vantaggio dei profitti di oligarchie economiche incapaci di rinnovarsi».
Geminello Alvi
Una repubblica fondata sulle rendite
Mondadori
Pagg 135, euro 16,00
28 marzo 2006