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sulla stampa
a cura di P.C. - 27 marzo 2006


Bot dei poveri e Bot dei ricchi
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera

Una modifica del modo in cui sono tassati i rendimenti di azioni e obbligazioni è senza dubbio opportuna. D'altronde lo stesso Berlusconi aveva chiesto al Parlamento una delega (legge n. 80 del 2003) per "armonizzare l'imposizione su tutti i redditi di natura finanziaria". L'attuale regime fiscale infatti favorisce i ricchi a scapito dei poveri e chi possiede per lo più titoli di Stato, rispetto alle imprese.
Il 10% più ricco delle famiglie possiede il 40% di tutte le attività finanziarie; il 10% più povero l'1,2%. Quando lo Stato tassa i cittadini più poveri per pagare gli interessi sul debito pubblico preleva il 23% (l'aliquota minima sui redditi da lavoro) e lo trasferisce per lo più ai ricchi, i quali, sugli interessi che percepiscono, pagano solo il 12,5%. Quest'aliquota favorisce i titoli di Stato anche rispetto al reddito d'impresa che paga il 36% senza contare l'Irap.
L'aliquota del 12,5% si applica anche alle
stock options che in molte società costituiscono una quota sempre più rilevante del compenso dei dirigenti. Una banca che ha troppi dipendenti, ad esempio, fa benissimo a retribuire il suo capo del personale con stock options
milionarie: se costui riesce a ridurre il numero dei dipendenti, le azioni della banca saliranno, e nulla funziona meglio di questi incentivi. Ciò che è iniquo è che il dipendente prepensionato paghi, sulla sua pensione, il 23%, mentre il dirigente che lo ha mandato a casa solo il 12,5%.
La modifica del regime fiscale dovrebbe riguardare tutti i titoli, non solo quelli di nuova emissione. Titoli identici ma con diversa tassazione segmenterebbero il mercato e ne ridurrebbero la liquidità, che è un fattore cruciale per la trasparenza dei prezzi. L'aumento dell'imposta sui titoli di Stato già posseduti ne ridurrebbe i rendimenti, ma non il prezzo: cioè una famiglia che possiede un Btp (direttamente o attraverso un fondo comune di investimento) riceverebbe una cedola un po' più bassa, ma il valore di mercato del titolo non cambierebbe. Infatti la gran parte dei titoli pubblici è detenuta da investitori istituzionali che non pagano la ritenuta: sono costoro a determinare i prezzi.
Certo, la famiglia vedrebbe decurtate le sue cedole, una perdita in parte compensata dalla riduzione del prelievo sui conti correnti bancari. Maria Cecilia Guerra ( Il Sole 24 Ore, 24 marzo) ha calcolato l'effetto di un'aliquota unica al 20% per famiglie con diversi redditi netti. Una famiglia con un reddito netto di 20 mila euro l'anno subirebbe una perdita (minori interessi sui titoli, in parte compensati dal minor prelievo sui depositi) di 25 euro l'anno circa; l'effetto per una famiglia con un reddito netto di 79 mila euro è di 456 euro l'anno. I risparmiatori non devono quindi temere una modifica del regime di tassazione: gli effetti sul reddito sono modesti e quelli sul valore dei titoli di Stato pressoché nulli.
Se mai dovremmo temere gli effetti — questi sì equivalenti a una patrimoniale — di un governo che non fosse capace di fermare la crescita del debito pubblico. I mercati e le agenzie di rating
hanno dichiarato una tregua sino a giugno, quando il nuovo governo presenterà il suo primo Documento di programmazione economica (Dpef). Se non fosse convincente, il premio al rischio sui titoli italiani salirebbe, cioè il loro prezzo di mercato scenderebbe. Chi ci può far pagare una patrimoniale è un governo che non riuscisse a fermare la crescita del debito, non un governo che rendesse meno inique le aliquote.


“Io sono il Caimano e me li mangio”
Francesco Bei su
la Repubblica

NAPOLI - Insulta i leader dell´opposizione, attacca la magistratura, se la prende con i giornali, rivendica il suo essere "l´unico milanese che abbia mai scritto un samba in napoletano".
Fin qui il Berlusconi "solito". Ma nello show partenopeo il premier va oltre, prende la scia del successo del nuovo film di Nanni Moretti e, in un perfetto "corto circuito spiazzante" (direbbe il regista), si cala nel personaggio e urla il suo disvelamento finale: "Ieri sera ho avuto il piacere di vedere un ottimo regista italiano, che ha raccontato una fiaba e che mi ha dato un nuovo soprannome che francamente mi mancava: signori, io sono il Caimano!". E´ l´avvio scoppiettante del comizio davanti alla folla (gli organizzatori dicono 8000 persone, ma nel padiglione ce ne saranno al massimo 2500) riunita alla Mostra d´Oltremare a Napoli. Il tema del Caimano gli piace e quindi prosegue tra una salva e l´altra di fischi che si levano all´indirizzo di Moretti: " Per dimostrare che è vero hanno anche aggiunto che quando apro la bocca con la chiostra dei miei 32 denti, non si sa mai se è per ridere o per mangiare un comunista: ma leggetevi il libro nero sul comunismo e scoprirete che nella Cina di Mao i comunisti non li mangiavano ma li bollivano per concimare i campi". Moretti ha parlato del film da Fabio Fazio, segue quindi la proposta di "pagare solo due terzi del canone Rai, perché la terza rete se la dovrebbero pagare loro". Dato che autorevolmente si auspica una campagna elettorale dai toni più moderati, il Cavaliere ci mette del suo.
Contro il sindaco Rosa Russo Jervolino: "Volevo prendere una casa a Napoli ma poi ho rinunciato pensando che avrei dovuto sentirmi la musica della sua voce". Contro Romano Prodi: "Poveretto, crede di contare qualcosa e invece gli hanno fatto l´elemosina di cinque deputati.
L´hanno utilizzato come una controfigura". Contro Piero Fassino: "E´ ricercatissimo come testimonial di pompe funebri". Contro Francesco Rutelli: "Oggi dice che ascolta tre messe al giorno. Prima era un mangiapreti. Miracoli della politica". Su Romano Prodi il premier si accanisce ancora quando racconta che "lui è un uomo fortunato perché ha avuto tutto regalato dalla politica. Io invece mi sono fatto un c...così. Ho sempre pagato con lacrime, sangue e sudore per ogni cosa che ho fatto". In un´intervista pubblicata dal Mattino Berlusconi però era parso più accomodante, per lo meno sulla questione decisiva dell´elezione del presidente della Repubblica. "Per la scelta del Capo dello Stato - aveva detto - ci confronteremo con gli altri partiti, come è accaduto al tempo dell´elezione di Ciampi".
Sulla magistratura il premier non rinuncia all´invettiva più volte utilizzata in questa campagna elettorale, tirandosi dietro la replica piccata del vicepresidente del Csm Rognoni. "Lo Stato che sogno - proclama tra gli applausi dei suoi - è quello in cui in cui i giudici non devono garantire l´impunità a chi sta dalla parte loro, dalla parte rossa, dalla parte della sinistra che ne commette di tutti i colori e la scampa sempre e comunque: ogni riferimento alla Lega delle cooperative e agli intrecci perversi fra cooperative rosse, giunte rosse e associazioni criminali è puramente voluto".
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"Subito maggioritario e conflitto d'interessi"
Elisabetta Soglio sul
Corriere della Sera

MILANO — Risponde a tutti. Ai lettori che lo bombardano di domande attraverso il sito del Corriere, ai giovani che affollano la discoteca Rolling Stone, ai passanti che lo salutano. A quasi tutti, in realtà: perché quando si chiede a Romano Prodi una risposta alla battuta di Berlusconi, che ieri lo ha definito "un poveraccio", il professore allarga le braccia: "Applichiamo un po' di carità cristiana e facciamo finta che non abbia detto niente". Romano Prodi ieri in versione milanese, accompagnato dalla moglie Flavia, parla di Quirinale ("La maggioranza proporrà un nome e tanto meglio se va bene anche alla minoranza"), di Partito Democratico ("Lo faremo subito dopo il voto, costituendo il gruppo parlamentare") e di regole della democrazia ("Berlusconi è democratico perché costretto dalle regole"). Sottolinea che "un anno fa avevo proposto di assegnare all'opposizione la presidenza di una Camera, ma con quello che è successo a fine legislatura ritengo impossibile confermare quella proposta" e annuncia una legge sul conflitto di interessi: ipotesi che il vicepremier Gianfranco Fini bolla come "uno degli aspetti vendicativi e per certi versi illiberali che caratterizza una parte dell'Unione". Prodi va oltre spiegando le sue mancate presenze ai programmi Mediaset: "Se ci sono media che ti trattano così si fa senza" e intanto Massimo D'Alema puntualizza a che "la legge sul conflitto d'interessi partirà da quella approvata in Senato durante il suo governo e non vuole essere una legge contro Berlusconi".
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LA MUSICA — Il resto è l'ingresso di Romano Prodi in uno dei templi della musica milanese: al Rolling Stone, il leader del centrosinistra partecipa a un dibattito sui problemi della musica. Clima disteso, applausi e curiosità per il Professore in cravatta, che in discoteca confessa di essere stonato e di ballare male e che, quanto a gusti musicali, è rimasto fermo a Simon and Garfunkel e al Cielo in una Stanza di Gino Paoli. Gli organizzatori gli fanno trovare, per il rinfresco, una mortadella gigante. Caterina Caselli, presidente dei Produttori Musicali Indipendenti, parla dei molti problemi di chi vuole fare musica, "perché da noi è considerata intrattenimento e non cultura". Rincarano la dose artisti come Dolcenera, Eugenio Finardi, Beppe Carletti. Prodi prende appunti, diligente, e promette una nuova legge, si impegna ad abbassare l'Iva, chiede che si facciano rispettare le leggi sulla pirateria. Disserta di radio e mercato discografico, cita ad esempio situazioni europee più avanzate, auspica una "evoluzione culturale degli italiani". Ma non gli si chieda di accennare il motivetto che fischietta sotto la doccia: "Mi hanno fatto fare anche una scuola musicale. Ma non ho proprio orecchio...".


Strategia della sconfitta
Edmondo Berselli su
la Repubblica

Con un giudizio molto compassato si potrebbe dire che il discorso pronunciato ieri da Silvio Berlusconi a Napoli è stato anticonvenzionale. Secondo il lessico del Cavaliere, Romano Prodi è un poveraccio, Piero Fassino potrebbe fare il testimonial delle pompe funebri, e i comunisti cinesi, ecco un tocco sopraffino, non si limitavano a mangiare i bambini come tutti i comunisti di questo mondo, ma li bollivano per farne concime. Insomma, si è potuto assistere a un ulteriore exploit del leader estremo, di nuovo nella parte dello scalmanato, del Masaniello irridente, del capopopolo che esaspera fino al grottesco i sentimenti del popolo o al popolo attribuiti, li eccita, li aizza, li lancia in orbita nel cielo azzurro dell´ideologia forzaleghista e alla fine contempla lo spettacolo tutto soddisfatto.
Chi ha potuto ascoltare dal vivo la veemenza berlusconiana, con le accuse, le spiritosaggini, le irrisioni verso gli avversari politici, una sorta di Quarantotto carnevalesco, si è accorto che il capo della Casa delle libertà ha definitivamente abbandonato le sue incarnazioni precedenti. Non è più l´uomo d´ordine, l´imprenditore, il liberale, il seguace di don Sturzo, e certamente non è il moderato suadente che parlava ai suoi affini. Si è definitivamente calato nei panni dello sfasciatutto, cioè dell´uomo che lacera le convenzioni, e il cui scopo sembra in primo luogo quello di produrre provocazioni: qualche giorno fa, il "sei un coglione" rivolto allo studente genovese che inneggiava ironicamente allo stalliere mafioso Vittorio Mangano; ieri, oltre a tutto il resto, l´aggressione a magistrati, giudici e Legacoop, quest´ultima accusata di complicità con la mafia e di impunità garantita dalle toghe rosse.
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Abbandonati a se stessi, i partiti della Cdl sono strutture acefale. L´alleanza stessa, orfana di Berlusconi, sarebbe strattonata al centro da tentazioni trasformiste, e all´estrema destra dalle riemergenti pulsioni para-secessioniste della Lega. Ci si potrebbe chiedere per quale motivo, al termine della sua parabola politica, Berlusconi dovrebbe sentire il bisogno di mantenere il suo impegno in politica, come coagulo del centrodestra, tolto il vantaggio di poter negoziare sulla "robba", cioè sulle sue questioni proprietarie.
È probabile che per comprendere questo aspetto sia necessario ricorrere anche a categorie non del tutto politiche. Berlusconi è un fondatore di imprese. Dopo la televisione, la maggiore impresa della sua vita è stata la creazione di Forza Italia e del centrodestra. Non può lasciare che tutto ciò si afflosci per un eventuale risultato elettorale infelice. Vale a dire che non può permettersi di lasciare dietro di sé un deserto, a meno di non affidare di sé al futuro l´immagine di chi ha costruito cattedrali andate precocemente in rovina.
Invece, sul piano esplicitamente politico deve sistemarsi in una posizione strategica, in primo luogo per controllare o frenare e condizionare l´azione del centrosinistra. Ma non soltanto: per decidere in quali tempi e con quali modi dovrà avvenire la sua successione, e quale sarà il futuro della sua creatura, la Casa delle libertà.
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Mentana: e io lo invito lo stesso
Alessandro Trocino sul
Corriere della Sera

Si dice "stupito e amareggiato" per la scelta di Romano Prodi di evitare le reti tv di Silvio Berlusconi, perché "il leader dell'Unione non può snobbare quella parte del pubblico che segue Mediaset: è come se rifiutasse di andare in Lombardia soltanto perché è governata da Roberto Formigoni. Così come c'è una popolazione lombarda, c'è anche un popolo Mediaset di cui tener conto". Enrico Mentana rilancia l'invito a Prodi, avanzato già da oltre due mesi, a partecipare al suo programma. Ma le probabilità diminuiscono, stando a quanto ha detto ieri il Professore durante la videochat del Corriere.it: "Perché non mi si vede sulle reti Mediaset? Loro mi invitano, ma avevo deciso che avrei fatto campagna dosando la tv. E così ho fatto. Decido io, non mi faccio imporre niente dalle tv". Tanto meno da certe reti Mediaset: "Su Rete4 e Studio Aperto la par condicio è applicata con Berlusconi tutto bello in video, mentre io vengo ripreso da dietro o mentre dico "Alessandro chiudi la porta".
Di media che fanno così, si fa senza".
Un no esplicito e motivato a Mediaset, che Mentana dice di "rispettare ma di non condividere": "È legittimo che voglia dosare le sue apparizioni. Ma presto lo vedremo almeno nel programma di Lucia Annunziata: mi sembra voglia mirare le presenze più che centellinarle". Dopo aver criticato i trattamenti speciali subiti, Prodi ha aggiunto parole di stima per Mentana: "È un bravo giornalista e io non ho niente contro Matrix". "Lo ringrazio dei complimenti — risponde Mentana — e proprio per questo rilancio l'invito. Perché non puoi prendere una parte di un'offerta editoriale e scambiarla per il tutto. Tra l'altro non si scoprono ora target e impostazione editoriale del Tg4". E i torti sono da suddividere: "Ho sentito fare molti attacchi motivati a Emilio Fede e ai programmi di Rete4. Ma ne ho sentiti altri, altrettanto motivati, per programmi di Raitre. O li accettiamo tutti oppure nessuno. Ma mi fa specie che la politica voglia dare i voti alla televisione".
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Anche Il Caimano di Nanni Moretti è sotto accusa: "Assurdo. Conoscete qualcuno che abbia cambiato idea guardando un film? Ma poi: conoscete qualcuno che abbia deciso di votare Forza Italia convinto dal tg di Emilio Fede?". Magari no, ma, come dice Moretti nel film, Berlusconi ha già vinto perché ha cambiato la mentalità degli italiani e l'ha modificata con tanti anni di tv commerciale: "Non credo alla spectre del berlusconismo mondiale. Mi sembra che ci sia stata un'evoluzione dei costumi anche in altri Paesi. Beautiful e il Grande Fratello non li ha inventati Berlusconi. A parte questo, ribadisco l'invito a Prodi: questo eccesso di paura, prudenza, sospettosità, o come vogliate chiamarla, ha davvero poco senso".


Milano si sveglia dal sogno del Cavaliere
Bernardo Valli su
la Repubblica

L´incubo vissuto dal maturo imprenditore lombardo in viaggio tra New York e la Malpensa mi incuriosisce. Sorvolando l´Atlantico si è addormentato, e nel sonno, a diecimila metri d´altitudine, ha assistito a una scena traumatizzante, sulla quale riflette perplesso. Il presidente del Consiglio veniva fatto a pezzi. Gli chiedo perché il ricordo di quelle immagini oniriche lo rendono soltanto perplesso. Io sarei ancora inorridito. Si giustifica: si trattava di un semplice sogno. E non c´era violenza. La vittima veniva smontata, come un robot. Con l´aiuto di cacciavite e con qualche martellata. Gli arti, la testa e il resto erano di metallo.
Appena staccati venivano posati sul pavimento come accade in un´officina meccanica quando si ripara un motore. E chi smontava il presidente del Consiglio? All´imprenditore è sembrato di riconoscere Casini e Fini. Gli alleati? Sì, proprio loro. Non Prodi, né D´Alema, né Fassino.
La lunga sagoma di Fini, che girava le spalle, poteva anche essere quella di Rutelli. Ma è improbabile.
Trovo la storia sempre più strana. E poi? Poi l´imprenditore ha rivisto all´improvviso il Presidente del Consiglio intero. Rimontato.
Ricomposto. Quasi una resurrezione.
Fulminea. Miracolosa. Cosi l´incubo è finito? L´imprenditore non risponde all´interrogativo e lascia cadere il suggerimento di ricorrere a Freud. "Lo lasci stare, Freud", reagisce infastidito. Non si tratterà di una parabola? Una presa in giro?
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Ho riassunto, spero con onestà, la conversazione scaturita dalla mia evidente provocazione, perché serve a spiegare non pochi atteggiamenti: e di riflesso a spiegare non dico tutto ma almeno in parte il fenomeno B., che da dodici anni domina il Paese, in modo ormai ossessivo.
Per chi l´osserva da lontano, oltre che dal vistoso conflitto di interessi, il fenomeno è caratterizzato dalle vicende giudiziarie che investono puntualmente il presidente del Consiglio, e dall´uso che il presidente del Consiglio ha fatto della maggioranza parlamentare per promuovere leggi che hanno evitato o eviteranno condanne a lui e ai suoi fedeli. Due dei quali, Previti e Dell´Utri, già condannati, il primo per corruzione di magistrato e il secondo per rapporti con la mafia.
Un presidente del Consiglio che ha messo uno dei suoi avvocati difensori alla presidenza della Commissione giustizia della Camera, e usa altri difensori, pure loro deputati del suo partito, come redattori delle leggi in suo favore.
Sono cose note, arcinote, pubblicate, strapubblicate, a cui la gente ha fatto il callo. Al punto che evocare la corruzione sembra addirittura di cattivo gusto. La corruzione fu uno dei temi dominanti alle elezioni del 2001, e B. diventò presidente del Consiglio. Denunciarla serve a poco, denunciarla troppo irrita, può essere controproducente. E´ una caratteristica (antropologica) italiana.
Questa volta se B. perde, come pronostica l´imprenditore che lo sogna volando sull´Atlantico, è perché la situazione economica è disastrosa. La sua sconfitta dovrà essere imputata all´infelice congiuntura internazionale.
Se avesse "prodotto" avrebbe avuto la vittoria assicurata. Uno stato di estesa corruzione è una situazione che può essere vissuta con pubblico, anzi ufficiale compiacimento, ma non se è improduttiva. Questa sembra la morale che ha indotto non pochi severi censori della vita pubblica, a pronunciarsi in favore di B. nei suoi primi anni di governo. Erano convinti che avrebbe governato con spirito "aziendale". Ma l´Italia non essendo Fininvest, il loro favorito non è stato all´altezza. E adesso "lo mollano", come dice sempre il sognatore atlantico, che gli resterà nonostante tutto fedele.


Un referendum nel segno di Sharon
Igor Man su
La Stampa

Domani si vota in Israele nel segno della "svolta" di Sharon. Saranno elezioni curiosamente anomale perché a orientarle, sia a destra che a sinistra, al centro, è tuttora lui, "Arik" Sharon, ancorché in coma irreversibile.

Tutte le campagne elettorali sono state combattute, in Israele, nel nome della pace. Una pace frutto della trattativa fra Israele e la cosiddetta Autorità palestinese. La morte di Arafat, in esilio, ha sparigliato le carte. Anziché favorire il processo di pace lo ha seppellito o se non altro rinviato alle calende greche. La leadership israeliana, in consonanza con la Casa Bianca, chiaramente pensava che Abu Mazen, notabile moderato niente affatto rivoluzionario, uomo di solide finanze, "una brava persona", insomma, fosse l'interlocutore adatto. Per quel po' che sappiamo del movimento palestinese avendolo appreso in mezzo secolo di "servizi giornalistici" nel Vicino Levante, Abu Mazen era la controparte ideale per una pace in buona e dovuta forma.
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La continuità territoriale tra le colonie e Gerusalemme. La fissazione di frontiere permanenti secondo pressappoco il tracciato del "muro" eretto da Sharon. Israele manterrà il controllo della valle del Giordano. Codesto piano comporta rischi pesanti e le urne ci diranno se il popolo israeliano è disposto (o rassegnato) a correre anche quest'ultimo. Olmert avrà valutato il dare e l'avere? Sbaglieremo ma tutto lascia pensare ch'egli confidi nell'ignavia dei paesi arabi che, come va ricordato, hanno soltanto usato (e male) i loro disgraziati "fratelli" palestinesi. Olmert avrà messo sul conto una possibile ma breve fiammata di terrorismo e verosimilmente trascura le ripetute minacce di un ex sindaco, quel presidente iraniano dalle movenze di lupo grigio, il dottor Mohammed Ahmad Amadinejad, quel figlio del fabbro che vuol forgiare una potenza atomica islamica: l'Iran.

Per la prima volta nella straordinaria Storia di Israele il leitmotiv elettorale non è "sicurezza". E neanche pace. Si mette l'accento sull'asimmetria d'un paese nato socialista ma in fatto capitalista, dove il reddito pro capite supera i 17 mila dollari epperò oltre 400 mila famiglie sono povere: un milione e 534 mila persone, 714 mila bambini.

In questi ultimi 15 anni son diventate più ricche le imprese, non la piccola borghesia o i lavoratori. "Lasciate fare all'esercito" era lo slogan del Likud di Sharon che odiava la parola "miseria". "Combattere il terrorismo - Vincere la povertà" è oggi lo slogan del Labour. Che però non è più quello di Rabin, vincitore nel 1991 proprio in virtù della pace promessa e perseguita per scongiurare che Israele diventasse una sorta di ghetto armato (a ben guardare quelle di domani più che elezioni sono un referendum).

Non è il Simbolo che uccide la Cosa, diceva Hegel, ma è l'esatto contrario. Non vorremmo che nel caso (apparentemente scontato) d'una significativa vittoria di Kadima, la Cosa, esaltata dal successo, cancellasse il Simbolo. E cioè l'amore di pace d'un popolo coraggioso, fatto di nostri "fratelli maggiori".



Messina, la barbarie dell'onore
Lidia Ravera su
l'Unità

Chissà se hanno mai giocato insieme, Bruna e Giovanni. Fratello e sorella, pochi gli anni differenza. Chissà se Bruna l'ha tenuto in braccio, il suo carnefice, quando è nato, lei, che era la maggiore... chissà se l'ha cullato, un po' per gioco un po' per prendersi cura, il piccolino, l'ultimo arrivato nella bella famiglia Morabito, gente d'onore, affiliata alla 'ndrangheta calabrese. Chissà se Giovanni ci ha pensato, almeno un attimo, alla loro infanzia comune, prima di sparare due colpi in faccia, a quella donna di 32 anni, madre da 15 giorni. Forse no, forse non ci ha pensato. A guardare la foto sui giornali, si direbbe che l'attività del pensare è totalmente estranea al giovane Giovanni.
Il mezzo sorriso compiaciuto, l'arroganza ebete, gli occhi piccoli e senza luce in quel volto un po' equino, tutto inclina verso quella forma di demenza che consiste nell'obbedire a vecchie regole, a rituali morti e sepolti, barbarici. Con la sua felpa gialla, le spalle larghe, la bella statura (è più alto dei tre carabinieri che lo circondano), più che altro Giovanni Morabito sembra un campione sportivo: davanti al fotografo si è messo in posa, fieramente fissa l'obbiettivo, come se avesse battuto un record, vinto una medaglia. Non aveva bisogno di dichiararlo che non si vergogna e non si pente, il suo atteggiamento parla per lui. Poteva risparmiarcela, la sua dichiarazione. Però l'ha fatta. Si è detto orgoglioso di aver lavato nel sangue la colpa di sua sorella. Si è costituito non per essere punito, come chi si pente, si è costituito per esibire quel sorriso da campione, perché è fiero di aver compiuto l'unica azione a cui l'ha abilitato la sua formazione di giovane uomo: colpire per uccidere. È fiero di aver agito con la copertura dell'unico valore che conosce: l'onore, l'onore della gente di mafia di camorra e di 'ndrangheta, l'onore di chi esercita la violenza, comanda facendo paura, obbedisce perché ha paura di chi è più forte. È uomo d'onore l'uomo che infrange le leggi, minaccia e uccide, obbedendo alle regole interne alla cosca, alla famiglia. Chi vive nel segno della violenza e della sopraffazione e della morte, è persona onorata. Chi, come Bruna, si ribella, esce dal cerchio del sangue e delle vendette, delle appartenenze e delle intimidazioni, chi sceglie come misura l'amore e non l'odio, chi ha la forza di scappare, di percorrere altre strade, di laurearsi, di lavorare fuori dal clan, diventa nemico. Bruna, come migliaia di altre donne, si era separata dal marito, aveva iniziato una nuova relazione, era rimasta incinta col nuovo compagno, aveva dato alla luce un bambino. Secondo i codici di quel pezzo di mondo impigliato nel passato stava lì, il disonore, in quel bambino, stava lì la colpa che avrebbe offuscato l'immagine della famiglia (una squisita schiatta di mercanti di droga). Ma a frugare nel modesto bagaglio psichico di Giovanni, si potrebbe trovare altro: odio, per esempio, odio e disprezzo per quella donnina coraggiosa, che aveva scelto di emanciparsi dalla tribù. Le relazioni mafiose sono un circuito chiuso, si reggono sull'accettazione di regole oscure, sulla condivisone di valori corrotti. Le regole mafiose non considerano disonorevole sciogliere un bambino di undici anni nell'acido, ma considerano disonorevole farne nascere uno fuori dal matrimonio. Le regole mafiose non ammettono trasgressioni all'obbedienza. Chi è dentro è dentro, chi è contro è contro. E chi si chiama fuori?
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Si sentirà nel suo elemento, il giovane idiota. Forse si vanterà, nell'ora d'aria, d'aver piantato due pallottole nella testa di sua sorella, rea di non rassomigliargli.
Spero che lo tengano dentro per tutta la vita, Giovanni Morabito, per tutta la sua stupida inutile vita, tanto da impedirgli di danneggiare altri esseri umani, tanto da punirlo per aver rovinato due vite, quella di Bruna e quella di Francesco Maria, che crescerà senza madre. Spero che "l'onore" che ha armato la sua mano, non venga impugnato da qualche avvocato, non sia considerato da qualche giudice, come "motivo di particolare valore morale e sociale", per ridurre, fosse pure d'un giorno, la sua pena.


   27 marzo 2006